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martedì 10 novembre 2020

SERVI INUTILI





Sfogliando il diario...

12 novembre 2019

In Ospedale

Mi sono chiesta in questi ultimi mesi a che servivo e che era ora che il Signore mi richiamasse a sé.

L'ho chiamato, l'ho invocato, con sempre più insistenza, perchè mi stendesse la mano e mi facesse passare dall'altra parte dove finalmente avrei trovato la pace.

La richiesta di morire da un lato era dettata dal desiderio di cercare uno sbocco a tanto dolore, dall'altra dalla consapevolezza che man mano diminuiva in famiglia la mia funzione, stando sempre male e percependo il peso che comportava per chi mi stava vicino la mia disabilità, il mio dolore, spesso la mia sola presenza.

Immaginavo che ne avrebbero sicuramente fatto a meno e se scomparivo non facevo male a nessuno anzi toglievo il problema.

Questo è quello che pensavo anche se forse attribuivo agli altri i miei pensieri lesionistici.

Certo sentirsi inutili di peso non fa piacere a nessuno e io mi ci sentivo. Sentivo il peso del mio corpo colpito da cento malattie, il peso del mio dover essere, il peso di chi si scopre ogni giorno inadeguata, inefficiente, inutile.

Il vangelo di oggi mi spinge a riflettere in cosa consista l'inutilità, perchè nelle mie preghiere notturne, quando ero dilaniata da spasmi dolorosi, strappi della carne, putrefazione dei pensieri, mai ho pensato di darmi la morte ma la chiedevo al Signore della Vita che era sordo alle mie preghiere.

Mi sono messa in attesa pensando sempre che quel giorno fosse l'ultimo, salvo poi ricredermi al termine della giornata.

Gli ultimi mesi sono stati di un'attesa sfibrante.

In silenzio aspettavo.

Il silenzio di Dio era sempre più prolungato come sempre più prolungati sono diventati i miei silenzi davanti a Lui.

Bisogna toccare il fondo per tornare in superficie e questo man mano sta accadendo in questo ospedale dove per sua grazia sono stata accolta e curata.

Il silenzio è tornato a riempirsi della Parola di Dio, attorno alla quale imposto la mia giornata.

Hanno scoperto che ho avuto un'ischemia che mi ha tolto i freni inibitori, che sarebbe una brutta cosa se quei freni mi hanno immobilizzato tutta la vita incatenandomi ad un dover essere insostenibile.

Sono salva per miracolo, ma la cosa che più mi riempie il cuore di gioia, mi inonda di Lui è che, dopo un primo smarrimento degli altri, prima che mio, mi sono accorta che le cose che è giusto dire bisogna dirle anche se con i dovuti modi.

Mi sembra che mi abbiano tolto una camicia di forza e che, se il Signore ha permesso questo, è perchè mi avvicinassi ad una via di verità e di giustizia.

Non servi se i tuoi comportamenti sono finalizzati a comprare l'amore dell'altro, a mendicarlo, servi quando hai il coraggio di dire ciò che lo fa star bene non per un piccolo lasso di tempo, ma per tutta la vita.

La candela serve se si accende e si consuma, assolve alla sua funzione se illumina e permette agli altri di vedere.

Molto spesso noi non siamo in grado di capire se serviamo oppure no.

Il Signore presiede al nostro funzionamento, perchè è il nostro Creatore, ma anche Colui che si occupa della nostra manutenzione, basta che non gli leghiamo le mani o cerchiamo soluzioni più facili, meno onerose e a portata di mano.

Concludendo questa riflessione non posso che ringraziare il Signore per tutti quelli che si sono uniti in preghiera perchè la fede non mi abbandonasse, perchè continuassi a fidarmi di Lui e non perdessi la speranza di svolgere il mio servizio con quello che mi è rimasto, non con quello che non ho più, senza rimpianti, ma con gioia e gratitudine.


giovedì 5 novembre 2020

Fiori e bambini



Sfogliando il diario...

Emanuele è un bambino di poche parole, forse perchè ha vicino un fratello che ne dice molte e tutte molto interessanti.

Così si è convinto di non valere nulla, perchè Giovanni scrive poesie, romanzi e canzoni e lui non riesce a fare neanche un pensierino corretto.

L'altro giorno però è tornato da scuola esultante, perchè aveva preso BRAVISSIMO ad un testo poetico dal titolo "Piove".

Non si può descrivere la meraviglia quando abbiamo letto il suo capolavoro.

Veramente era molto bello e suggestivo, lungo e articolato.

" Ma come hai fatto a scrivere cose così straordinarie?

"Sembra che l'abbia scritta Giovanni " ci è scappato di dire, ma ci siamo subito scusati con lui.

"Giovanni c'entra, eccome! Questa notte, mentre dormiva, mi sono alzato, gli ho aperto la testa e gli ho rubato l'ispirazione. Poi l'ho unita alla mia schifezza e c'è uscita una cosa buona."


Ho pensato che così non si andava da nessuna parte, perciò l'ho chiamato in disparte e gli ho detto:

" Quanti anni hai?"

"Sette"

"E Giovanni?"

"Undici"

L'ho preso per mano e l'ho portato alla finestra,  invitandolo a guardare i fiori sul davanzale.

"Ti ricordi quella piccola  piantina che mi hai regalato per il mio compleanno? Aveva un fiore e pochissime foglie.Ricordi?

Guardala adesso com'è bella e cresciuta!"

Questa volta la meraviglia era la sua.

"Non dire mai più che sei una schifezza, perchè il tempo, la pazienza e l'impegno compiono miracoli", ho concluso, abbracciandolo forte.

venerdì 22 maggio 2020

La gioia


SFOGLIANDO IL DIARIO...



6 maggio 2016
Venerdì della VI settimana di Pasqua
Ore 6.49
" Nessuno vi potrà togliere la vostra gioia"(Gv 16,23a)

Ieri e anche oggi Signore trovo scritto che non dobbiamo temere perché la nostra tristezza si cambierà in gioia. 
La speranza che ciò accadrà si fonda su esperienze vissute e non dimenticate.
Mamma mi diceva che ricordavo solo le cose brutte e negative della mia vita perciò ero sempre imbronciata.
La gioia non connotò la mia infanzia e crescendo mi inventai i rimedi alla tristezza, ai no della vita cercando in me stessa motivi per risorgere.
Mi arrangiai a trovare soluzioni a tutto ciò che mi faceva star male, che non mi rendeva felice.
Non ti conoscevo Signore e di te mi avevano raccontato cose terribili che la Pace invece di dartela te la toglievano.
Poi mi sono imbattuta nella tua Parola che trasudava gioia da tutti i pori.
Non sapevo che tu parlassi, n'è che avevi affidato ai Salmi il compito di far emergere la gioia da tutto il creato e trasmetterci la certezza che hai fatto bene ogni cosa.
Così ho cominciato a cercare non quello che mi mancava ma quello che avevo sempre avuto e che continuavi a donarmi ogni giorno.
Furono i primi tempi pieni di scintillanti schegge di luce, di meraviglia, di stupore, di gioia, di gratitudine perché tu eri con me ogni momento della mia vita a compiere miracoli.
Poi come nella stagione dell'amore tutto è bello, tutto scontato, arriva il tempo dell'inverno, del gelo, del silenzio, della solitudine.
Arriva il tempo in cui ti nascondi nelle viscere della terra e più non ti vediamo.
Arriva il tempo del pianto, dell'angoscia, dell'attesa.
E' il tempo della fede, il tempo in cui lo Spirito deve ricordarci ogni cosa, deve ricordarci che ad ogni inverno subentra la primavera e poi l'estate con i suoi frutti più succulenti.
Non ce la facciamo ad aspettare Signore quando le forze vengono meno e l'attesa si prolunga più del dovuto, quando tardi a venire e noi siamo schiacciati dalla prova.
Per questo ti prego, vieni presto in mio aiuto.
Ho bisogno di te Signore, ho bisogno della tua gioia, una gioia duratura che niente e nessuno potrà togliermi.

domenica 1 dicembre 2019

Avvento



"Vegliate dunque perché non sapete in quale giorno il Signore verrà" (Mt 24,42)


Oggi comincia il nuovo anno liturgico, con il quale la Chiesa ci spinge a riflettere sulle ragioni della nostra speranza, sul senso dell'attendere, come tensione verso quel Quid che dà forza al nostro andare, perseveranza nella prova,conforto e luce nei momenti difficili.

