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sabato 28 dicembre 2019

“La forza politica della santità coniugale”


(Col 3,12-21)
Vita familiare cristiana, secondo il comandamento dell’amore.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési

Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro.
Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!
La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

Parola di Dio 


SFOGLIANDO IL DIARIO...

“La forza politica della santità coniugale”, questo il titolo del Convegno del RnS per la Pastorale Familiare, tenutosi a Montesilvano(Pescara) l’11 febbraio 2006. Relatore don Carlino Palumbieri, che, dopo aver fatto riferimento a Tiberiade, luogo dell’amicizia e della condivisione, luogo dell’ascolto della Parola, dove le risorse umane s’innestano in quelle di Dio, ha benedetto il Signore perché tutto questo è presente nella famiglia, Chiesa domestica,  quando c’è Maria che vigila a che non venga meno la gioia delle nozze.


Ha ringraziato il Signore, don Carlino, perché ha creato l’uomo e la donna e ci ha fatto conoscere l’amore.


A nozze si va su invito e l’invito è gratis. La prima bella notizia è che la vita è un invito a nozze, nozze che contano, perché lo Sposo è un personaggio speciale, fuori dal comune,uno Sposo che ha superato una distanza infinita per donarsi alla sua sposa.


Per il giorno delle nozze tutto deve essere, bello, gioioso, nuovo. L’abito, preparato con cura, non rattoppato, ma nuovo, adeguato, perché altrimenti si fa la fine di quell’invitato di cui parla Matteo, che fu cacciato via dal banchetto, perché non si era premurato di indossare la veste adatta all’occasione.


Ci ha invitato, don Carlino a sostare davanti ad una coppia di sposi , in silenzio, perché sono sacramento, non immagine del sacramento, sono il segno tangibile della presenza di Dio fra noi, nella relazione che intercorre tra loro.


Papa Giovanni Paolo II, nella Lettera alle Famiglie del 1994, ha detto che la Chiesa, senza la famiglia non può comprendere se stessa. 
La Famiglia è il grande mistero di Dio, non il problema. 
Nella famiglia si fa esperienza di amore filiale, genitoriale, fraterno, si fa esperienza di amore gratuito, si fa quindi esperienza di Dio.


Solo nella famiglia questo è possibile, perciò Dio ha dato alla coppia il compito di somigliargli, creando l’uomo e la donna, due diversi chiamati a diventare una carne sola per dare vita al mondo. Dio ha inventato la la famiglia, non la parrocchia per renderSi visibile al mondo.


Nell’Enciclica “Deus caritas est” il Papa ha detto che l’archetipo per eccellenza, l’esemplare assoluto dell’amore è l’amore tra uomo e donna.


Nel Concilio Vaticano II del 1965, bussola dei credenti del II millennio, sono state evidenziate 5 priorità: 1)Matrimonio e famiglia,2)cultura,3)vita sociale,4)vita politica,5)solidarietà tra i popoli.


Il rinnovamento della società passa prioritariamente dalla santità del matrimonio. E non serve e non è giusto chiamare la famiglia piccola Chiesa, ma a tutti gli effetti Chiesa domestica, profezia di Dio, non istituzionalizzabile, come tutte le profezie, ma oggetto di fede. 
Quando proclamiamo la nostra fede, dopo l’ascolto della Parola di Dio, non dimentichiamo di affermare con forza e con convinzione che crediamo alla Chiesa, una, cattolica e apostolica, tenendo gli occhi fissi alla famiglia da cui siamo nati e a quella che abbiamo formato con il nostro coniuge, alla nostra parrocchia, dove con altre famiglie, riceviamo i Sacramenti, per finire alla Chiesa, comunità di tutti i credenti.


Il matrimonio, non è un fascio di doveri ma una Grazia. 
Cinquanta anni fa ci si sposava per procreare, per allevare la prole, per disciplinare e dare uno sbocco al desiderio sessuale.


La Chiesa allora era gerarchizzata e ci si sentiva costretti dentro un cumulo di formule e di doveri.


La bella notizia che dobbiamo annunciare è che siamo chiamati personalmente a diventare santi insieme a tutti i battezzati nella Chiesa dove Dio ci ha chiamati.


La prima Chiesa è la famiglia, la più importante, perché nella famiglia s’impara ad essere santi e si può diventare santi nella famiglia e non “nonostante” la famiglia.


1)La santità non è privilegio di pochi.


2)La santità non è frutto di titoli, ma dono di grazia. 
Il segreto sta nel diventare ciò che già siamo.(Siamo di Dio, dobbiamo decidere di appartenergli sempre consapevolmente).


3)Nella famiglia c’è la pienezza della carità, perché si sperimenta la pienezza dell’amore.


4)La santità serve nella città terrena ad avere un tenore di vita più umano, vale a dire che "LA SANTITA’UMANIZZA IL MONDO".


5)Non c’è una santità standard.
Nella “Lumen Gentium” si dice che tutti siamo chiamati alla perfezione della carità, all’amore, alla pienezza della vita in Dio.


Sposarsi in Gesù Cristo è una chiamata per la quale si chiede una virtù fuori del comune.  
Nella “Lumen Gentium” infatti si dice che i coniugi significano il mistero di unità di Cristo con la Chiesa.


Si diventa santi nel, con e per il matrimonio, perché due diventano una carne sola nel matrimonio, non un solo spirito. 
La santità dei coniugi Beltrame Quattrocchi c’insegna che la via seguita è quella ordinaria di una coppia che si ama in Cristo.


Il giorno delle nozze Dio non ci dice “Auguri” ma dona la capacità di amare sempre e nonostante tutto il coniuge a cui si è promessa la fedeltà.


La fedeltà è alla comunione, all’alleanza, non alla persona. 
Dio  dona la capacità di non rompere l’alleanza, anzi di renderla più salda attraverso l’esercizio del perdono, dono totale e gratuito fino alla morte. 
Morire per dare vita all’altro, questo è quello che Dio ci chiede nel matrimonio, essendo i coniugi datori di vita, il primo parto è quello dell’altro, dello sposo o della sposa.


Sposarsi in chiesa è pura follia, perché è amare a braccia inchiodate.


Il coniuge deve aiutare l’altro non a vivere ma a salvarsi, a vivere senza peccato, a superare le difficoltà che derivano dal peccato, a fargli fare esperienza di Dio.


Quella degli sposi è una santità laica, che non possono avere i preti o i monaci.


La santità è nella realtà che viviamo, rendendo straordinarie le cose ordinarie. 
Ogni coppia deve trovare espressioni di vita, di culto, di preghiera specifiche, non oggetto di letteratura.


Nella”Cristi fideles laici”si parla del rischio di clericizzare i laici, che nella famiglia realizzano ciò che sono. Due realtà non finiranno mai:la famiglia e la Chiesa.


La SPIRITUALITA’ CONIUGALE ha come sua specificità la coniugalità, la relazione, che diventa grazia.


Il Sacramento del matrimonio come quello dell’ordine sono sacramenti di ministero.


La grazia donata deve essere messa in circolo. L’amore diventa grazia per gli altri, perché si diventa canali d’amore e si porta gli altri ad amare nel modo giusto, se ci si conforma a Cristo.


