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mercoledì 29 gennaio 2020

Terra


“Mentre seminava una parte cadde lungo la strada”(Mc 4,4)
Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto.
Il mio aiuto viene dal Signore, egli ha fatto cielo e terra, recita un Salmo.
Tu Signore hai creato la terra, quella terra da cui plasmati il primo Adamo, terra su cui soffiasti il tuo spirito perchè prendesse vita.
La tua parola è spirito e vita se l’accogliamo nel nostro grembo, se permettiamo a te di rovesciare le nostre zolle, se ci lasciamo lavorare sì da diventare terra feconda.
Non permettere Signore che pruni e rovi invadano il santo suolo, che la nostra terra si indurisca per mancanza di acqua e del lavoro paziente della zappa e dell’aratro.
Aiutaci a non fuggire da te, a non lasciarci attraversare dai carri e dai cavalli dei pensieri mondani, dai piedi di chi cammina senza meta offuscato da vani miraggi.
Tu Signore rendi feconda la nostra terra se come argilla ci lasciamo lavorare dalle tue mani.
Le prove, le difficoltà della vita spesso ci allontanano da te e ci chiudono alla tua opera salvifica.
Non permettere Signore che ti rifiutiamo quando arrivi a tagliare, potare, arare.
Aiutaci Signore a vivere la tua paternità come dono, a non dimenticare che siamo nati da seme corruttibile ma in Cristo trasformati in seme incorruttibile.
Fa’ Signore che il nostro sguardo sia proiettato lontano, che non giudichi le cose in base al tempo limitato che ha il seme per marcire e morire, aiutaci a imparare dalla natura il segreto della vita che nasce sempre da una morte, la morte del seme, da una ferita, uno squarcio, una sofferenza.
La parabola della natura si apra ai nostri occhi sì che, mentre guardiamo un fiore sbocciare non ci sfugga lo squarcio che produce all’inolucro che lo conteneva, o quando germoglia una pianta fà che non dimentichiamo la ferita del fusto, necessaria a che si sviluppi.
Signore mio Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra! Non voglio dimenticare tanti tuoi benefici.
Il colore dei fiori, il loro profumo, i frutti succosi che subentrano quando i petali appassiscono e cadono e poi i semi… Signore tutto questo non ci faccia fermare a ciò che vediamo quaggiù, che spesso ci delude e non ci sfama, ma ci porti ad aprire i nostri cuori, zolle sempre pronte ad accogliere il tuo seme di vita.
Fa’ Signore che in questa giornata non mi lasci abbattere dalle prove della vita presente, dalla paura di finire i miei giorni, ma mi predisponga ad un’attesa fiduciosa di una terra promessa che diventa dono da godere ogni giorno per tutta la vita..
…la Tua non la mia Signore.
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domenica 10 novembre 2019

Il niente e il tutto


"Il Signore guidi i vostri cuori all'amore di Dio" ( 2 TS 3,5)
Come vorrei che queste parole si avverassero, per me, per tutti quelli che sono nella prova, nella sofferenza, nel buio della notte!
Quando non hai più niente a cui aggrapparti, nessuna soluzione umana ai tuoi problemi, quando il cammino ti ha sfiancato e il deserto diventa sempre più inospitale e hai sete, hai fame, hai freddo, hai paura...
Il cuore si smarrisce quando la paura prende il sopravvento, quando la paura diventa panico perchè il luogo in cui ti stai inoltrando non lo conosci e lo temi.
Temi la tua incapacità di fronteggiare altre prove, temi di essere lasciata sola a combattere con gli sciacalli della notte, con gli avvoltoi che bramano di divorare la tua carne.
Li senti i loro morsi profondi, i loro denti aguzzi che ti fanno male, tanto male e non hai armi con cui difenderti.
Nella notte il tuo grido sale a Dio perchè intervenga a fermare la mano iniqua del grande accusatore, che venga in tuo aiuto e si chini sulle tue ferite, che ti consoli, ti prenda in braccio e ti porti lontano dai luoghi della perdizione.
"Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l'aiuto. il mio aiuto viene dal Signore, egli ha fatto cielo e terra."
Continuo a sperare anche se non mi risponde, anche se le parole mi tornano come eco alle orecchie.
Ci sono momenti in cui la tua nudità ti sgomenta, i tuoi crolli ripetuti nel tempo da tante scosse di terremoto hanno reso inagibile la tua casa, il tuo paese, i luoghi degli incontri e della memoria.
Davanti hai un accumulo disordinato di macerie dove non è possibile neanche avvicinarsi per recuperare qualcosa che ti è appartenuto, che ti è caro, che ti serve,
Devi lasciare la tua terra come Abramo e andare incontro ad un futuro pieno di incognite.
Prego con le parole del Salmo 16
Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno.
Tieni saldi i miei passi sulle tue vie
e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.
Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine.
Voglio credere che la terra che mi sono lasciata alle spalle non è migliore di quella che il Signore ha in serbo per me.
La terra della condivisione, della comunione, della compresenza, della sussidiarietà, della gratuità non la conosci se non hai perso tutto, se non hai riconsegnato tutto nelle sue mani, se non ti volti indietro mentre lasci ciò che ti appesantiva le braccia e ti ostacolava il cammino.
Ti aspetta una terra di libertà, di condivisione, di gioia e di dolore, di morte e di vita che si abbracciano e si toccano e cantano la poesia, la bellezza, la potenza del Suo Amore.

sabato 27 luglio 2019

Grano e zizzania


MEDITAZIONI sulla liturgia 
di sabato della XVI settimana del TO 


"Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò".( Mt 13,25)