Ci si propone un nuovo inizio.
Nessuno è contento di ricominciare tutto da capo, quando il ricominciare comporta abbattere ciò che faticosamente ci siamo costruiti, abbiamo ammassato, elevato a conferma della nostra traballante autosufficienza, .
Ricominciare è sempre doloroso, faticoso e parte da uno sconforto, da un fallimento, dalla noia di una routine sempre uguale e priva di slancio, dalla cosapevolezza che poi non tutto riusciamo a compattare, disciplinare, programmare, prevedere, dall'impotenza di fronte ad eventi che scalzano le nostre certezze, che mettono in dubbio ciò che ritenevamo indispensabile, che ci toglie il terreno da sotto ai piedi.
Al punto di partenza nessuno vuole tornarci, perchè significa rimettersi in gioco, magari quando le forze e l'entusiasmo sono ormai scemati, per la fatica, per gli anni, che inesorabilmente passano e ci immobilizzano.
"Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l'infinito è nei nostri cuori”, mi disse tanti anni fa una mamma sringendo tra le braccia il corpicino diafano e sofferente del suo bimbo.
L'infinito nel cuore per catturare il tempo e non divenirne schiavi.
Il tempo dell'Avvento ci dà l'opportunità di cercare ancora questo infinito che ci sfugge, che non conosciamo, o che non conosciamo abbastanza.
La Chiesa ci invita a fare piazza pulita e ad attendere ciò che può cambiarci la vita in modo totale ed esclusivo, straordinario, una volta per sempre.
Il pensiero va al contadino che getta il seme sulla terra dissodata e spoglia, e aspetta pazientamente che germogli.
Il seme è la Parola di Dio che ogni anno , ogni giorno dell'anno viene gettato e che non risale senza portare frutto.
Noi non ce ne accorgiamo, presi come siamo ad ascoltare altre parole, quelle che ci arrivano attraverso i nuovi canali della comunicazione.
Il mondo virtuale ha soppiantato quello reale e ci si è dimenticati che il mondo visibile è parabola, segno dell'invisibile presenza di Dio nella storia.
Dio, il contadino del cielo, getta il seme.
Non tutto attecchisce, anche se è Lui a seminare, a parlare.
Noi siamo quel terreno che aspetta il nuovo inizio.
Perchè la pianta germogli e porti frutto, è necessario che siamo terra mossa, le zolle siano rovesciate,spaccate dall'aratro nelle parti più compate e indurite.
Dio in questo tempo di grazia, sparge il suo seme a piene mani, anche se non si stanca mai di gettarlo, per tutto l'anno, per dissodarci, per prepararci all'accoglienza di un Gesù sempre più autentico e vero.


martedì 29 ottobre 2019

Pazienza



SFOGLIANDO IL DIARIO...

27 ottobre 2015
Meditazione sulla liturgia di 
martedì della XXX settimana del TO
ore 6.29

"La creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio"

Le letture di oggi ci invitano ad avere pazienza nella certezza che Dio mantiene ciò che ha promesso, perché non è un Dio bugiardo, ma fedele per mille generazioni come a dire per sempre.
La pazienza purtroppo è una virtù che naturalmente non abbiamo.
Già da piccoli riveliamo la nostra impazienza nel non saper aspettare e nel volere tutto e subito.
I bambini piangono e si fanno sentire se non sono accontentati in quelli che sono i loro bisogni veri o i loro capricci, i grandi, a seconda dei casi o continuano a urlare come i bambini quando non ottengono quello che vogliono, divenendo anche violenti o disciplinano la bocca e mettono dentro la rabbia, vivendo comunque sempre male il tempo dell'attesa.
In pochi l'attesa diventa un tempo di grazia, un'opportunità per  vivere con fiducia il tempo di Dio che ci chiama a fermarci su quello che ogni giorno ci è gratuitamente dato e non su ciò che vorremmo avere subito.
Nella preghiera dei fedeli oggi ho trovato questa bella e significativa richiesta:"Perchè impariamo la pazienza e la fiducia dai nostri contadini"
Il problema sta nel fatto che per chi vive in città è difficile incontrare un contadino, frequentarlo, condividere con lui la vita di ogni giorno, salvo se si decide di fare una vacanza in un agriturismo.
Anche l'attesa perchè il lievito fermenti la pasta non è condivisa nelle nostre famiglie, perchè si fa prima a comprare già fatti i prodotti lievitati.
Ma la realtà ogni giorno ci pone di fronte il problema dell'attesa, perchè, a ben pensarci, passiamo la maggior parte del nostro tempo ad attendere qualcosa o qualcuno.
"La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati a fare qualcos'altro" ha scritto Antony De Mello in un libro.
In effetti poichè passiamo il tempo a rincorrere i sogni, non ci accorgiamo dei miracoli che si snodano sotto i nostri occhi.
Dio non ci nega anticipazioni prelibate del suo banchetto, e come mia madre, quando friggeva le patatine, ci dava più di un assaggio mentre le cucinava un po' per volta, così Dio ci fa pregustare le primizie del regno.
Ieri con Giovanni, che è venuto a fare i compiti da me, abbiamo parlato del BING BANG e del fatto che la professoressa di religione aveva detto che il crederci era anticristiano, scandalizzando tutti i compagni, compreso lui.
Ho pensato al granello di senapa, che guarda caso troviamo nel vangelo di oggi e l'ho portato a riflettere su ciò che accade ad un seme e alla pianta che ne scaturisce.
Gli ho detto che l'universo è come un seme, gettato da Dio. 
Noi ci siamo dentro e assistiamo alle trasformazioni che avvengono al suo interno, alcune visibili, altre invisibili, altre ancora inconoscibili.
E' la storia del filo d'erba, del fiore, dell'albero e di ogni vita umana che si sviluppa nel grembo della madre.
La differenza tra chi crede e chi non crede sta nel non voler accettare che ci sia Qualcuno al di sopra di noi che in ogni cosa creata ha messo le informazioni per realizzare il suo progetto di vita.
Se quindi non incontriamo contadini sulla nostra strada, leggiamo la Scrittura dove sono racchiuse le informazioni per imparare direttamente dal Contadino del cielo, il divino Seminatore  ad avere pazienza aspettando che il frutto maturi.
Per quanto riguarda le massaie che impastano il pane, prendiamo come esempio Maria che di pane se ne intende visto che ci ha dato Gesù, accogliendo nel suo grembo il seme divino della Parola, attraverso lo Spirito di Dio perchè divenisse pane per tutti gli affamati del mondo.

