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sabato 1 agosto 2020

"Ci ha parlato del Signore, nostro Dio" (Ger 26,16


 Ci ha parlato nel nome del Signore nostro Dio (Ger 26, 16)

Questa mattina voglio riflettere sui peccati di omissione, quei peccati che non ci confessiamo perché non pensiamo che abbiano importanza.
Siamo portati a farci i fatti nostri e a non intervenire quando una presa di posizione potrebbe in qualche maniera danneggiarci o comunque farci perdere tempo.
Normalmente le leggi indicano ciò che non si deve fare e questo è ciò che accomuna anche gran parte delle religioni.
Nella nostra società si è diventati sempre più individualisti specie ora che gli appartamenti sono rigorosamente separati gli uni dagli altri o almeno questo è desiderio di chi se lo può permettere.
Gli ingressi rigorosamente separati, case autonome, recinzioni a prova di ladro, ma anche a prova di vicino, ritenuto a priori scomodo.
La preoccupazione per il pericolo che viene dagli sconosciuti è generalizzata, cosa in effetti vera perché i telegiornali, i mass media non ci risparmiano scene di vittime ingenue cadute nella rete di malavitosi, ma anche di persone di cui si fidavano.
Un tempo vivevamo con le porte aperte e non avevamo nessuna paura di essere aggrediti.
Ci sentivamo liberi di lasciare la chiave nella toppa, perchè nessuno si sentisse escluso dalla nostra ospitalità.
Oggi con l' aumento dei dispositivi per difendersi aumenta anche il nostro isolamento, la nostra insensibilità su ciò che ci accade attorno.
Spesso accade che si trova qualcuno morto solo dopo molti giorni nella sua casa, senza che se ne sia accorto qualcuno.
La tecnologia ci viene in aiuto e ci supporta con diavolerie di ogni tipo per astrarci dal mondo che ci circonda.
E' sotto lo sguardo di tutti, almeno di quei pochi che si fanno delle domande, che non c'è persona che a tavola, al ristorante, in strada, nei luoghi di attesa, in auto, sul treno ecc l'attività principale dei nostri compagni di viaggio.
Usare il telefonino per svago o per lavoro, in relazione strettissima con il proprio tesoro.
Qualche giorno fa mi è capitato di osservare il comportamento di Giovanni il mio nipote più grande che stava aspettando il suo turno per esibirsi sul palco alla batteria.
Io ero tra gli invitati.
Non capita mai che Giovanni non abbia tra le mani il telefonino, ma quella volta non poteva proprio perché doveva esibirsi a momenti.
Per questo si è messo a guardare quello che io stavo facendo col mio telefonino, cosa che lo ha stupito e gli ha fatto esclamare:"Ma nonna quanta fatica e quanta pazienza hai per pubblicare quello che scrivi!"
Anche io in quel momento mi stavo estraniando da ciò che mi circondava, ma l'ora era tarda e dovevo prima di mezzanotte postare sui gruppi la meditazione sulla liturgia del giorno.
Ho pensato che era la prima volta che Giovanni senza lo strumento diabolico ha dimenticato se stesso ed è venuto a me, da quando ha raggiunto l'età per possederlo.
Non posso dire che io sia esente da queste tentazioni diaboliche di ingannare i tempi dell'attesa chattando o lavorando per il mio Signore.
Comunque ricordo con nostalgia il tempo in cui nelle sale di attesa riuscivo a sollecitare gli altri a parlare e condividere con me fatti e aspetti della propria vita.
In quelle occasioni ho favorito l'apertura del cuore, rendendo possibile al Signore di entrare nei nostri discorsi.
Sono stati gli incontri più belli, incontri di storie, incontri di esperienze, incontri di vita.
Il peccato di omissione è frutto della nostra società malata che usa il progresso per dividerci, opera diabolica che ci porta alla morte. Geremia come anche Giovanni Battista, due profeti che oggi la liturgia sottopone alla nostra attenzione non si curano delle conseguenze di delle loro parole suggerite da Dio, faranno una brutta fine.
Certo è che se pensiamo a questo nessuno ha voglia di esporsi perché anche Gesù è stato rifiutato e condannato a morte per quello che diceva incurante delle conseguenze del suo operato.
Allora c'è da chiedersi di che cosa ci dobbiamo occupare, di che cosa ci dobbiamo preoccupare, se la morte aspetta i profeti.
È chiaro che il discorso dell'annuncio per il bene della comunità non attrae, anzi ci porta a fuggire come fece Giona che finì poi nella pancia di un pesce da cui fu rigettato.
Ma se pensiamo alla morte come porta di verità, di giustizia, di vita vera, di eternità, di conoscenza completa del nostro Dio, le paure ci abbandonano e ci viene un coraggio da leoni.
La Fede fa questi miracoli.
Solo chi ha fede può portare avanti un discorso di vita senza paura.
Oggi voglio riflettere su quanto trattenga di ciò che il Signore mi suggerisce e quanto sia disposta a rischiare per Lui.

giovedì 23 gennaio 2020

Miracoli


VANGELO (Mc 3,7-12)
In quel tempo, Gesù, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidòne, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui.
Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo.
Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

Parola del Signore 

Gesù comincia il suo ministero di evangelizzazione, cacciando i demoni, guarendo i malati, annunciando il vangelo.
La sua opera sembra frenetica, un cammino senza sosta, senza trattenere nulla per sé, guidato dallo Spirito, in connessione con la volontà del Padre ritagliandosi momenti di intimità e di comunione con Lui, quando ancora era notte o ritirandosi in luoghi solitari rubati alla pressione delle folle che lo cercavano per farsi guarire.
Gesù non è venuto per strabiliare l'uditorio come un mago, un giocoliere o un santone, non opera per raggiungere la fama, per ottenere prestigio, ma perché l'amore di Dio si manifesti attraverso di lui, per compiere la missione per la quale è stato mandato sulla terra.
Nella prima lettera di San Paolo ai Corinzi 3,1-9 si parla chiaramente del fatto che, chiunque annuncia il regno di Dio, chiunque battezza (Apollo Paolo) è un semplice ministro perché né chi pianta né chi irriga è qualche cosa ma Dio che fa crescere.
Gesù è Dio ma nel compimento della sua missione nel mondo è un intermediario, è un uomo vero, perfetto, che svolge la sua funzione per cui è stato mandato: :
guadagnare al Padre quanti più figli, quanti più fratelli, pellegrini nel mondo, sbandati, oppressi, bisognosi di aiuto.

