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venerdì 10 aprile 2020

Venerdì santo



 








SFOGLIANDO IL DIARIO...

10 aprile 2009.
Venerdì Santo.
Ore 4:38.

"Ho sete".

Signore Gesù oggi la Chiesa commemora la tua morte e il racconto della tua passione viene letto per la terza volta nel giro di pochi giorni nelle chiese, un racconto che parla di sofferenza, di tradimento, di buio, di notte, di condanna inevitabile, di scelta, accettata, come conseguenza di quell' "Io sono" che scandalizzò i tuoi contemporanei più devoti.
Si Signore, tu hai patito le conseguenze di ciò che hai affermato, le conseguenze della verità che scomoda, che condanna, che rimette in discussione le sedimentate certezze.
Tu Signore non hai avuto paura di proclamare ciò che era giusto, bello, buono per l'uomo, perché l'uomo aprisse il suo cuore ad una parola di speranza, di vita, di riconciliazione, di perdono.
La tua verità è tutta in quel "Ho sete" che hai pronunciato sulla croce, una sete d'amore che ti ha spinto a venire tra noi, una sete che affondava le sue radici in una frattura, un terremoto, una perdita della casa originaria, il giardino in cui l'uomo poteva godere di tutto quello che tu gli avevi preparato.
Signore oggi che si celebrano i funerali delle vittime del terremoto di questa terra, dove tu mi hai concesso di abitare, mi viene in mente quella casa straordinaria, stupenda, bellissima che ad ogni uomo tu hai riconsegnato perché ne sei stato il custode.
Non voglio piangere oggi Signore per ciò che è stato distrutto, ma per gioire per tutto  ciò che tu hai costruito attraverso il tuo sacrificio.
La tua sete d'amore si doveva incontrare con un'altra sete, quella dell'uomo che nelle vicende più buie della sua vita, sente insopprimibile e primario il bisogno di avere qualcuno accanto con cui condividere il proprio dolore, quando tutto gli viene a mancare.
Hai chiesto che ti fossero vicini tuoi discepoli, che non si addormentassero quando il peso del nostro peccato ti stava schiacciando e ti ha fatto sudare sangue.
Ma sei rimasto solo a patire, sei rimasto solo con la tua angoscia, con tuo Padre che sentivi lontano.
L' hai detto sulla croce: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?"
Hai percepito la distanza infinita tra la tua sofferenza e la perfezione del Padre, Signore? 
Come un uomo può comprendere un Dio che soffre?
E tu che sei stato vero uomo e non hai mai smesso di esserlo, e anche vero Dio sapevi che avevamo bisogno di un sommo sacerdote, di un sacerdote perfetto che si facesse intermediario della nostra sete di giustizia, della nostra sete di senso, della nostra sete di amore gratuito, fedele, eterno.
Signore oggi, pensando ai funerali di Stato di tante vittime del terremoto, non mi sembra la liturgia della vita combaci con la liturgia codificata dalla Chiesa.
All'occhio di milioni di persone verranno mostrate tante bare questa mattina, tanti uomini morti senza colpa. 
Questa sera sarai tu ad essere mostrato alla devozione del popolo con l'adorazione della croce.
Gli uomini, l'Uomo.
E poi i sopravvissuti, quelli che hanno tanto  bisogno di chi dia loro la speranza che la Pasqua non finisce il venerdì Santo, che bisogna dolorosamente ma fermamente aspettare che passi il tempo necessario per rientrare in quel giardino e scoprire le tombe vuote e che quel vuoto è stato riempito da te Signore, che la tua sete ha generato una fonte inestinguibile di acqua alla quale attingere per non morire di sete.
Così è inevitabile, per chi ha aperto gli occhi del cuore, vedere, riconoscere nel luogo del lutto, nell'ora della prova, un Dio che dice insieme a noi che ha bisogno di qualcosa, che cerca la nostra brocca, per poterla riempire del vino della gioia per poter con noi celebrare in eterno e nozze con lo Sposo .
Signore tu hai sete, anche noi ne abbiamo.
Abbiamo sete di tante cose che ci sono venute a mancare, sete, non desiderio, sete.
La sete è soddisfatta dall'acqua  che è garanzia di vita.
Signore tu hai gridato fino all'ultimo la tua sete, quella sete che manifestasti alla Samaritana, quando la incontrasti al pozzo.
Era la stessa Signore che non ti si è mai spenta e che hai gridato dalla croce.
Tu hai sete dell'uomo hai sete dei tuoi figli perché vuoi che tornino in vita, che abbiano la vita.
Tu oggi ci chiedi di non piangere perché sei solidale con noi e con le nostre sofferenze e ci vuoi dire che, quando siamo nel deserto e serpenti velenosi ci mordono, dobbiamo sollevare lo sguardo e contemplare te che ti sei fatto simile a noi, ti sei fatto tu stesso peccato, perché attraverso la consapevolezza della nostra miseria, possiamo cantare la tua gloria e ritrovare la nostra casa.
Oggi si celebreranno i funerali di Stato delle vittime del terremoto.
Sul piazzale saranno disposte le bare e in deroga alla prassi liturgica che vieta il venerdì Santo di celebrare la messa, questa sera sarà celebrato in suffragio delle vittime.
Certo che il funerale senza la messa perde il suo significato di vittoria della vita sulla morte del sacrificio come offerta e dono per risorgere. 
Invece che adorare la croce getteranno incenso sulle bare, l'incenso che adoperiamo quando ci mettiamo di fronte a Dio.
Le bare saranno incensate, come sarà incensata la croce.
Che mistero tremendo e stupendo in cui perdersi e in cui ritrovarsi, in cui gettarsi incatenati e uscire fuori con le mani e piedi slegati, finalmente liberi!

Così dice il Signore:
«Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto.
Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito.
In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo.
In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità» (.Zc 12,10-11;13,1)



giovedì 26 dicembre 2019

Doni






SFOGLIANDO IL DIARIO...

26 dicembre 2008
Santo Stefano
ore 6:17.