"Il tempo sarà nelle nostre mani nella misura in cui l'infinito dimorerà nei nostri cuori"

domenica 18 agosto 2019

SPOSTAMENTI



Image for Dove posare il capo
Meditazioni sulla liturgia di
Sabato XIX TO 
” Temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà"(Gs 24,14)
Siamo soliti dare la colpa agli altri di quello che ci succede.
Ai nostri genitori, agli antenati, alle condizioni difficili in cui ci siamo trovati per l’imperizia o il peccato di chi ci ha preceduto.
In questo modo ci esoneriamo dall’esame di coscienza e, con lo sguardo fisso alla terra che ci è stata sottratta o consegnata piena di rovi e spine, non guardiamo a ciò che abbiamo, ciò che Dio continua a seminare nei nostri cuori attraverso la sua parola.
Non guardiamo, non apprezziamo la nuova terra che con il Battesimo ci ha riconsegnato da coltivare e far fruttificare con il suo aiuto.
La vita è un viaggio attraverso il deserto che, guarda caso, è terra non produttiva dove non si vive bene, che devi attraversare per poter apprezzare che non sei solo e e che Dio è con te, ti accompagna e ti nutre e ti parla e ti è fedele sempre, anche quando i tuoi ti abbandonano o tu abbandoni ciò che è giusto e salutare, e ti prostituisci a idoli muti.
Mi ha sempre affascinato l’idea della terra donata da Dio, la terra con cui mi ha impastato, la terra su cui ha soffiato il Suo Spirito senza stancarsi.
Siamo suoi figli e, se a un genitore può capitare che si dia per vinto di fronte al comportamento ingiusto del figlio, Dio non si arrende e continua a gettare il suo seme, continua a dare vita al mondo.
Se i nostri antenati hanno mangiato l’uva acerba non dobbiamo più dire che i denti dei figli si sono allegati, perché la responsabilità è personale e, prima di Cristo, Ezechiele ce lo ricorda in un tempo in cui la schiavitù avevo reso molli le braccia, rarefatto la preghiera, spento la speranza.
Le letture di oggi ci invitano a guardare avanti e ad agire secondo quello che dice il Signore.
“Lasciate che i bambini vengano a me”.
Cominciamo da qui; dal parlare di Dio ai nostri figli, a portarli con noi quando andiamo alla messa, spiegandogli con parole semplici ciò che il sacerdote dice e fa, preghiamo insieme a loro, al mattino alla sera e in ogni occasione bella o brutta che stiamo vivendo.
Insegniamo la gratitudine per quello che abbiamo ricevuto, non lamentandoci di quello che ci manca, invitiamoli a fare altrettanto a suggello della giornata.
Il nostro compito è di portare i bambini a Dio e non a noi stessi e a infondere in loro la fede che Dio ci ama e che non ci lascia soli neanche un momento.
Leggendo il vangelo, però, la prima cosa che mi è venuta in mente non è tanto il dovere che ho di portare a Lui i bambini, quanto quello di ringraziare Maria che mi ha portato Gesù.
Ieri, quando mio marito me L’ ha portato a casa mi sono commossa tanto da rimanere senza parole, mentre le lacrime parlavano al posto mio.
Non me l’aspettavo perché Gianni non è ministro straordinario dell’Eucaristia e perché, sollecitato più volte da don Ermete a che comprasse un portaostie perché non fossi privata del dono del Corpo di Cristo quando sto male, non aveva ancora comperato nulla, preso com’è stato a provvedere ai miei bisogni materiali, che in questi ultimi giorni gli hanno impedito anche di lavorare.
Ebbene ci ha pensato il Signore a risolvere il tutto, facendogli trovare una persona, presente per caso a quell’ora di quella messa, che di portaostie ne aveva tre e abitava vicino, sì che è andato a prenderglielo e glielo ha regalato.
Gesù si è spostato ed è venuto da me, è entrato nella mia casa, mi ha scaldato il cuore prima ancora di aprire la piccola teca.
Ho percepito la mia indegnità mai come ieri sera, perché mai avrei pensato che il Dio dell’universo, Creatore e Signore di tutte le cose, si sarebbe spostato per venire di persona a casa mia.
Avevo polemizzato tempo addietro, quando nella mia chiesa il sacerdote aveva spostato il crocifisso grande issato sopra l’altare e lo aveva messo su una parete laterale della navata.
Il crocifisso su cui avevo alzato lo sguardo il giorno della mia conversione!
Mi sembrava un atto blasfemo perché era come sminuirne il valore per mettere al posto suo un’ altra immagine.
Poi però mi sono accorta che la nuova posizione era vicino alla sedia dove sono solita sedermi e che il trasloco mi aveva giovato, perché Gesù ce l’avevo vicino e finalmente potevo vedere i segni della sua passione, i chiodi e le spine, il volto reclinato, le braccia distese, concedendomi un’intimità che non conoscevo.
Gesù era sceso dal suo piedistallo e si era fatto più vicino, per me che non distinguo i contorni delle cose quando sono distanti, con o senza occhiali, si è fatto carico del mio bisogno di uno spazio più ristretto per adorarlo e comunicarmi il suo amore.
Ho pensato che alla risonanza magnetica di qualche giorno fa, in cui dovevo passare due ore, con l’aiuto di tanti fratelli che si sono messi a pregare perché fosse possibile, non a caso mi si è presentato mentre il mare era in tempesta, grande, avvolgente, caldo che mi prendeva per mano e mi diceva “Non temere, sono qui, non avere paura”.
Si era spostato di nuovo per stare vicino a me.
Il mio grazie è andato a Maria che me l’aveva portato dopo tante notti insonni in cui dicevo rosari di avemarie per poter dire il Padre Nostro.
Penso a quanto mi è stata vicina questa Madre che mi ha portato Gesù, madre da me tante volte invocata negli ultimi tempi, ma da sempre pregata nella mia famiglia d’origine, da mia madre che ogni notte assolveva al voto fatto per la salvezza dell’anima dei suoi figli, sgranando non so quante avemarie.
Penso a mio padre avanti negli anni che mi confidava quanto gli fosse d’aiuto rivolgersi alla Madonna quando sentiva le fitte del cuore malato diventare spade conficcate nel corpo.
Penso al piccolo segno di croce che mia madre imprimeva sulle nostre fronti prima di andare a dormire, al nome Maria che portiamo noi tre sorelle, alla bottiglia piena di acqua di Lourdes che papà mi versò tutta mentre mi divincolavo nel letto presa da grandi dolori.
Allora pensavo che l’effetto era deleterio, visto che le malattie aumentavano in proporzione delle preghiere.
Quanto ero distante dalla verità!
Non c’è dubbio che Maria alla quale ci siamo consacrati sia stata la scala che ci ha portato a Gesù, senza farci salire, ma facendogli spazio per farlo scendere perché lo stringessimo al petto e fossimo scaldati dal suo calore.
Image for Preghiera a Maria, regina della famiglia

martedì 5 febbraio 2019

"Figlia la tua fede ti ha salvata"(Mc10,52)



Meditazione sulla liturgia di 
martedì della IV settimana del Tempo Ordinario.