Gesù fa miracoli perché la gente creda a quello che dice, ma si nasconde e impone il silenzio perché non vuole che la sequela sia un colpo di fulmine, una nube che svanisce al mattino.
Non si può diventare discepoli di Cristo se non ti sei sentito toccato, guardato, risollevato da lui, risuscitato, guarito.
Non sono le belle parole, i discorsi coerenti e ben articolati che convincono le persone, quando un evento che ti cambia la vita, nel quale riconosci la sua presenza e ti viene da dire: "Il signore è qui e non lo sapevo!"
Ma lo devi cercare Gesù, devi cercare la sua parola, la sua mano benedicente, cercare quale sia la sua vera identità, cercare, cercare…
Le folle lo cercavano.

Non tutti quelli che cercano lo trovano, quando in Lui cercano la soluzione ai propri problemi ovvero lo trovano ma non lo riconoscono o lo trovano e poi, tratto il beneficio cercato, lo perdono di vista e tornano alle occupazioni abituali.
La suocera di Pietro guarita dalla febbre, si mise a servire.
La guarigione è quando cominci a funzionare, quando assolvi alla funzione per la quale sei stato creato.
Quando ci si guasta la macchina o facciamo un incidente, portiamo la macchina dal meccanico o dal carrozziere.
Questo non vuol dire che siamo da quel momento esenti da qualsiasi altro guaio.
La macchina si può fermare di nuovo se non usiamo le dovute precauzioni, se non stiamo attenti.
Non si viaggia più come prima se si è sfiorata la morte.
Si diventa più prudenti.
Sono gli scriteriati continuano a pigiare l'acceleratore incuranti dei divieti e si sa la fine che fanno.

Gesù per farsi seguire, aveva bisogno di rimettere le macchine a nuovo, rimetterle su strada, fare il tagliando, ma di quelle folle osannanti sotto la croce nemmeno l'ombra

domenica 12 gennaio 2020

Non spezzerà una canna incrinata






Così dice il Signore:
«Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento.
Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito 
come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

Parola di Dio

Qual è la tua giustizia Signore?
Questa notte ti ho pregato, ti ho invocato con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta me stessa.
" Non spegnerà un lucignolo fumigante, non spezzerà una canna incrinata" hai detto e io ho sempre pensato che non ti saresti mai accanito con una persona debole, indifesa, malata, con tanti problemi irrisolti.

Ogni volta queste parole del profeta Isaia mi ridavano coraggio quando il dolore, la malattia diventava insopportabile.
Ma poi ho capito che ti riferivi al peccato, alla misericordia che ti connota e che ti portava a ripetere che non dovevamo temere il tuo giudizio, la tua giustizia perchè ci ami di amore eterno e per questo ci conservi ancora pietà.

La risposta a tutte le nostre domande, a tutti i nostri bisogni è Gesù, tuo figlio che ci hai mandato per convincerci che ci ami davvero e che la parola si è fatta carne perchè potessimo vedere attraverso di lui il tuo cuore di padre e di madre.
" Può una donna dimenticare suo figlio? Quand'anche se ne dimenticasse io non ti dimenticherò mai! e poi " Chi è quel padre che se gli chiedi un pane ti darà una pietra?" " Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto" Quando pregate non sprecate parole ma dite Abba', Padre nostro"
E questa mattina, dopo una notte angosciosa, continuavo a ripetermele queste parole imparate a memoria a ripeterle a te per ricordartele, qualora te ne fossi dimenticato.
Stavo male, tanto male che mi sono messa a piangere nel non sentirmi ascoltata.
Un calvario una tortura che non conosce la fine.
Poi ho letto il vangelo e mi sono venute in mente le parole di Giuda quando ha criticato lo sperpero del denaro usato per comprare il vasetto di nardo purissimo che Maria aveva usato per ungerti i piedi.
Ho pensato che il mio star male era la conseguenza di una fatica a cui mi ero sottoposta per avvicinarmi a persone bisognose di una casa di Betania da cui sentirsi accolti , una casa dove spezzare il pane della fatica del dolore, del bisogno di essere ascoltati, una casa dove puoi essere te stesso perchè sei tra amici.

Il mio corpo era quel purissimo nardo, Dio mi perdoni, che ho messo sui piedi dei tanti Gesù che avevo incontrato in questi giorni, volutamente ospitati, ascoltati, accolti nella mia casa, che sono costati un prezzo troppo elevato nel peggioramento delle mie condizioni di salute.
Non è mai troppo alto il prezzo pagato per il mio Signore, ho pensato, e ho goduto di quell' illuminazione che mi faceva vedere da un' angolazione speciale il senso di tanto soffrire.

