"Noè trovò grazia agli occhi del Signore"(Gn 6,8)
Sono un'umile scriba, divenuta discepola del regno dei cieli, simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.
"Noè trovò grazia agli occhi del Signore"(Gn 6,8)
"Tutti ti cercano!" (Mc1,37)
Tutti ti cercano Signore volontariamente, inconsciamente, sentiamo tutti bisogno di verità, di senso, di amore, di eternità, di bene, di pace, di felicità.
Signore ti cerchiamo nei posti sbagliati, nel modo sbagliato, ti cerchiamo per motivi egoistici perché alla fine dei conti pensiamo solo a noi stessi, al nostro tornaconto e degli altri, specie se non li vediamo, non ci importa nulla.
E anche quelli che vivono con noi, quelli che incrociamo sulla nostra strada, facciamo finta di non conoscerli.
Signore tu lo sai.
Abbiamo la memoria corta, ma anche la memoria colpevole perché, quando qualcuno ci fa del male o solo contrasta i nostri piani, lo condanniamo a morte.
Tu sei venuto Signore a instaurare il tuo regno, a riportare l'uomo all'unica vera radice, all'unico nutrimento che non fa morire, all'unica verità che ci accomuna, ma non siamo capaci Signore di starti dietro.
Anche se abbiamo abbondantemente usufruito del tuoi benefici, anche se sappiamo che la nostra vita senza di te vale meno che nulla, ci comportiamo come ciechi, muti, sordi, storpi, lebbrosi, guariti, ci ammaliamo e abbiamo continuamente bisogno del medico che ci guarisca.
Signore ci sono momenti in cui la tua vicinanza è così palpabile, così percepibile che mi sembra assurdo preoccuparmi, lamentarmi, anche solo per dirti ciò che già tu conosci.
Sono momenti di intimità, di paradiso, che però non durano e questo non mi piace.
Specie quando poi mi risucchia la vita con le sue esigenze di vigilanza, di deserto, di solitudine, di dolore, di affanno, occasioni difficili, solitudine.
Signore io vorrei che tu fossi sempre con me, che io possa trovarti quando il bisogno di te è grande.
A volte mi fai restare a digiuno per un tempo che a me sembra insostenibile, a volte il mio cuore si chiude, quando mi trovo nel deserto e il calore del sole mi brucia la pelle, l'assenza di acqua mi infuoca la gola, la sabbia si estende a perdita d'occhio e niente mi indica la direzione .
La sofferenza non si placa, il martirio è quotidiano, di notte e di giorno c'è sempre qualcosa o qualcuno che mi richiama al limite, alle corde impazzite del corpo, la prigione da cui non posso venire liberata.
Io ti cerco perché, quando tu sei con me, questa stanza non ha più parenti, questa casa non è più luogo di lupi solitari, ma soffia attraverso le finestre spalancate la dolce brezza di primavera e i tiepidi raggi del sole si posano sulle mie membra dolenti.
Quando ci sei tu Signore tutto cambia colore, sapore, tutto si trasforma.
Penso che non sei tu che te ne vai, riflettendo sulla Parola che la liturgia di oggi ci propone alla riflessione, ma io che non sono capace di starti dietro.
A volte mi stanco di pregare quando sto un po' meglio, ti cerco di meno appagata da quello che umanamente posso fare, mi piace fare.
Ma la cosa che più mi dispiace è l'incapacità di fare comunione con i miei fratelli, occupata a fuggire dalla bestia che mi perseguita.
Mi sembra di fare ben poco per te Signore, per i fratelli che tu mi hai affidato.
Mi sembra che la mia vita si snodi su un unico binario, quello che porta a liberarmi dal dolore di turno, dalla sofferenza insostenibile che mi provocano le corde tirate del corpo, i lacci, i legami, le bende, i tendini, i muscoli che intrecciano danze fin dentro le midolla.
Come pensare a fare del bene agli altri, quando sono così imprigionata, legata, sofferente?
Un tempo avevo messo al primo posto l'altro, pensando che dovevo amare, servire il mio prossimo senza curarmi di me.
Ci fu qualcuno che mi disse che dell'altro avevo fatto un idolo e che dovevo prima amare me stessa perché altrimenti l'amore era imperfetto.
Se non ami te stesso, non riesci ad amare nessun altro.
Mi sembravano parole vane e vuote e bugiarde e non le compresi allora.