"Figlia la tua fede ti ha salvata"(Mc10,52)

Il brano del Vangelo di oggi ci presenta due miracoli di Gesù incastonati l'uno nell'altro, miracoli che hanno alla base la fede dei postulanti.
Giairo intercede per la figlia, che sta morendo.
Fa effetto che a rivolgersi a Gesù sia uno dei capi della sinagoga, un personaggio che si distingue tra quelli che erano al potere e che manderanno a morte Gesù.
Giairo si sposta, non aspetta che Gesù vada da lui, lo raggiunge lì dove pensa sia, vista la folla che gli si era radunata attorno.
E' un padre angosciato, ha bisogno di aiuto, è disposto a tutto, specialmente è disposto ad aspettare, cosa che non tutti siamo capaci di fare.
Quando siamo in difficoltà, nel bisogno, ci rivolgiamo a Dio chiedendogli aiuto, ma non siamo mai disposti ad aspettare più di tanto, specie se qualcuno ci passa avanti, come accade nelle cose del mondo, quando il"c'ero prima io!" è la reazione irritata di chi si sente scavalcato e messo da parte.
Giairo ci commuove con la sua mitezza, la sua umiltà che fa da contrasto al tumulto del cuore, per una figlia che sta morendo, per qualcosa davanti a cui sente tutta la sua impotenza.
Giairo prega prima e durante l'attesa, ha fiducia in Gesù e la sua fede risuscita la figlia che tutti credevano ormai morta.
Attraverso la fede l'emorroissa si vede liberata dai mali del corpo e dell'anima.
La donna viene guarita due volte e la seconda è un resuscitare dai morti attraverso la potenza salvifica di Gesù.
In entrambi i personaggi notiamo due momenti, quello della ricerca di aiuto nella persona di Gesù, e quella delle conseguenze di una perseveranza che passa attraverso una riflessione su quanto accaduto(l'emorroissa) o una perseveranza nell'attesa che premia chi chiede.
Gesù trasmette la vita, una vita che si manifesta in uno svegliarsi dal sonno( Svegliati, svegliati Sion, metti le vesti più belle...) o un cessare di perdere la vita attraverso un sangue che fuoriesce dalla persona e non nutre le cellule del corpo.
Molti di noi vivono addormentati o fiaccati, indeboliti dalla perdita di energie usate in modo sbagliato.
I personaggi descritti dal vangelo di oggi ci portano a fare delle riflessioni sul nostro rapporto con gli uomini e con Dio.
Il capo della sinagoga è nel bisogno, lo riconosce e, nonostante ricopra un incarico importante, non si avvale di raccomandazioni, non pretende che Gesù si sposti, ma gli va incontro con umiltà e lo invita a casa sua perchè imponga le mani sulla figlia che sta morendo, la tocchi perchè il soffio di vita passi da Gesù alla piccola.
Ma Giairo fa di più. E' un uomo che sa aspettare e non si indigna del contrattempo che ritarda l'intervento del "Maestro", perchè si fida di lui e confida in lui.
Quanti di noi sarebbero stati capaci di fare altrettanto nelle stesse condizioni in cui si trovava quel padre disperato?
E poi c'è una povera donna, mischiata alla folla, una donna che pensa di passare inosservata toccando il mantello di Gesù. Ma si sbaglia. 
Gesù vede quello che altri non vedono, scruta i cuori, percepisce la fede che guarisce qualsiasi sia lo strumento di cui ci si serve per arrivare a lui.
Una donna che perde sangue non è in grado di dare vita a nessuno.
Gesù non la vede ma sente che quel tocco alla veste ha sprigionato un'energia che risuscita.
La donna viene guarita dal male fisico per la sua fede semplice, primordiale, poi però viene immessa nel fiume di grazia che rende capaci di vita chi, spogliandosi di tutto, consegna al Signore il suo cuore.

mercoledì 30 gennaio 2019

Pazienza



E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada (Mc 4,4)

“Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto? 
Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra” recita il Salmo 121
Tu Signore hai creato la terra, quella terra da cui plasmati il primo Adamo, terra su cui soffiasti il tuo spirito perchè prendesse vita.
La tua parola è spirito e vita se l'accogliamo nel nostro grembo, se permettiamo a te di rovesciare le nostre zolle, se ci lasciamo lavorare sì da diventare terra feconda.
Non permettere Signore che pruni e rovi invadano il santo suolo, che la nostra terra si indurisca per mancanza di acqua e del lavoro paziente della zappa e dell'aratro.
Aiutaci a non fuggire da te, a non lasciarci attraversare dai carri e dai cavalli dei pensieri mondani, dai piedi di chi cammina senza meta offuscato da vani miraggi.
Tu Signore rendi feconda la nostra terra se come argilla ci lasciamo lavorare dalle tue mani.
Le prove, le difficoltà della vita spesso non ci allontanino da te e non ci chiudano alla tua opera salvifica.
Aiutaci Signore a vivere la tua paternità come dono, a non dimenticare che siamo nati da seme corruttibile ma in Cristo trasformati in seme incorruttibile.
Aiutaci a imparare dalla natura il segreto della vita che nasce sempre da una morte, la morte del seme, da una ferita, uno squarcio, una sofferenza.
La parabola della natura si apra ai nostri occhi sì che, mentre guardiamo un fiore sbocciare non ci sfugga lo squarcio che produce all'involucro che lo conteneva.
Signore mio Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra! Non voglio dimenticare tanti tuoi benefici.
Il colore dei fiori, il loro profumo, i frutti succosi che subentrano quando i petali appassiscono e cadono e poi i semi...
Signore tutto questo non ci faccia fermare a ciò che vediamo quaggiù, che spesso ci delude e non ci sfama, ma ci porti ad aprire le nostre zolle per accogliere il tuo seme.
C'era un tempo che io ero strada, tempo in cui mi attraevano le cose del mondo e non conoscevo le tue vie.
Carri e cavalli sono passati sulla mia carne, hanno affondato le ruote e gli zoccoli sul mio terreno rendendolo impercorribile.
Crepe e smottamenti, dissesti di ogni tipo hanno favorito la disgregazione di ciò che rimane del mio corpo mortale.
Sono stata pietra dura ad ogni sollecitazione, chiusa in me stessa, timorosa di tutto e di tutti, in me cercando il fine, il mezzo con l'arroganza di potere tutto se lo volevo.
Sono stati gli anni bui della paura, paura di rimanere sola, paura di scoprire la parte più nascosta di me, quella di cui mi vergognavo, paura di riconoscermi nella mia inadeguatezza, nel mio limite,nel mio bisogno d'aiuto.
Tu non ti sei stancato di bussare alla mia porta. Con il piccone e con l'aratro, con tutti i mezzi hai cercato di creare un varco al mio cuore di pietra per trasformarlo in cuore di carne.
Ho lottato con te tanti anni, ti ho impedito di lavorarmi, modellarmi come docile creta nelle mani del vasaio, ti ho impedito di parlare mettendoti un bavaglio alla bocca, coprendo il tuo grido di dolore con tanti tovaglioli che ti pressavo sulla bocca.
Così mio zio, quando ero piccola, metteva fine al mio pianto, così avevo imparato a fare per mettere a tacere il mio corpo che è il tuo corpo, il mio dolore che è il tuo dolore.
Tardi ti ho amato Signore mio Dio, tardi mi sono arresa al tuo piccone, tardi ti ho fatto entrare nella mia casa perchè mi aiutassi a mettervi ordine. 
Tardi e non è detto che ci riesca sempre anche oggi che sei il mio interlocutore privilegiato, sei il mio aiuto, il mio alleato, il mio salvatore. 
Questa mattina mi chiedevo che senso avessero le parole del vangelo tante volte lette riguardo a te, divino Seminatore.
Ho pensato a Maria terra fertile e dissodata che tu hai scelto per accogliere il nuovo Adamo, la terra promessa rigenerata dal tuo Spirito dalla tua eterna misericordia.
Ho creduto che per vivere e portare frutto dovevamo morire come il seme che non è nulla fino a quando non spacca la terra per mostrare il suo germoglio.
Ma questa mattina che, dopo qualche giorno di tregua, si sono ripresentati i dolori che mi sconvolgono, mi dilaniano, mi bruciano viva, ho distrattamente letto ciò che la liturgia propone alla nostra riflessione.
Distrattamente. 
Perchè cosa avresti potuto dirmi di nuovo?
La parabola del seminatore mi faceva pensare a te che semini ma mai mi è venuto in mente che non ti limiti solo a questo.
Tu continui a gettare il seme sulla strada, sul terreno sassoso, sulla terra invasa dai rovi a differenza del contadino che non ama rischiare e prepara la terra, la dissoda, la pulisce, la ara, la appiana e fa tante cose ancora per essere certo che il suo lavoro vada a buon fine e il seme attecchisca e non venga portato via o soffochi accerchiato da erbe infestanti e velenose.
Ho chiuso gli occhi e mentre mani, piedi e tutto il corpo si contorcevano dal dolore mi sono trovata a ringraziarti perchè continui a lavorare la mia terra perchè non si aggrumi, perchè ne vuoi fare un lussureggiante giardino dove brillano tutti i colori dell'arcobaleno.