lunedì 2 dicembre 2019

Luce


“Venite camminiamo nella luce del Signore”(Is 2,5)
Le letture dell’ultima settimana dell’anno liturgico sono state caratterizzate dalla luce che emana dalla casa di Dio che diventa la nostra casa.
La luce è indispensabile per poter vivere senza inciampare e farsi male.
“Il popolo che viveva nelle tenebre vide una grande luce” c’è scritto a proposito del Salvatore.
La cometa, Maria è la luce che indica la strada per entrare nella grotta e adorare Gesù.
“Lampada ai miei passi è la tua parola” .
La Parola di Dio è la luce che ci guida, in questo periodo di attesa per non sbagliare strada e arrivare certi a destinazione.
” Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli, ad esso affluiranno tutte le genti” .
Certo che questo avviene alla fine dei giorni, ma oggi, come cercare e trovare la strada per entrare nel tempio del nostro Dio?
Il seme è nascosto nella terra, non si vedono nè fiori, nè foglie, ma c’è chi lo custodiscee lo porta alla luce.
E’ Maria il candelabro su cui la fiamma accesa risplenderà per tutti i popoli della terra.
Maria vergine dell’attesa.
Per ora ci dobbiamo fidare e metterci in cammino, con lei che per prima ebbe il privilegio di accogliere e custodire la Parola e donarla al mondo.
Metterci in cammino, non da soli, tentazione che spesso ci fa sbagliare strada, ma insieme a trutti quelli che cercano la luce che non tramonta, a tutti quelli che vogliono stabilmente abitare la città di Dio.
Non è un caso che io sia sottoposta ad un intervento agli occhi, perchè la visione offuscata migliori a tal punto da farmi evitare di cadere.
Voglio iniziare questo cammino quindi partendo dai segni che la mia storia mi rimanda, segni di confusione, caligine, nebbia, distorsioni, dovute a malattie dell’occhio alcune irreversibili.
Voglio partire dal mio bisogno di luce, dal mio limite, dalla mia cecità, riconoscendomi peccatrice, lasciandomi guidare da chi vede la strada e mi può aiutare nel percorrerla fino in fondo.
Mi voglio affidare a Maria, colei che disse sì ad un progetto che la coinvolgeva e la superava, fidandosi del suo Creatore.
” Ha guardato l’umiltà della sua serva”
L’8 dicembre celebriamo la sua Immacolata Concezione, la veste che a noi è data nel Battesimo, la vita nuova che ci permette di riconoscere di chi fidarci, a chi affidarci e quale deve essere l’abito giusto per arrivare alla grotta.
Stranamente la meta del Natale è la grotta, un luogo scarsamente illuminato, maleodorante, piccolo e scomodo, che sembra stridere con l’immagine della città del Signore posta sul monte a cui il profeta Isaia fa riferimento per invitarci a metterci in viaggio.
La luce di cui abbiamo bisogno è quella che illumina il nostro bisogno di metterci in cammino.
Il centurione non chiede a Gesù nulla ma segnala come fece Maria alle nozze di Cana, a Gesù che il suo servo è malato e non può assolvere alle sue funzioni, come a Cana la festa senza vino non poteva più dare ciò per cui era stata organizzata: la gioia
Gesù è colui che restituisce ad ognuno la sua identità, funzione, Gesù è la luce che illumina la nostra vita, da dentro sì che fuori si possa distinguere.
Ognuno di noi diventa luce per gli sbandati della notte se rimaniamo in ascolto della Parola che ci annuncia la Sua venuta.

mercoledì 28 agosto 2019

I SEPOLCRI IMBIANCATI


“ Vi abbiamo incoraggiato a comportarvi in maniera degna di Dio” (1Ts 2,12)


C'è un lavoro materiale e uno spirituale non meno impegnativo e sfiancante.
Sono stata messa in pensione, mio malgrado,prima del tempo, per incapacità di deambulare ( come se per insegnare italiano, latino, greco, storia e geografia servissero le gambe!) e oggi sono per il mondo una "una che non lavora".
Da quella che ritenni una iattura, la fine di ogni attività utile e proficua, cominciò un travaglio doloroso che mi portò a scoprire un altro modo di servire gli altri, lasciandomi addomesticare da Dio.
Il Vangelo di oggi parla dei sepolcri imbiancati, dei farisei di tutti i tempi, che curano l'immagine esteriore e coprono il putridume che è dentro di loro.
In effetti questo tipo di lavoro lo facciamo tutti, la cosiddetta arte della rimozione, del nascondere prima di tutto a noi stessi le cose che non vanno e che non ci piacciono di noi.
Per anni ho lavorato alla mia immagine perché chi mi vedeva non fosse scandalizzato e non mi giudicasse negativamente.
Un'operazione di maquillage continua che oggi è di moda, dai più grandi ai più piccoli.
La paura di stare sola con la vera Antonietta mi ha provocato sofferenze inaudite e un faticoso viaggio nelle mie viscere per conoscere la verità che mi faceva paura.
La morte di mio fratello mi mise di fronte all'irrimediabile, a ciò che non potei evitare, aggiustare.
È stata dura riconoscere che ci sono cose che non si possono coprire con una mano di vernice.
Ma la sete di verità non mi ha abbandonato, una sete che man mano che procedevo, diventava sempre più grande.
La ricerca dell'acqua per scrostare, pulire, purificare, per dissetarmi, dopo un interminabile cammino nel deserto delle relazioni interrotte, nel silenzio degli uomini e di Dio che non rispondeva al mio disperato grido d'aiuto, si è fermata davanti ad un Crocifisso.
Voglio ringraziare il Signore che non mi ha ingannato indorandomi la pillola, ma mi ha parlato con un linguaggio adulto, fermo, vero della morte prima che della resurrezione.
Se non accetti la realtà della morte non puoi entrare nel mistero della vita.
Ci sono cose destinate naturalmente a morire, ma che noi volutamente censuriamo per paura di perdere la nostra identità, quando la facciamo coincidere con il lato esteriore: il nome, la posizione sociale, il ruolo, l'età, la salute e quant'altro.
Se c'è qualcosa, che continua a vivere e che dobbiamo cercare di custodire e usare in tempo di fame, è la memoria.
La memoria di tanti Suoi benefici rende immortali gli uomini, tutti, non solo quelli famosi.
Perché se gli uomini dimenticano chi non ha compiuto grandi imprese o fatto cose straordinarie, Dio non dimentica.
“Può una madre dimenticare suo figlio? Quand'anche se ne dimenticasse, io non ti dimenticherò mai!"è scritto.
La madre è l'unica persona che ha dimestichezza, familiarità con la nostra nudità, specie quando siamo piccoli, l'unica autorizzata a pulirci quando ci sporchiamo, l'unica che si rende conto che lo sporco non ci fa stare tranquilli.
Dio è padre e madre e come tale non ci costruisce bare, sepolcri per non sentire il cattivo odore, ma apre i nostri sepolcri e dà vita alle nostre ossa inaridite.
Dio è amore.
È l'amore che apre i sepolcri e ci fa risuscitare.
Oggi che sono in pensione per il mondo, dovrei stare a riposo, ma mai nella mia vita ho lavorato tanto di notte e di giorno per qualcosa che non è mio, per qualcuno che visibilmente e tangibilmente non mi dà uno stipendio .
Dico questo perché la retribuzione è dentro il fare, è dentro la vita che continuamente si rinnova attraverso di Lui.
"Io sono tu che mi fai".
Esistere è opera sua. Per esistere è necessario mi faccia plasmare da Lui, che affini le orecchie e mi metta in ascolto di quello che dice.
Se ci mettiamo in autentico ascolto impareremo a distinguere i veri dai falsi profeti e cesseremo di mandare a morte l'unico vero Profeta che è Cristo Gesù figlio di Dio, venuto a svelarci chi siamo.