Poi, quando, nonostante gli sforzi, non riuscendo a cavar un ragno dal buco, ricominciai da Maria, andai da lei e le chiesi di aiutarmi in questo cammino di ricerca, di conoscenza della verità che rende liberi.
Così Maria pian piano mi ha condotto per mano con il suo sì a riconoscermi figlia del Padre, a rientrare nella sua casa, mi ha portato a vivere la gioia e la sicurezza che ne veniva dall' essere figlia di Dio.
Mi ha insegnato ad essere figlia, Maria e per questo non finirò mai di ringraziarla, cominciando da quel “kaire”,( rallegrati )che mi aprì le porte della conoscenza..
Perché dovevo essere felice? Mi chiesi
Così scoprii che la felicità viene dal vivere la propria identità di figli di Dio.
Il fatto è che ora io me ne approfitto e spesso mi assolvo, perché ti attribuisco gli stessi sentimenti che un genitore nutre nei confronti dei figli, pronto a perdonare, abbracciare, curare, ammaestrare, consolare.
Io sento che tu sei mio Padre, che mi hai generato, sento che da te dipende ogni più piccolo soffio di vita.
Non riesco a vedere che te, a pensare a te, a vivere con te e per te anche se in modo molto molto imperfetto.
«Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?».Salmo 26
"Il Signore è vicino a chi lo cerca" (Salmo 33)
" Giudicherà con giustizia i miseri"(Is 11,4)
Passiamo la vita a gareggiare per arrivare primi; per essere giudicati migliori, facciamo carte false.
E' una corsa al massacro e sono pochi quelli che si rassegnano a Qrimanere nella condizione di ultimi, piccoli, disprezzati, giudicati non ok per la nostra società che mette in palio sempre troppo pochi posti per sperare di farcela.
E' una lotta che contraddistingue le nostre relazioni perchè nessuno vuole sentirsi da meno rispetto agli altri, anche se si fa quotidianamente esperienza di fallimento perchè i sapienti, i bravi conoscono tutti i trucchi per raggiungere l'ambito obiettivo.
Quando poi ci capita una pagina del vangelo che contrasta vistosamente con ciò che ci hanno insegnato e che la società pretende da noi, rimaniamo spiazzati e non comprendiamo.
Ho sempre pensato che la Parola di Dio era rivolta ai semplici, a quelli che madre natura non ha dotato di cervello e l'ho snobbata per tanto tempo.
Del resto se si ragiona con il cervello come si fa a dar ragione a Gesù?
E io ero, e ancora lo sono un po', donna di cervello, come si suol dire, donna per cui due più due fa quattro e tutto si spiega con la ragione, cosa di cui mi sono sempre gloriata.
Al cuore non ho mai pensato come sede di sentimenti, come terzo occhio, come custode delle verità più profonde.
I bambini ci insegnano il vangelo, ci definiscono categorie nuove, ci mettono davanti un altro modo per guardare il mondo e le cose.
Nelle catechesi prebattesimali siamo soliti dire questo portando ad esempio la nostra esperienza di nonni a cui Dio ha dato la possibilità di fare gli esami di riparazione con due splendidi libri di carne, i nostri nipotini.
E non è a dire che non ci avesse fornito del materiale necessario quando eravamo giovani sposi, visto che dopo un anno di matrimonio nacque il nostro primo e rimasto unico figlio.
Ma noi, per le vicende della vita ma soprattutto per le nostre abitudini a guardare quello che non c'è e non a ringraziare per quello che c'è, abbiamo slittato lo sguardo sempre lontano dal dono che ci era stato recapitato.
Non mi sono mai fermata a giocare con mio figlio nè ho guardato il mondo con i suoi occhi nel poco tempo che mi era concesso di stare con lui.
Mi dispiace che la malattia, subentrata con la sua venuta al mondo, sia stata un ostacolo per godere del dono.
Ho cercato lontano ciò che Dio continuava a mettermi vicino.
Ecco perchè le mie frequentazioni non sono state con i piccoli ma con i migliori che mi potevo comprare con il denaro che allora non ci mancava.
Dovevamo sperimentare i limiti di certi nomi, grandezze e specializzazioni, per tornare a valle con le pive nel sacco e tanti problemi irrisolti.
E nel silenzio, nell'angoscia e nel buio di tanti sconvolgimenti, ecco spuntare il germoglio, i germogli su piante ormai inaridite, piante incapaci di dare frutto.
Si può diventare fecondi e felici quando lo stato e la vita e il mondo ti hanno messo da parte, ti hanno cancellato praticamente dai loro registri?