Il regno di Dio è come il lievito... il regno di Dio è come un granello di senapa....parole che ti aprono il cuore alla speranza che accada quello che non vedi, che si trasformi questa terra arida deserta e senza germogli in un grande e lussureggiante giardino.
Ma Gesù oggi non comincia con le notizie belle e rassicuranti ma con qualcosa che ci turba fortemente.
La zizzania è qualcosa che temiamo, che teme qualsiasi contadino perchè può rovinare, quando è tanta, tutto il raccolto.
Il contadino tende ad estirparla man mano che si accorge che prende piede, ma Dio sa di cosa abbiamo bisogno e aspetta.
Non è forse vero che gli ostacoli, le tribolazioni ci rendono più forti se affrontati con Dio a fianco?
Non è forse vero che peccatori incalliti si convertano toccati da un gesto, una parola inaspettata che non li giudica, da un gesto di amore, di compassione, dall'esempio di qualche timorato di Dio?
Può anche darsi che accada il contrario e che il grano diventi zizzania, si trasformi, fino a meritare le pene dell'inferno.
"Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare...."(1Pt 5,7)
Bisogna essere vigilanti e non abbassare mai la guardia perchè la morte ci può cogliere all'improvviso.
Certo che non possiamo passare la vita nella paura che ci succeda qualcosa di irreversibile, perchè anticiperemmo l'inferno, cosa che a Dio non piace.
Il nostro creatore che Gesù ci ha insegnato a chiamare Padre non sa che farsene di figli che vivono spaventati e tristi e tramano alle sue spalle.
La vita con Dio è gioia, bellezza, amore, pace, comunione e tutto ciò che di bello e di buono possiamo augurarci.
La vita con Dio è come la vita di due innamorati, appena scocca la scintilla, innamorati che fanno esperienza di eternità, di infinito, di trascendenza, di uno e distinto, di comunione, in una parola fanno esperienza di paradiso.
La gioia è il distintivo del cristiano.
La gioia di averlo incontrato, la gioia di saperlo sempre vicino, perchè il suo nome è "Io sono, io ci sto, io esisto"per te per tutti quelli che mi apriranno la porta.
Si può con Lui vivere in un campo dove il nemico semina la zizzania senza paura di essere fagocitati, ma riuscendo man mano a guadagnare terreno, rinforzando le nostre radici con l'ascolto attento della parola e con la volontà di metterla in pratica.
"Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?"(Rm 8,31)
Mi viene in mente la sorpresa e la gioia che mi hanno dato le parole di una giovane commessa di un grande centro commerciale, incontrata ieri, mentre mio marito spingeva la mia sedia a rotelle..
Per me era un illustre sconosciuta ma lei ben si ricordava di me se mi ha detto:" Lei è la signora che crede che l'umanità sia positiva!"
Non sapendo cosa rispondere perchè non ricordavo affatto l'incontro nè la persona, ma ero certa di pensarla in quel modo le ho risposto;" Perchè tu no?"
"Da quando lei mi ha parlato anche io ho cominciato a crederci. E pensare che mi sentivo tutto il mondo contro!"
"Di certo questo è un miracolo!" ho pensato, ma poi mi sono ricordata le parole del vangelo e di come Dio, se rimaniamo con Lui, se facciamo parlare Lui, rende efficaci le nostre parole perchè la zizzania non prenda piede.
"Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio." (Rm 8,26-27)
troviamo scritto proprio oggi.

mercoledì 30 gennaio 2019

Pazienza



E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada (Mc 4,4)

“Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto? 
Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra” recita il Salmo 121
Tu Signore hai creato la terra, quella terra da cui plasmati il primo Adamo, terra su cui soffiasti il tuo spirito perchè prendesse vita.
La tua parola è spirito e vita se l'accogliamo nel nostro grembo, se permettiamo a te di rovesciare le nostre zolle, se ci lasciamo lavorare sì da diventare terra feconda.
Non permettere Signore che pruni e rovi invadano il santo suolo, che la nostra terra si indurisca per mancanza di acqua e del lavoro paziente della zappa e dell'aratro.
Aiutaci a non fuggire da te, a non lasciarci attraversare dai carri e dai cavalli dei pensieri mondani, dai piedi di chi cammina senza meta offuscato da vani miraggi.
Tu Signore rendi feconda la nostra terra se come argilla ci lasciamo lavorare dalle tue mani.
Le prove, le difficoltà della vita spesso non ci allontanino da te e non ci chiudano alla tua opera salvifica.
Aiutaci Signore a vivere la tua paternità come dono, a non dimenticare che siamo nati da seme corruttibile ma in Cristo trasformati in seme incorruttibile.
Aiutaci a imparare dalla natura il segreto della vita che nasce sempre da una morte, la morte del seme, da una ferita, uno squarcio, una sofferenza.
La parabola della natura si apra ai nostri occhi sì che, mentre guardiamo un fiore sbocciare non ci sfugga lo squarcio che produce all'involucro che lo conteneva.
Signore mio Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra! Non voglio dimenticare tanti tuoi benefici.
Il colore dei fiori, il loro profumo, i frutti succosi che subentrano quando i petali appassiscono e cadono e poi i semi...
Signore tutto questo non ci faccia fermare a ciò che vediamo quaggiù, che spesso ci delude e non ci sfama, ma ci porti ad aprire le nostre zolle per accogliere il tuo seme.
C'era un tempo che io ero strada, tempo in cui mi attraevano le cose del mondo e non conoscevo le tue vie.
Carri e cavalli sono passati sulla mia carne, hanno affondato le ruote e gli zoccoli sul mio terreno rendendolo impercorribile.
Crepe e smottamenti, dissesti di ogni tipo hanno favorito la disgregazione di ciò che rimane del mio corpo mortale.
Sono stata pietra dura ad ogni sollecitazione, chiusa in me stessa, timorosa di tutto e di tutti, in me cercando il fine, il mezzo con l'arroganza di potere tutto se lo volevo.
Sono stati gli anni bui della paura, paura di rimanere sola, paura di scoprire la parte più nascosta di me, quella di cui mi vergognavo, paura di riconoscermi nella mia inadeguatezza, nel mio limite,nel mio bisogno d'aiuto.
Tu non ti sei stancato di bussare alla mia porta. Con il piccone e con l'aratro, con tutti i mezzi hai cercato di creare un varco al mio cuore di pietra per trasformarlo in cuore di carne.
Ho lottato con te tanti anni, ti ho impedito di lavorarmi, modellarmi come docile creta nelle mani del vasaio, ti ho impedito di parlare mettendoti un bavaglio alla bocca, coprendo il tuo grido di dolore con tanti tovaglioli che ti pressavo sulla bocca.
Così mio zio, quando ero piccola, metteva fine al mio pianto, così avevo imparato a fare per mettere a tacere il mio corpo che è il tuo corpo, il mio dolore che è il tuo dolore.
Tardi ti ho amato Signore mio Dio, tardi mi sono arresa al tuo piccone, tardi ti ho fatto entrare nella mia casa perchè mi aiutassi a mettervi ordine. 
Tardi e non è detto che ci riesca sempre anche oggi che sei il mio interlocutore privilegiato, sei il mio aiuto, il mio alleato, il mio salvatore. 
Questa mattina mi chiedevo che senso avessero le parole del vangelo tante volte lette riguardo a te, divino Seminatore.
Ho pensato a Maria terra fertile e dissodata che tu hai scelto per accogliere il nuovo Adamo, la terra promessa rigenerata dal tuo Spirito dalla tua eterna misericordia.
Ho creduto che per vivere e portare frutto dovevamo morire come il seme che non è nulla fino a quando non spacca la terra per mostrare il suo germoglio.
Ma questa mattina che, dopo qualche giorno di tregua, si sono ripresentati i dolori che mi sconvolgono, mi dilaniano, mi bruciano viva, ho distrattamente letto ciò che la liturgia propone alla nostra riflessione.
Distrattamente. 
Perchè cosa avresti potuto dirmi di nuovo?
La parabola del seminatore mi faceva pensare a te che semini ma mai mi è venuto in mente che non ti limiti solo a questo.
Tu continui a gettare il seme sulla strada, sul terreno sassoso, sulla terra invasa dai rovi a differenza del contadino che non ama rischiare e prepara la terra, la dissoda, la pulisce, la ara, la appiana e fa tante cose ancora per essere certo che il suo lavoro vada a buon fine e il seme attecchisca e non venga portato via o soffochi accerchiato da erbe infestanti e velenose.
Ho chiuso gli occhi e mentre mani, piedi e tutto il corpo si contorcevano dal dolore mi sono trovata a ringraziarti perchè continui a lavorare la mia terra perchè non si aggrumi, perchè ne vuoi fare un lussureggiante giardino dove brillano tutti i colori dell'arcobaleno.