Il giorno delle nozze l’amore viene comandato, diventa il sacramento. 
Da quel momento si sta insieme per scelta, non per sentimento. Come il rapporto con il figlio è naturale, così lo è quello degli sposi.


Con il matrimonio la coppia naturalmente sta insieme, naturalmente si ama, non perché sia facile, ma perché è nella natura del sacramento amarsi "a prescindere".


La prima specificità della forza politica della santità coniugale è quella di aprire la porta della nostra casa per permettere agli altri di entrare.


Vediamo gli sposi cristiani chiusi nel bunker dell’appartamento e o possedere case che non abitano.


Gli sposi cristiani hanno un ministero sociale, politico e non possiamo defilarci dicendo che la politica è sporca.


Le opere di misericordia corporali ci ricordano che è dovere occuparsi degli affamati, assetati, ignudi, pellegrini, carcerati, morti, senza contare le opere di misericordia spirituali.


SAREMO GIUDICATI SULL’AMORE.


Mosè, vive 120 anni, i primi 40 in Egitto, poi 40 a Madian cerca di vedere che vita facevano i suoi fratelli e uccide l’egiziano, facendosi giustizia da se. A 80 anni Dio gli comanda di occuparsi del suo popolo che accompagnerà fuori dall’Egitto attraverso il deserto.


Nella parabola del buon Samaritano i verbi sono 10


Lo vide


Si mosse a pietà


Si curvò su di lui


Gli fasciò le ferite


Gli versò l’olio


Lo caricò sul giumento


Lo portò in albergo


Si prese cura di lui


Tornò indietro a pagare.


Questo spirito, questa disponibilità, questo amore rende vivibile la polis e la trasforma in una famiglia.



11 febbraio 2006.

venerdì 1 novembre 2019

Santità


https://asuaimmagine.blogspot.com/2012/11/chi-sono-i-santi.html

Meditazioni sulla liturgia della festa di
Ognissanti


"Beati i misericordiosi, perchè troveranno misericordia"(Mt 5,7)

Oggi mi voglio immergere nella beatitudine di essere chiamata alla santità, contemplando la visione di Giovanni che troviamo nell'Apocalisse.
Luce, pace, gioia, gratitudine, dono e ricompensa, caratterizzano le letture di oggi, in cui viene mostrato il nostro destino di figli di Dio, figli di re, profeti e sacerdoti benedetti per sempre.
Oggi è la festa di tutti i santi, non dei beati e mi piacerebbe fermarmi sulla differenza dei due termini.
Santo è colui che svuotato di tutto, si è fatto riempire da Dio, a Dio ha chiesto e da Dio ha ricevuto ciò che gli mancava per essere felice e portare frutto.
I santi che celebriamo non sono solo quelli scritti sui libri di chiesa, ma tutti quelli che vivono con coerenza il vangelo, vivono la beatitudine del già e non ancora in una perenne e progressiva tensione verso l'Assoluto, Sommo Bene.
Questa mattina mi sono soffermata sul passo del vangelo che riguarda le beatitudini.
Mi sono chiesta se potevo sentirmi parte della famiglia chiamata alla santità cercando tra le beatitudini, quella che potevo sentire più consona a me e al mio stile di vita.
Tra le beatitudini due hanno il verbo al presente, vale a dire che la ricompensa è già nell'essere povero di spirito o nell'essere perseguitato a causa della giustizia.
Tutti gli altri devono aspettare.
Allora mi sono detta che anche se non ancora in modo perfetto certo mi sento una povera di spirito, vale a dire una persona che sente insopprimibile il desiderio di essere riempita dall'amore di Dio, dal Suo Spirito.
Mi sono chiesta se questa è una situazione permanente o come le connessioni farlocchie va e viene.
Dio mi basta? Lo cerco sempre, ogni momento della mia vita, ogni mio respiro dipende da Lui?
Mi interrogo e devo con molta sincerità dire che ci sono momenti in cui Dio non mi basta e cerco altrove cibo di cui saziarmi.
Mi chiedo perchè questo accade, visto che sono certa che solo Lui può saziarmi, riempirmi, darmi ciò che mi manca per essere felice.
Il regno dei cieli è vicino, dice Gesù agli inviati perchè lo annunzino ai vicini e ai lontani.
Non dice che il regno dei cieli, il progetto di Dio, è pienamente realizzato. C'è ancora tanto da fare per portare a termine la costruzione.
Ieri pensavo a quanto fosse importante per un ingegnere avere maestranze e operai bravi e docili ai suoi comandi, perchè la realizzazione del progetto rispecchiasse l'idea del progettista.
Dio quando ha creato il mondo ha lavorato come un ingegnere, ha fatto un progetto che l'uomo poi doveva realizzare con il suo aiuto, accettando la sua direzione dei lavori.
Ma sappiamo che se non siamo strettamente collegati, uniti a Lui siamo portati ad arronzare, per la fretta, la stanchezza, per il desiderio di andare ad abitare in una casa già fatta, piena di ogni confort.
Anche se Dio non nega il salario a nessuno, se non sta a guardare chi ha lavorato di più, ma certo è che la beatitudine di lasciarci da Lui plasmare, aiutare, rendere capaci è negata a chi vuole fare di testa sua, nei suo i modi e nei suoi tempi.
Frammenti di paradiso, anticipazioni di eternità gioiosa non possiamo negare di viverli.
Purtroppo spesso dimentichiamo l'olio delle lampade e rimaniamo al buio.
La festa di oggi è una festa di luce, sfolgorante, perchè la nostra speranza la vediamo già realizzata in quelli che ci hanno preceduto nell'esercizio quotidiano della manovalanza.
Forse la beatitudine( beato è colui che è strato reso felice) che più ci calza è quella che riguarda coloro che sono nel pianto perchè saranno consolati.
Allora verrebbe da dire che quasi tutti o tutti addirittura ci salveremo, perchè nella vita di nascosto o palesemente qualche lacrima ci è scappata.
Ma Gesù dice: " Beati coloro che SONO nel pianto" che significa una situazione esistenziale della vacanza, della mancanza, del bisogno, del non bastare a se stessi, che è cosa diversa se il tuo pianto è motivato dalla perdita di qualcosa che è destinata a finire.
Il regno di Dio lo vivi se apri gli occhi e vedi che Dio si manifesta nel tuo problema, nella tua difficoltà, nella tua inadeguatezza, nel tuo limite, nel tuo pianto.
Penso proprio che devo fare molta strada ancora per sentirmi a posto, vale a dire con la pensione assicurata.
La fede è vivere ogni momento il sì al Signore perchè riempia i vuoti del cuore.
Saremo santi, perchè Lui è santo.
L'ha detto e lo farà.

giovedì 1 novembre 2018

"Noi fin d'ora siamo figli di Dio"(1Gv 3,2)

VOLTO SANTO di Manoppello (Pe)


1 novembre
OGNISSANTI

"Noi fin d'ora siamo figli di Dio"(1Gv 3,2)

