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giovedì 9 maggio 2019

GRAZIE



Oggi mamma avrebbe compiuto 104 anni.


In cielo, ora che fa la maestra degli angioletti, come dicono Giovanni ed Emanuele, sicuramente ci saranno grandi festeggiamenti e riceverà  regali più belli di quanti ne abbia mai ricevuti qui dai suoi suoi scolari, piccoli e grandi.

Scolari lo eravamo un po' tutti, famigliari, amici, amici di amici, sconosciuti, perché c'era sempre qualcosa da imparare da lei.
Il regalo che oggi voglio farle è  il mio grazie per il tempo che ha dedicato alla preghiera affinché i suoi figli si salvassero.
Ogni giorno, un rosario, il sabato tre, per un voto fatto quando nacque il primo di noi.
Il più grande, che l'ha preceduta in cielo, si è addormentato pregando, come spesso accadeva anche a lei la notte, quando rubava il tempo al sonno per essere fedele alla promessa.
Quando ci ha lasciato, così l'abbiamo ricordata le mie sorelle e io, unite nella preghiera a nostro fratello e a papà, che anni prima l'avevano preceduta in cielo per prepararle un posto speciale.

Signore ti ringraziamo per mamma, per tutto il tempo che ce l’hai donata.
Grazie perché, attraverso di lei, hai mantenuto salda la nostra famiglia e ne hai allargato i confini. 
Grazie perché la sua apertura ai bisogni degli altri ci è stata d’esempio e ha informato le nostre scelte di vita. 
Ti lodiamo e ti benediciamo perché ci hai dato l’opportunità di prenderci cura di lei, quando le forze le sono venute a mancare.
Grazie per tutti quelli che l’hanno amata, che l’hanno accudita, curata, al posto nostro. 
Grazie per tutti quelli che ti hanno reso visibile nell’amore gratuitamente donato a lei. 
Grazie perché ti abbiamo adorato nel volto sofferente di mamma e in quello di chi, in ospedale, con lei ha condiviso la condizione di fragilità e debolezza. 
Grazie per la vita che abbiamo visto scorrere non tanto nei tubi delle sonde e delle flebo, quanto nei misteriosi canali delle relazioni intessute al suo capezzale.
Quel piccolo segno di croce, che mamma tracciava sulla nostra fronte, prima di andare a dormire, affidando a Te e non ad altri le nostre giovani vite, ha fatto sì che seguissimo la stella cometa e fossimo attenti al luogo su cui sarebbe andata a posarsi.

Grazie mamma perché hai creduto che la salute dell'anima è ben più importante di quella del corpo, grazie perché hai consegnato a Maria la tua preghiera.

martedì 14 novembre 2017

"Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio" (Sap 3,1)



"Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio" (Sap 3,1)