sabato 22 settembre 2018

“Mentre seminava una parte cadde lungo la strada”(Lc 8,5)




“Mentre seminava una parte cadde lungo la strada”(Lc 8,5)

Cosa mi sono lasciata sfuggire Signore, da cosa mi sono lasciata depredare?
Cosa vuoi dirmi Signore con questa parola che riguardi la mia vita, presente, passata o futura?
Io amo la tua parola, dipendo dalla tua parola, non posso fare a meno della tua parola.
Man mano che ti conosco penso che sia l'unica che mi possa indicare una strada di vita.
Un tempo ero strada ma forse anche oggi a volte lo sono, perché penso ad altro, perché mi concentro su me stessa e non mi affido completamente a te.
Pur amandoti sopra ogni cosa, spesso non ti metto al centro della mia vita ed è facile che mi ritrovi ripiegata su me stessa, impermeabile all'azione dello spirito.
Questo mi accade quando la delusione, lo scoraggiamento hanno la meglio, quando la prova si protrae nel tempo, quando i tuoi doni pian piano mi chiami a riconsegnarli.
Man mano che procedono gli anni riconosco di avere sempre meno terra da offrirti, perché il mio corpo in più parti malato è incapace di servirti come un tempo quando gli occhi, le orecchie,le braccia, le gambe ecc funzionavano e servivano a me e ai miei fratelli.
Il mio corpo è la tua terra, la terra che non ti sei stancato di seminare, ma ci sono parti che sono diventate dure, coriacee all'aratro, impermeabili alla pioggia e non si prestano a nessuna coltivazione.
Si riduce sempre più quindi la la zona produttiva e io temo il momento in cui mi chiamerai a riconsegnare anche la capacità di pensare a te, di pregarti, di riconoscerti, di amarti.
Gli anni si sa non aiutano a fare le cose nel miglior modo possibile e le forze ci abbandonano.
Cosa dirti Signore se non che questo mi fa paura?
“Se il chicco di grano non muore non porta frutto”.
La vita me la sento sfuggire di mano e la cosa mi disorienta non poco.
Perciò mi smarrisco e mi sento proiettata in un grande deserto.
Solo quando penso a te il cuore mi si dilata e dimentico tutto e come un bambino mi faccio consolare, abbracciare, cullare da te, da voi che siete la mia famiglia e mi asciugate le lacrime e mi dite “Coraggio, non temere sono io! Non avere paura!”
Quante volte Signore tu ripeti nella scrittura queste parole!
Ma io le dimentico nel momento in cui sono chiamata ad un'altra riconsegna e un brivido percorre freddo le ossa.
Io voglio essere terra buona, ben dissodata, voglio essere una terra accogliente anche se contenuta in un piccolo vaso.
Purchè germogli il seme e tu vi hai gettato.
Non mi piacciono i fiori recisi, non mi dicono niente, mi fanno pensare alla morte mentre amo le piante che debbano crescere, quelle che hanno bisogno di cure, quelle ammalate, quelle attaccate dagli insetti e non faccio che comperare terra buona che non basta mai, perché le radici pian piano occupano tutto lo spazio e tolgono alla pianta l'elemento vitale.
Ricordo quello che ci dicevamo io e mio padre prossimo alla fine.
“Quando la pianta è piccola si mette in un piccolo vaso, quando cresce ha bisogno di un vaso più grande, ma arriva il momento che non c'è vaso che la contenga...”ed è necessario piantarla in un giardino” concludeva lui.
Arriva quel momento per tutti e su questo voglio riflettere.
Il giardino che ci aspetta è quello da cui fummo cacciati ma che per la tua misericordia ci hai con il Battesimo riconsegnato perchè ce ne prendessimo cura.
Come riuscire a imparare l'arte difficile del contadino se non accogliamo il Tuo Seme, la Tua Parola, Gesù, facendoti spazio?
Come mi insegnò Giovanni quando mi chiese dove poteva trovarti, precedendomi nella risposta.
Bastava farti spazio, prima pensando ad una sedia, un posto dove farti accomodare, poi facendosi da parte nel letto per poterti abbracciare.



giovedì 15 febbraio 2018

"Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà"(Lc 9,24)



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"Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà"(Lc 9,24)