Mi chiedo se e fino a che punto abbiamo questa consapevolezza, noi che ci proclamiamo cristiani, noi che andiamo magari a messa non solo le feste comandate.
Quanto crediamo a questa verità di fede che Gesù è venuto a ricordarci?
Il popolo ebraico sapeva di essere stato generato da Dio, che quindi Dio è il Creatore e Signore di tutta la terra, ma a quanto pare poi non si comportava in modo consequenziale.
Doveva venire Gesù per mostrarci cosa significa essere figli, cosa comporta e che vantaggio ne consegue.
Certo che, se guardiamo intorno a noi e dentro di noi, quando non siamo in pace con noi stessi e di conseguenza con Dio e con gli uomini, l'essere figli di Dio non fa la differenza.
Leggo a proposito del vedere nella lettera di Giovanni(1 Gv 3,1-3) che "Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sapiamo però che quando si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è".
Penso a quanta fatica faccio a leggere ora che ho un occhio fuori d'uso, un occhio che mi impedisce di vedere ciò che mi circonda con chiarezza.
Rimane sempre una parte oscura e mi aspetto che almeno dopo, quando cammineremo sui prati del cielo, potrò non avrò questi problemi e sicuramente non mi sarà negata la gioia di specchiarmi in Dio, che con la sua luce mi manifesterà completamente cosa significa essere sua figlia.
Sarò uno specchio immacolato, privo di qualsiasi impurità, sì che quello che accadde agli angeli e poi ai santi accadrà a me, ad ogni uomo che ripone la sua fiducia in Lui da subito, da qui, anche se non vediamo, non sentiamo, non tocchiamo.
Dio è la nostra ultima e sicura speranza, senza di Lui la morte ci porterebbe via negli abissi delle tenebre e del nulla.
Da piccola non mi specchiavo mai, non ne sentivo l'esigenza, forse perché gli specchi non c'erano o erano posti in luoghi difficilmente accessibili.
Poi sentii il bisogno di specchiarmi, ma ero grande, quando mi accorsi che c'era chi mi guardava.
Certo che non pensavo a Dio, quando mi facevo la messimpiega o indossavo un vestito nuovo.
Il suo sguardo mi ha sempre fatto paura perché immaginavo stesse spiando le mie mosse per cogliermi in fallo.
Sono vissuta sotto il suo sguardo inquisitore gran parte della mia vita credendo che per piacergli dovevo fare ciò che mi pesava, che non capivo, che non mi rendeva felice, che mi complicava la vita.
Non so quando incrociai il suo sguardo, forse a Manoppello, dove è esposto il velo che era stato poggiato sul suo volto prima di avvolgerlo nel sacro lenzuolo della Sindone.
Rimasi disorientata, ricordo, perché mi aspettavo una faccia diversa, connotati perfetti e tutto quello che l'iconografia più recente mi avevano portato a immaginare.
Vero uomo, gli avevano strappato la barba, conficcato sulla testa una corona di spine, lo avevano flagellato prima di crocifiggerlo.
Come poteva essere bello il volto di chi ha subito tutto il peggio che può capitare ad un uomo?
Calci, pugni, sberleffi, una morte a piccole dosi sarebbe da dire, ma le dosi erano colme, traboccanti di odio e di ingratitudine.
Perciò quella faccia livida, gonfia, violata.
Noi vedremo Dio come egli è quando verrà la nostra festa.
Specchi dell'immutabile amore, specchi che servono a immillare la luce per tutto il creato.
Questa mattina un santo sacerdote ha commentato il vangelo delle beatitudini, donandoci uno squarcio di luce che su di Lui da tempo si riflette e aumenta quanto più passano gli anni.
La beatitudine è quando sai che c'è chi ti asciuga le lacrime, chi ti fa giustizia, chi ti premia perché hai fiducia in Lui.
La beatitudine poggia sulla speranza che solo Lui ci può togliere calci, sputi, persecuzioni, rifiuti, oppressioni, solo Lui può donarci tutto ciò che abbiamo perso credendoci padroni del nostro destino.
Lo sguardo di Gesù nel Sacro Volto di Manoppello fa pensare, perché lo sguardo è sguardo di amore, di pace, di stupore e di gratitudine, di tutto quello che noi vorremmo da chi ci sta di fronte.
Gesù è la nostra pace e oggi voglio pensare e meditare sul fatto che se qui ne vediamo i tratti del volto deformati, lo sguardo in cui ci specchiamo è lo sguardo di Dio che non giudica ma ama e perdona sempre.

domenica 25 febbraio 2018

"Abbiamo peccato contro di te"(Dn 9,8)


"Abbiamo peccato contro di te"(Dn 9,8)

"Siate santi perchè io sono santo.... sarete perfetti com'è perfetto il Padre vostro che è nei cieli...siate misericordiosi com'è misericordioso il Padre vostro.."


La santità, la perfezione, la misericordia sono attributi di Dio. Come possiamo pensare di essere come Lui?
Eppure Gesù ci invita a fare ciò che sembra impossibile ad ogni uomo che abbia un po' di senno.
Come si può imitare Dio?
L'uomo crede di essere Dio ma non è Dio. Da qui la tragedia del peccato e le sue conseguenze su tutto il genere umano.
Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza, c'è scritto.
Cosa vuole dirci la scritta , quando parla del progetto di Dio e del limite dell'uomo?
Infatti se siamo dei come un salmo recita, pure ci scontriamo ad ogni piè sospinto con la nostra fragilità, incompetenza, limite, arroganza, orgoglio, peccato.
Dio ci dice una cosa e noi riscontriamo quanto sia difficile realizzarla, difficile conciliare la contraddizione del nostro essere creature e l'aspirazione a diventare come Dio.
Chi è Dio? Ci chiedevano all'esame che ci faceva il vescovo prima di darci la Comunione e la Cresima.
"Dio è l'essere perfettissimo, creatore e Signore del cielo e della terra"
Fin qui nulla da eccepire anche se l'immagine che Di Dio ci veniva trasmessa era distante anni luce dalla nostra capacità di farla nostra e di entrare in una relazione profonda, efficace e gioiosa con Lui.
Dio era lontano e noi speravamo sempre che fosse distratto quando razzolavamo male.
Non ricordo preghiere che mi abbiano fatto sentire il suo cuore battere sul mio, non ricordo nulla che mi abbia fatto sentire partecipe delle sue decisioni, dei suoi precetti imposti con autorità e senza discussione.
Ma la Scrittura non mente e se allora non sapevo neanche che Dio aveva parlato, nè sapevo dove trovare quanto aveva lasciato scritto, adesso lo so e cerco con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa, un incontro che mi apra sempre più cuore e mente alla sua infinita misericordia.
L'onnipotenza di Dio è onnipotenza di amore. Come possiamo noi raggiungere una meta così alta?
Oggi la liturgia ci propone la confessione dei peccati riportata dal libro di Daniele.
"A te la misericordia, a noi la vergogna sul volto, perchè abbiamo peccato contro di te"
La santità, la perfezione, la misericordia di Dio si possono acquisire solo se ci riconosciamo peccatori, bisognosi di santità, di perfezione, di misericordia.