Bisognerebbe andare più spesso ai funerali, anche di quelli che non conosci, perchè la liturgia ti porta in alto, ti fa respirare l'aria degli angeli, il soffio dello Spirito.
Il cuore si apre alla speranza e almeno per un po' vivi ciò che credi, ciò che non sempre ti appare così scontato e chiaro.
...che le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, ma anche quelle degli ingiusti, aggiungo io, perchè Dio le affida a noi affinchè possiamo intercedere per abbreviare la loro attesa.
"Il tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto" ripeteva il Salmo, ieri, durante il funerale di un mio caro congiunto.. e l' Eccomi usciva spontaneo e struggente dal cuore e dalle note dell'organo.
Un volto meno offuscato, benevolo, sorridente quello che attraverso le letture ci si mostrava.
Pensavo ai miei cari, a tutti quelli che mi hanno preceduto che lo vedono o aspettano da me un aiuto per accorciare le distanze.
Intorno a me volti tristi, il pianto dei più stretti congiunti mi lacerava, ma il mio cuore esultava perchè trovava la pace nella Parola che Dio, attraverso i suoi ministri, ci profondeva a piene mani: parole di compassione e di speranza, di certezza che il defunto è uno che ha assolto la sua funzione, che come il servo inutile del vangelo di oggi ha fatto quello che doveva fare per vivere pienamente la sua identità di figlio di Dio.
Mi è venuta in mente mia madre che nel sogno per la prima volta mi aveva sorriso e mi sono ricordata che le dovevo una rosa rossa.
Un desiderio mai realizzato perchè il percorso del perdono è stato lungo e difficile.
Ieri durante la messa ho sentito forte il desiderio di riconciliarmi con lei attraverso un segno di una rinnovata alleanza come quando ero piccola e lei si appoggiava a me, la più grande per affidarmi incarichi di fiducia.
Così sono andata al cimitero, superando tutte le barriere architettoniche fisiche e spirituali ( le più difficili da abbattere) e ho deposto la rosa sulla sua tomba,e ho pregato con lei , io per lei e lei per noi, che siamo rimasti in pochi a svolgere il nostro servizio.
Servi inutili, che brutta parola!
Eppure man mano che leggi ti accorgi di quanto grande sia l'amore di Dio.
Siamo inutili perchè il servizio, il servire non a Lui ma a noi giova per realizzare in pienezza il disegno del Padre, per diventare simili a Lui che doveva morire per eliminare definitivamente le conseguenze del peccato nella nostra carne e risorgere con un corpo nuovo perfetto e immacolato, eterno, indistruttibile e santo.
Se moriamo con Lui anche noi resusciteremo nell'ultimo giorno e sarà festa, un banchetto di grasse vivande e di cibi succulenti sarà imbandito sulle alture di Sion e tutti vi affluiranno e diranno: "Là sono nati, in te sono tutte le sorgenti"
Grazie Signore perchè oggi mi parli di vita, di vita piena, mi asciughi le lacrime e mi doni di condividere la gioia dei tuoi angeli e dei tuoi santi che ti vedono come tu sei, faccia a faccia.
Io ti immagino Signore, ma i contorni non sono definiti.
Gli occhi non servono quando il cuore è pieno di gratitudine, desiderio della patria beata, speranza, amore per ogni cosa che esce dalle tue mani, per ogni parola che esce dalla tua bocca.
Come raccontarlo? Come convincere?
Oggi prego perchè la mia fede rimanga salda e possa solo il mio sguardo far trasparire la luce che mi hai messo dentro.


mercoledì 7 gennaio 2015

Mamma




L'amore è da Dio

In questa giornata voglio ricordare la luce che si accese negli occhi di mamma, ricoverata in ospedale , quando vide la grande stella di Natale che Monica le aveva regalato.

Subito il mio pensiero andò allo spreco, perché il suo destino era segnato e di lì a poco sarebbe morta.

Monica era una ragazza che avevamo trovato per caso (oggi dico per grazia), nella frenetica ricerca di qualcuno che si occupasse di lei e ci sostituisse nei turni, che da due mesi e mezzo avevano massacrato noi tutti per alternarci al suo capezzale.

Quando la vidi, pensai che non faceva al caso nostro perché era piccola, fragile, spaesata e al suo primo incarico di questo tipo.

A mamma serviva una persona forte che la sollevasse, le desse da mangiare, la cambiasse, vigilasse su di lei per qualsiasi bisogno.

La prendemmo perchè eravamo disperate, noi figlie, pensando già a come cercare un'altra persona.

Monica le teneva la mano, le asciugava il sudore, l'accarezzava non staccando mai gli occhi da lei e, anche quando finiva il suo turno, si tratteneva come se avesse paura di interrompere il filo che la legava a mamma.

Oggi anniversario della sua morte, voglio ricordare quella luce, quella gioia, quel trasalimento che la pervase tutta, nel vedere il suo dono.

La speranza riaccesa per una vita che non si interrompe, quando ad alimentarla è l'amore.

domenica 29 dicembre 2013

Essere famiglia





Sfogliando il diario


Si parla tanto di famiglia, di quella che lo stato deve riconoscere, di quella che non c’è nei momenti di difficoltà e di prova, si parla di famiglia, luogo di conflitti e di contraddizioni.