Ieri il sacerdote con l'imposizione delle ceneri ci ha ricordato la nostra natura mortale, terra da cui veniamo e terra a cui torneremo.
Anche se cerchiamo di non pensarci è questa una triste realtà che non ci piace ricordare e che non vorremmo che gli altri lo facessero.
Eppure il cammino quaresimale parte da una certezza, da una constatazione che è inconfutabile.
Oggi il tema della terra ci viene riproposto nella prima lettura dal discorso che Mosè rivolge agli Israeliti prima di entrare nella terra promessa.
Mosè invita a prendere oggi una decisione per intraprendre il cammino alla scoperta della nostra vera natura, della nostra identità liberata dalle maschere che abbiamo gettato a Carnevale.
Chi può dirci chi siamo? Chi può guidarci alla conoscenza della nostra vera natura? Chi può dirci la verità sul nostro destino?Chi può farci godere dei frutti della terra che ci ha donato insegnandoci a coltivarla?
Gesù è venuto a darci le istruzioni di persona, mostrando come non si possa entrare nel mistero della morte se non morendo a se stessi, rinnegando i propri giudizi e pregiudizi con le orecchie tese a non far cadere neanche una briciola del pane quotidiano che spezza per noi e con gli occhi aperti a guardare quello che fa.
Quando l'11 febbraio del 1998 con il secondo tamponamento andarono in frantumi le lenti multifocali e insieme a loro le mie certezze, la mia identità, tutto, fu allora che mi fu decretata la morte con la fine di tutto ciò che mi faceva esistere, primo fra tutti il lavoro.
"La Madonna di Lourdes ti ha salvato", mi disse qualcuno leggendo il libro che in seguito scrissi sulla mia conversione, dove avevo annotato la data dell'incidente e le conseguenze nefaste che ne derivarono.
Fu forse allora che cominciò il mio cammino quaresimale alla ricerca dell'identità perduta.
Inconsapevolmente mi ritrovai a vedermi terra arida e incolta, terra inutile perchè senza vita.
Il mercoledì delle ceneri durò parecchi anni, senza un sacerdote che me lo ricordasse.
Tanti anni a vagare in un deserto sconfinato di cui io non ero che un granello di sabbia, confuso tra i tanti che il vento mescolava e confondeva di continuo.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo?
Poi l'incontro con il crocifisso, con Gesù che ha cominciato a parlarmi e a sussurarmi nelle notti dolorose della malattia sempre più invalidante, parole nuove, parole di speranza, parole di vita.
Non mi disse subito che dovevo rinnegare me stessa, non mi parlò di morte, ma mi prese per mano e mi aprì il senso delle Scritture.
Oggi medito su quella terra che mi sono lasciata alle spalle, quella su cui non riuscivo a stare in equilibrio e penso al dono stupendo di questa nuova terra, vivificata dallo Spirito nella quale mi ha fatto rientrare per coltivarla con Lui in Lui e per Lui.

sabato 4 novembre 2017

" Chi si umilia sarà esaltato" (Lc 14, 11)


" Chi si umilia sarà esaltato" (Lc 14, 11)

Questa mattina il Signore ci invita a riflettere sull'umiltà, parola che in sè contiene il seme della vita.
Maria, nel Magnificat, esplode in un inno di gioia e di gratitudine a Dio perchè aveva guardato l'umiltà della sua serva.
Dio per realizzare il suo progetto sceglie sempre persone sconosciute, per il mondo non capaci, non all'altezza, inadatte al compito da svolgere, cosa che sembra un controsenso. 
Sceglie ciò che il mondo scarta, mette da parte, disprezza per mostrare che il valore non ce lo dà il mondo, ma Lui che per primo ci ha amati e ci ha chiamato all'esistenza.
Umile ha al suo interno la parola latina "humus" che significa terra.
Noi veniamo dalla terra, siamo fatti di terra su cui il Signore ha alitato il Suo Spirito.
Il primo uomo si chiamò Adamo, il terrestre, fatto di terra.
Non posso per associazione d'idee non pensare alla terra promessa verso la quale tendiamo, una terra dove scorre latte e miele, dove i fiumi battono le mani e tutta la natura è in festa.
Un banchetto di grasse vivande sarà ad aspettarci sul santo monte dell'eredità promessa.
Il primo uomo con il peccato perse la possibilità di trarre frutti buoni e commestibili dalla terra di cui era fatto, dal lavoro delle sue mani, ma solo frutti che intossicano e che man mano ti tolgono la vita.
Per questo Dio si è incarnato, è diventato terra come noi, ma buona, humus nel senso che oggi diamo alla parola, terra ricca di fermenti vivi per accogliere il seme e farlo germogliare.
Gesù la nostra terra.
Come ci ricorda San Paolo nella lettera ai Filippesi 2, 6-11
"Egli pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio 
l'essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall'aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!,
a gloria di Dio Padre.
Non possiamo non tener conto di tutto questo per ridimensionarci e lasciare a Dio il compito di sollevarci alla sua altezza.
Ma come si fa a vivere l'umiltà evangelica?
Me lo chiedo, perchè a volte mi sento arrogante e molto determinata nel professare la mia fede, nell'affermare che Gesù Cristo è il Signore, provocando negli altri fastidio e rifiuto.
Si può essere umili e nel tempo stesso tempo determinati e orglogliosi della verità che portiamo dentro?
"Chi si vanta, si vanti nel Signore" è scritto.
Quando al centro della mia vita sei tu Signore non mi basteranno mai parole per santificare il tuo nome, per dire a tutti che ci ami e che vuoi darci tutto di te, vuoi darci cose che nè tignola nè ruggine attacchino, ma gioia senza fine nel godimento della bellezza, della bontà, della verità, della giustizia, ma soprattutto della tua misericordia.
Tu Signore, contadino del cielo, insegni agli uomini a coltivare la terra che hai dato ad ognuno, unendola al tuo concime, che la trasforma in humus fecondo.
Ma concretamente come si puòn esercitare l'umiltà?
Gareggiare nello stimarci a vicenda, non agire per vanagloria, essere sempre consapevoli di che pasta siamo fatti, a quale speranza siamo chiamati...

L'umiltà è quando la scelta di Dio ti fa naturalmente sedere all'ultimo posto, perchè non ti senti degno di tanto onore...tanto amore.

domenica 8 ottobre 2017

La vigna

"Piantò una vigna…"(Mt 21,33)