Spesso non ci sembra di aver molto peccato e le parole che leggiamo ci sembrano esagerate, ma questo accade perchè siamo molto superficiali nel guardare le nostre colpe, molto più puntuali e oggettivi nel giudicare qulle altrui.
Saremmo bravissimi se l'atto di dolore lo dovessimo suggerire noi agli altri, perchè non ci sfugge niente di quello che di sbagliato gli altri fanno, mentre siamo estremamente tolleranti nei nostri cofronti.
Come Signore superare questo che è il problema di ogni uomo?
Come riuscire ad essere imparziali e confessare solo ciò che riguarda il nostro comportamento, le nostre passioni, inclinazioni cattive, la nostra indifferenza nei riguardi del tuo corpo sofferente?
Ci aiuti la tua Parola, Signore, a farti spazio, a lasciarci illuminare dal tuo fascio di luce, a lasciare che tu guardi e ti prenda cura delle nostre lacerazioni, che tu Signore ci trasfiguri, ci renda belli come il sole, ci rivesta degli abiti lavati nell'acqua al fonte battesimale.
Che la tua luce Signore ci faccia desiderare di essere da te purificati, che il nostro peccato ci aiuti a non giudicare gli errori degli altri ma aumenti la nostra capacità di amare, divenendo così tuoi collaboratori di giustizia.
Salvaci dall'indifferenza Signore mio Dio, Maria Santissima non lasciare che ci perdiamo per strada, incapaci di accogliere tanto amore.

sabato 24 febbraio 2018

" Tu sarai un popolo consacrato al Signore"(Dt 36,19)



" Tu sarai un popolo consacrato al Signore"(Dt 36,19)

Signore tu non fai che ripetere cose che dovrebbero toglierci ogni preoccupazione, angoscia, turbamento.
Ci dici che sei nostro Padre, che noi siamo tuoi figli creati per amore e chiamati all'amore.
Ci dici che per te valiamo talmente tanto che per il nostro riscatto hai pagato di persona il prezzo più alto.
Ci dici che sei con noi tutti i giorni della nostra vita, che non dobbiamo temere.
Lo ripeti per 367 volte nella Bibbia, tanti quanti sono i giorni che compongono l'anno.
Signore io non so se sono normale, perchè ci sono delle volte che sperimento la verità di quello che dici, e mi sento consolata, sollevata, in momenti che chiamare drammatici è eufemistico.
E poi ci sono momenti e questo è uno di quelli, in cui ho magari meno problemi di dolore o di altro, e mi sento il cuore chiuso, stretto in una morsa, sento il peso di una vita che trascino senza entusiasmo, sento il peso di tutto e di tutti e vorrei tanto che con un colpo di bacchetta magica, il velo si sollevasse e io tornassi a vedere il cielo.
Vivere inventandosi la vita e non riuscirci, vivere senza vedere nè oasi, nè ombra in questo deserto che si stende a vista d'occhio, vivere la prospettiva di portare sopra le spalle pesi supplementari, aggiunti e non previsti, vivere sperando che arrivi presto la fine, non è vita.
Sono cose che mi piacerebbe non pensare come non vorrei mai mettere in dubbio la tua parola.
Io ti cerco Signore tu lo sai, sei la mia unica speranza, ti cerco ma non ti trovo questa sera, in questo silenzio assordante della casa che rimanda l'eco del mio lamento.
In cucina il mio sposo, sta provando a fare qualcosa ma il suo silenzio mi uccide.
Di fonte abita nostro figlio con la sua famiglia, sopra cognati e nipoti.
Ricordo quando vivevamo con la porta aperta e la nostra casa era casa di tutti e la casa di tutti era la nostra, quando non ci sentivamo mai soli, perchè c'era sempre qualcuno con cui condividere gioie e dolori della giornata.
Perchè Signore ci siamo ridotti a stare isolati, a non essere capaci di metterci in relazione con le persone che ci vivono attorno?
Questa mattina sono passata davanti alla casa di Graziella, le finestre erano tutte serrate, le serrande abbassate e mi si è stretto il cuore.
Graziella è morta e non sono potuta neanche andare al suo funerale .
Ricordo quando era bello la mattina presto incontrarla mentre andava ad aprire la Cappellina dell'Ospedale.
Era una gioia nutrirmi della sua fede incondizionata in te, della sua gioia.
Mi bastava quell'iniezione di vita per affrontare la giornata.
Di Grazielle hai cosparso il mio cammino Signore, ma oggi, te le sei riprese tutte o quasi tutte.
Mi hai lasciato sola Signore in questo deserto man mano che le mie forze diminuiscono e io ho più bisogno di santi che camminano con me.
Signore so che non posso pretendere che gli altri siano santi, che devo cominciare da me.
Ma le forze sono venute meno e io ho ancora più bisogno di forza che viene dall'alto, tu lo sai.
Mandala dai tuoi cieli santi perchè io voglio seguire i tuoi precetti e tu non puoi rinnegare le tue promesse.
Tu mi hai scelto Signore, aiutami a dire "Eccomi, io vengo a fare il tuo volere" Così sarò perfetta come tu vuoi.
Maria aiutami tu!

lunedì 19 febbraio 2018

"Io sono il Signore" (Lv 19,12)

SFOGLIANDO IL DIARIO...


"Io sono il Signore" (Lv 19,12)

Questa parola, a prima vista, incute soggezione, rispetto, paura, perchè sembra affermare la superiorità schiacciante di Dio su noi comuni mortali.
Così lo immaginavo quando ero piccola e mi sognavo negli incubi notturni che al suo occhio non potevo fuggire e che avrei pagato a caro prezzo certe mie inadempienze.
Ma questa questa mattina mi sono svegliata pensando a Graziella che è tornata nella casa del Padre, la prima, ma non l'unica dei santi che il Signore mi ha messo vicino per farmi conoscere il suo volto di carne.
"Siate santi perchè io sono santo", troviamo scritto nella prima lettura tratta dalle regole di santità del Levitico, e sembra che sia impossibile essere santi, perchè solo Lui lo è.
Ma poi ti accorgi che questa santità non è un tesoro geloso che Dio tiene per sè ma lo dona a tutti quelli che decidono di appartenergli.
Graziella era una di questi, santi sconosciuti con cui mi sono trovata a condividere una fede, a quei tempi, 15 anni fa, acerba, che con la sua vita, la sua storia mi comunicava la fiducia indiscussa nel nostro Dio, santo dei santi.
Alle 7 di ogni mattina andava ad aprire la Cappellina dell'ospedale dove alle 7.30 si sarebbe poi tenuta la messa per quelli che prima di timbrare il cartellino volevano ricevere da Dio il sigillo della sua benedizione per la giornata che cominciava.
Quando la conobbi aveva 80 anni e oggi che si fa il funerale ne avrebbe 95.
Peccato che nè io nè Gianni possiamo andarci perchè siamo a letto entrambi con l'influenza.
Ma tornando ai santi non posso dimenticare quello che Graziella condivideva con me, gioia dell'appartenere a Cristo, dolori per i ricalcoli continui di una vita tribolata per le divisioni tra i figli, per il poco amore mostrato verso quello più debole e sfortunato.
Un tempo Graziella era nell'abbondanza e aveva una posizione tanto florida che un giorno disse al Padreterno:"Signore tutto questo è troppo per me. Toglimi qualcosa!"
Nel giro di poco tempo si ammalò e morì il marito poi il figlio si sposò, perse il lavoro e si separò dalla moglie e poi tante altre cose che le resero la vita sempre più difficile.
Ma Graziella in tutto quello che le acadde non smise mai di lodare, benedire e ringraziare il Signore con un umiltà esemplare, con una fede granitica in quel Dio che l'aveva messa a dura prova ma non aveva mai permesso che fosse travolta dai flutti di morte.
Graziella apparteneva a Dio, questo io percepivo e lo stare con lei mi dava una serenità, una pace, una gioia che è rarissimo possano trovarsi in un contesto di sofferenza.
Era una povera di Dio, una affamata,assetata, di Lui, ma era anche una che dal patire imparò a consolare, confortare quelli che si trovavano in situazioni di bisogno.
Gesù oggi ci dice chi è il Signore, quel Signore che detta la legge, quello che da piccola mi faceva paura.
"Qualunque cosa avete fatto ad uno di questi piccoli, l'avete fatta a me".
Ecco chi è il Signore, un piccolo, un affamato, un assetato, un ignudo, e non cè bisogno di arrampicarsi su scale traballanti e insicure per arrivare a toccarlo nel cielo dove si pensa che comunemente risieda.
Quando alla fine del rito funebre il sacerdote incenserà la bara la verità sarà evidente.
Figli di Dio, figli di re, santi come lui che è santo.
Dio non ha bisogno di segni esteriori per convincersi che gli appartieni, ma noi sì.
Qualora ce ne dimenticassimo ha cosparso il mondo di santi che silenziosamente e umilmente contnuano all'alba ad aprire le chiese dove poterlo incontrare, chiese di carne, chiese di poveri peccatori, chiese di malati nel corpo e nell'anima.
Solo i santi hanno le chiavi per farti entrare in più intima comunione con il Signore.