La società sente l’esigenza di ripartire dalla famiglia, per ricostruire al suo interno relazioni durevoli e formative, cercando surrogati da etichettare come buoni, ignorando di fatto ciò che è buono e che sfugge all’occhio distratto e superficiale del legislatore.


La T.V., i giornali, ogni giorno ci parlano di tragedie che scoppiano inaspettate all’interno delle case, polveriere in attesa che una miccia accesa le faccia esplodere.


E’ possibile che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo per far funzionare la società, surrogati di famiglie che non è detto che funzionino per il fatto che sono riconosciute come tali?


Di quale famiglia l’uomo ha bisogno? Di quella formata da due omosessuali, che essendo uguali, non mettono in conto la fatica di accettare la diversità come risorsa o di quelle che chiedono garanzie allo stato, quelle che non sono loro in grado di dare con un impegno che duri tutta la vita?


Di quale famiglia l’uomo ha bisogno?La legge sull’aborto, la 194, per intenderci, è nata dall’esigenza di tutelare la salute della madre: oggi di chi si vuole tutelare la salute?


Ci occupiamo e ci preoccupiamo delle aspirazioni, dei desideri, delle esigenze delle coppie cosiddette di fatto, molto meno delle necessità dei figli nati da quei matrimoni.


La natura ci mette davanti quanto conti l’amore nel guidare le nostre scelte, come all’interno di famiglie che funzionano, non si guardi l’orologio o il dispendio di energie o di denaro, quando è in gioco la salute o il bene di uno dei suoi componenti.


L’amore gratuito lo troviamo solo all’interno della famiglia, di quello che non fa rumore, che non va sui giornali, ma trasmette serenità e sicurezza a chi da esse si lascia toccare.


Da una settimana il reparto di geriatria, ala est, dell’Ospedale Civile della mia città, è diventato il mio luogo d’osservazione e di meditazione. Non per mia scelta, perché mia madre avrei desiderato non avesse avuto bisogno di quella struttura per stare bene.


Ma l’Ospedale è luogo d’incontro, incontro con la sofferenza prima di tutto, la sofferenza dipinta sul volto dei ricoverati, quella di chi se ne fa carico, ma è luogo d’incontro con l’amore di Dio che si manifesta nelle parole gentili degli infermieri, che, nonostante la stanchezza, a fine turno, hanno ancora la forza di sorridere e di tranquillizzare con una carezza o una stretta di mano.


Il volto di Cristo sofferente l’ho visto in quello di mia madre, la sera del ricovero, quando la febbre impediva al sangue di affluire al cervello o nei lineamenti contratti di mia sorella, medico, che senza tregua si adoperava per rianimarla.


Ho contemplato il Signore in quei volti, in quella relazione d’amore che stava per rompersi agli occhi degli uomini. Io guardavo e la tenerezza e il pianto hanno cancellato ogni altro pensiero che non fosse di apertura alla grazia che Dio in quel momento mi stava donando.


Di fronte al letto di mamma, per tre giorni le mani di due anziani coniugi hanno catturato il mio sguardo, quella inerte di lei, ancora viva, nonostante i tubi e le macchine a cui era attaccata e quella di lui perennemente poggiata sopra, mano tremante e calda di un vecchio che non voleva staccarsi dalla sua sposa. Due novantenni con le mani intrecciate a dire che l’essere famiglia è questo: restare fedeli alla promessa finché morte non li separi.


Ho visto, in quei giorni, nipoti assistere i nonni, anche durante la notte, accudirli con amore, con dedizione, con delicatezza, anche se molto anziani e con la mente confusa, gli unici capaci di farli sorridere, di rasserenarli, penetrando il loro silenzio.