lunedì 30 luglio 2018

"Il Tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l'infinito è nei nostri cuori"



" Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me"(Es 32,33)

Quando Dio si arrabbia non mi piace per niente, come succedeva quando mio padre si arrabbiava con noi perchè facevamo cose che non dovevamo fare.
Ricordo di quando girai intorno al tavolo non so quante volte per sfuggire alla giusta punizione per aver mancato di rispetto ad una persona.
Quella volta fu mia madre a salvarmi e anche in seguito la sua mediazione fu risolutiva.
Nella fede abbiamo la nostra Madre celeste che ci ha lasciato Gesù, a cui ci ha affidato, che intercede per noi che siamo degli inguaribili peccatori.
Se poi andiamo a guardare, Dio ha una pazienza infinita e prima di darci un castigo le prova tutte, tanto da sacrificare il figlio Gesù, perchè ci convinciamo che le sue minacce sono per il nostro bene, vale a dire che lui vede dove ci portano le nostre cattive azioni e fa di tutto perchè non cadiamo nel fosso.
Mio padre non era Dio e spesso sperimentavamo i segni lasciati sul nostro corpo di uno schiaffo dato di santa ragione.
Non condanno l'educazione severa che mi ha dato, perchè oggi solo capisco che alla base di ogni rimprovero c'era l'amore per noi figli che voleva preparare alla vita senza che soccombessimo agli inevitabili ostacoli, rimanendo onesti, educati e rispettosi delle regole.
Oggi godo dei frutti dei suoi insegnamenti; ma quanto tempo è dovuto passare perchè me ne accorgessi!
Le esperienze sono state come un lievito o come un seme che è maturato pian piano.
Ho dovuto attendere per capire che essere genitore comporta una grande responsabilità che ti porta a dire no dolorosi ma necessari, pochi in verità rispetto ai tanti sì dettati ugualmente dall'amore.
Oggi mi è più facile capire le parabole del regno, perchè in tutte vedo Dio che opera per il mio bene.
Ma bisogna attendere, non avere fretta.
Il granello di senapa come il lievito hanno bisogno di tempo per mostrare la forza dirompente che è al loro interno.
A noi non piace aspettare e vogliamo tutto e subito.
La nostra civiltà per un verso ci ha portato ad accorciare i tempi d'attesa attraverso le nuove tecnologie, per l'altro non ci ha esonerato dal fare la fila per qualsiasi cosa occorra, al supermercato, in ospedale, in banca, sulla strada e sull'autostrada, ecc. ecc.
Penso che l'arte di attendere è virtù divina per questo Gesù ci invita a non avere fretta e a sperare che tutto si compirà.
Sono capace di attendere?
A questo proposito voglio ricordare le parole scaturite da un incontro che mi ha cambiato la vita.
"Il Tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l'infinito è nei nostri cuori"
A Champoluc (dove mi accorsi che i veri malati, i grandi malati non s'incontrano per le strade del mondo, non frequentano salotti perbene, non fanno bella mostra di se nelle vetrine di lusso), senza capirle al momento, me l'ero appuntate su un foglio quelle poche parole che avrebbero cambiato il mio correre in fretta, correre sempre senza mai fermarmi un momento.
La madre di un bimbo piccolo piccolo (...un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera…due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all'abbraccio) …quella donna così rispondeva alla mia stizza per il tempo che mi sfuggiva di mano.
Da allora, per paura di dimenticarle avevo deciso di trascriverle ogni anno nella prima pagina dell'agenda quelle parole.
Oggi non ho più bisogno di scriverle sulla prima pagina dell’agenda per meditarle e farle mie, perché le ho scritte nel cuore e a quell’angelo mandato dal cielo, il mio grazie sincero e riconoscente giunga come dolce carezza .

lunedì 15 gennaio 2018

LO SPOSO



Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Dinanzi a me hai preparato una mensa
e il mio calice trabocca. (Sal 23,5)

Questo mistero è grande Signore.
Come potremmo viverlo senza il tuo Spirito? Lo Spirito che ci illumina, ci istruisce, ci guida, ci svela il mistero e ci fa vivere dentro il mistero, ci separa dal mondo continuando a vivere nel mondo e ci rende partecipi della tua redenzione.
Signore mio Dio veramente tu sei un Dio generoso perchè hai dato all'uomo, tua creatura la possibilità, la capacità di vivere intimamente unito a te, rendendolo partecipe di tutto quanto è tuo.
La tua bellezza, la tua bontà, la tua mitezza, la tua umiltà, la tua misericordia, la tua giustizia, il tuo tempo, i tuoi desideri, il tuo potere, tutto hai trasfuso in noi perchè fossimo degni di vivere il paradiso.
Qui su questa terra ci anticipi i segreti del regno, ma noi non siamo mai sazi, mai contenti, vorremmo che questi sprazzi di luce, questi momenti di beatitudine e di pace durassero un po' di più e invece tu ti affacci, ti mostri un momento, e poi fuggi, ti nascondi sì che ci rimane solo la nostalgia e il desiderio che accada di nuovo.
A volte l'attesa ci sembra un po' troppo lunga e gli impegni, i pensieri, la vita di questo mondo, le tribolazioni, spesso ci allontanano da te.
Così non ti permettiamo di entrare e di fermarti a parlare un po' con noi a guardarci negli occhi, a stare in silenzio nel solo godimento di sentire il tuo sguardo posarsi su di noi e la beatitudine di poter rispondere al tuo abbraccio con il nostro abbraccio.
Signore oggi ci parli di quanto sia importante approfittare dei momenti in cui riusciamo a trovare la giusta connessione con te, momenti in cui decidiamo di dire basta a tutto ciò che ci distrae dall'essenziale, momenti in cui tu fermi il tempo e ci crei uno spazio in cui riceverti, in cui incontrarti, in cui lasciare che tu ci ami e gioisca con noi.
Ci sarà un giorno in cui lo Sposo non ci verrà tolto, un giorno in cui celebreremo le nozze eterne, il giorno in cui niente e nessuno potrà toglierci la nostra gioia che sei tu.
Ricordo con nostalgia il tempo del mio fidanzamento, gli incontri con quello che sarebbe diventato mio marito nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.
Sono stati giorni belli, pieni di infinito, di eternità, di comunione, di estasi, di tante cose che non sapevo fossero segno di qualcosa di estremamente più grande.
Il matrimonio ha spento i nostri entusiasmi, perchè non avevamo invitato te alle nozze. Oggi faticosamente ma con sempre più entusiasmo stiamo scoprendo che con te tutto è più facile, che l'amore non viene meno se sei tu ad alimentarlo, che più andiamo avanti negli anni e più ci sentiamo segno della tua misericordia infinita, ma anche e soprattutto missionari di gioia e di amore, testimoni di te che sei l'amore infinito, te che aspetti di coronare il nostro sogno di comunione e di condivisione perfetta.
Tu sei il perno, tu la radice di ogni piccolo amore che trasformi in pianta dalle poderose radici che stende i suoi rami per fare ombra ai viandanti dell'assolato e arido deserto della vita.
Tu dai il senso al nostro stare insieme.
Tu hai consegnato l'uno all'altra, libri di carne, su cui esercitarci e prepararci all'incontro definitivo con te.