I figli di nostro figlio sono stati
i piccoli libri di carne, cresciuti nelle nostre mani perchè illuminati e alimentati dall'amore di Dio a cui avevamo permesso di penetrare e permeare i nostri cuori .
Essi sono diventati la nostra bibbia, il nostro catechismo, la chiave per entrare nel mistero del regno, nel significato delle parabole.
Le loro domande sono diventate le nostre domande, i loro bisogni, i nostri bisogni, nostri i loro confusi balbettii.
Con loro ho imparato a guardare nel cielo le stelle e i fiori nei prati e sugli alberi gli uccelli e le formiche nelle piccole buche.
Ho imparato a piangere e ridere con loro per cose piccole e grandi, a fidarmi senza pregiudizi e paure di tutto ciò che la vita mi metteva davanti.
"Che cosa vuoi che io faccia per te?"
Altre volte ho trovato scritto queste parole sul calendario liturgico e sempre mi sono sentita spiazzata, perché chi me lo chiede sei tu Signore, che tu sei il mio tutto, tu vedi tutto, tu conosci tutto.
Spesso sento il desiderio di raccontare ad altri quello che mi succede o anche ne sono costretta per via delle cure e dei controlli e delle diagnosi da fare.
Abbiamo bisogno qui su questa terra di certezze per curare le malattie, sapere se uno fa finta o è per davvero malato.
C'è sempre bisogno di un timbro che convalidi una ricetta, un certificato.
Ma niente se non molto raramente rivela la verità, dice di cosa abbiamo bisogno e le indicazioni, le prescrizioni spesso sono confuse e farneticanti.
I racconti della mia malattia destabilizzano gli ascoltatori, tanto che per me è diventata un'angoscia quando devo farlo.
“Cosa vuoi che faccia per te?"
Vorrei tanto che qualcuno ci capisse qualcosa, che almeno credesse a quanto racconto.
Da quarant'anni vago da un medico all'altro, da un tipo di medicina ad un'altra, ma senza risultati apprezzabili.
Tu sai Signore quanta fatica, quanto dolore, quanta perseveranza nel cercare una soluzione, un antidoto a questo dolore.
"Cosa vuoi che faccia per te?"
Un tempo sapevo cosa chiedere, oggi non lo so più.
Procedo per inerzia, come quei deportati che, saliti su un treno, sanno solo che saranno portati in un altro luogo, lontani dalla loro terra ma non conoscono il punto d'arrivo.
Più passa il tempo più le cose s'ingarbugliano e, quando mi sembra che magari ho trovato la strada, che qualcuno mi ha ascoltato fino in fondo e ha provato a darmi una mano, mi accorgo che è solo un miraggio e che da questa situazione non uscirò mai.
Quando le cose sono molto complesse, difficili, inestricabili, sempre mi viene da dire: "Qui solo il Padreterno ci può mettere le mani, solo lui può trovare una soluzione".
Quando gli strumenti umani rivelano la loro inefficacia e niente nessuno è in grado di cacciarti dal fosso, di toglierti la spina dal fianco, rimani solo tu Signore.
Cosa posso chiederti Signore?
Tu vedi. Solo tu ci puoi porre rimedio.
Non so più da parte comincia da che parte finisce questa storia.
Mi si arrotola e mi si intreccia man mano che cerco di venire a capo di questa storia.
È un groviglio di nomi, di date, di emozioni, sentimenti, dolore, disperazione, suppliche, miraggi, conquiste, delusioni.
È una matassa troppo ingarbugliata perché un uomo possa metterci mano.
Tutti hanno problemi mi dicono, ci diciamo.
Ne sono certa tanto che mi vergogno anche solo a raccontare una parte dei miei, che mi sembrano ridicoli di fronte a quelli degli altri.
Eppure tu lo sai, a te niente è nascosto.
Certo che di tutte le terapie che sto seguendo, l'unica su cui non ho dubbi è quella che porta a te, a cercarti, ad amarti sempre di più.
"Vada da chi la fa stare bene," ha detto l'ultimo medico interpellato.
Non mi ha detto di andare dallo psicologo, come gli altri, ma da chi mi fa stare bene o meglio.
Di questo sono sicura.
L'unica certezza che ho per guarire sei tu, solo tu,
A volte mi viene voglia di smettere questo pellegrinaggio da un ospedale ad un altro, da un medico ad un altro perché nessuno riesce a darmi un giovamento stabile.
"Dai loro frutti li riconoscerete".