"Chi persevererà fino alla fine sarà salvato."(Mt 24,13)

Ieri sera ho concluso la giornata chiedendomi se il Natale era tutte quelle cose che erano successe, quei no con i quali mi ero dovuta scontrare, se il Natale era il dolore la sofferenza, la percezione del mio limite e di quello degli altri.
Me lo sono chiesto anche se dentro avevo la pace e la serenità che può dare solo il Signore.
Mi meravigliavo che fosse così, perché non mi sentivo per niente brava, capace, ma Dio era dentro di me.
Lo sentivo che mi parlava, mi sosteneva, mi incoraggiava, mi consolava.
Lo sentivo che mi guardava come quando io guardo i bambini anche quando fanno i macelli, che mi viene di divorarli di baci.
Sentivo che avevo un Padre che si preoccupava di me, che vigilava sul mio cammino e continuava a ripetermi: "Non temere io ho vinto il mondo".
Le sue parole di speranza risuonavano dentro il mio cuore, offuscando e coprendo le mie di autocommiserazione, di rivalsa e di lamento per le cose che avrei voluto dire, fare, pensare.
Perciò ieri sera mi chiedevo in cosa consistesse il Natale, ma non ho trovato risposta.
Avevo vissuto giorni di grande tensione verso questa che è la festa più bella dell'anno.
Il dolore mi aveva accompagnato, tormentato, logorato, schiacciata, schiantata.
Ho toccato l'apice la vigilia a sera, proprio come quando si partorisce che le forze di vengono meno e ti viene meno il respiro e non sai più che dire e non puoi più fare, perché la schiena ha detto basta.
Sono stata seduta, incollata alla sedia, la sera della vigilia, dopo aver fatto tutto, compreso togliere i frammenti delle uova sode cadute sul tappeto.
La Madonna stava per partorire nella grotta il Bambinello.
Ho pensato che stavo male, ma non ho associato il mio al suo dolore.
Mi sarebbe peraltro sembrato blasfemo.
Davanti agli occhi gli incarti dei troppi regali, le coccarde, i fiocchi, la confusione hanno contribuito a rendermi triste, perché in tutto quel ben di Dio riscontravo la nostra incapacità a vivere il Natale in modo autentico e vero.
Mi chiedevo perché il Natale dovesse essere per forza così, perché aumentare il numero delle portate a tavola o il numero delle cose inutili che siamo abituati a comperarci.
Perché aumentare il numero delle cose che abbiamo fino a farci venire la nausea?
Era quello il Natale?
Mangiare di più, comprare l'inutile, il superfluo per sé e per gli altri?
Perciò ero triste.
Ho detto alla fine della giornata di ieri, il 25. " Il prossimo Natale voglio che vada liscio, senza supplemento di cibo o di regali, perché siamo già sazi di tutto. Perché abbuffarci per farci venire la nausea e stare male? Il prossimo anno voglio andare alla messa di mezzanotte come fossi una sposa fresca e pura a incontrare il mio Signore, a condividere la gioia di una rinascita dall'alto di cui sento tanto il bisogno".
Era triste anche Giovanni quando ha visto quel ben di Dio.
Tanto che mi ha chiesto di andarcene in disparte a parlare un po'.
Il suo problema era come gestire il troppo che per lui non era tanto il cibo (ha mangiato solo quello che è abituato a mangiare. I dolci non gli piacciono e poi non è un mangione) quanto i regali.
Troppi!
Si sentiva smarrito Giovanni nel vederli e nel sentirsi tanto, troppo fortunato.
Così abbiamo parlato di felicità, di cosa rende felice un bambino.
Mi ero ricordata di quando, alla domanda su cosa rendesse felici (dopo una giornata da incubo a scartare i regali del compleanno) rispose: "un bacio un abbraccio o qualcuno che ti voglia bene o quando ti mostra il paradiso" e lo disegnò.
Erano le mie braccia tese quando gli davo qualcosa o la mia mano quando stringeva la sua nel momento del dolore e della sofferenza.
Il paradiso Giovanni ha capito in cosa consiste.
Del resto quando cominciò a voler disegnare, il suo pallino era di essere aderente alla realtà, di non trascurare nessun particolare, di comunicare ciò che aveva dentro.
Mi chiese di Dio come era fatto, poi decise che era luce e usò sempre il giallo per indicarlo, poi cominciò a mettere raggi dorati intorno agli angeli o ai personaggi buoni che erano però sempre sollevati da terra.
Dio era in quel giallo, in quei raggi.
Dio lo espresse in azione, a portare grande pace e serenità.
Così anche la nave che toglie dalle acque i rifiuti e li sputa nell'aria, mostra un pezzo di paradiso, quello dei pesciolini contenti, come i fiori che escono dal fucile dell'uomo bionico, servo di Erode, per far felici gli uomini, o quando tutti vanno d'accordo.
Giovanni non fa che disegnare il paradiso che ha un'unica faccia: quella del bene che vince il male, dell'amore che vince l'odio, dell'unione tra le persone.
La notte di Natale sul grande lettone, quando Gianni se n'è andato alla messa con gli altri  io e Giovanni abbiamo vissuto il paradiso, parlando di cosa rende felici, parlando di amore, di Gesù, di babbo Natale.
Giovanni per la prima volta mi ha chiesto di chi è figlio babbo Natale, da dove è venuto, dopo che io gli ho detto che ai miei tempi non c'era, che c'era solo la Befana.
Le letterine le scrivevamo a papà e le mettevamo sotto il suo tovagliolo di nascosto.
In quella letterina promettevamo di fare i buoni.
Il Natale era il momento dell'esame di coscienza, del pentimento e della promessa.
Eravamo in linea, adesso che ci penso, con ciò che la liturgia ci ha fatto vivere.
Il richiamo di Giovanni Battista al pentimento per preparare la via del signore.
Giovanni questo non l'ha capito, ma avrà tempo per farlo.
Io l'ho capito solo ora il senso di quanto facevo sessant'anni fa.
Non è mai tardi per ringraziare il Signore di quella povertà che ci faceva gustare il Natale come un dono speciale che viene dal cielo e che tangibilmente mi dava anche la percezione del buono, del bello, dell'abbondante dove ogni giorno combattevamo con la miseria più nera.
Come recuperare o far recuperare il senso del Natale?
Quest'anno è venuta la crisi e non a caso la storia si vendica e ci induce a riflettere su cosa sia essenziale.
Dicevo di questo Natale alla rovescia per poi imbattermi il giorno dopo nel martirio di Santo Stefano.
Allora ho detto che, se non ho fatto in tempo, non ho avuto modo di vivere il Natale autenticamente, non c'è speranza.
La festa è già finita.
Dalla capanna alla croce. Dalla speranza alla morte.
Un bel mistero!
Ma mi ha colpito il martirio di Stefano quando, mentre effondeva la vita diceva: "Ecco io contemplo i cieli aperti e il figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio".
Dicevo del partorire nel dare vita, di quello che ho sentito la notte della vigilia.
Il Natale è un partorire, un dare vita. Ecco perché il martirio di Santo Stefano a continuare a celebrare il Natale, fare festa davanti al Signore, gioire con lui perché la morte e la resurrezione sono la faccia di una stessa medaglia.
"Una spada ti trafiggerà l'anima".
Anche Maria nella notte fatata meditava tutte queste cose in silenzio quanto dicevano del suo Signore.


