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giovedì 26 marzo 2020

"Voi non volete venire a me per avere la vita".(Gv 5,40)


SFOGLIANDO IL DIARIO...

14 marzo 2013
giovedì della IV settimana di Quaresima.


"Voi non volete venire a me per avere la vita".(Gv 5,40)
La fede. La preghiera.

La preghiera nasce dalla fede e la fede viene alimentata dalla preghiera.
La liturgia di oggi è basata tutta sui rimandi, vale a dire che gli attori danno ad altri e non a se stessi il compito di dire la verità.
La verità dell'identità di Dio è l'amore.
È l'amore riconosciuto che fa scaturire la preghiera contemplativa, adorante, ma anche la preghiera di intercessione per gli altri.
Non riconoscere l'amore di Dio impedisce all'uomo di dialogare con Lui in spirito e verità.
Dicevo che la liturgia è basata sui rimandi.
Il popolo d'Israele, stanco di aspettare Mosé che tornasse dal Sinai, si costruisce un vitello d'oro.
Il primo rimando è quello del popolo (dimentico di tutto ciò che Dio ha fatto per lui, facendolo uscire dal paese d'Egitto e guidandolo attraverso il deserto) che si costruisce un idolo, a cui chiedere, da cui avere ciò che gli urge.
Il vitello d'oro quindi è sostituito a Dio, un idolo muto ad un Dio che parla, che si relazione con il suo popolo.
Si fa presto a dimenticare tanti suoi benefici, quando la paura, la stanchezza, la prova si prolunga, si fa presto a cambiare canale quando quel programma non ti piace.
Normalmente lo si fa durante le pause pubblicitarie che sembrano innocue diversioni, ma alla fine condizionano anche le nostre scelte successive, perché facendo zapping, puoi incappare in un programma di gran lunga più appetibile.
Gli Ebrei avevano cambiato canale, tutto qui
Ma Dio che vede tutto, si sdegna e a questo punto parla, traendo le conclusioni da quello che vede.
Il popolo non gli appartiene, se invece di fare riferimento a lui si è costruito un idolo di metallo fuso.
Non puoi appartenere a Dio se appartieni ad un altro.
E se appartieni ad un altro la tua è storia di uomini, non storia sacra, storia di salvezza, storia di vita.
Il popolo quindi diventa di Mosé perchè è Mosé che lo ha guidato per quarant'anni attraverso il deserto.
Mosé, nella preghiera, risponde con un atto di fede, vale a dire rimanda a Lui, Dio, tutta la storia della salvezza, della liberazione.
Il popolo viene salvato attraverso l'atto di fede di Mosé che non vuole nessun onore ma che l'onore e la gloria siano dati solo a lui, perchè è Dio che gli parla.
L'atto di fede di uno solo può salvare un intero popolo.
È straordinario questo dialogo tra Dio e Mosé, perché sembra ricordare il battibecco tra coniugi quado i figli si comportano male.
Il figlio è dell'altro, cessa di essere il figlio della coppia.
Nella Scrittura, nel Vangelo invece troviamo una straordinaria sinergia tra Dio e l'uomo, un'alleanza che viene affidata ad ognuno perché rimanga salda.
Pregare gli uni per gli altri, non prendere gloria gli uni dagli altri.
Il Vangelo è ancora più esplicito, perché la figura centrale, Cristo, è quella che risplende, emerge, anche se il gioco dei rimandi è ancora più palese.
Gesù attesta di essere figlio di Dio, rimandando alla testimonianza di Giovanni Battista e alle opere compiute, alla voce di Dio che l'ha chiamato figlio nel giorno in cui si è immerso nelle acque del Giordano, la voce di Dio che parla attraverso le Scritture.
Il rimando è quindi a Dio che ha ispirato sia il profeta Giovanni), sia le Sacre Scritture, sia ha reso possibile le opere fatte da Gesù.
Gesù come Mosé rimanda a colui che lo ha mandato, al Padre, Creatore e Signore del cielo e della terra.
Gesù vero uomo fa un atto di fede quando attribuisce la gloria non a se stesso,delle opere compiute, non si inorgoglisce ma rimanda a Dio, pur essendo lui Dio.
La preghiera di Gesù è un rendere testimonianza al Padre.
La nostra preghiera è rendere testimonianza a chi ci ha dato la vita e continua a darcela attraverso il lavacro battesimale.
La nostra preghiera è adorazione e contemplazione silenziosa, nella certezza che Dio ci vede innestati nel corpo vivo di Gesù e continua ad avere bisogno di noi, perché la Chiesa viva facendo la sua volontà.
Pregare quindi è un sentirsi docile fibra dell'universo, innestati in un'orchestra di cui possiamo sentire la musica, l'armonia, il suono, solo se stiamo in silenzio e attenti a che il nostro strumento non stoni, ma sia accordato allo strumento degli altri.
Il tuo corpo Signore vive, il tuo corpo martoriato, il tuo corpo presenta i segni dei flagelli e dei chiodi , il tuo corpo Signore sento vivo perché è corpo che soffre ed io prego mentre la parabola della mia vita mi racconta di te.
Un corpo mi hai dato, sul rotolo del libro è scritto: mio Dio eccomi di me si faccia secondo il tuo volere