Ho visto persone sole, abbandonate, senza famiglia, che ne hanno trovata una in quelli che, per l’occasione, sono diventati il braccio, gli occhi, la tenerezza di Dio, essendo chiamati ad allargare la propria, mentre si trovavano ad accudire un parente, un amico o solo un compagno di stanza o un vicino di letto.


Nell’Ospedale ho contemplato il progetto di Dio sulla famiglia umana e me ne sono innamorata ancora di più, ho contemplato il progetto di Dio su tutti gli uomini, chiamati a diventare famiglia, fratelli in Cristo, figli di Dio.


Vale proprio la pena d’impegnarsi perché il Suo progetto vada a buon fine, perché i miracoli li compie solo l’amore. E quale luogo è più idoneo per farlo crescere e sviluppare?


Alla famiglia Dio ha dato il compito di renderLo visibile al mondo, quando ha creato l’uomo maschio e femmina a Sua immagine e somiglianza.


Voglio ringraziare il Signore perché ha avuto fiducia nella coppia, ritenendola capace di continuare la sua opera creatrice, attraverso l’amore gratuitamente donato.


5 novembre 2005

martedì 27 agosto 2013

Preghiere

S. Monica passò la sua vita a pregare per la conversione di suo figlio, che viveva da scapestrato.
A lei non fu concesso in vita di godere dei frutti del suo infaticabile impegno, perchè morì poco dopo il battesimo di Agostino.
Penso però che se quel figlio divenne santo è perchè sua madre continuò dal cielo a sostenerlo con la  preghiera fino alla morte.

Mia madre non mi parlò molto di Dio nella sua vita,  ma mi confidò di un voto che aveva fatto da giovane: recitare un rosario al giorno e il sabato tre, per la salvezza delle anime di noi figli.
A me è sembrata sempre una pazzia, specie quando si rammaricava del fatto che spesso per la stanchezza era costretta a ricominciare.
Ci fu pure un periodo in cui le proibii di pregare per me, visto che il risultato era un aumento di malattie.
Mio fratello fu il primo che si convertì, ma morì subito dopo. Io mi arresi al Signore dopo pochi mesi, colma di gratitudine per chi mi aveva aperto la strada.
Ho pensato sempre che a lui dovevo la grazia della fede e mai mi venne in mente che chi per anni aveva pregato per noi era stata mamma, che oggi voglio ricordare e ringraziare.
E' bello e utile che la Chiesa ricordi e festeggi i suoi santi.
E' un'occasione  favorevole per ricordare chi ci ha fatto del bene.


Grazie mamma!

martedì 20 marzo 2012

A mamma e papà

Il 20 marzo 1941 i miei si sono sposati. Oggi sarebbe stata la loro festa. Voglio ricordarli con le parole che il 20 marzo del 2001 mi sono uscite dal cuore, quando in chiesa hanno, dopo 60 anni, rinnovato le promesse matrimoniali.


Sessanta anni fa, un'altra chiesa, un giorno che sembrava uno dei tanti, accoglieva una coppia di giovani che, davanti a Dio presentavano le loro speranze, il loro progetto d'amore, deponendo ai suoi piedi i loro pesanti fardelli.

Percorsero la navata centrale non attraverso un tripudio di fiori, né flash di fotografi; non erano accompagnati da maestose e struggenti melodie di cantori scelti e chiamati per l'occasione, né dalla marcia nuziale suonata da un esperto pianista.

Non c'erano damigelle d'onore a sostenere lo strascico di un vestito che era quello normale di un giorno di festa un tantino speciale.

Ad attenderli nei banchi non c'erano invitati di rango, toilettes sfavillanti e pompose acquistate in negozi di lusso, né, a cerimonia finita, c'era un improbabile e sfavillante vettura che li portasse in un esclusivo ristorante alla moda.

Di quel giorno niente parve importante, né i pochi e modesti regali, né il nido che li avrebbe accolti, perché neanche a quello avevano potuto pensare, visto che lo sposo doveva partire, senza sapere se sarebbe tornato.