domenica 3 dicembre 2017

AVVENTO



"Il Signore elargirà il suo bene
e la nostra terra produrrà il suo frutto." (Sal 85,13)


Oggi è cominciato il nuovo anno liturgico, con il quale la Chiesa ci spinge a riflettere sulle ragioni della nostra speranza, sul senso dell'attendere, come tensione verso quel Quid che dà forza al nostro andare, perseveranza nella prova,conforto e luce nei momenti difficili.
Ci si propone un nuovo inizio.
Nessuno è contento di ricominciare tutto da capo, quando il ricominciare comporta abbattere ciò che faticosamente ci siamo costruiti, abbiamo ammassato, elevato a conferma della nostra traballante autosufficienza, .
Ricominciare è sempre doloroso, faticoso e parte da uno sconforto, da un fallimento, dalla noia di una routine sempre uguale e priva di slancio, dalla consapevolezza che poi non tutto riusciamo a compattare, disciplinare, programmare, prevedere, dall'impotenza di fronte ad eventi che scalzano le nostre certezze, che mettono in dubbio ciò che ritenevamo indispensabile, che ci toglie il terreno da sotto ai piedi.
Al punto di partenza nessuno vuole tornarci, perchè significa rimettersi in gioco, magari quando le forze e l'entusiasmo sono ormai scemati per la fatica e per gli anni, che inesorabilmente passano e ci immobilizzano.
"Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l'infinito è nei nostri cuori", mi disse tanti anni fa una mamma stringendo tra le braccia il corpicino diafano e sofferente del suo piccolino.
L'infinito nel cuore per catturare il tempo e non divenirne schiavi.
Il tempo dell'Avvento ci dà l'opportunità di cercare ancora questo infinito che ci sfugge, che non conosciamo, o che non conosciamo abbastanza.
La Chiesa ci invita a fare piazza pulita e ad attendere ciò che può cambiarci la vita in modo totale ed esclusivo, straordinario, una volta per sempre.
Il pensiero va al contadino che getta il seme sulla terra dissodata e spoglia, e aspetta che i seme germogli.
Il seme è la Parola di Dio che ogni anno , ogni giorno dell'anno viene gettato e che non risale senza portare frutto.
Noi non ce ne accorgiamo, presi come siamo ad ascoltare altre parole, quelle che ci arrivano attraverso i nuovi canali della comunicazione.
Il mondo virtuale ha soppiantato quello reale e ci si è dimenticati che il mondo visibile è parabola, segno dell'invisibile presenza di Dio nella storia.
Dio parla attraverso gli invisibili canali dello Spirito e getta il seme.
Non tutto attecchisce, anche se è Lui a seminare, a parlare.
Noi siamo quel terreno che aspetta il nuovo inizio.
Perchè la pianta germogli e porti frutto, è necessario che siamo terra mossa, le zolle siano rovesciate,spaccate dall'aratro nelle parti più compate e indurite.
Dio a piene mani sparge il suo seme in questo tempo di grazia.
Lui il seme non si stanca mai di gettarlo, per tutto l'anno, per dissodarci, per prepararci all'accoglienza di un Gesù sempre più autentico e vero, sempre meno mistificato dall'edonismo, dal consumismo, dal relativismo, dal materialismo, dalI' individualismo.
Molti di noi hanno incontrato Gesù, ma non l'hanno riconosciuto, perchè hanno proiettato su di lui la propria immagine sfigurata dalle maschere che ci siamo abitualti ad indossare per sentirci sicuri e protetti in questo mondo dove il diverso fa paura, dove l'omologazione, la glogalizzazione nascondono la vera identità della gente, cancellandone l'identità e la radice più sana e profonda.
Le parole del profeta Isaia“Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore di Dio.”
ci si chiede come potranno avverarsi e incarnarsi nella nostra vita, se quell’albero lo soffochiamo con i tanti, troppi pacchi ingombranti che coprono non solo la radice, ma la vista di tutto l’albero, che si suole fare a Natale, ai piedi del quale sono posati e che la notte della vigilia siamo soliti scartare, appesantiti dal cibo e dal sonno e perché no? anche dalla noia di un rito,,,, che alla maggior parte non dice più nulla.
Rimangono, finita la festa, sparse le carte e le coccarde e i fiocchi che hanno reso belli i regali, carte non più utilizzabili, stropicciate, strappate dalla frenesia di sapere se finalmente l’abbiamo trovata la pietra filosofale, ciò che continuiamo a cercare nei negozi del mondo,, dove non ti regalano niente, se non dopo che tu hai pagato.
Ma se la radice la lasciamo respirare, vedremo spuntare quel dono speciale, che ha pensato a pagare Lui di persona, perché l’albero non marcisca, ma diventi rigoglioso e porti frutti in abbondanza
Chiediamo a Maria l'aiuto per accogliere con gioia un Dio che non si è limitato a metterci il mondo tra le mani, ma tutto se stesso, pronto ad essere mangiato per diventare per noi cibo di vita eterna.

mercoledì 1 novembre 2017

"Nella speranza infatti siamo stati salvati" (Rm 8,24)

"Nella speranza infatti siamo stati salvati" (Rm 8,24)

Un'altra notte è passata, grazie a Dio! Manca un piccolo scampolo di tempo perchè torni ad animarsi con il risveglio di Gianni e l'arrivo di Michela. Così approfitto per meditare la Parola di Dio e riflettere su quante cose Dio già da adesso ci fa vedere senza farci aspettare che il lievito arrivi a maturazione e il granello di senapa diventi un albero.
Quando le prove della vita mi schiacciano, quando l'orizzonte è fermo e il cielo pesa sulla tua testa sì da sprofondarti, conficcarti nelle viscere della terra, mi impongo di non pensare troppo a quello che succederà, mi impongo di non chiedere a Dio soluzioni, dandogli consigli. Mi tengo ancorata alla fede in Lui che conosce bene il Suo mestiere e sa cosa è più utile alla realizzazione del suo progetto d'amore.
Quando stai male è incredibile come noti i momenti di tregua, gli sguardi, le parole gentili, la tenerezza di chi ti sta accanto, ma specialmente i loro bisogni.
Quando stai male il pensiero, se riesce a uscire fuori dalla prigione del corpo, va a tutti i malati, i sofferenti, a tutti quelli che da lontano non puoi che aiutare con una preghiera.
Andiamo sempre di fretta e non ci accorgiamo dell'erba che cresce, che il sole ogni giorno tinge di rosa il cielo e ci riscopre come faceva mia madre quando era ora di alzarsi.
Il sole ci copre e ci scopre rendendoci visibili a noi stessi e agli altri.
La maggior parte delle notti il mio sole è Lui, il Signore che mi viene a trovare...e Sua Madre...e i miei cari che la Sua Parola mi evoca.
Il mio tormento è quando mi viene tolta la connessione per il fracasso di un corpo che urla il suo dolore e fa cadere la linea.
Questo è il mio tormento e l'unica preghiera che riesco a fare in questo tempo a volte incastrato sulla sofferenza, nel silenzio di Dio e risposte degli uomini è l'attesa, muta, attesa che si rompano i sigilli e io possa tornare a dialogare con LUI.
La solitudine mi prostra più che il dolore e la malattia e la notte amplifica lo spazio vuoto, intorno, e mi trovo a navigare nel buio senza vedere nulla a cui appigliarmi, nulla che possa dare un senso a questo viaggio interminabile di non risposte, di fallimenti, di spogliazione.
"Signora lei ha una malattia rarissima, incurabile e progressiva...Signora lei ha disturbi di scarso rilievo...Signora lei deve farsi curare il cervello...Signora lei deve imparare a digiunare da tutto ciò che le piace..."
In questi 50 anni le diagnosi sono state le più svariate, contraddittorie, la guarigione una pura chimera, perchè anche quelli che fanno con coscienza il loro lavoro alzano le mani davanti al mistero che mi porto nascosto dentro di me.
L'incontro con il Signore ha cambiato il mio modo di affrontare i problemi, la vita, in modo graduale, sì che se ci sono notti in cui non riesco neanche a stringere la corona del rosario tra le mani, ce ne sono altre che sollevo lo sguardo al crocifisso appeso sul comodino, un Cristo sofferente che è la risposta a tutti i miei perchè e la miglior medicina per continuare a sperare.
Un tempo al suo posto avevo messo il calendario liturgico che ogni giorno riportava una frase significativa tratta dalla liturgia del giorno.
Per anni la Parola di Dio ha illuminato le mie notti oscure, ma oggi è Lui che parla direttamente al mio cuore attraverso l'immagine dello strazio del suo corpo che non ancora riesce a morire. 
Ai suoi piedi ho messo la piccola e bisunta e scrostata Madonna, trovata nella casa di Sergio, il cugino barbone, che ci ha lasciato in eredità,( oltre a ettari di terra abbandonata, case bruciate o crollate e un sepolcreto in grado di accogliere ancora 4 persone..)
Cosa alimenta la speranza? Il prezzo.
Grazie Signore per tutto ciò di cui ti servi per far lievitare la massa e far crescere così tanto un granello di senapa.
Grazie del tuo Sole, della tua luce, grazie della tua presenza costante accanto a me, anche se non vedo, non sento, non tocco. 
La strada per attendere con gioia è proprio in quello che ci manca a che si sviluppi in pienezza il tuo progetto d'amore.