giovedì 26 settembre 2019

"Ricostruite la mia casa" (Ag 1,8)




Ricostruite la mia casa, in essa mi compiacerò.



Dal libro del profeta Aggèo


L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Signore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele, figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote. 
«Così parla il Signore degli eserciti: Questo popolo dice: “Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa del Signore!”». 
Allora fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo questa parola del Signore: «Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina? Ora, così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato. Così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria, dice il Signore».



La parola che oggi la liturgia ci propone mi fa pensare alla famiglia, sempre più povera di case dove abitare, alla ricerca di chi o di cosa possa offrirle ciò di cui ha bisogno, uno spazio dove si coltivano piante in via d’estinzione, si allacciano legami che non si consumano, si tessono trame che non si scompongono, un luogo dove, nella ricerca dell’altro, l’uomo ritrova se stesso, dove, attraverso le relazioni intessute, si ricompone la sua frammentazione, la disgregazione a cui la società spesso lo costringe.
La casa dove ritrova la sua identità nell’essere uomo, nell’essere coppia, nell’essere famiglia, nell’essere popolo dei figli di Dio.
La casa, intesa come luogo dell’ascolto, del silenzio, della preghiera, della presenza di un Dio che si manifesta e cammina con noi, spazio di contemplazione e di adorazione, ma anche cantiere aperto a tutte le attività che servono per renderla stabile e salda, funzionale alle necessità di chi vi abita, aperta all’incontro e all’accoglienza.
Casa cantiere, dove le porte non sono blindate, dove le finestre sono aperte sul mondo, dove il pellegrino può poggiare il mantello e riposarsi.
Di quale casa ha bisogno l’uomo del nostro tempo? Chi deve accogliere, cosa deve contenere, la dimora dell’uomo che cerca l’unità di una vita vissuta disgregandosi attraverso le molteplici esperienze a cui la civiltà dei consumi lo chiama?
Se fosse un cane, diremmo che l’uomo ha bisogno di una cuccia e ci adopereremmo per costruirgliene una bella e confortevole, come anche se fosse un pappagallo, non ci sarebbe difficile costruirgli una gabbia quand’anche fosse d’oro.
Ma l’uomo ha bisogno di ben altro, anche se, a sentire la televisione o i giornali, sembrerebbe che i suoi bisogni siano belle donne, belle macchine, ricette per non invecchiare, cibo che non si prepara con la fatica, l’attenzione e l’amore di un tempo, quando il poco diventava molto nelle povere e sapienti mani delle nostre nonne, quando la sfida era invecchiare bene e con sapienza, quando il tempo non correva più in fretta dei sogni, quando la casa era riscaldata da veri camini di amore sofferto e condiviso.
“Chi è l’uomo perché te ne curi, chi è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”.
Se l’uomo è così importante da suscitare tanta attenzione da parte di Chi ha costruito il mondo e tutto quanto contiene, sicuramente ha diritto a qualcosa di speciale.
La casa luogo dell’incontro con Dio, luogo dell’incontro con i fratelli attraverso i quali Dio si manifesta.
La vita alla casa lo dà l’amore che è fatto di condivisione, di solidarietà, di patire con e per, di rapporto stretto con un Dio che tiene unite tutte le stanze, attraverso i fili del telefono, della luce, le condutture dell’acqua e del gas…
Stanze di uomini, in comunicazione tra loro attraverso ciò che Dio dispensa con abbondanza, se si tengono aperti, puliti i canali, non lasciandoli otturare o rompere dal desiderio di isolarsi, appartandosi e agendo per conto proprio.
Bella e suggestiva è l’immagine (tratta dall’Antico Testamento), della casa tenda, come quella che si porta sulle spalle (come la croce), che si porta anche per gli altri, per i piccoli, i malati, gli anziani, ma che a sera si pianta per accogliere la famiglia , tenda che si dilata fino a non avere confini e ad abbracciare il mondo, pronta a ricevere, accogliere chiunque abbia bisogno.
La casa, cuore di un’umanità inquieta e sofferente, duro, incapace di amare, di donarsi, di dilatarsi.
La casa cuore di pietra che diventa cuore di carne, è l’immagine consolatoria che comunica il Dio della tenda, il Dio con noi, che viaggia con noi, che si mostra , si manifesta lì dove c’è fede, dove c’è apertura a Lui, dove c’è povertà di spirito, desiderio di essere da Lui riempiti.
Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura , per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza, Gesù tempio, casa di carne, che si fa spezzare ogni giorno sopra gli altari dal sacerdote, che si fa pane per spegnere la fame di tutti gli affamati del mondo.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno, quale casa ricostruire.