Gli occhi commossi, inumiditi dal pianto, l'affetto stampato sui volti, il piacere genuino dei familiari chiamati a raccolta, quelli sì che facevano intendere che non era un giorno qualunque, sfida ai tanti, troppi lutti recenti, ai colpi inclementi di una vita che avara mostrava il suo volto benigno.

Il raggio di luce di una rinnovata speranza aveva rischiarato la Chiesa intorno ai due giovani che avevano deciso di dare una svolta alla fatica di andare da soli.

Quel giorno, davanti al sacerdote, gettarono la prima pietra di un edificio costruito sull'entusiasmo, sull'amore, sulla condivisione di valori veri e profondi, sulla forza, sulla tenacia, sulla generosità, sul dono incondizionato di se, ma soprattutto sulla fede semplice ma vigorosa in Dio Padre, che avevano chiamato testimone a benedire quel viaggio che si accingevano ad intraprendere insieme.

Attraverso le piccole e grandi prove di una vita passata a remare, perché il frutto del loro lavoro non venisse vanificato da un onda più alta e minacciosa, hanno visto pian piano sbocciare i fiori con pazienza e fatica piantati, hanno gioito furtivi del loro profumo, hanno accarezzato in silenzio i loro petali morbidi e vellutati, a volte pungendosi con le piccole e giovani spine, ma sempre dietro le quinte, come a chi non é dato godere.

Così noi figli siamo venuti alla luce, così siamo cresciuti nello spazio limitato della nostra casa modesta che non sempre riusciva a contenere la nostra voglia di vivere senza barriere.

Ma Dio, chiamato a santificare quell'unione, non é venuto meno alle promesse e, per tutto il percorso, ha provveduto a somministrare il suo vino, quello buono, quello delle nozze di Cana, quando da bere non c'era rimasta neanche l'acqua; ci ha accompagnato e protetti attraverso il segno di croce che mamma stampava sulle nostre giovani fronti, prima di andare a dormire.

Quel Dio ci ha sempre guardato con sguardo amorevole e attento, ci ha concesso giorni per poter condividere la gioia di ritrovarsi, dare un senso al passato, benedicendolo per l'opera meravigliosa delle sue mani specie in chi é stato, tra noi, chiamato in cielo per primo a ringraziarLo per il dono stupendo che ci era stato fatto: mamma e papà che, quel lontano giorno di marzo di 60 anni fa, non avevano gettato alle ortiche il seme fecondo del loro amore, investendo nella nuova avventura il poco che avevano in mano, ma il tanto che tenevano racchiuso nei loro cuori e che Dio ha restituito, moltiplicato, ad ognuno.



venerdì 3 novembre 2006

Lo tsunami





Dal diario di Antonietta

Avrei voluto cominciare questo diario, parlando di una rosa rossa, poggiata sulla bara di mia madre, una rosa che testimoniasse il mio desiderio di riconciliarmi con lei. Avrei voluto parlare di tutti i sentimenti che hanno accompagnato questi ultimi mesi di calvario, specie da quando, il 26 di ottobre, è stata ricoverata in ospedale. Avrei voluto ripercorrere il filo che ha tenuto saldi i miei passi, la Parola di Dio, che mi sono sforzata di ascoltare e di mettere in pratica, specialmente da quando la situazione è diventata sproporzionata per le mie forze.

Avrei anche voluto parlare di questo Natale, inusuale, tra sonde e flebo, escrementi e medicinali raccolti in sacche di plastica, collegate a tubi, collegati a vene, a buchi naturali, e non, che servivano a dare vita a mamma e ai suoi numerosi compagni di viaggio.

Avrei voluto parlare della preghiera che Gianni ed io siamo andati a fare sul letto di mamma, stendendo le mani sulla sua pancia in subbuglio, mentre la diarrea continuava ad uscire.

Ricordo che era un giorno in cui non ce l'avevamo fatta ad andare a messa insieme, forse era domenica, e Gianni si era offerto di fare il turno di assistenza a cavallo dell'ora di pranzo. Ho sentito il bisogno di unirmi a lui, in quello che gli riconoscevo come un grande sacrificio, perché presupponeva la rinuncia al riposo in un giorno di festa, per sollevare me dalla fatica.