C'è ancora speranza?
Anzi adesso faccio come suggerisco alle coppie: "La fedeltà come il perdono sono doni dati, che ci toccano, non ce li può togliere nessuno. Allora Signore ti chiedo, pretendo (che brutta parola perdonami!) che tu mi dia ciò che già mi hai dato, ma che ho dimenticato come si usa, anche perché ho dato per scontato che avrei ricordato le istruzioni.
Signore ti prego non dimenticare il dono, ti prego aiutami a usarlo nel miglior modo possibile.

lunedì 16 dicembre 2019

"Con quale autorità fai queste cose?"(Mt 21,23)




SFOGLIANDO IL DIARIO...

14 dicembre 2015
lunedì della III settimana di Avvento
ore 7.15

"Con quale autorità fai queste cose?"(Mt 21,23)san Ma

Te lo chiesero scribi e farisei quando rovesciasti i banchi dei cambiavalute nel tempio e mandasti all'aria tutto ciò che era ormai consuetudine ritenere giusto e scontato.
Oggi non mi viene da chiederti con quale autorità sconvolgi la mia vita, mi fai cambiare direzione, mandi all'aria i miei progetti, mi rimetti continuamente in discussione.
Non te lo chiedo Signore perchè so che tu agisci per il mio bene che non vedo in questo momento ma che credo sia l'unico che mi può salvare.
Del mio tempio tu vuoi fare una casa di preghiera dove due o più si riuniscono nel tuo nome.
Molto spesso mi sento sola Signore in questa battaglia senza esclusione di colpi.
Il nemico ne inventa una ogni giorno e mi attacca lì dove sono più vulnerabile o dove e quando non me lo aspetto.
Ma io porto impresso nel mio corpo il tuo sigillo, porto il tuo nome Signore Dio degli eserciti e non voglio e non posso e non devo temere l'assalto degli arroganti, le loro trame di morte.
Tu sei il mio Salvatore Signore, e io aspetto che si compia su di me la tua volontà, la tua promessa di esserti sposa per sempre.
Voglio crederlo Signore anche se questo periodo di fidanzamento è turbato dalla mia incapacità di rimanere nel tuo amore, dal mio desiderio di cercare altrove ciò che per un poco e solo per un poco mi schioda dalla croce, dove sembra tu abbia costruito per me una casa per strare a me più vicino.
A volte mi viene da pensare che questa intimità che tu cerchi è solo condivisione di dolore e di morte.
A volte mi viene da dire che non è giusto che tu venga a visitarmi solo quando sto male e che vorrei essere invitata qualche volta a mangiare con te insieme a prostitute e peccatori.
E poi mi pento di averlo solo pensato perchè cosa dire della messa quotidiana in cui mi dai tutto ciò che mi serve per vivere al meglio l'amore ?
Cosa dirti Signore, questa mattina, che non ti abbia già detto?
Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi, quando del tuo tempio ho fatto mercato, una spelonca di ladri.
Tutto è tuo Signore e io non lo sapevo!
Ti lodo ti benedico e ti ringrazio perchè le tue benedizioni entrano rompendo i vetri.
Il cieco che tu hai guarito con del fango misto a saliva messo sugli occhi, sicuramente non avrebbe sentito la necessità di lavarsi, di purificarsi se tu non avessi rincarato la dose.
Io ero un osso duro, lo confesso, corazzata contro chiunque avesse tentato di entrare nella fortezza che mi ero costruita per non vedere, per non sentire, per non soffrire ancora di più.
Quanti anni passati a difendermi da te, dalla croce, dalle croci di cui il mio cammino era cosparso!
Tu Signore hai permesso che vagassi nel deserto, che sperimentassi il morso di serpenti velenosi, che soffrissi la fame, la sete, il freddo di notte, il caldo di giorno, la fatica dell'andare, senza orizzonte, senza meta.
L'hai permesso Signore perchè volevi mandare all'aria tutti quegli strumenti che io usavo per la mia gloria per il mio tornaconto, per l'io cresciuto a dismisura in anni di lotta titanica contro un invisibile nemico.
Quanta superbia Signore, quante cose sbagliate nella mia vita!
Eppure tu non ti stanchi di tornare all'attacco per conquistare definitivamente il mio cuore.
Un giorno ti vedrò mio Signore, rivestito di gloria e di splendore e mi farai tua sposa per sempre condividendo con me solo gioia, solo pace, sole senza tramonto nella casa che sarà la tua casa e casa di tutte le genti, perchè insieme proclameremo il tuo nome e ci prostreremo alla tua presenza.

sabato 14 dicembre 2019

Il fuoco



"Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto" (Mt 17,12)

Come si fa a riconoscere qualcuno  se non lo si conosce? 
Ci facciamo sempre un'idea sbagliata delle persone, della vita, di Dio, perchè partiamo da noi stessi e non da quello che vediamo, sentiamo, tocchiamo.
Quante volte usciamo scottati da qualche esperienza con i lividi addosso, tramortiti, eppure ci ricadiamo e non mettiamo mai giudizio.
Molte cose che ci fanno male noi continuiamo a sceglierle, a cibarcene e anche se portiamo sul corpo i segni delle scottature, delle esperienze dolorose a riguardo.
Ogni sera, quando mi metto di fronte al Signore per fare l'esame di coscienza, mi viene da piangere e piango realmente perchè, nonostante pentimenti e promesse, continuo a predicare bene e a razzolare male.
Guardo la mia miseria, il mio limite, la mia presunzione di essere brava, buona, utile per il mio Signore e mi riconosco peccatrice, malata, bisognosa di consolazioni e non di punizioni, bisognosa di conferme che c'è chi non mi giudica, ma mi ama a prescindere.
Le lacrime di pentimento si trasformano in torrenti di gratitudine, di dolcezza senza fine che mi rigenerano e lavano tutte le mie ferite.
Così, pur conoscendo il Signore, non mantengo viva la fiamma dell'amore per Lui, me ne allontano quando i pensieri e le faccende del mondo mi portano a correre e a non badare a chi ho al fianco.