L'effetto delle tue medicine (la Parola, la preghiera i Sacramenti) è sicuramente più efficace di qualsiasi altro intervento terapeutico.
Di questo sono convinta, perché tu mi hai convinto.
So che tu non hai promesso guarigioni miracolose, ma hai dato ad ognuno la salvezza.
"Che io riabbia la vista!"
Signore quando sto tanto male non ti vedo e mi dispero.
Continuo a pregare, ad invocare il tuo nome, ma tu ti allontani.
Più io ti cerco più tu aumenti da me le distanze.
È proprio vero allora Signore che fai come quei padri che per far camminare i loro figli da soli li mettono per terra.
Si mettono davanti a loro con le braccia protese.
Man mano che il bambino avanza, barcollando, si fanno indietro sempre più indietro.
E' così Signore che forse funziona.
Allora Signore ciò che questa mattina ti chiedo è di non perderti di vista, ma che mantenga la fede che tu mi stai davanti ad aspettare con le braccia aperte.
Che io veda Signore il tuo volto, che io senta il calore delle tue braccia!
"Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?"(Lc 18,8)
Gesù a conclusione della parabola del giudice disonesto non si chiede se troverà gente che prega incessantemente, ma se troverà fede sulla terra.
La preghiera nasce dalla fede, la fede nasce dall'amore, è intimamente connessa con l'amore donato da Dio e riversato sugli uomini attraverso coloro che lo accolgono con cuore sincero.
Noi siamo canali di una multiforme grazia che dall'alto si spande su tutte le creature.
Ci sono brocche pronte ad accogliere l'acqua dello Spirito, brocche piccole e grandi, sbrecciate, lesionate, vecchie e nuove, in buono e cattivo stato, che aspettano di riempirsi perchè la gente ha sete, tanta sete e cammina in un deserto arido e inospitale.
C'è chi quell'acqua se la tiene per sè e chi provvede a dissetare gli altri nella certezza che mai gli verrà a mancare, perchè la nostra vita è in quel lasciarsi attraversare da quell'acqua, lasciarsi bagnare e nutrire da Dio nella fede incondizionata che mai ci lascerà senza, specie se ci vede operosi nella carità, distributori di gioia e di pace con i nostri gesti concreti di amore.
Dio ama sempre, ama a prescindere, ama tutti.
E' questa convinzione che ci porta ad un atteggiamento di preghiera continuo che ci sazia se i suoi doni, frutto del suo amore, li usiamo per far stare bene i nostri fratelli, per sostenerli nei momenti della prova, per non perderli mai di vita anche quando sono lontani fisicamente, per amarli come Lui ci ha amato.
La fede è mantenere aperte le porte del nostro cuore, presentare le nostre brocche, perchè Dio possa riempirle di sè del suo amore.
L'amore fa fermare le lancette dell'orologio, perchè ti riempie, ti appaga e ti nutre.
Mi piace e mi commuove pensare che la sete di Dio e la nostra s'incontrano in questa ricerca della verità più profonda inscritta nei nostri cuori.
"Ho sete!", disse Gesù sulla croce.
Gli diedero una spugna imbevuta di aceto.
Anche noi rispondiamo così a chi ci chiede un po' di tempo, di attenzione, di cura.
Il nostro aceto è racchiuso in un cofanetto indorato e luccicante di scuse perchè il tempo non lo possiamo donare agli altri quando non ne abbiamo abbastanza per noi.
"Ho sete" continua a dire Gesù, ma noi ci turiamo le orecchie, giriamo gli occhi da un'altra parte perchè abbiamo troppe cose da fare, troppe da pensare per farci carico dei bisogni degli altri.
Continuo a guardare il crocifisso.. Dal petto squarciato scende sangue e acqua.
Gesù, il Vivente continua a parlarmi...
Lo contemplo, lo amo, lo adoro....
Corro a prendere la mia brocca riposta in cantina, seppellita da ciarpame di ogni tipo, devo fare presto perchè non appassisca del tutto il virgulto che lui ha piantato, voglio che lui mi attraversi e mi renda serbatoio d'amore.
Non mi stancherò di stare ai suoi piedi, con Maria, non smetterò di contemplare le sue ferite, non smetterò di chiedere il suo perdono.
"«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. "(Lc14,26)
Leggendo la Parola che la liturgia oggi ci propone sulla sequela, ho pensato a Giovanni che ieri sera pretendeva di fare un disegno capolavoro, mentre guardava la televisione o anche quando ardeva dal desiderio di leggermi una storia che lui riteneva interessante.