In questo periodo spesso Gianni ed io ci siamo persi, ma sempre ci siamo ritrovati, celebrando l'Eucaristia insieme e quel giorno l'abbiamo fatto in modo decisamente inusuale, pregando su un altare di carne, uniti nel comune desiderio che Dio trasformasse quel poco di vita e di forze, che rimanevano, in grazia.

Un desiderio di ritrovarci, dopo tutto quello che era successo, da quando anche lui si era dovuto ricoverare, per un intervento improcrastinabile, preceduto di qualche giorno da M., la moglie di nostro figlio, in attesa del secondo bambino, che voleva nascere prima del tempo, senza contare la morte improvvisa di zio G., il fratello giovane di mamma, e quella del compagno e amico di stanza, immaturamente scomparso il 27 dicembre.

Avrei voluto parlare dei foglietti che riempivano disordinatamente il cassetto del mio comodino che aspettavano di essere riordinati dopo che lo allo “tsunami” si era messo in movimento quest'anno, alla fine di ottobre, anticipando ciò che l'anno scorso era accaduto il 26 dicembre, senza che il Natale venisse scalfito.

Quest'anno lo “tsunami” ha colpito anche noi, anche se ci soffia sempre sull'ospedale, per tutto il resto dell'anno. Ha soffiato, sconvolgendole, sulle nostre abitudini, le nostre certezze, i nostri ritmi, le nostre relazioni, da quando quella notte M. mi aveva chiamato, per convincere mamma a farsi ricoverare.

Avrei voluto parlare delle lodi che abbiamo recitato al capezzale di mamma, io e Monica, l'angelo buono venuto a darci una mano per assisterla, mentre stava morendo, il 7 gennaio.

Avrei voluto parlare di I., dei rapporti difficili con questa sorella generosa e autoritaria, di M., l'anello debole della catena, di me, che non ce la facevo più a vivere quella vita da incubo.

Lo “tsunami”sembrava non voler mollare, travolgendo tutto senza pietà.

La notte dell'anno io e Gianni non ci siamo neanche fatti gli auguri: da quando era uscito dall'ospedale le distanze erano diventate incolmabili.

Lo “tsunami continuava a soffiare più forte su tutte le relazioni, mentre mamma miracolosamente era sopravvissuta all'intervento ai reni, che avevamo autorizzato, noi figlie, nonostante il rischio estremo di morte. Decisione combattuta e sofferta, ma inevitabile, sotto la pressione continua dei medici che aspettavano l'ok da noi, per tentare l'ultima chance.

Il 30, alle 9, era scomparsa nell'ascensore, da cui pensammo non sarebbe mai più risalita, salvo poi ricrederci, due ore dopo, quando ce la siamo vista in camera, inaspettatamente viva e cosciente, senza passare per la rianimazione. Abbiamo gridato al miracolo noi che la pensavamo già morta e ci hanno creduto anche i medici, dopo averle tolto il bubbone.

“Signore cosa vuoi dirci? “continuavamo a chiedergli, perché a 90 anni la morte è quasi scontata, non altrettanto una vita di dipendenza assoluta, dalle macchine, dalle medicine, dalle persone.

La sua sopravvivenza avrebbe messo in moto una serie di problemi insormontabili e ingestibili.

Il desiderio che tutto finisse mi faceva sentire in colpa. Non ce la facevo più a tirare avanti per quella strada: ero stremata e continuavo a chiedere aiuto al Signore e, solo con le labbra, dicevo“Sia fatta la tua volontà.”

Il 7 gennaio, quando è spirata, ho pensato a quei foglietti sparsi alla rinfusa nel cassetto e al perchè lo “tsunami” non mi aveva portato via, insieme agli alberi, alle case che aveva trovato sul suo percorso.