Mi dispiace Signore, quando questo accade, e purtroppo accade spesso. 
Vorrei tanto bruciare d'amore per te sì da non dimenticare mai i segni del fuoco che in tante notti buie mi ha illuminato senza peraltro bruciarmi.
E tu sei fuoco che brucia, sei fuoco divorante e spesso vengo meno pensando a quanta grazia mi doni nelle notti appassionate di dolore senza confini.
Ti riconosco, stranamente, solo quando sto tanto male, perchè mi diventi più intimo, più vicino parli al mio cuore e sento di essere ossa delle tue ossa, carne della tua carne.
Ti riconosco Signore in questo dono che tu mi fai di rendermi partecipe del tuo dolore, della tua passione, della tua opera di redenzione per i fratelli lontani.
Eppure non mi sento nè brava nè buona, e spesso faccio quello che a te non piace o ometto di fare ciò che è giusto fare.
Non sono degna Signore di una scelta così impegnativa, di un mandato così coinvolgente e importante come quello che tu mi chiedi o immagino tu mi chieda, da quando ci siamo incontrati e conosciuti.
Tu mi hai scelto Signore, guardandomi.
Si è trattato sicuramente di uno sguardo quello che mi ha catturato e che mi fa desiderare di rifugiarmi nelle tue braccia ogni notte, senza paura di farmi male con i chiodi, le spine e lo stare con te, vicino a te, crocifissa per amore del tuo nome.

giovedì 31 ottobre 2019

"Benedetto colui che viene nel nome del Signore".(Lc 19,38)


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Meditazione sulla liturgia di
giovedì della XXX settimana del T.O.

"Benedetto colui che viene nel nome del Signore".(Lc 19,38)

Sono le parole con cui la folla accompagnò l'ingresso di Gesù a Gerusalemme.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore dovremmo dirlo tutti, dovremmo esultare quando Dio manda qualcuno a parlarci, a spronarci, a scuoterci perché vuole la nostra salvezza.
Tutti quelli che il Signore manda ad annunciare la liberazione dei prigionieri, un'era di salvezza, di gioia, di pace, di prosperità, nella giustizia e nella verità, sono veramente benedetti perché attraverso di loro Dio ci rassicura, ci conferma che ci vuole bene e ci vuole salvi.
A Gerusalemme Gesù dovette constatare come la sua missione profetica non potesse essere realizzata nei confronti delle persone a cui era stato mandato, se non morendo.
Nessuno è profeta in patria.
I suoi lo dichiararono pazzo e lo rifiutarono, il popolo d'Israele rappresentato dagli uomini della legge, scribi e farisei, lo osteggiarono con ogni mezzo, lo ridussero al silenzio, condannandolo a morte.
Il piccolo resto era molto piccolo sotto la croce, un resto tanto piccolo da far pensare ad un completo fallimento dell'opera di Dio.
La madre e un discepolo, il discepolo che Gesù amava, quello che non aveva mai avuto dubbi sull'amore di Gesù.
Due personaggi che per grazia, per fede, per vincolo di sangue, dovevano raccogliere il dono dello Spirito e portarlo al mondo.
L'amore legava la madre al figlio e l'amore legava il maestro al discepolo.
A loro Gesù affida il compito di distribuire la sua eredità a quelli che aspettavano la salvezza.
Quali armi, quali strumenti avevano i primi cristiani per convincere chi non aveva conosciuto, incontrato Gesù, chi non ne aveva mai sentito parlare?
Non c'erano né la radio né televisione né giornali, eppure il cristianesimo si estese a macchia d'olio accendendo di entusiasmo tanti affamati, assetati, nudi, perseguitati.
Perché il cristianesimo prese così fortemente piede?
Perché molti erano quelli che sentivano il bisogno di qualcosa che desse senso alla vita di povertà, di sottomissione, di persecuzione,vita avara di beni materiali, di pace, di giustizia, di verità.
Così l'oppio dei popoli trasformò tutti i diseredati in gente gioiosa che imparò a mettere in comune con gli altri quel poco che aveva, che imparò a collaborare, che trovò una nuova e incredibile forza nell'appartenere alla famiglia dei figli di Dio.
Cosa poteva fare uno Stato potente ma oppressore insaziabile, cosa poteva fare un governante straniero ad un popolo di salvati che aveva come signore e maestro Gesù, figlio di Dio morto e risorto per noi?
“Benedetto chi viene nel nome del Signore”.
Dio dà la grazia a chi la cerca, a chi la chiede, a chi l'accoglie con cuore sincero.
Perché tanta gente non è portata a credere?
Perché Dio è visto come un optional, un elemento di disturbo, come ingombro inutile?
Cosa impedisce agli uomini di inchinarsi di fronte a lui?
Forse la mancata percezione del proprio limite, l'illusione che a tutto c'è rimedio e che, se non è a portata di mano, sicuramente con qualche imbroglio, artificio, possiamo sperare di cavarcela, senza dovergli dire grazie.
La cultura del nostro tempo tende a soddisfare i nostri bisogni non reali ma indotti dai mass media.
Ci bombardano con tanta pubblicità su ciò che possiamo ottenere con il minimo sforzo e ci convincono che la felicità è nelle cose, non nelle persone.
Prodotti sempre più appetibili e sofisticati ci sono presentati come panacea, come rimedio a tutti i nostri mali.
Così perdiamo di vista ciò che ci manca realmente e non cerchiamo ciò che ci rende felici.
Per tanto tempo le conquiste per me ritenute importanti, quelle che pensavo mi dessero la felicità, non sono state altro che terremoti, che hanno intaccato fortemente le mie sicurezze.
L'amore non si può comprare.
Quando per tutta la vita ti sei sentito solo a combattere con chi attentava alla tua autonomia e ti usava, certo che pensavi potesse darti la felicità le cose che l'altro possedeva per esercitare su di te il suo potere.
Così per sfuggire dal potere degli altri hai cercato ciò che agli altri dava potere per esercitarlo a tua volta e sentirti forte.
Solitudini diverse ma sempre solitudini sono quelle in cui il rapporto è con le cose e non con le persone.
Anzi quando il potere è nelle tue mani, perché possiedi gli strumenti per esercitarlo, ti senti più solo di quando qualcuno lo esercitava su di te, perché almeno ti faceva esistere, perché gli servivi.
La casa, il figlio, il lavoro, lo sposo, la sicurezza economica la giovinezza, la salute, la posizione sociale, sembravano gli ingredienti giusti per uscire fuori da un'era di sfruttamento e di buio, per vivere la piena felicità del dominio sulle cose e sulle persone.
Ahimè quanto è fallace la vita, quanto è doloroso constatare che la maschera che volevo togliere al mondo l'hai indossata tu per manipolare il mondo!
Quanta strada per riconoscere ciò di cui avevo veramente bisogno! Quanta sofferenza! Anni, anni di lotta, di ricerca, di purificazione del desiderio, anni in cui deserto è stato il maestro di vita, il deserto che diventava sempre più esteso e sconfinato man mano che cercavo ciò che avevo perduto.
Dipendere era la cosa che più mi faceva star male.
Ho avuto tutte malattie che mi costringevano ad una dipendenza frustrante, inaccettabile.
Ora è ufficiale.
Ho bisogno di chi mi accompagni.
Un certificato che oggi mi parla di Dio, dell'accompagnatore di cui non posso più fare a meno, di colui che mi ha rapito il cuore, si è impadronito di me e mi ha riempito di tutto ciò che non conoscevo ma che sento di fa vivere.
Il suo amore mi sostiene, mi dà la serenità, mi dà la pace di scegliere di morire ogni giorno un poco per essere riempita ogni giorno di Lui.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore ora e sempre.
Grazie Maria perché non mi hai lasciato la mano e perché non te la prendi quando non ti saluto, quando non mi accorgo che ci sei.
Grazie perché so che una madre non dimentica mai di vigilare sui suoi figli.