Dio fece un giardino, l'Eden e vi mise Adamo, l'uomo fatto con la terra su cui alitò il suo spirito.
Il giardino che Dio diede ad Adamo era il suo amore da accogliere, custodire, coltivare.
Adamo rifiutò di sottostare alle regole del suo Creatore e di quel giardino non fu riconoscente, né si preoccupò di coltivare la relazione con il suo benefattore, anzi ne approfittò per sottrargli la signoria di quel luogo, volendo prescindere da lui e tenersi tutto per sé.
L'amore di Dio è dono, ma non personale proprietà, perché è amore per tutti, è amore che suscita altro amore, amore che genera figli, uva buona, il vino della festa, della gioia, della vita senza tramonto.
Così Dio si riprese il giardino e lo diede da coltivare ai profeti, ai poveri, alle vedove, agli orfani, alle sterili, a persone che per la società non valevano nulla o meno di nulla, perché tutti preparassero la venuta del figlio, il nuovo Adamo, che avrebbe insegnato a noi come si coltiva la vigna del Signore e come la vigna dia frutti buoni e saporiti.
Gesù è venuto a irrigare con il suo sangue la terra, quel luogo ormai preda di ladri, sconvolto e abbandonato alla furia degli elementi.
Lui, il Signore, è diventato muro di cinta e poi torre e frantoio e tutto ciò che occorreva perché la vigna possa essere tutelata da qualsiasi attacco nemico.
Gesù con il suo sacrificio mise al sicuro la sua eredità, perché ne potessimo godere anche noi che non siamo stati scelti per primi.
Ma questo vino oggi noi lo dobbiamo somministrare, offrire, far gustare a quelli che hanno perso ogni speranza, che sono tristi, che non godono della bellezza di quanto esce dalla mano del Signore.
Nella Bibbia a volte ci riconosciamo nella terra, a volte siamo vigna, a volte siamo tralci, a volte siamo città.
Gerusalemme è un luogo dove è eretto il tempio del Signore, luogo di riferimento in cui si celebra il culto e nel quale ci si riconosce figli di un unico padre.
Gerusalemme sarà distrutta e il tempio andrà in rovina.
Di Gerusalemme ciò che era importante, ciò che aveva sempre contato era il tempio.
Noi siamo quel tempio che Dio vuole abitare.
Gesù è disgustato dell'uso che se ne faceva e scaccia i venditori del tempio, perché ne avevano fatto una spelonca di ladri e di furfanti.
I rapporti, le relazioni erano basate sull'uso, sull'interesse egoistico e personale.
Ognuno pensava a prendere, nessuno si preoccupava più di dare gratuitamente all'altro la propria attenzione, il proprio sguardo, il tempo di un sorriso, di una carezza, di una stretta di mano disinteressata.
Non c'era più nessuno che si prendesse cura dell'altro.
A Dio ci si rivolgeva solo per placarne l'ira e ottenere vantaggi personali.
Gesù ricostruisce il tempio con il suo corpo dopo che gli uomini ne hanno decretato la morte e sulla croce con le braccia spalancate e il cuore trafitto attira tutti a sé, perché innestiamo i nostri cuori di pietra, le nostre vite selvatiche, pezzi di legno senza futuro nelle sue ferite, perché la vigna riprenda a dare frutto.
E la terra? Dov'è la terra?
La croce ha due braccia: quelle verticali attingono dal cielo lo spirito di vita, quelle orizzontali abbracciano il mondo per dargli la vita.
Grazie Gesù, grazie Padre, grazie Spirito Santo.
Noi siamo i vignaioli destinati a dare buoni frutti perché il mondo ritrovi la gioia.
Innestati a Gesù non potremmo che essere certi di questo.
Se la vigna si è inselvatichita e l'uva è immangiabile, significa che dobbiamo chiedere al Signore un nuovo innesto.

martedì 3 maggio 2016

Trinità



"Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9)

"Mostraci il Padre e ci basta" esclama spazientito Filippo che vuole arrivare al dunque senza dover aspettare.

Anche a noi sarebbero venute in mente quelle parole, come quelle messe in blocca a Tommaso a proposito della via da seguire.
Ci sono al mondo molti credenti in Dio, convinti che quella sia la strada giusta per salvare la pelle, esonerandosi dagli optional.
Il Dio di Gesù Cristo lo conoscono in pochi perché è il Dio della croce e la croce non piace a nessuno.
Piace invece un Dio a nostra immagine e somiglianza, un Dio a cui va bene tutto (lo dice anche il papa!), che non si formalizza se siamo buoni o cattivi perché ci ama e ci perdona sempre a prescindere.
Pensiamo che l'amore di Dio consista nel permetterci di fare di testa nostra, attribuendogli pensieri e parole e azioni che non si è mai sognato di avere.
Oggi di Dio abbiamo un'immagine liquida, fumosa, imbrogliata come imbrogliati sono i nostri pensieri che non vanno oltre il nostro naso.
Di Gesù ci piace tutto quello che dice, basta che non tocchi i nostri interessi.
Anche gli apostoli ci sono cascati, nonostante la frequentazione del maestro per ben tre anni.
Ma a volte non basta una vita per conoscere Gesù se ci ostiniamo a dargli i nostri connotati.
Gesù è chiaro quando dice " Chi ha visto me ha visto il Padre" perché come accade anche da noi, giudichiamo le persone in base alla famiglia di provenienza, cercando nei caratteri somatici, nel modo di fare, nelle attitudini, nelle parole e nelle azioni le somiglianze con i propri ascendenti.
Se lo facciamo abitualmente non sembra così insensato e scandaloso quello che dice Gesù.

Le colpe dei padri ricadono sui figli , purtroppo, ed è vero nel senso che ci portiamo la zavorra delle conseguenze del cattivo comportamento dei nostri avi.

Per Gesù il discorso non si pone perché è in tutto simile a noi tranne che per il peccato.
Abbiamo fatto esperienza di cosa comporti ereditare un terreno molto vasto, un tempo fiorente, esposto al sole e con tanti pozzi per l'irrigazione.
Ma gli eredi non l'hanno mai coltivato sì che a noi è pervenuta una selva di rovi inestricabile patria di bestie velenose e feroci.
Questo la dice lunga sull'identità di questi antenati lontani e vicini che non hanno imparato nè hanno trasmessa a noi figli e nipoti l'arte del contadino, l'amore per la terra.
Così non ne godiamo i frutti e siamo costretti a servirci dei supermercati dove non sai che veleno ci propinano.

Dio ci ha promesso una terra, una terra da coltivare, una terra che darà i suoi frutti se sarà fecondata dal seme dello Spirito.

Noi siamo quella terra , ognuno è quella terra perché Cristo è diventato Adam, il nuovo Adamo su cui il Padre ha soffiato il Suo Amore, il Suo Spirito.
Gesù vuole che noi ricaviamo frutti dalla sua terra, che è con il Battesimo anche nostra, vuole che attraverso di Lui possiamo vedere il Padre che è il Divino contadino, colui che ha amato a tal punto la sua terra da farcene dono.
Essendo un'azienda famigliare dove nessuno si tiene per se i suoi doni, ognuno si adopera perché non solo loro ma tutti quelli che vorranno potranno vivere dei frutti del bene comune che, attraverso Gesù, ci è stato recapitato dallo Spirito di Dio.

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domenica 3 aprile 2016

Shalom!