sabato 29 luglio 2017

SANTA MARTA


" Chi crede in me, anche se muore, vivrà"(Gv 11,25)

La cosa che più mi ha meravigliato è che dei tre fratelli Marta, Maria e Lazzaro, amici intimi di Gesù, la liturgia ricorda solo Santa Marta che non ci ha fatto una gran bella figura quando Gesù alle sue rimostranze perchè la sorella non l'aiutava nell'accudirlo, disse che Maria si era scelta la parte migliore e che lei si preoccupava di cose di secondaria importanza.
Anche io mi sarei comportata come Marta non perchè aspiravo alla gloria degli altari, ma perchè non sono una contemplativa e se viene un ospite mi preoccupo più di servirgli un buon pranzo che di starlo a sentire.
Retaggi della guerra che ci ha insegnato che i bisogni primari dell'uomo sono il cibo e il vestito.
Il resto viene dopo.
Con il tempo ho imparato che non è così, perchè ho sperimentato quanto fosse per me importante essere ascoltata,essere capita tanto da dimenticarmi anche di mangiare.
Il comportamento di Gesù riportato nei vangeli ci fa riflettere su ciò che è importante in una relazione.
L'ascolto è imprescindibile da quello che poi darai al tuo interlocutore, amico, fratello, sposo.
Ci sono giorni in cui ti faresti ammazzare per un pezzo di pane e giorni in cui pagheresti a peso d'oro uno sguardo, una carezza, uno che ti ascolti, uno su cui tu possa posare il capo.
Ma le persone ti danno quello che hanno, e ti amano come sono state amate.
Per questo è più facile che uno ti inviti a pranzo o ti dia un vestito, piuttosto che abbia la voglia e il tempo per sederti accanto e starti a sentire.
Quante volte sarà capitato a Gesù ciò che capita a noi comuni mortali.
Ma oggi voglio riflettere sulla santità di Marta che in più di un'occasione ha mostrato la premura per il maestro, ma ciò che è più importante, la fede.
" Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro"
" Signore se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so so che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà" e poi la straordinaria professione di fede al termine del discorso:" Io credo che tu sei il cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo"
Quante cose mi ero persa su questa santa che ha da insegnarci tante cose.
Aver fede è aver fiducia nella persona di Cristo, ma in quanto battezzati in chiunque porta il suo nome.
Siamo capaci di riporre nel nostro prossimo, credere oltre le apparenze che il seme gettato da Dio può germogliare e crescere attraverso il nostro servizio umile e attento ai suoi più profondi bisogni senza giudizio o pregiudizio?
Siamo capaci di perseverare nell'amore verso chi non ci sta accanto quando siamo nel bisogno e non ci consola e non ci aiuta, ma fugge lontano?
Siamo capaci di rimanere in silenzio ad ascoltare una persona che stimiamo poco e a fargli pervenire messaggi che non siano di condanna?
Riponiamo in Cristo Gesù una fiducia illimitata perchè venga incontro alla nostra debolezza?

venerdì 28 luglio 2017

Libertà

"Io sono il Signore Dio tuo".(Es 20,2)

Quando gli Israeliti erano in Egitto, schiavi del faraone, certo non potevano obbedire alle leggi di Dio perché schiavi.
Il padrone detta le leggi e, se non le rispetti, la pena è grande.
La madre di Mosé fu donna coraggiosa e si espose, pur di salvare il figlio.
Ma sono esempi straordinari che Dio poi ricompensa con tanta grazia.
Perchè lo straordinario diventi ordinario e non ci siano più ostacoli, bisogna che Dio intervenga .
Per questo dette il potere a Mosè di aprire le acque del Mar rosso che divenne la tomba dei cavalli e dei cavalieri che inseguivano il popolo di Dio.
Ma viene da chiedersi se è proprio necessario passare da una legge ad un'altra legge, da un padrone ad un altro padrone, da una schiavitù ad un'altra.
Quando ero piccola mi sentivo schiava di leggi e precetti incomprensibili.
La legge del Signore non mi rinfrancava l'anima, anzi me l'opprimeva e io mi sentivo pressata solo da obblighi insensati, assurdi, dai quali volevo liberarmi al più presto.
L'autonomia, l'indipendenza economica erano l'obiettivo per cui mi sono battuta, ho lavorato, studiato, mi sono sacrificata, perché non ce la facevo più a trovare scuse per coprire le mie mancanze.
Volevo una legge di libertà e la libertà è stata sempre il mio miraggio, una libertà che non aveva niente a che vedere con Dio e con nessuna regola che mi fossi imposta dall'alto.
Volevo fare ciò che io sentivo giusto ritenendomi capace di distinguere il bene dal male.
Ma Dio aveva un altro programma per me, per tutti, perché conosce i nostri bisogni e sa come soddisfarli perché ci ha creati.
La libertà quindi non è fare quello che più ci piace o quello che umanamente riteniamo giusto, quanto quello di riconoscere che Dio è il nostro Signore e il nostro Creatore e Salvatore, è solo lui può sapere ciò che ci fa stare bene.
La libertà quindi consiste nel seguire i suoi comandamenti.
L'amore è ciò che fa realizzare pienamente l'uomo, lo rende felice, lo libera dalla morte.
"Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio davanti a me ( prima di me non dovrai mettere nessun altro interesse, nessun padrone».
Gesù quando spiega la parabola del seminatore parla di quelli che portano frutto, quelli che accolgono la parola perché il loro terreno è buono, disposto alla semina, ben dissodato, con le zolle rovesciate dall'aratro, ben pulito dalle sterpaglie e dalle erbe infestanti, dalle pietre, dai rovi.
Il terreno che porta frutto è un terreno fecondo, un terreno felice.
Siamo stati creati per essere felici e la felicità è la conseguenza della libertà di seguire Dio e suoi comandamenti, perché la legge di Dio è perfetta, rinfranca l'anima.
Maria la madre scelta da Dio per dare alla luce il figlio è la via di cui si serve per arrivare a noi.
Il terreno di Maria era ben dissodato perché fin da piccola era stata educata a tenerlo sgombro da tutto ciò che potesse ostacolare l'insediamento del seme.
Certo che, se Maria era terreno privilegiato lo dobbiamo all'educazione dei suoi genitori, sia alla sua volontà di collaborare che tutto si compisse secondo il volere di Dio.
Il seme ha portato frutto ma non dobbiamo dimenticare che Maria è la prima dei salvati ma non l'unica.
Ognuno di noi è chiamato a partorire Gesù, darlo alla luce perchè il mondo esca dalle tenebre e si accorga di Lui.