domenica 18 agosto 2019

SPOSTAMENTI



Image for Dove posare il capo
Meditazioni sulla liturgia di
Sabato XIX TO 
” Temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà"(Gs 24,14)
Siamo soliti dare la colpa agli altri di quello che ci succede.
Ai nostri genitori, agli antenati, alle condizioni difficili in cui ci siamo trovati per l’imperizia o il peccato di chi ci ha preceduto.
In questo modo ci esoneriamo dall’esame di coscienza e, con lo sguardo fisso alla terra che ci è stata sottratta o consegnata piena di rovi e spine, non guardiamo a ciò che abbiamo, ciò che Dio continua a seminare nei nostri cuori attraverso la sua parola.
Non guardiamo, non apprezziamo la nuova terra che con il Battesimo ci ha riconsegnato da coltivare e far fruttificare con il suo aiuto.
La vita è un viaggio attraverso il deserto che, guarda caso, è terra non produttiva dove non si vive bene, che devi attraversare per poter apprezzare che non sei solo e e che Dio è con te, ti accompagna e ti nutre e ti parla e ti è fedele sempre, anche quando i tuoi ti abbandonano o tu abbandoni ciò che è giusto e salutare, e ti prostituisci a idoli muti.
Mi ha sempre affascinato l’idea della terra donata da Dio, la terra con cui mi ha impastato, la terra su cui ha soffiato il Suo Spirito senza stancarsi.
Siamo suoi figli e, se a un genitore può capitare che si dia per vinto di fronte al comportamento ingiusto del figlio, Dio non si arrende e continua a gettare il suo seme, continua a dare vita al mondo.
Se i nostri antenati hanno mangiato l’uva acerba non dobbiamo più dire che i denti dei figli si sono allegati, perché la responsabilità è personale e, prima di Cristo, Ezechiele ce lo ricorda in un tempo in cui la schiavitù avevo reso molli le braccia, rarefatto la preghiera, spento la speranza.
Le letture di oggi ci invitano a guardare avanti e ad agire secondo quello che dice il Signore.
“Lasciate che i bambini vengano a me”.
Cominciamo da qui; dal parlare di Dio ai nostri figli, a portarli con noi quando andiamo alla messa, spiegandogli con parole semplici ciò che il sacerdote dice e fa, preghiamo insieme a loro, al mattino alla sera e in ogni occasione bella o brutta che stiamo vivendo.
Insegniamo la gratitudine per quello che abbiamo ricevuto, non lamentandoci di quello che ci manca, invitiamoli a fare altrettanto a suggello della giornata.
Il nostro compito è di portare i bambini a Dio e non a noi stessi e a infondere in loro la fede che Dio ci ama e che non ci lascia soli neanche un momento.
Leggendo il vangelo, però, la prima cosa che mi è venuta in mente non è tanto il dovere che ho di portare a Lui i bambini, quanto quello di ringraziare Maria che mi ha portato Gesù.
Ieri, quando mio marito me L’ ha portato a casa mi sono commossa tanto da rimanere senza parole, mentre le lacrime parlavano al posto mio.
Non me l’aspettavo perché Gianni non è ministro straordinario dell’Eucaristia e perché, sollecitato più volte da don Ermete a che comprasse un portaostie perché non fossi privata del dono del Corpo di Cristo quando sto male, non aveva ancora comperato nulla, preso com’è stato a provvedere ai miei bisogni materiali, che in questi ultimi giorni gli hanno impedito anche di lavorare.
Ebbene ci ha pensato il Signore a risolvere il tutto, facendogli trovare una persona, presente per caso a quell’ora di quella messa, che di portaostie ne aveva tre e abitava vicino, sì che è andato a prenderglielo e glielo ha regalato.
Gesù si è spostato ed è venuto da me, è entrato nella mia casa, mi ha scaldato il cuore prima ancora di aprire la piccola teca.
Ho percepito la mia indegnità mai come ieri sera, perché mai avrei pensato che il Dio dell’universo, Creatore e Signore di tutte le cose, si sarebbe spostato per venire di persona a casa mia.
Avevo polemizzato tempo addietro, quando nella mia chiesa il sacerdote aveva spostato il crocifisso grande issato sopra l’altare e lo aveva messo su una parete laterale della navata.
Il crocifisso su cui avevo alzato lo sguardo il giorno della mia conversione!
Mi sembrava un atto blasfemo perché era come sminuirne il valore per mettere al posto suo un’ altra immagine.
Poi però mi sono accorta che la nuova posizione era vicino alla sedia dove sono solita sedermi e che il trasloco mi aveva giovato, perché Gesù ce l’avevo vicino e finalmente potevo vedere i segni della sua passione, i chiodi e le spine, il volto reclinato, le braccia distese, concedendomi un’intimità che non conoscevo.
Gesù era sceso dal suo piedistallo e si era fatto più vicino, per me che non distinguo i contorni delle cose quando sono distanti, con o senza occhiali, si è fatto carico del mio bisogno di uno spazio più ristretto per adorarlo e comunicarmi il suo amore.
Ho pensato che alla risonanza magnetica di qualche giorno fa, in cui dovevo passare due ore, con l’aiuto di tanti fratelli che si sono messi a pregare perché fosse possibile, non a caso mi si è presentato mentre il mare era in tempesta, grande, avvolgente, caldo che mi prendeva per mano e mi diceva “Non temere, sono qui, non avere paura”.
Si era spostato di nuovo per stare vicino a me.
Il mio grazie è andato a Maria che me l’aveva portato dopo tante notti insonni in cui dicevo rosari di avemarie per poter dire il Padre Nostro.
Penso a quanto mi è stata vicina questa Madre che mi ha portato Gesù, madre da me tante volte invocata negli ultimi tempi, ma da sempre pregata nella mia famiglia d’origine, da mia madre che ogni notte assolveva al voto fatto per la salvezza dell’anima dei suoi figli, sgranando non so quante avemarie.
Penso a mio padre avanti negli anni che mi confidava quanto gli fosse d’aiuto rivolgersi alla Madonna quando sentiva le fitte del cuore malato diventare spade conficcate nel corpo.
Penso al piccolo segno di croce che mia madre imprimeva sulle nostre fronti prima di andare a dormire, al nome Maria che portiamo noi tre sorelle, alla bottiglia piena di acqua di Lourdes che papà mi versò tutta mentre mi divincolavo nel letto presa da grandi dolori.
Allora pensavo che l’effetto era deleterio, visto che le malattie aumentavano in proporzione delle preghiere.
Quanto ero distante dalla verità!
Non c’è dubbio che Maria alla quale ci siamo consacrati sia stata la scala che ci ha portato a Gesù, senza farci salire, ma facendogli spazio per farlo scendere perché lo stringessimo al petto e fossimo scaldati dal suo calore.
Image for Preghiera a Maria, regina della famiglia

lunedì 10 giugno 2019

Maria Madre della Chiesa



«Ecco tua madre!».(Gv 19,27)