domenica 18 agosto 2019

SPOSTAMENTI



Image for Dove posare il capo
Meditazioni sulla liturgia di
Sabato XIX TO 
” Temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà"(Gs 24,14)
Siamo soliti dare la colpa agli altri di quello che ci succede.
Ai nostri genitori, agli antenati, alle condizioni difficili in cui ci siamo trovati per l’imperizia o il peccato di chi ci ha preceduto.
In questo modo ci esoneriamo dall’esame di coscienza e, con lo sguardo fisso alla terra che ci è stata sottratta o consegnata piena di rovi e spine, non guardiamo a ciò che abbiamo, ciò che Dio continua a seminare nei nostri cuori attraverso la sua parola.
Non guardiamo, non apprezziamo la nuova terra che con il Battesimo ci ha riconsegnato da coltivare e far fruttificare con il suo aiuto.
La vita è un viaggio attraverso il deserto che, guarda caso, è terra non produttiva dove non si vive bene, che devi attraversare per poter apprezzare che non sei solo e e che Dio è con te, ti accompagna e ti nutre e ti parla e ti è fedele sempre, anche quando i tuoi ti abbandonano o tu abbandoni ciò che è giusto e salutare, e ti prostituisci a idoli muti.
Mi ha sempre affascinato l’idea della terra donata da Dio, la terra con cui mi ha impastato, la terra su cui ha soffiato il Suo Spirito senza stancarsi.
Siamo suoi figli e, se a un genitore può capitare che si dia per vinto di fronte al comportamento ingiusto del figlio, Dio non si arrende e continua a gettare il suo seme, continua a dare vita al mondo.
Se i nostri antenati hanno mangiato l’uva acerba non dobbiamo più dire che i denti dei figli si sono allegati, perché la responsabilità è personale e, prima di Cristo, Ezechiele ce lo ricorda in un tempo in cui la schiavitù avevo reso molli le braccia, rarefatto la preghiera, spento la speranza.
Le letture di oggi ci invitano a guardare avanti e ad agire secondo quello che dice il Signore.
“Lasciate che i bambini vengano a me”.
Cominciamo da qui; dal parlare di Dio ai nostri figli, a portarli con noi quando andiamo alla messa, spiegandogli con parole semplici ciò che il sacerdote dice e fa, preghiamo insieme a loro, al mattino alla sera e in ogni occasione bella o brutta che stiamo vivendo.
Insegniamo la gratitudine per quello che abbiamo ricevuto, non lamentandoci di quello che ci manca, invitiamoli a fare altrettanto a suggello della giornata.
Il nostro compito è di portare i bambini a Dio e non a noi stessi e a infondere in loro la fede che Dio ci ama e che non ci lascia soli neanche un momento.
Leggendo il vangelo, però, la prima cosa che mi è venuta in mente non è tanto il dovere che ho di portare a Lui i bambini, quanto quello di ringraziare Maria che mi ha portato Gesù.
Ieri, quando mio marito me L’ ha portato a casa mi sono commossa tanto da rimanere senza parole, mentre le lacrime parlavano al posto mio.
Non me l’aspettavo perché Gianni non è ministro straordinario dell’Eucaristia e perché, sollecitato più volte da don Ermete a che comprasse un portaostie perché non fossi privata del dono del Corpo di Cristo quando sto male, non aveva ancora comperato nulla, preso com’è stato a provvedere ai miei bisogni materiali, che in questi ultimi giorni gli hanno impedito anche di lavorare.
Ebbene ci ha pensato il Signore a risolvere il tutto, facendogli trovare una persona, presente per caso a quell’ora di quella messa, che di portaostie ne aveva tre e abitava vicino, sì che è andato a prenderglielo e glielo ha regalato.
Gesù si è spostato ed è venuto da me, è entrato nella mia casa, mi ha scaldato il cuore prima ancora di aprire la piccola teca.
Ho percepito la mia indegnità mai come ieri sera, perché mai avrei pensato che il Dio dell’universo, Creatore e Signore di tutte le cose, si sarebbe spostato per venire di persona a casa mia.
Avevo polemizzato tempo addietro, quando nella mia chiesa il sacerdote aveva spostato il crocifisso grande issato sopra l’altare e lo aveva messo su una parete laterale della navata.
Il crocifisso su cui avevo alzato lo sguardo il giorno della mia conversione!
Mi sembrava un atto blasfemo perché era come sminuirne il valore per mettere al posto suo un’ altra immagine.
Poi però mi sono accorta che la nuova posizione era vicino alla sedia dove sono solita sedermi e che il trasloco mi aveva giovato, perché Gesù ce l’avevo vicino e finalmente potevo vedere i segni della sua passione, i chiodi e le spine, il volto reclinato, le braccia distese, concedendomi un’intimità che non conoscevo.
Gesù era sceso dal suo piedistallo e si era fatto più vicino, per me che non distinguo i contorni delle cose quando sono distanti, con o senza occhiali, si è fatto carico del mio bisogno di uno spazio più ristretto per adorarlo e comunicarmi il suo amore.
Ho pensato che alla risonanza magnetica di qualche giorno fa, in cui dovevo passare due ore, con l’aiuto di tanti fratelli che si sono messi a pregare perché fosse possibile, non a caso mi si è presentato mentre il mare era in tempesta, grande, avvolgente, caldo che mi prendeva per mano e mi diceva “Non temere, sono qui, non avere paura”.
Si era spostato di nuovo per stare vicino a me.
Il mio grazie è andato a Maria che me l’aveva portato dopo tante notti insonni in cui dicevo rosari di avemarie per poter dire il Padre Nostro.
Penso a quanto mi è stata vicina questa Madre che mi ha portato Gesù, madre da me tante volte invocata negli ultimi tempi, ma da sempre pregata nella mia famiglia d’origine, da mia madre che ogni notte assolveva al voto fatto per la salvezza dell’anima dei suoi figli, sgranando non so quante avemarie.
Penso a mio padre avanti negli anni che mi confidava quanto gli fosse d’aiuto rivolgersi alla Madonna quando sentiva le fitte del cuore malato diventare spade conficcate nel corpo.
Penso al piccolo segno di croce che mia madre imprimeva sulle nostre fronti prima di andare a dormire, al nome Maria che portiamo noi tre sorelle, alla bottiglia piena di acqua di Lourdes che papà mi versò tutta mentre mi divincolavo nel letto presa da grandi dolori.
Allora pensavo che l’effetto era deleterio, visto che le malattie aumentavano in proporzione delle preghiere.
Quanto ero distante dalla verità!
Non c’è dubbio che Maria alla quale ci siamo consacrati sia stata la scala che ci ha portato a Gesù, senza farci salire, ma facendogli spazio per farlo scendere perché lo stringessimo al petto e fossimo scaldati dal suo calore.
Image for Preghiera a Maria, regina della famiglia