Con grande fatica e poca attenzione ha ascoltato quello che gli stavo raccontando, una storia che un tempo lo avrebbe coinvolto, fatto gioire e gli avrebbe aperto il cuore e la mente.
Ieri proprio con lui abbiamo parlato della necessità dello stop del pensiero, per poter fare qualunque cosa che sia buona per noi e per gli altri.
Quand'era piccolo Giovanni si lamentava perché Dio aveva inventato il cervello per i troppi pensieri che non lo facevano stare tranquillo e oggi ancora dice che non può fare capolavori, proprio perché ha troppe idee in testa.
La cosa capita anche a me che vorrei che ci entrasse tutto o quasi tutto in quello che faccio, che dico, che penso, non essendo disposta a mollare niente, a lasciarmi guidare dallo Spirito in modo fiducioso e docile.
La prima cosa da fare è spegnere la televisione, che significa chiudere le orecchie a ciò che ci viene dal mondo esterno, un mondo filtrato dall'interpretazione dei vari cantastorie, che ti mettono su piatti d'argento il cibo da loro preparato, a volte, anzi quasi sempre tossico, indigesto ma principalmente adulterato.
Quando parlava Gesù, la televisione non c'era, ma sicuramente c'erano falsi maestri, persone che per autorità, per posizione sociale, per vincoli di sangue eccetera venivano messi al primo posto nella scala degli interessi, degli affetti e dell'ascolto.
E poi quale grande richiamo poteva e può essere quello di consigli per accumulare beni, amministrarli o anche non perderli!
Quale grande attenzione, fatica, comporta l'occuparsi e preoccuparsi non solo di noi, ma anche degli altri, sopportandone i pesi del vivere quotidiano!
La nostra vita è fatta di relazioni che ci tengono legati alle cose, alle persone e alla storia, agli eventi passati, presenti e futuri.
La nostra vita si snoda nella continua ricerca del nostro bene, vale a dire del nostro tornaconto personale, strumentalizzando le persone che ci sono più vicine, strumentalizzando esperienze, beni materiali, ma anche doti naturali o capacità acquisite, per stare bene, meglio, per non morire ed essere felici.
Gesù ci dice di smettere di pensare a tutto questo, di fare uno stop del pensiero (quello che ieri ho cercato di insegnare a Giovanni e che gli ha permesso la fine di fare in men che non si dica il suo capolavoro, dopo che aveva stracciato parecchi fogli per l'incapacità di concentrarsi).
Gesù ci dice una cosa che noi sperimentiamo ogni giorno.
Quando perdiamo di vista la cosa importante, facciamo sempre i macelli, bruciamo il cibo che sta cuocendo sul fuoco, dimentichiamo i nostri più elementari doveri di rispetto, di amore nei confronti delle persone, non ci lasciamo formare, istruire, amare dagli altri, occupati concentrati solo su noi stessi.
Sacrosante parole quelle di Gesù, perché ci indica la strada per non smarrirci e per fare quindi dei capolavori.
Se mettiamo lui e al primo posto sicuramente non ci dimenticheremo dei nostri cari, anzi allargheremo la cerchia, nè manderemo in fumo i nostri averi, i nostri beni materiali e spirituali, ma li useremo come meglio conviene.
Il meglio è usare, servirsi di tutto ciò che gratuitamente ci è stato donato da Dio, per essere felici e per rendere felici, mettendo in circolo l'amore.
Ma bisogna crederci, bisogna intanto partire da un atto di fede, un credo ad occhi chiusi ma a cuore aperto.
Credere per vedere.
Quanti occhi si aprono dopo un atto di fede!
Ieri Patrizia mi ha detto che da quando ogni sera prega, il mal di testa non l'ha più avuto.
Io non so se sia effetto della preghiera che non abbia il mal di testa, ma sono certa che adesso è più attenta a vedere quanto non ce l'ha e ringraziare tutte le volte che succede, senza dare per scontato niente.
La fede è ascolto, e partire dal presupposto che l'altro ha ragione, anche quando è arrabbiato, la fede è la disposizione ad accogliere la verità che abita dentro l'altro e da essa lasciarsi trasformare, identificare.
E' l'Altro che ci dice chi siamo e quando l'altro è Gesù siamo certi che non ci sbaglieremo.
Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande. (Lc 9,48)
La parola di oggi mi fa tornare indietro, agli anni della mia infanzia, quando noi bambini giocavamo nelle piazze e i vecchi ci stavano a guardare mentre condividevano ricordi, speranze, certezze.