lunedì 6 marzo 2017

I santi

VETRATE ARTISTICHE
i SANTI SONO QUELLI CHE FANNO PASSARE LA LUCE
“Io sono il Signore” (Lv 19,12)
Sfogliando il diario…
Questa parola, a prima vista, incute soggezione, rispetto, paura, perchè sembra affermare la superiorità schiacciante di Dio su noi comuni mortali.
Così lo immaginavo quando ero piccola e mi sognavo negli incubi notturni che al suo occhio non potevo fuggire e che avrei pagato a caro prezzo certe mie inadempienze.
Ma questa questa mattina mi sono svegliata pensando a Graziella che è tornata nella casa del Padre, la prima, ma non l’unica dei santi che il Signore mi ha messo vicino per farmi conoscere il suo volto di carne.
“Siate santi perchè io sono santo”, troviamo scritto nella prima lettura tratta dalle regole di santità del Levitico, e sembra che sia impossibile essere santi, perchè solo Lui lo è.
Ma poi ti accorgi che questa santità non è un tesoro geloso che Dio tiene per sè ma lo dona a tutti quelli che decidono di appartenergli.
Graziella era una di questi, santi sconosciuti con cui mi sono trovata a condividere una fede, a quei tempi, 15 anni fa, acerba, che con la sua vita, la sua storia mi comunicava la fiducia indiscussa nel nostro Dio, santo dei santi.
Alle 7 di ogni mattina andava ad aprire la Cappellina dell’ospedale dove alle 7.30 si sarebbe poi tenuta la messa per quelli che prima di timbrare il cartellino volevano ricevere da Dio il sigillo della sua benedizione per la giornata che cominciava.
Quando la conobbi aveva 80 anni e oggi che si fa il funerale ne avrebbe 95.
Peccato che nè io nè Gianni possiamo andarci perchè siamo a letto entrambi con l’influenza.
Ma tornando ai santi non posso dimenticare quello che Graziella condivideva con me, gioia dell’appartenere a Cristo, dolori per i ricalcoli continui di una vita tribolata per le divisioni tra i figli, per il poco amore mostrato verso quello più debole e sfortunato.
Un tempo Graziella era nell’abbondanza e aveva una posizione tanto florida che un giorno disse al Padreterno:”Signore tutto questo è troppo per me. Toglimi qualcosa!”
Nel giro di poco tempo si ammalò e morì il marito poi il figlio si sposò, perse il lavoro e si separò dalla moglie e poi tante altre cose che le resero la vita sempre più difficile.
Ma Graziella in tutto quello che le acadde non smise mai di lodare, benedire e ringraziare il Signore con un umiltà esemplare, con una fede granitica in quel Dio che l’aveva messa a dura prova ma non aveva mai permesso che fosse travolta dai flutti di morte.
Graziella apparteneva a Dio, questo io percepivo e lo stare con lei mi dava una serenità, una pace, una gioia che è rarissimo possano trovarsi in un contesto di sofferenza.
Era una povera di Dio, una affamata,assetata, di Lui, ma era anche una che dal patire imparò a consolare, confortare quelli che si trovavano in situazioni di bisogno.
Gesù oggi ci dice chi è il Signore, quel Signore che detta la legge, quello che da piccola mi faceva paura.
“Qualunque cosa avete fatto ad uno di questi piccoli, l’avete fatta a me”.
Ecco chi è il Signore, un piccolo, un affamato, un assetato, un ignudo, e non cè bisogno di arrampicarsi su scale traballanti e insicure per arrivare a toccarlo nel cielo dove si pensa che comunemente risieda.
Quando alla fine del rito funebre il sacerdote incenserà la bara la verità sarà evidente.
Figli di Dio, figli di re, santi come lui che è santo.
Dio non ha bisogno di segni esteriori per convincersi che gli appartieni, ma noi sì.
Qualora ce ne dimenticassimo ha cosparso il mondo di santi che silenziosamente e umilmente contnuano all’alba ad aprire le chiese dove poterlo incontrare, chiese di carne, chiese di poveri peccatori, chiese di malati nel corpo e nell’anima.
Solo i santi hanno le chiavi per farti entrare in più intima comunione con il Signore.
23 febbraio 2015