domenica 18 agosto 2019

SPOSTAMENTI



Image for Dove posare il capo
Meditazioni sulla liturgia di
Sabato XIX TO 
” Temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà"(Gs 24,14)
Siamo soliti dare la colpa agli altri di quello che ci succede.
Ai nostri genitori, agli antenati, alle condizioni difficili in cui ci siamo trovati per l’imperizia o il peccato di chi ci ha preceduto.
In questo modo ci esoneriamo dall’esame di coscienza e, con lo sguardo fisso alla terra che ci è stata sottratta o consegnata piena di rovi e spine, non guardiamo a ciò che abbiamo, ciò che Dio continua a seminare nei nostri cuori attraverso la sua parola.
Non guardiamo, non apprezziamo la nuova terra che con il Battesimo ci ha riconsegnato da coltivare e far fruttificare con il suo aiuto.
La vita è un viaggio attraverso il deserto che, guarda caso, è terra non produttiva dove non si vive bene, che devi attraversare per poter apprezzare che non sei solo e e che Dio è con te, ti accompagna e ti nutre e ti parla e ti è fedele sempre, anche quando i tuoi ti abbandonano o tu abbandoni ciò che è giusto e salutare, e ti prostituisci a idoli muti.
Mi ha sempre affascinato l’idea della terra donata da Dio, la terra con cui mi ha impastato, la terra su cui ha soffiato il Suo Spirito senza stancarsi.
Siamo suoi figli e, se a un genitore può capitare che si dia per vinto di fronte al comportamento ingiusto del figlio, Dio non si arrende e continua a gettare il suo seme, continua a dare vita al mondo.
Se i nostri antenati hanno mangiato l’uva acerba non dobbiamo più dire che i denti dei figli si sono allegati, perché la responsabilità è personale e, prima di Cristo, Ezechiele ce lo ricorda in un tempo in cui la schiavitù avevo reso molli le braccia, rarefatto la preghiera, spento la speranza.
Le letture di oggi ci invitano a guardare avanti e ad agire secondo quello che dice il Signore.
“Lasciate che i bambini vengano a me”.
Cominciamo da qui; dal parlare di Dio ai nostri figli, a portarli con noi quando andiamo alla messa, spiegandogli con parole semplici ciò che il sacerdote dice e fa, preghiamo insieme a loro, al mattino alla sera e in ogni occasione bella o brutta che stiamo vivendo.
Insegniamo la gratitudine per quello che abbiamo ricevuto, non lamentandoci di quello che ci manca, invitiamoli a fare altrettanto a suggello della giornata.
Il nostro compito è di portare i bambini a Dio e non a noi stessi e a infondere in loro la fede che Dio ci ama e che non ci lascia soli neanche un momento.
Leggendo il vangelo, però, la prima cosa che mi è venuta in mente non è tanto il dovere che ho di portare a Lui i bambini, quanto quello di ringraziare Maria che mi ha portato Gesù.
Ieri, quando mio marito me L’ ha portato a casa mi sono commossa tanto da rimanere senza parole, mentre le lacrime parlavano al posto mio.
Non me l’aspettavo perché Gianni non è ministro straordinario dell’Eucaristia e perché, sollecitato più volte da don Ermete a che comprasse un portaostie perché non fossi privata del dono del Corpo di Cristo quando sto male, non aveva ancora comperato nulla, preso com’è stato a provvedere ai miei bisogni materiali, che in questi ultimi giorni gli hanno impedito anche di lavorare.