Dio prepara una casa per il figlio, si prepara una casa per venire ad abitare con noi.
L'Emanuele, il Dio con noi ha bisogno di un terreno dissodato, un terreno fertile che lo accolga , lo custodisca, lo faccia crescere e lo dia alla luce.
Il terreno...la casa..
Maria è la casa, l'arca dell'alleanza che veniva portata insieme a tutto il resto nel trasferimento del popolo nel deserto da un luogo ad un altro, arca che ci ricorda un'altra arca, quella di Noè, un' arca che salva dal diluvio, un' arca che dona la vita.
L'arca troverà poi una stabile dimora nel tempio, ma sarà anche rubata, trafugata e il tempo andrà in rovina.
Come tutte le cose del mondo che conoscono la corruzione, scompariranno, mentre rimarrà in eterno la verità ad essi sottesa,
Così Gesù, il Salvatore, diventerà tempio,tenda, arca, unito strettamente alla madre che lo ha generato dallo Spirito, con lo Spirito.
Lo Spirito di Dio toccherà questa umile donna e la trasformerà in icona vivente dell'unità inscindibile dell'uomo con Dio, l'unica che dà forza.
Maria dallo Spirito è generata, con lo Spirito genera, dallo Spirito è consacrata sposa di Cristo.
LUI ce l'ha consegnata , donata sulla croce.
" Ecco tua madre !" l'inizio del cammino alla volta del cielo.
Il Dio con noi ha bisogno di chi lo porti con sè, che lo dia alla luce, che lo testimoni, che partorisca a Lui figli di Dio.

E' la Chiesa che oggi deve farci vivere questa fecondità a cui è chiamata, rendendo visibile Dio nel mondo.

giovedì 2 maggio 2019

Il Dio di Gesù Cristo



Meditazioni sulla liturgia di
giovedì II settimana tempo di Pasqua

" Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo"(At 5,32)

Lo Sprito Santo , questo sconosciuto a cui non riusciamo a dare una sembianza di persona ricorrendo a simboli che ce lo facciano sentire vivo e operante nella nostra storia.
Eppure, anche se pensavo fosse un optional, quando Annamaria e Graziellina vennero ad annunciarne la potenza a casa mia, durante il mandato missionario a loro affidato nel 2000, mi sono dovuta ricredere non poco, come è accaduto per Gesù Cristo, altro optional, di cui avevo sentito parlare senza sentirmi minimamente coinvolta in quello che si diceva di lui.
La verità è che il vangelo non lo avevo mai neanche sfogliato, ad eccezione di quando dovetti fare gli esami di greco all'università, attenta alle regole, ma non ai contenuti.
Eppure, anche se il Dio che conoscevo, di cui mi avevano parlato era quello dell'Antico Testamento, un Dio giustiziere implacabile di chi trasgredisce le regole, pure nella ricerca di una religione personale e alternativa mi ero andata convincendo che se c'era un Dio era un Dio Amore, quell'amore che per quanto mi sforzassi non aveva trovato riscontri nella mia esperienza personale.
Più andavo avanti e più sentivo l'esigenza di essere amata per quello che ero, di essere capita, accettata, di essere guidata , consigliata in tutto quello che continuava    a succedermi, senza peraltro essere esonerata dal fare, collaborare, condividere tutto con Lui.
Non so come mi sia nata questa idea, come sia maturata dentro di me.
Una cosa è certa: la solitudine, il non senso della vita senza punti di riferimento stabili, l'amore imperfetto degli uomini mi avevano fatto pensare che Dio era tutto quello che mancava alla mia vita.
Certo mi mancava la salute, ma non mi pesava questa situazione che si protrae ormai da tantissimi anni, quanto il portare il peso della croce ( allora non sapevo si chiamasse così) da sola, senza consolatori, senza nessuno che mi si sedesse accanto e parlasse al mio cuore.
Certo è che se mi sono intestardita sull'idea che Dio è amore, sicuramente non potevo inventare una cosa di cui non avevo fatto esperienza.
Come si può desiderare ciò che non si è mai conosciuto?
L'amore della madre, dello sposo, del figlio, delle amiche più care, avrebbero dovuto farmi desistere da questa idea, ma niente da fare.
Le esperienze mi mettevano sempre di fronte ad amori ingannevoli, imperfetti, amori incapaci di darmi gioia duratura.
"Chi mi vuol seguire prenda la sua croce, e mi segua"dice Gesù.
La croce intesa come capacità di amare l'ha suggerita don Carlino, profeta di Dio, che mi ha fatto riconciliare con tutte le mie malattie, perchè ho capito che la malattia più grande è quella di non essere capaci di amare.
Certo è che se uno cerca l'amore non si sogna di cercare qualcuno da amare, ma qualcuno che lo ami.
Così è successo a me che cercando l'amore come cosa da ricevere, ho trovato l'amore come cosa da dare.
E' successo con mio fratello, segnato da una malattia incurabile, a cui pensavo poter dare scienza, intelligenza, consigli, ma poi alla fine ho capito che di fronte alla morte certa l'unica cosa che potevo dargli era il mio amore incondizionato, standogli accanto, attenta a tutti i suoi bisogni.
Il suo bisogno più grande, capii era non solo quello di non essere lasciato solo, ma soprattutto di non rimanere a digiuno dell'Eucaristia che lui aveva preso l'abitudine di ricevere ogni giorno, da quando il male lo aveva costretto a fermarsi.
La sua casa era vicina ad una chiesa.
Così l'ultimo gesto che feci per farlo contento fu quello di cercargli un sacerdote che gli portasse la Comunione, pur non essendo convinta che lì ci fosse Gesù, ero certa che per lui era importante e gli avrebbe fatto bene per la sua fede.
Mio fratello aveva smesso di alimentarsi quando padre Clemente gli portò la Comunione, e forse fu l'ultima cosa che riuscì ad ingoiare.
Ripensando a tutto questo non posso che affermare che non io ma lo Spirito di Dio ha agito sì da portarmi poi a cercare ancora l'amore, una volta morto mio fratello e a riconoscerlo in un crocifisso.