Era la Parola di Dio che mi aveva accompagnato per tutto l'anno, i foglietti del Calendario Liturgico, che ho appeso sul comodino.

“Sono stato dovunque sei andato” le parole che mi sono trovata nelle mani, mentre cercavo di notte un farmaco che mi facesse dormire e dimenticare che ero sola a combattere quella battaglia.

” Sono stato dovunque sei andato”, non solo quando mi sono sentita persa, nel tempo in cui mamma, Gianni, M. stavano all'ospedale, ma sempre, tutti i giorni dell'anno che si era da poco concluso, tutti i giorni della mia vita.

Così oggi voglio ricordarmele quelle, queste parole, tornata alle occupazioni abituali, dopo una notte insonne per i dolori che non mi danno tregua, con una serie di problemi da affrontare ogni giorno sproporzionati alle mie forze.

“Sono stato con te dovunque sei andato” lo volevo scrivere come messaggio di benvenuto sul cellulare, ma non c'è entrato tutto.

Non è un caso che il messaggio che appare, quando lo accendo sia “Sono stato dovunque sei”, forse ad indicare un passato che diventa speranza, certezza di una presenza che impedisce a qualsiasi “tsunami” di portarti lontano da LUI.

24 gennaio 2006

martedì 24 ottobre 2006

3 ottobre 2005



Da una settimana il reparto Geriatria, ala est dell'Ospedale Civile della mia città è diventato luogo di osservazione e meditazione. Non per mia scelta, perché avrei desiderato che mia madre non avesse avuto bisogno di quella struttura per stare bene. Ma l'ospedale è luogo d'incontro: incontro con la sofferenza, prima di tutto. La sofferenza dipinta sui sui volti dei ricoverati, la sofferenza di chi sta al capezzale dei malati.


Ma è principalmente luogo d'incontro con l'amore di Dio che si manifesta nelle parola gentili degli infermieri, che, nonostante la stanchezza, a fine giornata, hanno ancora la forza di sorridere e di tranquillizzare con una carezza o una stretta di mano il malato che si lamenta.


Il volto di Cristo sofferente l'ho visto in mia madre la sera del ricovero, quando la febbre impediva al sangue di affluire al cervello o in mia sorella che vive con lei, che senza tregua, si adoperava per rianimarla.


Ho contemplato il Signore, l'ho adorato in quei volti, in quella relazione d'amore che stava per rompersi, agli occhi degli uomini.


Io guardavo e la tenerezza e il pianto hanno cancellato ogni altro pensiero, che non fosse di apertura alla grazia che Dio mi stava donando, in quella manifestazione d'amore fedele e disinteressata.


Di fronte al letto di mamma per tre giorni ho contemplato le mani di due anziani coniugi, quella di lei inerte, nonostante i tubi e le macchine a cui la sua vita era attaccata, e quella di lui, perennemente poggiata sopra la sua, mano tremante e calda di un vecchio che non voleva staccarsi dalla sua sposa. Due novantenni con le mani intrecciate a dire che l'essere famiglia è questo: restare fedeli al patto di non separarsi mai, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, “finché morte non ci separi”.Così dice la formula, pronunciata il giorno del matrimonio.


Poi ho visto nipoti assistere i nonni, anche di notte, accudirli con amore, con dedizione, con rispetto, ho visto anziani che, pur se con la mente confusa, mostravano la loro gratitudine con un sorriso a chi riusciva ad infrangere il silenzio in cui erano piombati.


Ho visto anche persone sole, abbandonate, senza famiglia, che l'hanno trovata in quelli che, per l'occasione, sono diventati il braccio, gli occhi, la tenerezza di Dio, trovandosi lì ad accudire un loro vicino di letto.


Nell'ospedale ho contemplato il progetto di Dio sulla famiglia umana e me ne sono innamorata ancora di più; ho contemplato il progetto di Dio su tutti gli uomini, chiamati a diventarere suoi famigliari: figli,fratelli, sposi a Lui promessi.