martedì 6 agosto 2019

Salire



"Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare"(Lc 9,28)

Per conoscerti, per incontrarti Signore, sembra che l'unica strada sia salire.
Salire su un monte più o meno alto, ma salire, scomodarsi, se così si può dire.
Anche Abramo fu mandato sul monte per immolare il suo unico figlio e provarti la sua fiducia illimitata in te che salvi.
Oggi la liturgia ci mette di fronte un'altra montagna dove ti sei trasfigurato davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni.
Una montagna che rimanda ad un altra che fece da sfondo alla tua crocifissione.
Quante montagne Signore ci metti davanti per meditare i misteri del regno, per provare a noi che tu sei un Dio fedele sempre.
Questa mattina, pensando ai misteri gloriosi del rosario, mi è venuto in mente che dei cinque solo in uno si dice che scendi, il terzo, quando meditiamo la discesa dello Spirito Santo su Maria vergine e gli apostoli.
Nel cimitero , sicuramente posto in un luogo appartato e forse un po' elevato della città, come tutti i cimiteri che conosco, gli apostoli non ti trovano, e poi quando ci si abitua a stare con te te ne vai, ascendendo in cielo.
Il cielo sembra la tua patria stabile, quella che anche a noi hai destinato.
Maria infatti fu assunta in cielo e lì incoronata, il cielo luogo che aspetta ogni credente perchè a tutti quelli che ascoltano e mettono in pratica i tuoi precetti hai destinato un trono di gloria.
Penso a questa vita fatta di tante montagne, arrampicamenti dolorosi, insidiosi, lunghi e difficili, penso alla ricerca continua di qualcuno che mi parli, che mi faccia esistere, alla mia paura di rimanere sola, la stessa che colpì mia madre, e mi spaventa il pensiero che non sempre mi basti Signore.
Non mi basta sapere che verrai, non mi basta sapere che sei venuto, desidero che tu rimanga con me sempre e invece, quando più ne sento il bisogno, tu scompari.
A Mosè ti sei fatto vedere di spalle, perchè non avrebbe retto a tanta bellezza, a tanto splendore, sei passato e hai lasciato la nostalgia di un evento che poi cerchiamo tutta la vita perchè si ripeta.
Hai fatto lo stesso con gli apostoli, sul monte della trasfigurazione e proprio quando ci stavano a prendere gusto, sì da desiderare di rimanerci per sempre sospesi in quell'angolo di cielo, lontani dalle beghe di ogni giorno, torna tutto come prima e la quotidianità prende il sopravvento.
La voce che viene dal cielo e che ti definisce ci invita all' ascolto.
La. Scrittura ci mette in guardia da chi siamo tentati di ascoltare e oggi ci pone davanti la voce da riconoscere come quella che esprime la divina volontà del Padre che ama a tal punto i figli da riscattarli e perdonarli senza niente in cambio.
Salire, ascoltare, ricordare, questa è la nostra nostra vita. Anche quando saliremo con te sul Golgota, dovremo ancora tacere, ascoltare, guardare a colui che hanno trafitto, alzare gli occhi al cielo dov'è la nostra vera patria.
Signore sono qui, in questo piccolo angolo di mondo, una dei tanti per cui tu ti sei immolato.
Sono qui oppressa dalla fatica di salire e sempre salire. Chiamami in disparte Signore e fammi riposare un po'.
Lo hai detto ai tuoi apostoli dopo che li hai visti affaticati dal servizio alla tua parola prolungato nel tempo sì che non avevano più tempo neanche di mangiare.
Non scomparire ti prego, Signore, così presto, rimani ancora un po' a tenermi compagnia.

sabato 27 luglio 2019

Grano e zizzania


MEDITAZIONI sulla liturgia 
di sabato della XVI settimana del TO 


"Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò".( Mt 13,25)