Lo Spirito di Dio  ha guidato i miei passi, mi ha fatto proclamare ciò che ancora dovevo sperimentare, a Champoluc, dove il prete scomunicato s'indignò fortemente quando osai contraddirlo sull'identità di Dio.
Amore e mistero a confronto in quella discussione che mise fine ai miei pellegrinaggi quotidiani alla baita  dove celebrava la messa mischiando la Parola di Dio con quella degli uomini saggi.

Il mistero dell'amore di Dio lo svela Gesù Cristo, che è venuto a mostrarcelo e a darne testimonianza morendo sulla croce per noi.
Con Gesù il mistero è svelato e, se gli crediamo fino in fondo, attraverso lo Spirito effuso sulla chiesa  risaliamo al Padre, rinasciamo con il Battesimo dall'alto, sì da fare esperienza piena di un amore che genera figli amanti perchè amati.

Grazie Gesù che ci hai mostrato il mistero della nostra identità, perchè quello che importa ad un Padre non è la sua felicità, ma la felicità dei suoi figli, qualunque sia il prezzo. E tu sei Dio, come lo è lo Spirito Santo che ci guida alla verità tutta intera, come lo è il Padre, creatore e Signore di tutto il creato, il Figlio, il Verbo incarnato, lo Spirito Santo l'amore fecondo.


martedì 9 aprile 2019

"Molti credettero in lui"(Gv 8,30)


Meditazione sulla liturgia di
martedì della V settimana di Quaresima

"Molti credettero in lui"(Gv 8,30)

Io non so come le parole che oggi hai pronunciato abbiano avuto l'effetto sperato: credere che tu eri quello he dicevi di essere, il Messia, il Figlio di Dio.
Ci sono cose incomprensibili che ci accadono nella vita e capita che ciò che mai avresti creduto di fare, di credere diventa esigenza insopprimibile del tuo spirito, del tuo essere uomo proiettato nell'oltre di Dio.
Così accadde ai tuoi interlocutori allora, a ridosso del tuo sacrificio, così accadde per me in un momento di grande turbamento, di solitudine estrema, in un momento in cui era stata azzerata qualsiasi relazione con il mondo esterno.
Per incontrarti Signore bisogna trovarsi in un deserto o cercarlo, perché la tua voce solo nel deserto è forte e chiara. 
Solo nel deserto impari ad apprezzare ciò che il frastuono del mondo ti impedisce di sentire.
Molti credettero quando tu hai parlato di un innalzamento in cui il Padre non ti avrebbe lasciato solo, perché tu fai sempre la sua volontà.
Mi chiedo a cosa avranno pensato i tuoi interlocutori, se minimamente immaginavano che il tuo trono di gloria sarebbe stato la croce.
Ad.ognuno di noi Signore tu chiedi di fidarsi di te, chiedi di seguirti senza scandalizzarci se il Figlio di Dio subisce una morte così ignominosa.
Tu ci chiedi Signore, oggi che sappiamo come è andata a finire e che sappiamo quali frutti nacquero dal tuo sacrificio, di seguirti fino in fondo senza paura e tentennamenti, lasciando tutto e mettendo te al primo posto, fidandoci di te fino in fondo.
Signore io non so se sono capace con fede e con fermezza di seguirti in questo viaggio così burrascoso, difficile, pauroso, non so se riuscirò ad esserti vicino e rimanere sveglia nel momento del massimo abbandono, non so se sotto la croce riuscirò a rimanere salda con Giovanni e tua madre, lasciandomi lavare purificare rinnovare dal sangue e l'acqua che sgorga dal tuo costato.
Non so Signore se come i tuoi apostoli, piena di Spirito Santo saprò affrontare la persecuzione e la morte con la ferma certezza che tu non abbandoni i tuoi figli mai specie se sono nel bisogno.
Me lo ripeto questa mattina che i bagliori di morte sinistramente si intravedono, se credo in te, se ho fiducia in te, se sono certa che stai combattendo al mio fianco questa estrema battaglia. 
Mi chiedo Signore se rimarrò salda fino alla fine nella certezza che tu sei in questo dolore, in questa sofferenza dell'anima , in questi dubbi, paure, tentennamenti.
Mi ripeto che tu sei il mio Signore che mi ha promesso un'alleanza eterna, hai detto che con noi sarai tutti i giorni della vita, che non devo temere anche se dormi, anche se non ti vedo, non ti sento, anche quando rimani muto e lontano. 
Questa mattina penso a tutto questo e il mio cuore si dilata per accogliere la Parola di Dio. 
Voglio contemplare e adorare Colui che hanno trafitto, lo voglio lodare e benedire perché con la sua croce ha redento il mondo.
Che la mia croce Signore non mi sembri troppo pesante da portare, che la.mia croce serva a salvare qualcuno dei tuoi figli dispersi. Aiutami Signore a dirti "eccomi,"specie quando la situazione che sto vivendo mi fa più paura.

mercoledì 20 marzo 2019

Le tre croci

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"Il mio calice lo berrete".(Mt 20,23)

Gerusalemme, la città santa, la città del grande sovrano, Gerusalemme la città della gioia, dove tutti i popoli si raduneranno.
"Mi si attacchi la lingua al palato se ti dimentico Gerusalemme!", dicevano gli Ebrei esiliati, pensando alla patria lontana.
Gerusalemme, il simbolo dell'unità del popolo eletto, dove ogni pio israelita almeno una volta nella vita doveva andare, dove era il tempio.
Anche Gesù doveva andare a Gerusalemme, anche Gesù sentiva insopprimibile la chiamata verso quel luogo che simbolicamente rappresentava la propria identità davanti a Dio e agli uomini.
Come Gesù, anche noi, in questo tempo quaresimale di preparazione alla Pasqua, dobbiamo salire su questo monte, recarci alla città santa.
Come Gesù, con Gesù, uno alla destra e uno alla sinistra, per stargli vicino, per fargli compagnia.
Se le cose fossero andate come se le immaginavano i discepoli, diremmo anche noi che è bello tutti insieme andare nella città della gioia.
Ricordo quando a Rimini mi si aprì il cuore nel vedere quanta gente a piedi, in macchina, sugli autobus, o con ogni altro mezzo si dirigeva, elevando canti di lode e di ringraziamento, alla volta del palazzo della Fiera dove si teneva il congresso del RnS.
Ho pensato che si stavano avverando le parole della Scrittura e che era bello farne esperienza diretta e sentirsi parte di quel popolo.