Ebbene ci ha pensato il Signore a risolvere il tutto, facendogli trovare una persona, presente per caso a quell’ora di quella messa, che di portaostie ne aveva tre e abitava vicino, sì che è andato a prenderglielo e glielo ha regalato.
Gesù si è spostato ed è venuto da me, è entrato nella mia casa, mi ha scaldato il cuore prima ancora di aprire la piccola teca.
Ho percepito la mia indegnità mai come ieri sera, perché mai avrei pensato che il Dio dell’universo, Creatore e Signore di tutte le cose, si sarebbe spostato per venire di persona a casa mia.
Avevo polemizzato tempo addietro, quando nella mia chiesa il sacerdote aveva spostato il crocifisso grande issato sopra l’altare e lo aveva messo su una parete laterale della navata.
Il crocifisso su cui avevo alzato lo sguardo il giorno della mia conversione!
Mi sembrava un atto blasfemo perché era come sminuirne il valore per mettere al posto suo un’ altra immagine.
Poi però mi sono accorta che la nuova posizione era vicino alla sedia dove sono solita sedermi e che il trasloco mi aveva giovato, perché Gesù ce l’avevo vicino e finalmente potevo vedere i segni della sua passione, i chiodi e le spine, il volto reclinato, le braccia distese, concedendomi un’intimità che non conoscevo.
Gesù era sceso dal suo piedistallo e si era fatto più vicino, per me che non distinguo i contorni delle cose quando sono distanti, con o senza occhiali, si è fatto carico del mio bisogno di uno spazio più ristretto per adorarlo e comunicarmi il suo amore.
Ho pensato che alla risonanza magnetica di qualche giorno fa, in cui dovevo passare due ore, con l’aiuto di tanti fratelli che si sono messi a pregare perché fosse possibile, non a caso mi si è presentato mentre il mare era in tempesta, grande, avvolgente, caldo che mi prendeva per mano e mi diceva “Non temere, sono qui, non avere paura”.
Si era spostato di nuovo per stare vicino a me.
Il mio grazie è andato a Maria che me l’aveva portato dopo tante notti insonni in cui dicevo rosari di avemarie per poter dire il Padre Nostro.
Penso a quanto mi è stata vicina questa Madre che mi ha portato Gesù, madre da me tante volte invocata negli ultimi tempi, ma da sempre pregata nella mia famiglia d’origine, da mia madre che ogni notte assolveva al voto fatto per la salvezza dell’anima dei suoi figli, sgranando non so quante avemarie.
Penso a mio padre avanti negli anni che mi confidava quanto gli fosse d’aiuto rivolgersi alla Madonna quando sentiva le fitte del cuore malato diventare spade conficcate nel corpo.
Penso al piccolo segno di croce che mia madre imprimeva sulle nostre fronti prima di andare a dormire, al nome Maria che portiamo noi tre sorelle, alla bottiglia piena di acqua di Lourdes che papà mi versò tutta mentre mi divincolavo nel letto presa da grandi dolori.
Allora pensavo che l’effetto era deleterio, visto che le malattie aumentavano in proporzione delle preghiere.
Quanto ero distante dalla verità!
Non c’è dubbio che Maria alla quale ci siamo consacrati sia stata la scala che ci ha portato a Gesù, senza farci salire, ma facendogli spazio per farlo scendere perché lo stringessimo al petto e fossimo scaldati dal suo calore.
Image for Preghiera a Maria, regina della famiglia