3 ottobre 2005

martedì 20 marzo 2001

A mamma e papà







20 marzo 1941-20 marzo 2001               




Parrocchia di S. Pietro.


Sessanta anni fa, un'altra chiesa , un giorno che sembrava uno dei tanti, accoglieva una coppia di giovani che, davanti a Dio presentavano le loro speranze, il loro progetto d'amore, deponendo ai suoi piedi i loro pesanti fardelli.


Percorsero la navata centrale non attraverso un tripudio di fiori, né flash di fotografi; non erano accompagnati da maestose e struggenti melodie di cantori scelti e chiamati per l'occasione, né dalla marcia nuziale suonata da un esperto pianista.


Non c'erano damigelle d'onore a sostenere lo strascico di un vestito che era quello normale di un giorno di festa un tantino speciale.


Ad attenderli nei banchi non c'erano invitati di rango, toilettes sfavillanti e pompose acquistate in negozi di lusso, né, a cerimonia finita, c'era un improbabile e sfavillante vettura che li portasse in un esclusivo ristorante alla moda.


Di quel giorno niente parve importante, né i pochi e modesti regali, né il nido che li avrebbe accolti, perché neanche a quello avevano potuto pensare, visto che lo sposo doveva partire, senza sapere se sarebbe tornato.


Gli occhi commossi, inumiditi dal pianto, l'affetto stampato sui volti, il piacere genuino dei familiari chiamati a raccolta , quelli sì che facevano intendere che non era un giorno qualunque, sfida ai tanti, troppi lutti recenti, ai colpi inclementi di una vita che avara mostrava il suo volto benigno.


Il raggio di luce di una rinnovata speranza aveva rischiarato la Chiesa intorno ai due giovani che avevano deciso di dare una svolta alla fatica di andare da soli.


Quel giorno, davanti al sacerdote, gettarono la prima pietra di un edificio costruito sull'entusiasmo, sull'amore, sulla condivisione di valori veri e profondi, sulla forza, sulla tenacia,sulla generosità, sul dono incondizionato di se, ma soprattutto sulla fede semplice ma vigorosa in Dio Padre, che avevano chiamato testimone a benedire quel viaggio che si accingevano ad intraprendere insieme.


Attraverso le piccole e grandi prove di una vita passata a remare, perché il frutto del loro lavoro non venisse vanificato da un onda più alta e minacciosa , hanno visto pian piano sbocciare i fiori con pazienza e fatica piantati, hanno gioito furtivi del loro profumo, hanno accarezzato in silenzio i loro petali morbidi e vellutati, a volte pungendosi con le piccole e giovani spine, ma sempre dietro le quinte, come a chi non é dato godere.


Così noi figli siamo venuti alla luce, così siamo cresciuti nello spazio limitato della nostra casa modesta che non sempre riusciva a contenere la nostra voglia di vivere senza barriere.


Ma Dio, chiamato a santificare quell'unione, non é venuto meno alle promesse e, per tutto il percorso, ha provveduto a somministrare il suo vino, quello buono, quello delle nozze di Canaan, quando da bere non c'era rimasta neanche l'acqua; ci ha accompagnato e protetti attraverso il segno di croce che mamma stampava sule nostre giovani fronti, prima di andare a dormire.


Quel Dio ci ha sempre guardato con sguardo amorevole e attento, ci ha concesso giorni per poter condividere la gioia di ritrovarsi, dare un senso al passato , benedicendolo per l'opera meravigliosa delle sue mani specie in chi é stato, tra noi, chiamato per primo a ringraziarLo per il dono stupendo che era stato fatto a lui, a noi, in mamma e papà che, quel lontano giorno di marzo di 60 anni fa, non avevano gettato alle ortiche il seme fecondo del loro amore, investendo nella nuova avventura il poco che avevano in mano, ma il tanto che tenevano racchiuso nei loro cuori e che Dio ha restituito moltiplicato ad ognuno.



Dal quaderno dei ricordi di Antonietta