domenica 27 maggio 2012

La casa cantiere di santità

Gli stimoli del convegno sul tema: "La casa cantiere di santità” sono stati molteplici e interessanti.
Ci sembra che il concetto, nelle sue accezioni reali e simboliche, sia un ottimo spunto per impostare percorsi formativi, finalizzati alla promozione della cultura della famiglia.
Una famiglia sempre più povera di case dove abitare, alla ricerca di chi o di cosa possa offrirle ciò di cui ha bisogno, uno spazio dove si coltivano piante in via d’estinzione, si allacciano legami che non si consumano, si tessono trame che non si scompongono, un luogo dove, nella ricerca dell’altro, l’uomo ritrova se stesso, dove, attraverso le relazioni intessute, si ricompone la sua frammentazione, la disgregazione a cui la società spesso lo costringe.
La casa dove si ricompone l’unità dell’essere uomo, dell’essere coppia, dell’essere famiglia, dell’essere popolo dei figli di Dio.
La casa, intesa come luogo dell’ascolto, del silenzio, della preghiera, della presenza di un Dio che si manifesta e cammina con noi, spazio di contemplazione e di adorazione, ma anche cantiere aperto a tutte le attività che servono per renderla stabile e salda, funzionale alle necessità di chi vi abita, aperta all’incontro e all’accoglienza, casa cantiere, dove le porte non sono blindate, dove le finestre sono aperte sul mondo, dove il pellegrino può poggiare il mantello e trovare calore e ristoro.
Il convegno propone una riflessione su quella che è la casa come ambiente naturale e indispensabile per la vita dell’uomo.
Le dimore degli uomini, attraverso i secoli, non hanno mai potuto prescindere dai condizionamenti naturali e culturali del tempo in cui si trovavano a vivere.
In un’era in cui i poveri non si possono sposare perché non trovano la casa e i ricchi si sbizzarriscono a costruirne di tutti i tipi con tutti i confort, case disanimate che aspettano solo l’applauso di spettatori occasionali che vi si ritrovano per far trionfare la vanità, ci chiediamo se sia cambiato qualcosa o non siamo scesi ancora più in basso.
Di quale casa ha bisogno l’uomo del nostro tempo? Chi deve accogliere, cosa deve contenere, la dimora dell’uomo che cerca l’unità di una vita vissuta disgregandosi attraverso le molteplici esperienze a cui la civiltà dei consumi lo chiama?
Se fosse un cane, diremmo che l’uomo ha bisogno di una cuccia e ci adopereremmo per costruirgliene una bella e confortevole, come anche se fosse un pappagallo, non ci sarebbe difficile costruirgli una gabbia quand’anche fosse d’oro.
Ma l’uomo ha bisogno di ben altro, anche se, a sentire la televisione o i giornali, sembrerebbe che i suoi bisogni siano belle donne, belle macchine, ricette per non invecchiare, cibo che non si prepara con la fatica, l’attenzione e l’amore di un tempo, quando il poco diventava molto nelle povere e sapienti mani delle nostre nonne, quando la sfida era invecchiare bene e con sapienza, quando il tempo non correva più in fretta dei sogni, quando la casa era riscaldata da veri camini di amore sofferto e condiviso.
“Chi è l’uomo perché te ne curi, chi è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”.
Se l’uomo è così importante da suscitare tanta attenzione da parte di Chi ha costruito il mondo e tutto quanto contiene, sicuramente ha diritto a qualcosa di speciale.
La casa è da prendersi come immagine in tutte le sue accezioni spirituali e materiali:casa luogo dell’incontro con Dio, luogo dell’incontro con i fratelli attraverso i quali Dio si manifesta.La casa fatta di mattoni, quelli veri che servono per mettere su casa, famiglia, quella che si preoccupano di trovare gli sposi e di arredare, quando celebrano le nozze, fissa dimora con gli spazi divisi a seconda di ciò che è necessario, perché la vita circoli e si sviluppi.
La vita alla casa lo dà l’amore che è fatto di condivisione, di solidarietà, di patire con e per, di rapporto stretto con un Dio che tiene unite tutte le stanze, attraverso i fili del telefono, della luce, le condutture dell’acqua e del gas…
Stanze di uomini, in comunicazione tra loro attraverso ciò che Dio dispensa con abbondanza, se si tengono aperti, puliti i canali, non lasciandoli otturare o rompere dal desiderio di isolarsi, appartandosi e agendo per conto proprio.
Bella e suggestiva è l’immagine tratta dall’Antico Testamento, della casa tenda, come quella che si porta sulle spalle (come la croce), che si porta anche per gli altri, per i piccoli, i malati, gli anziani, ma che a sera si pianta per accogliere la famiglia , tenda che si dilata fino a non avere confini e ad abbracciare il mondo, pronta a ricevere, accogliere chiunque abbia bisogno.
La casa, cuore di un’umanità inquieta e sofferente, duro, incapace di amare, di donarsi, di dilatarsi.
La casa cuore di pietra che diventa cuore di carne, è l’immagine consolatoria che comunica il Dio della tenda, il Dio con noi, che viaggia con noi, che si mostra , si manifesta lì dove c’è fede, dove c’è apertura a Lui, dove c’è povertà di spirito, desiderio di essere da Lui riempiti.
Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura , per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza, Gesù tempio, casa di carne, che si fa spezzare ogni giorno sopra gli altari dal sacerdote, che si fa pane per spegnere la fame di tutti gli affamati del mondo.
Rispondere alla domanda su chi è l’uomo porta a progettare la casa dove possa abitare, una casa dove Dio dimora perché egli possa dimorare in Dio.
La casa concepita non come fine, ma mezzo attraverso il quale il progetto degli uomini si trasforma in progetto di Dio, attraverso cui una casa di uomini diventa parte di Lui, parte della Sua casa, del Suo Corpo Mistico, la Chiesa.
Il fare, l’operare nel cantiere sono la conseguenza di questa presa di coscienza: quella di stabilire una dimora per l’uomo, un luogo dove l’uomo si realizzi attraverso le relazioni, la relazione che intercorre tra i suoi membri.
Dio è relazione, è comunione, è famiglia, come ha detto giustamente il Papa.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno.

Da Famiglia oggi:riflessioni di coppia(Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta)

lunedì 27 febbraio 2012

Santità

(Lv 19,2)
“Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo".

Già gli uomini nuovi sono sparsi in tutta la terra. 
Alcuni sono ancora difficilmente riconoscibili; ma altri possiamo riconoscerli. Di tanto in tanto li incontriamo.
Le loro voci e le loro facce sono diverse dalle nostre: più forti, più calme, più liete, più raggianti. 
Questi uomini partono da dove i più di noi si arrestano. 
Sono riconoscibili, ma dobbiamo sapere cosa cercare. 
Non attirano l'attenzione su di sé. 
Tu immagini di far loro del bene, mentre sono loro a fartene. Ti amano più di quanto ti amino gli altri uomini, ma hanno meno bisogno di te. Sembrano, di solito, avere una quantità di tempo a disposizione, e tu ti domandi da dove gli venga. 
Quando abbiamo riconosciuto uno di essi, riconoscere il successsivo ci riesce molto più facile. 
E io sospetto molto fortemente (ma come faccio a saperlo?) che essi si riconoscano tra loro immediatamente e infallibilmente, al di là di ogni barriera di colore, sesso, classe, età, e anche dottrina. 
Diventare santi è un po' come aderire a una società segreta. 
Per dirla in termini molto riduttivi dev'essere un gran divertimento.(C.S. Lewis)

lunedì 2 marzo 2009

Santità

Matteo 25,31-46 - Ogni volta che avete fatto qualcosa a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà anche a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”

C'è una stretta corrispondenza tra la prima lettura che la liturgia di oggi ci propone ( Lv 19,1-2.11-18) e il passo del Vangelo.


In entrambi è comandato l'amore come via per entrare nella santità di Dio, vale a dire il paradiso.


”Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo.”


La santità sembra una meta irraggiungibile, appannaggio di pochi e a noi sembra presunzione anche solo aspirarvi.


Ma Gesù ci indica la strada per vivere la santità di Dio già da adesso, nella nostra quotidianità, divenendo canali del suo amore.


Staccati dalle cose terrene, come le nuvole che sono nel cielo, facciamo sì che il sole di Dio sciolga i nostri cuori , sì da poter irrigare le terre aride, senz'acqua su cui il vento dello Spirito ci muove.


Che l'essere peccatori non ci impedisca di attingere copiosamente alla fonte della Sua grazia.