Il regno di Dio è come il lievito... il regno di Dio è come un granello di senapa....parole che ti aprono il cuore alla speranza che accada quello che non vedi, che si trasformi questa terra arida deserta e senza germogli in un grande e lussureggiante giardino.
Ma Gesù oggi non comincia con le notizie belle e rassicuranti ma con qualcosa che ci turba fortemente.
La zizzania è qualcosa che temiamo, che teme qualsiasi contadino perchè può rovinare, quando è tanta, tutto il raccolto.
Il contadino tende ad estirparla man mano che si accorge che prende piede, ma Dio sa di cosa abbiamo bisogno e aspetta.
Non è forse vero che gli ostacoli, le tribolazioni ci rendono più forti se affrontati con Dio a fianco?
Non è forse vero che peccatori incalliti si convertano toccati da un gesto, una parola inaspettata che non li giudica, da un gesto di amore, di compassione, dall'esempio di qualche timorato di Dio?
Può anche darsi che accada il contrario e che il grano diventi zizzania, si trasformi, fino a meritare le pene dell'inferno.
"Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare...."(1Pt 5,7)
Bisogna essere vigilanti e non abbassare mai la guardia perchè la morte ci può cogliere all'improvviso.
Certo che non possiamo passare la vita nella paura che ci succeda qualcosa di irreversibile, perchè anticiperemmo l'inferno, cosa che a Dio non piace.
Il nostro creatore che Gesù ci ha insegnato a chiamare Padre non sa che farsene di figli che vivono spaventati e tristi e tramano alle sue spalle.
La vita con Dio è gioia, bellezza, amore, pace, comunione e tutto ciò che di bello e di buono possiamo augurarci.
La vita con Dio è come la vita di due innamorati, appena scocca la scintilla, innamorati che fanno esperienza di eternità, di infinito, di trascendenza, di uno e distinto, di comunione, in una parola fanno esperienza di paradiso.
La gioia è il distintivo del cristiano.
La gioia di averlo incontrato, la gioia di saperlo sempre vicino, perchè il suo nome è "Io sono, io ci sto, io esisto"per te per tutti quelli che mi apriranno la porta.
Si può con Lui vivere in un campo dove il nemico semina la zizzania senza paura di essere fagocitati, ma riuscendo man mano a guadagnare terreno, rinforzando le nostre radici con l'ascolto attento della parola e con la volontà di metterla in pratica.
"Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?"(Rm 8,31)
Mi viene in mente la sorpresa e la gioia che mi hanno dato le parole di una giovane commessa di un grande centro commerciale, incontrata ieri, mentre mio marito spingeva la mia sedia a rotelle..
Per me era un illustre sconosciuta ma lei ben si ricordava di me se mi ha detto:" Lei è la signora che crede che l'umanità sia positiva!"
Non sapendo cosa rispondere perchè non ricordavo affatto l'incontro nè la persona, ma ero certa di pensarla in quel modo le ho risposto;" Perchè tu no?"
"Da quando lei mi ha parlato anche io ho cominciato a crederci. E pensare che mi sentivo tutto il mondo contro!"
"Di certo questo è un miracolo!" ho pensato, ma poi mi sono ricordata le parole del vangelo e di come Dio, se rimaniamo con Lui, se facciamo parlare Lui, rende efficaci le nostre parole perchè la zizzania non prenda piede.
"Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio." (Rm 8,26-27)
troviamo scritto proprio oggi.

lunedì 22 luglio 2019

Il custode del giardino





Giovanni 20,1.11-18


Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.


Maria stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”.


Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”.


Gesù le disse: “Maria!”. Essa allora voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”.


Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto.




Non è un caso che Gesù si mostri per primo ad una donna, la Maddalena, una peccatrice su cui si è posato il suo sguardo misericordioso; non sembra strano che la donna lo cerchi in un cimitero, dentro al sepolcro di un passato che non ritorna.


Spesso ci accade che Gesù non lo troviamo perchè il lutto, la prova, ci fanno ripiegare su noi stessi, nel rimpianto di ciò che non c'è più e ci impediscono di guardare nella giusta direzione.


Gesù appare alla Maddalena, ma lei non lo riconosce. Come potrebbe pensare che sia proprio Lui, il custode del giardino?


Eppure in un giardino, quello dell'Eden, si è consumata la prima colpa, a causa di una donna è avvenuto lo strappo, la separazione dell'uomo dal Suo creatore e in un giardino si doveva ricomporre l'unità originaria.


Grande il peccato, grande l'amore di chi ha sentito lo sguardo dello Sposo posarsi sulle ferite di una vita lontana da Lui.


La donna pensa di non potersi più specchiare in quello sguardo, spento per sempre dalla morte. Per questo ne cerca il corpo senza vita: per portarselo via e non staccarsene mai più.


Magra consolazione per chi ha sentito quell'Amore,  più grande.


Le lacrime le offuscano la vista, e quando incontra Gesù, non lo riconosce.


Ma il Signore ha un arma speciale, che apre gli occhi e il cuore: la PAROLA.


"Maria!" "Rabbuni!"


La voce del Maestro è inconfondibile.


Travolta dall'emozione la donna lo abbraccia e vorrebbe fermare quell'attimo, all'infinito, ma Gesù non si lascia trattenere.


Non possiamo impossessarci di Dio. Dobbiamo continuare a cercarlo, come la sposa e lo sposo del Cantico dei Cantici.


L'amore è un rincorrersi, un nascondersi, un ritrovarsi per poi staccarsi di nuovo e mettersi di nuovo in cammino, per provare di nuovo la gioia dell'abbraccio, dopo una ricerca faticosa e a volte infruttuosa.


Gesù ci aspetta lì dove non ci aspettiamo di trovarlo. Apriamo il cuore alla meraviglia e allo stupore per la cosa nuova che trae dal suo cappello di giocoliere infaticabile e fantasioso.


Dio ha cura dei suoi figli e li ama tutti; ma allo spettacolo si divertono solo quelli che riescono a tornare bambini.


Lui, Dio dei vivi e non dei morti, ci invita nel giardino, che ci ha destinato e di cui continua a prendersi cura.


Ascoltiamo cosa ha da dirci.


Nella Scrittura c'è sempre una parola rivolta a noi, una parola che ci asciuga le lacrime e ci riempie il cuore di gioia

venerdì 28 giugno 2019

La ferita

SACRATISSIMO CUORE DI GESU'



Un soldato gli trafisse il costato con la lancia
e subito ne uscì sangue e acqua. (Gv 19,34) 


Oggi, festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, è la nostra festa, Gesù ci invita a fare festa e a contemplare le meraviglie del suo amore, entrando nel Suo cuore: cuore di padre, cuore di figlio, cuore di fratello, cuore di sposo.
E' un cuore sanguinante quello che ci si presenta, un cuore che si fa dono attraverso una ferita, l'ultima e la più crudele, infertagli. Una ferita da cui continua a sgorgare sangue e acqua, come accade quando nasce un bambino.
Da quel foro dobbiamo passare, un foro piccolo per chi si sente grande, un foro grande per chi è riuscito a farsi piccolo, a ritornare bambino, a rientrare nell'utero che lo ha generato.
Ho pensato a Nicodemo quando ha chiesto a Gesù se rinascere dall'alto significava rientrare nell'utero della madre.
Non sapeva Nicodemo che per avere la vita non basta un utero che ti ha accolto e nutrito, ma un cuore che ti ha scelto e amato per primo.
Una cosa che accomuna i genitori è il cuore e quello di Dio è cuore di madre e di padre, cuore che trabocca d'amore per ogni suo figlio.
Oggi voglio entrare nel mistero dell'amore di Dio, un mistero troppo grande per me, che non ancora riesco a spogliarmi di tutto quello che è d'ostacolo ad entrare attraverso quella ferita.
Ho sete, ho fame, sono stanca di camminare sotto il peso di questa tenda che mi porto arrotolata sopra le spalle.
Tu mi chiami, tu ci chiami, Signore, a fare esperienza di te, del ristoro che tu prometti a chi entra.
Donaci, Signore, di spogliarci di tutto, perchè non vogliamo morire, stando lontano da te.