lunedì 10 giugno 2019

Maria Madre della Chiesa



«Ecco tua madre!».(Gv 19,27)

Dio prepara una casa per il figlio, si prepara una casa per venire ad abitare con noi.
L'Emanuele, il Dio con noi ha bisogno di un terreno dissodato, un terreno fertile che lo accolga , lo custodisca, lo faccia crescere e lo dia alla luce.
Il terreno...la casa..
Maria è la casa, l'arca dell'alleanza che veniva portata insieme a tutto il resto nel trasferimento del popolo nel deserto da un luogo ad un altro, arca che ci ricorda un'altra arca, quella di Noè, un' arca che salva dal diluvio, un' arca che dona la vita.
L'arca troverà poi una stabile dimora nel tempio, ma sarà anche rubata, trafugata e il tempo andrà in rovina.
Come tutte le cose del mondo che conoscono la corruzione, scompariranno, mentre rimarrà in eterno la verità ad essi sottesa,
Così Gesù, il Salvatore, diventerà tempio,tenda, arca, unito strettamente alla madre che lo ha generato dallo Spirito, con lo Spirito.
Lo Spirito di Dio toccherà questa umile donna e la trasformerà in icona vivente dell'unità inscindibile dell'uomo con Dio, l'unica che dà forza.
Maria dallo Spirito è generata, con lo Spirito genera, dallo Spirito è consacrata sposa di Cristo.
LUI ce l'ha consegnata , donata sulla croce.
" Ecco tua madre !" l'inizio del cammino alla volta del cielo.
Il Dio con noi ha bisogno di chi lo porti con sè, che lo dia alla luce, che lo testimoni, che partorisca a Lui figli di Dio.

E' la Chiesa che oggi deve farci vivere questa fecondità a cui è chiamata, rendendo visibile Dio nel mondo.

martedì 29 gennaio 2019

Madri e fratelli di Gesù



Meditazioni sulla liturgia di martedì
della III settimana del TO
VANGELO (Mc 3,31-35)
In quel tempo, giunsero la madre di Gesù e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo.
Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano».
Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».
Parola del Signore

 A questa società, dove la raccomandazione è d'obbligo, dove il nepotismo impera a tutti i livelli, dove se non sei figlio, fratello, moglie , compagna di..., ti puoi scordare ciò che ti spetterebbe di diritto, per quello che vali, il Vangelo di oggi offre una preziosa riflessione. 
Gesù, rispondendo a chi lo sollecitava a privilegiare i parenti, che stavano fuori, indica di quale raccomandazione abbiamo veramente bisogno, quali garanzie dobbiamo esibire, per essere sicuri di essere ascoltati. 