Era bello correre spensierati con gli amici, inventando giochi, ripetendo quelli che ci avevano insegnato. ... campana, nascondino, acchiapparello, rubabandiera, uno..due...tre...stella ...
Sentirsi liberi di muoversi senza pericolo di rompere qualcosa, sporcare la casa, fare rumore e disturbare i vicini, libertà di muoversi all'aria aperta, sicuri sotto lo sguardo di chi vigilava sulla nostra incolumità, anche se doveva appoggiarsi ad un bastone.
Questo passo della scrittura mi ha ricordato i tempi della spensieratezza, quando c'era chi provvedeva al cibo e al vestito e al resto, quando la nostra unica preoccupazione era quella di fare presto i compiti senza macchiare il foglio con l'inchiostro, perchè durasse più a lungo il tempo del gioco.
I bambini sono oggi anche protagonisti del vangelo, simbolo di ogni persona creata per accogliere ed essere accolta.
La grandezza di cui i discepoli discutono è contraddetta da Gesù che vede nei piccoli racchiuso il mistero dell'amore di Dio, il mistero del regno dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, perchè la grandezza sta nel servire e non nell'essere serviti.
Bambini non si nasce ma si diventa, ritornare bambini, vivere l'infanzia spirituale è la meta che dobbiamo cercare di conquistare, perchè solo se ti fai bambino Dio ti può abbracciare, solo se ti fai bambino gli altri sono portati a prendersi cura di te, solo se guardi con gli occhi di un bambino non hai paura anche se a prenderti in braccio è una nonna malata e malferma sulle gambe, solo se ti fai bambino capisci quanto bisogno hanno le persone di essere abbracciate e amate da te.
Questa è la lettera che ho scritto a Giovanni( il mio primo nipotino), il libro di carne inviatomi da Dio per spiegarmi il vangelo.
21 gennaio 2003
A Giovanni che gioca sul tappeto
Giovanni stai battendo le mani, seduto sul tappeto tra i tuoi giocattoli.
Gli occhi ti ridono, il piccolo corpo è percorso da un fremito di gioia, guardando le immagini che appaiono sullo schermo della televisione.
Non capisci, Giovanni,come sono belli questi momenti, come irripetibili quelli in cui non ti preoccupi e non pensi a ciò che accadrà nel futuro.
Non hai problemi, Giovanni, tranne quello di tirarti su il naso che cola, riuscire a prendere il giocattolo che in questo momento attrae la tua attenzione.
Ti guardo, Giovanni, sei affidato a me, questo pomeriggio.
Le ossa mi scricchiolano, i nervi, i muscoli del collo sono tesi come corde di uno strumento, mi fanno male, tanto male da chiedermi come io possa badare a te, mentre sto così male.
Il sudore esce dalle mie mani, dagli occhi, da tutta la pelle cui sono sottese le corde dei tendini impazziti.
Mi chiedo come sia possibile che io sia qui con te, piegata perché tu non ti faccia male, impegnata a distrarti e a farti sorridere, ad insegnarti qualcosa di più di quanto finora abbia appreso.
Tu tendi a me le manine, mi sorridi e mi accarezzi, affondando le dita nelle mie guance, aggrappandoti ai capelli fino a farmi male.
Io rido, Giovanni, e godo di te, del tuo essere così maldestro, incapace, indifeso, piccolo, godo della tua pelle morbida e vellutata, godo delle fossette che interrompono la carne tenera delle tue mani, godo dei tuoi piedini costretti in due paia di calzini, perché fa freddo, dei tuoi pochi capelli distribuiti in modo difforme sulla testa tornita da un artefice sommo, godo della tua bocca disegnata da un maestro mirabile, godo delle tue orecchie, del suono della tua voce balbettante sillabe che solo l’amore capisce.
Giovanni sei piccolo, ancora tanto piccolo da poterti tenere stretto e coprirti con le mie braccia.
Sei tanto indifeso che io, la nonna malata ti può difendere.
Ora Giovanni ti basta il mio occhio vigile, la mia mano dolente ma ferma, le mie braccia stracciate nelle più intime fibre per darti sicurezza e conforto.
Ti basta la mia voce che ancora persuade e comunica amore e tenerezza..
Fino a quando?
Giovanni oggi voglio godermi questo momento e ne ringrazio il Signore.
Quando sarai grande, ricorda di osservare i bambini.
Sono la più grande ed efficace scuola d’amore.