venerdì 1 settembre 2017

Lo Sposo

Meditazioni sulla liturgia di
Venerdì della XXI settimana del TO


“Ecco lo Sposo, andategli incontro!”(Mt 25,5)

Questo è l'anelito di chiunque abbia conosciuto il Signore e vive la sua vita nell'attesa di unirsi intimamente a Lui nel giorno delle nozze.
Una vita protesa ad amare ciò che Lui ama, a cercare di discernere la sua volontà in ogni più piccolo gesto, pensiero, decisione, progetto.
Andare incontro allo Sposo è un tendere a Lui continuo e incondizionato, pendendo dalle sue labbra, leggendo le lettere che ci ha scritto e che ci aiutano a non dimenticarlo e a preparare la festa di nozze.
Ricordo quando eravamo fidanzati io e Gianni, quando dipendevo dalle sue lettere...
Quanto tempo passato alla finestra ad aspettare il postino che me le recapitasse!
Il telefono era un lusso mentre le lettere me le rileggevo fino a quando non arrivavano delle nuove.
Erano il mio tesoro, la testimonianza che mi voleva bene.
L'idea che ci eravamo fatti della felicità, quella sensazione stordente di eternità, di infinito, di comunione, di trascendenza, di uno e distinto pensavamo fosse eterna e non pensavamo che era nostalgia di Lui, frammento, lampo di una luce, di un calore, di una felicità che solo Lui poteva rendere eterna.
“Ecco lo Sposo, andategli incontro!" Dice la voce all'approssimarsi dell'ora.
Dio con noi è stato clemente e ci ha mostrato quanto ci ama.
Non come giudice ma come buon Samaritano si è chinato sulle nostre ferite e pian piano le sta guarendo con l'olio della sua tenerezza.
Lo sappiamo che ha già pagato per noi, affidandoci alla chiesa, ogni giorno nutrendoci del Pane e della Parola che è sempre parola e pane di perdono.
Quando quella parola è diventata l'unica cosa che ci permette di vivere, di esistere, e risplendere con la luce negli occhi, di comunicare agli altri la gioia di essere innamorati, siamo con l'equipaggiamento giusto.
La lampada è quella che porta la luce, permette alla luce di risplendere, allo stoppino di bruciare.
Noi siamo le lampade, contenitori, strumenti di salvezza, di gioia, di festa, di pace, di amore.
Ma una lampada senza olio non arde.
Per questo è necessario procurarsi l'olio perché lo Spirito di Dio lo accenda e lo faccia bruciare per illuminare la festa.
Se ti avessimo incontrato e conosciuto prima Signore, forse la nostra vita non sarebbe stata così tribolata!
Con umiltà e pazienza con te stiamo riattaccando i cocci della nostra anfora seppellita nel mare dopo il naufragio dei nostri idoli, la nostra anfora che tu hai destinato ad accoglierti per somministrare agli invitati alle nozze il vino della gioia.

martedì 25 luglio 2017

S.GIACOMO MAGGIORE


Meditazioni sulla liturgia

"Tra voi non sarà così"(Mt 20,26)

La madre di Giacomo e Giovanni pensa al bene dei figli senza preoccuparsi di ciò che è meglio per loro.
Per questo non esita a farsi avanti e a chiedere il posto migliore, i primi posti, diremmo, nel regno futuro.
Quando c'è stato il concerto di Jovanotti i miei nipoti con gli amici sono andati nel campo sportivo alle 16 per prendere i primi posti sotto il palco.
Quel giorno la colonnina di mercurio segnava 40° e il concerto cominciava alle 21.
Come loro anche tanti altri si sono sobbarcati la fatica di stare sotto il sole cocente e di aspettare pur di non perdere il privilegio di vedere da vicino il loro idolo, di sentirlo meglio, di gustare e non perdersi nulla di quel concerto.
Per Gesù non credo che ci siano molti disposti a questi sacrifici, mentre, per ottenere il primo posto al cinema, al teatro, nella vita, si fa questo e altro.
Non ci si limita a qualche ora sotto il sole cocente, ma si combatte giorno e notte senza esclusione di colpi, per scalzare gli avversari, atterrarli e mettersi sul podio.
La vita è un continuo sacrificio per il posto.
Molti aspirano non al primo posto, ma ad un posto qualunque per vivere.
Mi vengono in mente i disoccupati, quelli che farebbero qualsiasi cosa pur di sbarcare il lunario onestamente.
Ci sono quelli che il posto lo vogliono su misura e non accettano vie di mezzo.
Il posto quindi primo o anche ultimo lo cerchiamo un po' tutti, perché nella vita oltre al tempo dobbiamo fare i conti con lo spazio che diventa sempre più stretto.
O noi siamo diventati più larghi o più numerosi. 
Sta di fatto che sembra non ci sia posto per tutti nella nostra società civilizzata.
E pensare che le risorse del pianeta basterebbero a sfamare tutti e anche di più.
Ma la strada, la via del Paradiso è stretta, l'ha detto anche Gesù, una porta che solo se lasci i tuoi bagagli fuori, puoi oltrepassare.
Il Vangelo sembra parli sempre di cose future, di roba che non ci riguarda direttamente, e invece è estremamente attuale.
Siamo soliti dividere la religione dalla vita per cui un posto in cielo è diverso da un posto sulla terra.
Se si capisse che Gesù è venuto ad abbattere le barriere che dividono l'uomo da Dio e gli uomini tra di loro, che è venuto a portare il cielo in terra, non ragioneremo così, ma principalmente non ci affanneremmo o a lottare per un posto.
Nel suo cuore, nella sua casa c'è un posto per tutti e non credo che già da adesso, ci sia differenza tra chi sta vicino e chi sta lontano.
Lo spazio nel regno è abolito come il tempo, perché spazio e tempo sono infiniti e Dio è infinito da qualunque angolazione lo guardi.
Poi se ci pensiamo, per Jovanotti era necessario fare la fila, il sacrificio di aspettare sotto il sole, perché lui cantava dal palco. 
Ma Gesù parla dal cuore e vuole raggiungere il nostro a patto che teniamo aperta la porta.

domenica 30 aprile 2017

Emmaus






"Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro " (Lc 24,15)
Quando le parole non bastano, specialmente quelle scritte dalla tua mano, quando non basta che sei venuto a spiegarcele con la tua vita e a testimoniarne la verità con la tua morte, quando non basta tutto questo per riconoscerti nel compagno di viaggio che parla con noi , quando siamo tristi e smarriti perché pensiamo che te ne sei andato per sempre, nella maniera più atroce, triste e dolorosa e ci hai lasciati irrimediabilmente soli, senza speranza, ti prego, fermati a mangiare con noi.