Chiunque continua a sentire lo sguardo misericordioso di Dio posarsi sulla propria indegnità è santificato e capace di santificare a sua volta, trasferendo il paradiso su questa terra.

mercoledì 20 settembre 2006

Chiamati alla santità coniugale


I coniugi sono chiamati a santificarsi insieme, a diventare santi, non "nonostante il matrimonio", ma "attraverso il matrimonio", attraverso quel marito o quella moglie che non è come lo vorremmo o come lo vorrebbe Dio. Nel matrimonio il vincolo, il patto diventa Sacramento, vale a dire DONO di Dio.

Cosa significa? Dio, il giorno delle nozze, dona ai coniugi l’anello, la fede, la fedeltà al patto, il rapporto, il vincolo di alleanza che rende possibile la realizzazione del progetto comune, che deve identificarsi con il progetto di Dio.

La comunione attraverso il corpo e lo spirito, l’apertura alla vita, vale a dire la fecondità spirituale e biologica dipenderanno da quel vincolo di cui Dio ha garantito l’indissolubilità, se la grazia del sacramento viene alimentata, chiesta, perseguita, accolta.

Dio ha affidato alla coppia il compito di renderlo visibile al mondo."Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, da come vi amate"

Sulla natura Dio ha costruito il suo progetto di dare la vita al mondo.Infatti l’uomo e la donna sono naturalmente attratti l’uno all’altra. (Il problema è che questa attrazione non dura in eterno. L’amore è una scelta che si fa per far stare bene l’altro.)

L’unità dell’essere, del pensare e dell’agire è propria della Trinità, è attributo di Dio.

Dio è amore e, attraverso l’amore, dà vita al mondo, dà vita attraverso lo Spirito che è il frutto, il dono dell’amore, è la relazione che intercorre tra il Padre e il Figlio.

Dio con la creazione dell’uomo e della donna ha smesso di creare, affidando quindi alla coppia il compito di procreare, prendendo esempio da Lui.

L’amore è felice quando porta frutto.

L’amore è la relazione che intercorre tra l’uomo e la donna, quando decidono di sposarsi.

L’amore presuppone un io che ama e un tu che è amato.

Perché l’amore si realizzi è necessario uscire fuori da sé.

Dalla capacità dell’uomo di amare, uscendo fuori da se, consegue la possibilità di somigliare a Dio.

La santità consiste nell’essere, nell’appartenere a Dio, nel vivere in Dio le cose umane.

Dio alla coppia dà la possibilità di vivere la relazione " da dio", donando il Sacramento, che è permanente.

Così, come i sacerdoti non cessano mai di essere preti, i coniugi non cesseranno mai di essere coniugati, una volta che si sono promessi amore e fedeltà per sempre davanti a Dio.

Gli sposi celebrano il matrimonio, sono ministri del sacramento, amministratori e depositari del dono.

Il dono che Dio fa alla coppia è il dono del vincolo, della relazione, vale a dire della capacità di tenere fede all’alleanza, anche quando questa appare squilibrata, perché uno dei due non corrisponde.

La santità si consegue, cercando di rendere efficace la grazia del Sacramento.

E’ un po’ come quando ci regalano un apparecchio che non sappiamo come funziona o ne conosciamo solo pochi aspetti.

La coppia che si sposa in comune rispetto a quella che si sposa in chiesa ha lo svantaggio di vivere nella casa che umanamente ha preparato, anche bella e confortevole, se vogliamo, senza accorgersi che quella non è che il garage o la cantina di un castello bellissimo, con ogni genere di conforto.

La santità è entrare in questa nuova e sconosciuta dimensione e cercare di abitare tutte le stanze di quel castello, perché anche altri vi possano essere accolti.

Il compito della coppia è di amarsi come Dio ci ha amato.

Il matrimonio è icona del vincolo che unisce Cristo alla Chiesa.

Non si diventa santi facendo cose straordinarie, ma rendendo straordinarie le cose ordinarie.

Come?’ Vivendo ogni momento il noi, collegando ogni cosa a Dio e all’altro, agli altri.

Come ogni battezzato, per diventare santo, deve attingere alla fonte dell'amore, cioè Dio, per  riversarlo sui fratelli, attraverso l’ordinarietà della vita, gli sposi con il matrimonio sono chiamati alla santità accogliendosi vicendevolmente e divenendo nello scambio quotidiano dell'amore veicoli dell’amore di Dio

Il Sacramento del matrimonio è Sacramento di ministero, per cui la grazia è data alla coppia perché insieme siano icona di Dio nella capacità che hanno di essere uno e distinto, di vivere la comunione, l’eternità, l’infinito, la fecondità, la trascendenza.

La santità è vivere consapevolmente il Sacramento, che più degli altri può parlare agli uomini assetati d’amore.

Con il Battesimo si appartiene a Cristo singolarmente, con il Matrimonio si appartiene a Lui insieme coniugati.

La spiritualità dei coniugi, non è la spiritualità della rotaia, perché, sposandosi c’è un nuovo modo di vivere, si vive in relazione all’altro.(F.C.13, come Cristo ama la Chiesa).

"Amatevi come io vi ho amato", "ama il prossimo tuo come te stesso", "da questo riconosceranno che siete miei discepoli, da come vi amate".

Il comandamento di Gesù è chiaro: saremo giudicati sull’amore, al nostro prossimo, che nel caso degli sposi è il proprio coniuge.

L’amore vero è quello che è capace di perdonare non sette, ma settanta volte sette.

"Se amate colui che vi ama, che merito ne avete? Anche i pagani lo fanno".

Essere santi significa decidere se appartenere a Cristo o no, essere riconoscibili dal modo in cui amiamo il nostro prossimo, riusciamo a perdonarlo, rendendo Dio visibile attraverso questa capacità divina, di morire per amore.

Morire non significa porre fine alla nostra esistenza terrena, ma abbandonare, liberarci di tutto ciò che ci appartiene materialmente e spiritualmente. Tutto deve essere portato alla mensa comune, perché di due idee, pensieri ecc. venga fuori un’idea nuova che nasce dalla morte delle nostre idee personali o una cosa nuova quando si mettono in comune risorse e carismi.

La santità nasce da una morte che genera vita, da un quotidiano vissuto nell’ascolto e nella condivisione, dove chi ci mette tutto è Dio, e dove noi non siamo che umili operai della sua vigna a cui viene chiesto di lavorare perché cresca rigogliosa e porti frutto. La coppia è chiamata insieme; ma non necessariamente allo stesso momento gli sposi sono in grado di dire di sì a Dio consapevolmente.

Anche nella coppia c’è chi arriva prima dell’altro.Qualcuno,a volte, non arriva mai.

Dio ci chiederà conto di cosa avremo saputo fare con la persona che ci è stata affidata.A Lui non interessa che la cosa sia esteticamente perfetta, ma che sia il frutto dell'impegno comune.

Per quelli che non collaborano, pensiamo a cosa dobbiamo inventarci perchè un bambino pasticcione e svogliato arrivi con il nostro aiuto a leggere, scrivere, disegnare ecc.

E non preoccupiamoci per chi arriva ultimo, perchè tutti, i primi e gli ultimi avranno un trattamento uguale.

Il salario, infatti, è Lui, infinito che, per quanto lo si voglia dividere, sempre infinito rimane.


Da una catechesi di mons.Renzo Bonetti

febbraio 2006