venerdì 7 giugno 2019

Collaborazione


Meditazione sulla liturgia
 di venerdì della VII settimana di Pasqua

" Quelli che lo incolpavano gli si misero attorno"(At 25,18)

La croce è il prezzo dell'amore, il prezzo della salvezza nostra e delle persone a noi affidate.
Paolo, folgorato sulla via di Damasco, non si arrestò di fronte agli ostacoli, alle persecuzioni che accompagnarono la sua testimonianza fino alla morte.
L'apostolo delle genti ha dimostrato con la sua vita quanto lo Spirito di Dio renda capaci di essere testimoni dell'amore fino a dare la vita per gli altri, come quelli che scelse per primo, tranne Giuda, il traditore.
Giovanni non sembra che sia stato ucciso, ma noi sappiamo che a volte la morte è un guadagno quando la vita ci consegna una croce pesante e il monte del calvario sembra non avere mai fine.
Oggi penso a Pietro, alla domanda che Gesù gli rivolge " Mi ami tu?" e al mandato che gli affida di pascere, dar da mangiare, far vivere il suo gregge.
Gesù ci dà il mandato indipendentemente dalla nostra capacità di amarlo, sarà lo Spirito Santo che ci allargherà il cuore come a Pietro, come ad ognuno di noi cui affida il compito, con il Battesimo di dare vita al suo gregge, darsi come cibo, diventare pane spezzato, sangue versato per i nostri fratelli.
Ci chiede di collaborare Gesù alla salvezza del mondo, come in una famiglia ognuno fa quello che può e sa fare a seconda dell'età delle forze e dell'esperienza, a seconda anche della docilità a farsi insegnare da ne chi sa di più e ne ha fatto esperienza per primo.
A chi è chiesto molto, a chi meno.
Perchè?
Quando ero piccola mi piaceva lavare i piatti, era un divertimento, specie quando ci mettevamo su uno sgabelo io e mio fratello a giocare con la schiuma del detersivo, facendo un pantano che poi mamma doveva asciugare.
Ma noi eravamo convinti di dare una mano e non ci ponevamo tanti problemi.
Mamma ci guardava benevola, contenta di vederci accordati nel desiderio di essere d'aiuto.
Poi, quando divenne più grande l'ultima nata, cominciarono i turni e il piacere divenne un impegno, un'imposizione, un dovere. Litigavamo sempre per ciò che spettava fare all'una o all'altra, mio fratello era fuori discussione essendo maschio, e ci siamo persi così gli anni migliori, nemiche fin dal grembo materno.
Perché questa sorella, nascendo mi aveva tolto il posto che occupavo fino a quel momento nella casa, nella priorità delle attenzioni di mamma, papà, dei nonni, essendosi ammalata poco dopo la nascita di una grave malattia che concentrò le cure della famiglia tutte su di lei.
L'amore, la gratuità senza mugugni furono soppiantati dal latte inquinato dall'invidia, dal desiderio di prevalere, dalla divisione che provoca l'avere, il possedere di più.
Gesù oggi ci chiede di amarlo così come siamo capaci e di lasciarci guidare da Lui per aumentare la nostra capacità di rispondere sì a qualunque cosa ci chieda.
"Che siano una cosa sola con noi", chiede al Padre prima di congedarsi dai suoi discepoli, e anche quelli che crederanno alle loro parole saranno beneficiari del suo perdono, dela Sua grazia.
Così oggi voglio chiedere perdono a Gesù per tutte le volte che ho litigato con mia sorella, per tutte le volte che mia madre, mia nonna e tutti i miei antenati non hanno fatto comunione, non hanno gratuitamente dato, non hanno collaborato alla giustizia, alla verità, alla bellezza e alla pace che viene solo da Lui.
Voglio chiedere perdono per tutte le maldicenze, i giudizi e i pregiudizi di cui io mi sono resa colpevole e di tutte le modalità colpevoli che ho ereditato, modalità che hanno portato alla divisione, alla rottura, alla condanna a morte del proprio fratello.
Quanto poco amore Signore c'è nella mia storia, quanto poco amore ho dato al mio sposo, alla mia nuova famiglia prima di conoscerti!
Ma noi sappiamo, crediamo che il nostro piccolo pezzo di legno, il braccio inaridito di creature focomeliche tu lo trasformerai in potenza e grazia, segno del tuo infinito amore, abbraccio sublime, eterno di cui ci renderai capaci.
Grazie Signore per il tuo sì al Padre.
Grazie Maria per il tuo sì allo Spirito di Dio.

domenica 2 giugno 2019

"Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo"




 (Mt 28,19.20)
Alleluia, alleluia.
Andate e fate discepoli tutti i popoli, dice il Signore,
ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo.
Alleluia.  