La sera , il buio fa più paura, se tu non ci sei, rimani con noi, riposati un po’ , prima di riprendere il viaggio attraverso le strade del mondo.

Signore, resta con noi che non ancora riusciamo a capirti, non ancora riusciamo a capacitarci che sei andato a morire. Signore, resta con noi ancora un poco, forse il miracolo di vederti risorto anche noi potremo vederlo, se ci aprirai gli occhi al tuo folgorante mistero.

Torna a spezzare quel pane che la sera prima di morire distribuisti ai tuoi discepoli , invitandoli a fare altrettanto, in memoria di te, perché tutti ne avessimo sempre, 

Fatti conoscere nella quotidianità di un gesto così tanto familiare, non capito, dimenticato, quando solennemente lo benedicesti, perchè non rimanessimo mai senza di te, mai ci sentissimo soli, mai pensassimo che te ne eri andato per sempre.

Ti voglio incontrare, Signore nel pane spezzato, un gesto che non abbiamo capito abbastanza, ti vogliamo, Signore, riconoscere nella semplicità di ciò che tu hai trasformato in segno indelebile di Te che sei il Cristo morto e risorto per noi.
Vogliamo, Signore, incontrarti e abbracciati per sempre, sicuri che non te ne andrai, convinti che quand'anche fosse, hai dato ai tuoi ministri il potere di renderti vivo e presente nell'Eucaristia.
A torto abbiamo pensato che ci avevi illusi, dicendo che saresti stato sempre con noi, sbagliavamo quando ti abbiamo visto morire e non abbiamo creduto che saresti risorto , invano ti stavamo cercando senza guardarti nel volto, senza ascoltare parole che ci avrebbero dato speranza.
Ma ora che il pane é stato spezzato, ora sì che ho capito e ho gioito, perché a tutto tu avevi pensato prima di tornare dal Padre, trasformandoti in cibo e bevanda perenne, per quelli che avevano fame e sete di Te.
Grazie Signore perché ora so che tu sei risorto davvero e per sempre. Grazie, perché ora so dove trovarti.

venerdì 14 aprile 2017

Fragile vaso


SFOGLIANDO IL DIARIO
18 aprile 2014
ore 6.50

"Ho sete" (Gv 18,28)
Giovanni attenua nel racconto della passione di Gesù la sofferenza e ne esalta la divinità.
Ma la sete è tipica dell'uomo e si può morire di sete.
Gli hanno invece dell'acqua dato l'aceto e credo che questo gli abbia procurato ulteriore sofferenza perché l'aceto brucia, corrode e sicuramente non ti toglie la sete se mai te l' aumenta.
Stanotte volevo contemplare, adorare la croce, guardare Gesù entrare nelle sue piaghe, farmi plasmare, ricostruire dalla forza del suo amore disarmato e potente.
Avrei voluto elevare a lui un canto colmo di passione, di lode, di amore, di tenerezza, di gratitudine, di abbandono disarmato, di fede, di consegna, di fiducia, di tutto ciò che quella croce, quella sofferenza significava per me, evocava: la potenza e la sconfitta, la grandezze l'umiltà, la legalità e il servizio, la divinità e la precarietà, la verità e la vita, la dolcezza di un abbraccio che dura oltre la morte.
Pensavo a quando non lo conoscevo, non sapevo chi fosse, a quando nessuno mai mi suscitò il desiderio di contemplare un crocifisso o di incontrarlo.
Mi chiedo perché questo è accaduto.
Ho incontrato prima la croce, questo si, e ho passato gran parte della mia vita a cercare di eliminarla.
56 anni senza di Lui, anni di solitudine che mi sono sembrati sicuramente molti di più.
Una croce senza il crocifisso è tremenda, è pesante, è importabile...
Il crocifisso deve parlare, il crocifisso lo devi guardare per incrociare il suo sguardo...
Perché non basta essere essere crocifissi per salvarsi....Bisogna guardare negli occhi di un altro che ti faccia da specchio per capire, per vedere, per riconoscere la verità.
Questa notte avrei voluto scrivere un poema d'amore al mio Dio, mentre tutto intorno taceva, era buio e il mio cuore batteva solo per Lui.
Ma sarebbe stato troppo bello e non mi è stato concesso se non il desiderio, continuamente disturbata dal dolore ai piedi perché si addormentavano, al fianco destro in corrispondenza del rene, delle braccia per il prurito in mezzo alle scapole.
Non volevo pensare a me, ma Lui, a Lui volevo dare tutto il mio cuore, i miei pensieri e non volevo essere disturbata in questa intima preghiera.
Non è stato possibile anche se sono riuscita a dire il rosario.
Quella di questa notte è stata un'occasione mancata di godimento spirituale, di coinvolgimento emotivo, di preghiera vera.
Ma nonostante le scariche della mia radio scassata, continuavo a percepire la gioia di essere in pace e la gratitudine a Lui che mi aveva liberato dal male.
Sentivo quindi una gioia profonda, una calma, un appagamento che mi veniva dal sentirmi sua per sempre, strappata dal mondo dei morti e risuscitata con lui, in eterno figlia per quella croce.
Ripensavo alla gioia che mi aveva dato la telefonata ad un'amica dopo un lungo travaglio di purificazione e di desiderio di riconciliazione finalmente realizzato.
La gioia del perdono è impagabile, è dono dello spirito, come dono dello spirito è non avere sentimenti di giudizio nei confronti degli altri..
Ieri alla messa in Coena Domini Don Gino e Don Achille li ho amati e quando ho visto i fiori e l'addobbo per l'altare ho scacciato senza fatica il pensiero che quei soldi si potevano spendere meglio per accomodare la Chiesa.
Ho pensato a quello che Gesù ha detto quando Giuda si è scandalizzato del profumo costoso con cui Maria aveva cosparso i suoi piedi.
"I poveri li avete sempre con voi, ma me no" .
Quest'anno ho pensato che non c'era denaro che fosse sprecato per dare onore e adorare il dono grande che ci ha lasciato Gesù: l'Eucaristia, Lui in persona.
Meno male che ci sono persone che ci pensano come Don Gino, come Gianni (riguardo i poveri).
Io continuo ad essere sempre molto avara quando devo spendere soldi per qualcuno che non sia io.
Certo non si non mi posso scandalizzare di Giuda, perché Giuda lo sono anche io qualche volta e vorrei tanto che non fosse così.
Ma confido in Lui. So che arriverà il momento che non mi sarà difficile fare ciò che ora mi sembra impossibile.
Tra poco verranno i bambini che mi sono stati affidati.
Sono contenta che Gesù venga ancora parlarmi e a stare con me.