Meditazioni sulla liturgia 
di domenica della II settimana di Pasqua anno C

domenica della Divina Misericordia

Letture: At 4,32-35; Sal 117; 1 Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

" Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto" (Gv 20,29)

Oggi la pagina del vangelo ci parla di pace, quella che Dio ci dona con il suo perdono e quella che dobbiamo portare ai fratelli, condividendo con loro tutto ciò che abbiamo e che siamo.
Negli Atti si dice che i primi cristiani erano un cuor solo e un'anima sola, che mettevano tutto in comune e nessuno era bisognoso.
Gli effetti della pace di Cristo, del suo sacrificio all'inizio erano evidenti nella vita delle prime comunità che riconoscevano i cristiani da come si amavano.
Ma come avvenne con il peccato originale che divise gli uomini e li rese nemici così avvenne dopo che passarono gli anni e "quell'amatevi come io vi ho amato" fu sempre più difficile da veder realizzato.
Forse tutto dipende dal fatto che quanto più la comunità si estende e si moltiplica tanto più il pericolo di disaccordo aumenta a causa di una incapacità di far comunione a distanza.
Se guardiamo quello che oggi i mass media ci mostrano, le immagini del teleschermo o dei tanti dispositivi che la tecnolgia mette a nostra disposizione, sembra che i cristiani siano in via di estinzione, perchè ne ammazzano tutti i giorni qualcuno o tanti e noi stiamo a guardare.
Noi che, se andiamo a messa, non ci dobbiamo preoccupre se torneremo vivi a casa, ma se facciamo in tempo a cuocere la lasagna, se c'è il sole per farsi una passeggiata, se...
Il sangue dei martiri è il concime della nostra fede, come lo è stato quello di Cristo.
Ne sono certa anche perchè sperimento ogni giorno, nella mia quotidiana "follia" di sfidare qualunque ostaolo per rubarmi una messa,  che ci sono tanti santi che camminano in mezzo a noi, tanti Gesù che ci mostra le sue ferite accettate, accolte, offerte con e per amore.
Quanti crocifissi nelle messe dei giorni feriali, quanti nei giorni festivi, gente che ha rinvigorito la fede attraverso la sofferenza.
Piccoli resti di un popolo in cammino, ma radicati in Cristo Gesù, testimoni viventi della sua resurrezione nella serenità e nella gioia che comunicano i loro volti, quando sediamo alla stessa mensa, quella eucarisctica, e ci raccontiamo quello che abbiamo visto e quello che il Signore ogni giorno ci dona per continuare il cammino alla volta della terra promessa.
Mi viene in mente l'immagine dei 9 ettari di terra che abbiamo ereditato, incolti da circa 40 anni, terra un tempo fertile e ridente, ora tana di serpi e di insetti velenosi dove abitano cinghiali e animali non proprio accoglienti.
Ho pensato al giardino in cui Dio mise Adamo, e poi Eva, un giardino che avrebbe dato a loro e ai loro discendenti la vita se l'avessero coltivato, se si fossero presi cura di quel paradiso, se avessero accettato di seguire le istruzioni del suo Creatore, Custode di quel bene che l'Amore non poteva rinnegare.
Ma il peccato ha trasformato il giardino , la terra all'uomo affidata in un covo di lupi, in una spelonca di ladri.

Penso ad Abramo a cui il Signore disse di lasciare la sua terra, di uscire da quel suo tranquillo e sicuro rifugio e andare verso un'altra terra sconosciuta dalla quale avrebbe tratto nutrimento lui e la sua numerosa discendenza.
Abramo credette contro ogni speranza e s'incamminò fidandosi ciecamente della parola di Dio e  vide il frutto del suo sacrificio, del sì a Dio che è fedele per sempre e non viene mai meno alle sue promesse.
Il Signore, aiuta anche noi  in questo percorso alla volta di terre da dissodare, da rendere feconde attraverso la fede, la speranza e la carità che sono doni dello Spirito, doni che Gesù ci ha lasciato, soffiando sulla sua Chiesa.
Quante terre incolte troviamo sul nostro cammino, quanti rovi, quante spine, quanti intralci, pericoli, inconcontriamo addentrandoci nel cuore ferito dei nostri fratelli, quelli di cui dobbiamo rispondere, di cui dobbiamo prenderci cura per renderli fecondi!
Imparare l'arte del contadino è l'unica strada per essere in grado di trasformare la valle di Acor in porta di speranza, permettendo a Dio di trasformare la nostra storia in storia sacra dove la meraviglia dell'inizio è garantita da quel saluto che oggi ci apre il cuore"Shalom!"
" A chi rimetterete i peccati saranno rimessi" dice il Signore, perchè siamo stati perdonati da Lui, tornati ad essere quel giardino che Lui continua a custodire e di cui continua a prendersi cura.
Grazie Gesù di tutto quello che hai fatto e continui a fare per noi. Grazie perchè eterna è la tua misericordia!

sabato 12 marzo 2016

Terra promessa





Meditazioni sulla liturgia di 
sabato della IV settimana di Quaresima

Letture: Ger 11, 18-20;Salmo 7; Gv 7, 40-53


" A te ho affidato la mia causa"(Ger 11,20)

Non c'è che dire il peccato porta alla morte ma è solo con la morte che si vince il peccato.
Sembra un paradosso quello che oggi si evince dalle letture che la liturgia ci propone.
Geremia, perseguitato perchè profeta scomodo va incontro alla morte come Gesù, affidandosi nelle mani dell'autore della vita, Dio stesso, che solo può far vivere e morire, a seconda che ti affidi o non ti affidi a lui.
La morte non piace a nessuno e penso che umanamente nè Geremia nè Gesù l'abbiano affrontata a cuor leggero.
Ma a morire si impara ogni giorno, è una disciplina, una scuola di spogliamento, di offerta, di accoglienza della volontà di Dio che ci chiede di farci da parte, di fargli spazio perchè possa attraverso di noi far risorgere dai morti quelli che si trovano chiusi nella tomba del loro orgoglio, della loro presunzione, della loro proclamata autosufficienza.
Far risorgere dai morti è facoltà di Dio che ha pagato con la morte del figlio la resurrezione di quelli che non l'hanno conosciuto o riconosciuto come Colui che salva, colui che libera, colui che ama a prescindere sempre e perdona non sette ma settanta volte sette.
Innestati in Cristo con il Battesimo anche noi possiamo fare le stesse cose che ha fatto Gesù. fidandoci di quello che ha detto, guardando quello che ha fatto, credendo che in Lui sono ricapitolate tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra e che attraverso di Lui abbiamo la redenzione e il perdono dei peccati.
Il peccato ci separa da Dio, ci priva del nutrimento necessario, della linfa, dell'acqua di cui abbiamo bisogno per vivere in eterno. 
Siamo stati creati per l'eternità e per questo Dio non poteva permettere che i suoi figli morissero .
L'eternità fa paura a Giovanni, il mio nipotino, perchè la pensa come un periodo vuoto dove non c'è niente da fare. 
Noi la vita ce la immaginiamo come quella che viviamo qui su questa terra, proiettata nel dopo o ripiegata nel rimpianto del passato, in un presente pieno di pensieri, preoccupazioni, senza tempo per fermarci per vivere la nostra identità di persone create a immagine e somiglianza di Dio.
La nostra società è incapace di fermarsi, in una perenne corsa verso l'autodistruzione.
Ringrazio Dio che attraverso la malattia mi ha dato l'opportunità di fermarmi, di andare sempre più piano, si da cogliere nell'attimo che sto vivendo la pienezza dell'essere, la gioia dell'incontro con il mio tu in cui mi specchio, nello sguardo di chi mi definisce e mi ama, ma anche nella storia di chi il Signore mi ha messo accanto per vedervi le tracce del suo passaggio.
Lo ringrazio perchè il tempo me lo ha moltiplicato e lo ha reso tutt'altro che noioso, perchè sempre più numerosi sono i figli custoditi nel Suo cuore di Padre che mi chiamano a rispondere dell'amore che gratuitamente ha riversato su di me e a corrispondere perchè tutti ne godano. 
L'eternità comincia da quando siamo stati concepiti e non dobbiamo aspettare di morire per sapere cos'è. Quello che non ci aspettiamo o forse ignoriamo è che l'eternità è l'acquisizione della certezza che non potremo più morire, che la gioia sarà piena perchè il deserto è finito e non dobbiamo più combattere per godere della terra promessa. 
Vivere nella casa di una famiglia riconciliata da un Amore più grande ci darà finalmente la pace.