Gesù ha finito le sue catechesi e se ne torna da dove è venuto.
Abbiamo gioito, pianto, riso, dormito e mangiato con Lui.
Ci siamo abbeverati alla sua fonte, lo abbiamo seguito per le strade della Galilea e della Giudea, lo abbiamo ascoltato e ci siamo sentiti beati quando le sue parole ci ridavano speranza, coraggio, forza, fede per continuare senza smarrimenti o cadute improvvise il nostro viaggio alla volta del cielo, il nostro pellegrinaggio su questa terra buia e tenebrosa, su questo percorso pieno di insidie e irto di ostacoli.
Lo abbiamo seguito fin sotto la croce e ci siamo indignati per il comportamento di chi lo ha condannato, tradito, dimenticato.
Ci siamo indignati con Lui quando l'ipocrisia nascondeva il vero culto, l'unico culto che Dio vuole.
Cosa in questo anno io non ho fatto per non perdermi neanche uno iota del suo insegnamento?
Di notte , quando il dolore mi assale e i nemici ci inzuppano il pane, quando il silenzio amplifica il grido, l'urlo del corpo, a LUI si stringe l'anima mia, a Sua madre chiedo la mano perchè la posi sui miei occhi e me li chiuda per poter riposare almeno un poco.
Come facevo da bambina quando la sera chiamavo la zia a cui ero affidata per sentire il calore delle sue dita premute sugli occhi.
Non ne avevo bisogno quando mia madre era vicina, quando d'estate tornavo a casa e dormivamo noi figli tutti nella stessa stanza dei genitori.

Don Ermete ha ribadito che il giorno dell'Ascensione è fondamentale per meditare sul fatto che dobbiamo vivere con gli occhi rivolti al cielo, ma con i piedi ben piantati per terra, continuando la nostra vita ordinaria insieme a LUI.
Basta conservare la password per stare in cielo con i piedi per terra.
In fondo è un problema di connessione alla Sua rete disponibile, di cui dobbiamo conoscere la chiave d'accesso: il Suo Nome.
Così ci assicuriamo una catechesi permanente sull'amore di Dio testimoniato dal fatto che viviamo con per e in Cristo.
E la cosa più bella è che non dobbiamo temere vuoti di memoria come accade con l'avanzare degli anni.
Lo Spirito di Dio, il testimone ce lo ricorderà e ce lo renderà presente ogni volta che lo invochiamo.
Invocare lo Spirito di Dio è invocare, chiedere l'amore.
Tutti sentiamo dal primo vagito fino alla morte il desiderio, l'anelito ad essere amati senza condizioni, amati per quello che siamo non per quello che sappiamo o possiamo fare.
Se quindi il nome di Gesù ce lo dimentichiamo, non possiamo dimenticare l'anelito di vita iscritto in ogni cuore, anelito di sguardi, carezze,consigli, aiuto in tutte le nostre difficoltà, anelito di perdono, di alleanza, di comunione, di condivisione della nostra limitatezza.
Dio è grande, troppo per noi misere creature che non riusciamo a guardare oltre il nostro pollice, che invece di tenere gli occhi e il cuore proiettati nel cielo, continuiamo a tenere gli occhi fissi a terra, e a pensare che la nostra felicità derivi dal riuscire a stare in piedi e sovrastare gli altri per vedere più ampi squarci di terra e sentirsi migliori.

So Signore che ora tocca a noi dire e fare quello che tu hai fatto.
La prima cosa è credere che se lo dici è possibile che avvenga, è certo che avviene se ci dai un cuore di ascolto.
Tu ci farai capire che significa per una come me che non cammina e non si sposta se non per brevissimi tratti, che dimentica il più delle volte cose elementari, che non ha più parenti nè amici che le corrispondano, andare in tutto il mondo e proclamare il vangelo.
Solo se farai entrare il mondo nel mio cuore non dovrò andare lontano e potrò servirti anche se su una sedia a rotelle o appoggiata ad un deambulatore.

domenica 5 maggio 2019

"Mi vuoi bene?" (Gv 21,17)



Meditazioni sulla liturgia di
domenica della III settimana di Pasqua anno C

letture: At 5,27-32.40-41; Salmo 29; Ap 5, 11-14; Gv 21,1-19

" Sapevano bene che era il Signore"( Gv 21,12)

Non è così scontato amarti Signore, anche se ce lo domandi tu, dopo averci dato le prove che il tuo amore è grande, il tuo amore è per sempre, che mantieni le tue promesse, che hai testimoniato fino alla morte di croce quanto fossero vere le parole che ci dicevi.
Eppure non riusciamo a risponderti così come sarebbe giusto, opportuno, direi naturale.
Chi non ama la persona che si prende cura di noi, si spende e si sacrifica per noi, chi non ci giudica e ci ama anche se noi  spesso lo anteponiamo ad altri interessi?
Perchè Signore non ci riesce di amare come tu ci hai amato?
Perchè gli apostoli dopo aver vissuto con te, aver ascoltato le tue parole, aver assistito alla tua morte e alla tua resurrezione, dopo essere stati testimoni di tanti miracoli non riescono a rispondere con il verbo giusto?
Nella nostra lingua chiamiamo amore anche ciò che amore non è, perchè non ci sono vocaboli alternativi, così che diciamo di amare un gelato, le vacanze, la moglie o il marito di un altro, i nostri figli, il lavoro, i soldi, gli amici, i vestiti...
Abbiamo le idee confuse su questa parola che tanto ti sta a cuore Signore, parola che ti connota.
"Dio è amore" scrisse Giovanni a 4 anni,  nel suo disegno che raffigurava una coppia e un bambino con le lettere in stampatello incerte ancora perchè era la prima volta che si cimentava a scrivere.
Non ci aveva messo il fratello nato da poco e non ce lo mise per un bel pezzo quando raffigurava la sua famiglia perchè un Dio amore non poteva permettere che gli fosse sottratto da un estraneo l'amore dei genitori.
Tu oggi chiedi a Pietro e ad ognuno di noi se ti amiamo sopra ogni cosa e io come Pietro ti risponderei "Tu lo sai Signore quanto ti amo, conosci i miei limiti, la mia debolezza, la mia fragilità, i piccoli e grandi tradimenti quotidiani che non vorrei ma che purtroppo faccio. Ti amo come umanamente posso e so amarti"

Accetta questo mio piccolo amore e trasformalo Signore, come facesti con ognuno dei tuoi apostoli, aiutami a rinnegare me stessa e prendere questo piccolo amore sopra le spalle, la mia croce,  e a seguirti fino alla fine.
Le mie braccia cadenti, malate e incapaci di stendersi oltre i confini del mio piccolo mondo, innestate alle tue, potranno essere inchiodate alla tua croce, al tuo amore senza confini.
Signore come vorrei che la tua lingua diventasse la mia, come vorrei, quando mi chiedi se ti amo,  non aver alcun dubbio a risponderti con la vita.