Ci invita a ad unirci a lui, Gesù, in questo viaggio, come fece con gli apostoli che non avevano capito ancora quello che stava dicendo.
Che stessero i suoi figli uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, era il sogno della madre di Giacomo e di Giovanni che desiderava il meglio per i suoi figli.
Ci sono cose che desideriamo e ci rendiamo conto solo dopo che sono accadute, a distanza di tempo, che il Signore vuole il nostro bene e ci mette in bocca le parole giuste, mischiate a parole vane e inopportune per non dire peccaminose.
Ieri, nell'ospedale di Chieti, ho sperimentato la Gerusalemme qui in terra,  dove fiumi di gente confluiscono per cercare, per trovare, ritrovare la gioia, annullare il dolore, la malattia, procrastinare la morte.
Gesù ci invita ad andare con lui, ad unirci a lui in questo cammino.
Non è come ce la immaginiamo la città della gloria, il luogo dove si consumerà il sacrificio del figlio di Dio, l'agnello sgozzato per noi, per espiare i nostri peccati e quelli di quanti ci hanno preceduto o che ci seguiranno.
La città è quella che ieri ho visto, dove sono entrata, dove sono diventata quasi di casa, dove non c'è più bisogno di intessere parole, perché i corpi, i volti, parlano da soli.
Quanti corpi nella città del grande sovrano invocano pietà, misericordia!
Sul Golgota tre croci ricordano il sangue versato, il sangue innocente e quello colpevole.
Non è un caso che i condannati fossero tre, tre crocifissi, per mostrare che c'è uno che ha pagato per tutti e che c'è chi per quel sacrificio è stato salvato subito, perché ha riconosciuto il suo peccato.
Giacomo e Giovanni volevano i primi posti, ma sulla croce c'era a fianco di Gesù il ladrone, occupando quel posto privilegiato che gli guadagnerà il paradiso seduta stante.
Gli apostoli bevvero il calice che Gesù dovette bere, solo dopo la discesa dello Spirito Santo e furono perseguitati e giustiziati in modo anche più crudele.
La storia sacra è segnata dal sangue dei martiri che preferirono morire piuttosto che abiurare il Vangelo.
Sembrerebbe che Gesù non abbia fatto niente di più speciale di quelli che oggi noi veneriamo e che chiamiamo santi.
Ma grazie a Lui tutto questo è potuto accadere.
Con il suo Spirito gli uomini prendono le ali e sono capaci di fare ciò che ha fatto Lui è molto di più.
Oggi penso a questa mia vita, quando i miei sogni erano realizzabili tutti, bastava volerlo, quando con tenacia ho perseguito obiettivi faticosi, con grande sacrificio, mai mettendo in dubbio che non sarei riuscita nell'intento.
Non sapevo nulla di Gerusalemme allora, ma mi ero costruita la città della gioia, dell'eterna felicità.
Gerusalemme, la città santa, è diventata per me il luogo dove la malattia mi crocifigge, ma anche il luogo dove, grazie a questa croce unita a Cristo, rinsaldo i legami con gli uomini e con Dio.

giovedì 7 marzo 2019

Morte e vita

L'immagine può contenere: testo
Antonietta ripercorre nel suo diario la malattia che ha accompagnato la sua vita. Il giro da un medico all’altro, da uno specialista all’altro, da un ospedale all’altro. Come scrive padre Carlo Colonna nella presentazione del libro, “lo stile letterario è fine, rende bene le molteplici situazioni di vita che Antonietta ha attraversato, veicolando con efficacia le sue osservazioni umane e psicologiche. È scorrevole e rende attraente la lettura. Il testo parla alla vita di tutti, perché chi più chi meno, prima o poi, tutti si trovano ad attraversare situazioni simili. La conclusione del libro, che corrisponde all’inizio di una nuova vita nella fede, ci fa comprendere la soluzione e il senso della sua esperienza: l’incontro vivo con Dio, illumina tutto il suo diario, che diventa una testimonianza data a Dio più che a sé stessa”.
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"Io ti comando di amare il Signore"(Dt 30,16)

Della parola di Dio ciò che mi ha più colpito è l'urgenza della scelta che non prevede mezze misure, vie alternative meno dolorose e difficili.
Il testo del Deteuronomio e il passo del vangelo fanno riferimento alla morte che a seconda della nostra scelta di amare o non amare il Signore, seguire o non seguire Cristo, può portare alla negazione, all'annullamento della persona o alla sua piena realizzazione e quindi beatitudine eterna.

E' incredibile come la stessa parola possa avere significati completamente opposti e come solo seguendo Gesù, ascoltando quello che dice, non scandalizzandoci delle sue parole, ma con umiltà, pazienza, perseveranza e soprattutto fiducia, seguendolo per le strade impervie e sconosciute l'annuncio scomodo diventa sempre liberatore.
" Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso" dice Gesù.
E' il primo passo, la prima cosa da fare, il primo sì da dire al Signore per convertirsi e credere al Vangelo.
Ieri il sacerdote ci ha cosparso il capo di cenere per ricordarci cosa siamo, perchè la vita dura un soffio e polvere eravamo e polvere torneremo ad essere.
Rinnegare se stessi, fin quando c'è tempo, e questo è il tempo opportuno, è accettare che Qualcuno dia consistenza e valore eterno a ciò che vediamo non durare e non servire.
Scegliamo quindi oggi chi seguire, a chi vogliamo appartenere, da chi ci vogliamo far trasformare.
La cenere ci evoca sempre qualcosa che finisce, che ha smesso la sua funzione, come quando, seduti vicino al camino vediamo esaurirsi la fiamma e cessa il calore perchè la legna o il carbone si sono consumati.
Ma se oggi noi non sappiamo che farcene della cenere, visto che anche i resti della cremazione dei nostri corpi mortali è proibito disperderli per l'aria o per l'acqua perchè inquinano, sappiamo anche, chi ha qualche anno di più sulle spalle, che la cenere la usavano le nostre nonne, le nostre mamme per fare il bucato, per renderlo bianco e profumato.
La cenere la si usava anche come fertilizzante come ancora solo soliti fare nei paesi più poveri dove l'industria chimica ha preso il sopravvento a discapito della salute.
Penso alla croce che in questo cammino quaresimale dobbiamo caricarci sopra le spalle, della quale faremmo volentieri a meno.
Gesù da subito ci invita a imitarlo eco di quello "scegli oggi" del passo del Deteuronomio.
Come Lui è morto così noi moriremo, ma come Lui è risorto, anche noi risorgeremo se ci lasceremo bruciare dal fuoco del suo amore.
La nostra croce, il nostro legno, il nostro corpo innestato al suo, bruciando, morendo, offrendo, siano trasformati in concime di vita nuova, occasione, strumento per lavare i nostri panni sporchi e offrire al Signore la veste bianca e immacolata del nostro Battesimo.