giovedì 11 febbraio 2016

Identità




Meditazioni sulla liturgia di 
giovedì dopo le Ceneri
Madonna di Lourdes
letture: Dt 30,15-20; Salmo 1; Lc 9,22-25



"Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà"(Lc 9,24)


Ieri il sacerdote con l'imposizione delle ceneri ci ha ricordato  la nostra natura mortale, terra da cui veniamo e terra a cui torneremo.
Anche se cerchiamo di non pensarci è questa una triste realtà che non ci piace ricordare e che non vorremmo che gli altri lo facessero.
Eppure il cammino quaresimale parte da una certezza, da una constatazione che è inconfutabile.
Oggi il tema della terra ci viene riproposto nella prima lettura dal discorso che Mosè rivolge agli Israeliti prima di entrare nella terra promessa.
Mosè invita a prendere oggi una decisione per intraprendre il cammino alla scoperta della nostra vera natura, della nostra identità liberata dalle maschere che abbiamo gettato a Carnevale.
Chi può dirci chi siamo? Chi può guidarci alla conoscenza della nostra vera natura? Chi può dirci la verità sul nostro destino?Chi può farci godere dei frutti della terra che ci ha donato insegnandoci a coltivarla?
Gesù è venuto a darci le istruzioni di persona, mostrando come non si possa entrare nel mistero della morte se non morendo a se stessi, rinnegando i propri giudizi e pregiudizi con le orecchie tese a non far cadere neanche una briciola del pane quotidiano che spezza per noi e con gli occhi aperti a guardare quello che fa.
Quando l'11 febbraio del 1998 con il secondo tamponamento andarono in frantumi le lenti multifocali e insieme a loro le mie certezze, la mia identità, tutto, fu allora che mi fu decretata la morte con la fine di tutto ciò che mi faceva esistere, primo fra tutti il lavoro.
"La Madonna di Lourdes ti ha salvato", mi disse qualcuno leggendo il libro che in seguito scrissi sulla mia conversione, dove avevo annotato la data dell'incidente e le conseguenze nefaste che ne derivarono.
Fu forse allora che cominciò il mio cammino quaresimale alla ricerca dell'identità perduta.
Inconsapevolmente mi ritrovai a vedermi terra arida e incolta, terra inutile perchè senza vita.
Il mercoledì delle ceneri durò parecchi anni, senza un sacerdote che me lo ricordasse.
Tanti anni a vagare in un deserto sconfinato di cui io non ero che un granello di sabbia, confuso tra i tanti che il vento mescolava e confondeva di continuo.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo?
Poi l'incontro con il crocifisso, con Gesù che ha cominciato a parlarmi e a sussurarmi nelle notti dolorose della malattia sempre più invalidante,  parole nuove, parole di speranza, parole di vita.
Non mi disse subito che dovevo rinnegare me stessa, non mi parlò di morte, ma mi prese per mano e mi aprì il senso delle Scritture.
Oggi medito su quella terra che mi sono lasciata alle spalle, quella su cui non riuscivo a stare in equilibrio e penso al dono stupendo di questa nuova terra, vivificata dallo Spirito  nella quale mi ha fatto rientrare per coltivarla con Lui  in Lui e per Lui.

giovedì 4 febbraio 2016

Terra promessa



Meditazioni sulla liturgia
di giovedì della IV settimana del Tempo Ordinario
anno pari
letture:letture:1 Re 2,1-4.10-12;Salmo  (1Cr 29,10-12) " Tu, o Signore, dòmini tutto!"; Mc 6, 7-13


"Sii forte e mostrati uomo"( 1 Re 2,2)

Cosa significa mostrarsi uomini, mi viene da domandarmi, mentre mi accingevo a riflettere sulla povertà che deve contraddistinguere il discepolo di Cristo, l'annunciatore del regno di Dio, il testimone della sua alleanza che dura in eterno.
A volte le letture che la liturgia ci propone mi sembrano scollegata a tal punto he decido di privilegiare per la meditazione quella che più in quel momento sento più vicina al mio vissuto, al mio impegno a camminare nella luce di Cristo.
La parola evidenziata sul calendario liturgico mi ha fatto chiedere in cosa consista la forza dell'uomo e cosa significhi vivere la propria umanità fino in fondo.
La Cristologia al servizio dell'Antropologia fu la conclusione illuminante di un seminario in cui nessuno aveva capito niente e men che meno io.
" Chi è l'uomo perchè te ne curi, chi è l'uomo perchè te ne ricordi?" recita un Salmo.
Ce lo dovremmo chiedere spesso, più spesso davanti ad un crocifisso, per capire queste parole e vivere di conseguenza.
Dio, se avesse voluto creare dei supereroi, dei mandrake, certo non avrebbe usato la terra per impastarci, quella terra che ci ha promesso, dopo averla perduta,  e  che ci ha dato da coltivare insieme a Lui.
Se ci pensiamo bene l'essere uomini comporta la consapevolezza di essere terra donata da Dio e su cui Dio fa piovere e fa crescere.
Non siamo padroni della terra ma custodi e responsabili, non solo della nostra ma anche di quella altrui.

" Nessun uomo è un isola, ognuno è un pezzo di un continente, la parte di un tutto"(Donne)...
Era il tema preferito che ogni anno assegnavo agli alunni senza capirne a fondo il senso...
Senza di te non possiamo fare nulla, Signore, con te tutto è possibile...
Quando non hai nulla, non possiedi nè ti porti appresso nulla è allora che porti Gesù nella sua interezza...
Pensieri, ricordi, riflessioni che affiorano nella memoria...

La preghiera di Gesù e tutta la sua vita mi hanno introdotto nel mistero straordinario dell'appartenere ad un unico corpo di cui Gesù è il capo, un'unica terra da coltivare per noi  e per la nostra vera e unica famiglia.
Figli di un unico Padre, fratelli in Gesù.
E ci credo non perchè l'ho letto da qualche parte, cosa che sicuramente è avvenuta, ma perchè ho sperimentato quanto conti farti spazio Signore, quanto tu ci tenga a vivere in comunione con me e a essere con me una cosa sola.
Questo significa che tutto quello che ho è dono, è tuo e non posso che rendertene grazie.
La mia disabilità, la mancanza di tante cose che hanno contraddistinto la mia giovinezza non mi facciano sentire meno donna, meno importante per te, per il tuo progetto d'amore.
Mi basta la tua grazia Signore e con te, ne sono certa farò cose grandi a tua gloria e per la nostra salvezza.
So Signore che tu non hai bisogno di nulla, siamo noi che abbiamo bisogno di tante cose, la prima delle quali è la consapevolezza di essere terra abitata dal tuo Spirito.
Su questa terra arida e riarsa soffia Signore, continua a soffiare l'alito di vita.

Ti cercherò in tutto ciò che mi manca e ti renderò per questo grazie in eterno.

venerdì 18 dicembre 2015

Dimoreranno nella propria terra (Ger 23,8)

http://asuaimmagine.blogspot.it/2013/09/1-corinzi-3-7-ora-ne-chi-pianta-ne-chi.html


(Ger 23,5-8) Susciterò a Davide un germoglio giusto.
«Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –
nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto,
che regnerà da vero re e sarà saggio
ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra.
Nei suoi giorni Giuda sarà salvato
e Israele vivrà tranquillo,
e lo chiameranno con questo nome:
Signore-nostra-giustizia.
Pertanto, ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali non si dirà più: “Per la vita del Signore che ha fatto uscire gli Israeliti dalla terra d’Egitto!”, ma piuttosto: “Per la vita del Signore che ha fatto uscire e ha ricondotto la discendenza della casa d’Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi!”; costoro dimoreranno nella propria terra».

" lo chiameranno Signore, nostra giustizia"(Ger 23,6)

Oggi le letture ci parlano di giustizia, una parola che amiamo sbandierare per rivendicare i nostri diritti, ma che spesso bypassiamo quando riguarda i nostri comportamenti non proprio giusti.
Mi chiedo perchè siamo sempre pronti a puntare il dito sulle inadempienze altrui e così poco propensi a farci un serio esame di coscienza.
Dio, è scritto, susciterà il germoglio giusto, quello che ci ricondurrà nella nostra terra, la terra di Dio, la terra che Dio ha voluto condividere con noi, il campo dove ci ha chiamati a lavorare, ma che sarebbe infruttifero se non ci fosse lui.
" Nè chi pianta e irriga è qualcosa, ma è Dio che fa crescere" è scritto.
Voglio mettermi alla sua presenza questa mattina, presentarmi a lui come sono, una pianta inaridita, deturpata dal vento, dalla siccità, dagli uomini, con tanti rami secchi o tranciati di recente, voglio a lui chiedere uno sguardo di misericordia, perchè possa sperare di rinascere in un piccolo virgulto che ora non vedo, ma che si sta preparando a sfondare la corteccia dura del mio albero.
Chiedo a Dio di poter essere liberata da qualsiasi schiavitù, di poter ritrovare la forza e l'entusiasmo per il santo viaggio e riprenderlo con più lena, chiedo a Maria di starmi accanto, come al suo sposo Giuseppe, perchè mi aiutino a non perdere neanche una sillaba che esce dalla bocca di Dio.
A loro fu affidato il Redentore, l'Emanuele, e loro lo accolsero e se ne presero cura prima ancora che cominciasse a parlare, perchè Dio non smette mai di comunicarti il suo amore, anche quando è un piccolo seme, anche quando emette solo vagiti.
Ho pensato che Maria e Giuseppe non ebbero dubbi sul da farsi perchè da dentro la voce di Dio li istruiva e li guidava verso la realizzazione del suo progetto d'amore.
Tante cose non le capirono subito, ma si affidarono al Padre che sapevano essere al di sopra di ogni giustizia umana, si fidarono perchè forte  era il loro legame con chi li aveva generati.
La parola che questa mattina mi ha colpito è tratta dalla progezia di Geremia a ventitreesimo capitolo" Pertanto verranno i giorni, nei quali non si dirà più : Per la vita del Signore che ha fatto uscire dal paese d'Egitto, ma pittosto : Per la vita del Signore che ha fatto uscire  e che ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi: costoro dimoreranno nella propria terra".
La terra che bramo, che desidero, che cerco, che voglio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa è l'amore di Dio è quella terra in cui si mossero Maria e Giuseppe prima che spuntasse il germoglio sul tronco di Iesse, la terra in cui si mossero non solo spiritualmente, ma anche e soprattutto umanamente, quando si trovarono a confrontarsi con il mistero dell'incarnazione, quando Gesù divenne un dono scomodo, un dono di cui non capivano la portata, quando dovettero difenderlo dalla ferocia di Erode, quando tutto sembrava contraddire le promesse di Dio.
Quella terra vorrei coltivare, vorrei essere capace di capire quando è tempo di seminare, quando di aspettare e vigilare, quando è tempo di raccogliere.
Come vorrei vivere in un rendimento di grazie continuo la mia collaborazione a che la terra ridiventi un giardino profumato con tutti i colori dell'arcobaleno.

Quanto sarebbe bello, o Signore, vivere l'intimità della tua casa, sentirmi avvolta e protetta dal tuo amore, quanto vorrei che i brutti pensieri, le paure,  le sofferenze del momento presente non offuscassero i tuoi raggi, non impedissero a te di far germogliare la vita.
Signore continua ad irrigare la nostra terra, ti prego, continua a rialzarci ogni volta che inciampiamo e ci scoraggiamo.
Continua Signore a  mandare il tuo Spirito e a stupirci per i nuovi germogli che spuntano da piante  destinate a morire.
Maranathà, vieni Gesù!
E tu Maria non mi lasciare la mano, continua a chiudermi gli occhi come ogni sera, continua a tenermeli aperti quando passa Gesù.