I SUOI siamo noi, popolo che lui si è scelto, i battezzati che credono alla vita nuova donata da Dio attraverso Cristo Gesù.
E' incredibile come le più grandi divisioni le troviamo nella Chiesa che Cristo ha fondato, effondendo il suo Spirito su Maria, la madre che consegna al discepolo che più si sentiva amato da Lui, perchè l'accolga nella sua casa.
La nuova chiesa fondata da Cristo ha come punto di riferimento, principio e fine, Lui che ha dato tutto perchè siamo una sola cosa con Lui come Lui è una cosa sola con il Padre attraverso lo Spirito.
Non basta sentirsi suoi, appartenergli solo per un legame che non unisce le braccia al cuore.
Il popolo di Dio è quello che può rivolgersi al Padre come ha fatto Gesù, chiamandolo ABBA', padre di tenerezza, di misericordia, di perdono, lento all'ira e dispensatore di prodigi.
Non possiamo , osservando i nostri fratelli, censurare tutto quello che dicono, prendendoli per pazzi, dall'alto dei nostri studi e delle nostre sicurezze acquisite.
Non possiamo giudicare gli altri in base a quello che non hanno in comune con noi e separarcene e vivere per conto nostro la fede che ci è stata donata con il Battesimo, uguale per tutti.
Invece di guardare a ciò che ci divide, sforziamoci di mettere a fuoco ciò che ci unisce, quell'unico Pane offerto per la salvezza di tutta la famiglia di Dio.
"Tu me li hai dati. Non prego per me, ma per loro, perchè siano una cosa sola  con noi, come noi siamo una sola cosa" "Amatevi gli uni gli altri" dice il Signore. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli"

Gesù quanta fatica facciamo ad amare le persone che non capiamo, che si comportano in modo diverso da noi! Quanta fatica a benedire quelli che maledicono, a gareggiare nello stimarci a vicenda, anche se fanno e dicono cose da pazzi!
Signore le tue richieste ci sembrano tanto folli, esagerate che siamo tentati di pensare che sei fuori di testa.
Ma poi , ed è questa la grande consolazione, la nostra sicurezza, ripensiamo a quanto hai detto : "Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi"
Ci sarà stato un motivo per farlo!
Aiutami a scoprire la bellezza, la forza, la vita del tuo progetto d'amore.

Aiutami a sentirmi sempre più figlia amata e voluta insieme ai miei fratelli nella fede in te che sei l'unico vero Bene.

venerdì 1 giugno 2018

“La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni” (Mc 11,17)


“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni” (Mc 11,17)


Ciò che succedeva ai tempi di Gesù, continua ad accadere anche oggi, non soltanto perchè davanti ai santuari ci sono bancarelle di ogni tipo che vendono lasciapassare per il paradiso.
Non bisogna andare molto lontano per accorgerci che con Dio abbiamo un atteggiamento simile a quello dei mercanti quando pretendiamo da Lui grazie perchè abbiamo fatto non so quante novene, detti infiniti rosari, partecipato a tutte le messe obbligatorie e facoltative, abbiamo svolto più di un servizio in parrocchia ecc ecc.
Dimentichiamo che la gratuità è la caratteristica di Dio e se pretendiamo che lui esaudisca i nostri desideri perchè siamo buoni, non abbiamo capito niente di Lui.

Il tempio del Signore con il Battesimo è diventato il nostro corpo dove la Parola, accolta e custodita, deve venire alla luce e tutti ne siano illuminati.
Così ha fatto Maria che Dio ha scelto come madre di suo figlio, icona della Chiesa e di ogni credente.
Chi si serve del tempio (il corpo) per arricchire se stesso è destinato a perdere anche quello che ha.
La parola di Dio, il Verbo incarnato è parola d'amore che, attraverso di noi, deve raggiungere il cuore di ogni uomo, per convertirlo e salvarlo dalla morte.
«E anche a te una spada trafiggerà l'anima», dice il vecchio Simeone a Maria, il tempio puro e immacolato che il Signore si è scelto.
La sofferenza è il prezzo perchè il dono del corpo generi la vita.

Signore perdonaci e salvaci dalla presunzione di meritarci quello che tu gratuitamente dai ad ogni uomo perchè siamo tuoi figli redenti con il sangue preziosissimo di tuo figlio, che ha già pagato in misura sovrabbondante il prezzo del nostro riscatto.

giovedì 9 novembre 2017

"Non sapete che siete tempio di Dio?" (1Cor 3,16)

LA CASA DI CARNE

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE
letture: Ez 47,1-2.8-9.12; 1Cor 3,9c-11.16-17; Sal 45; Gv 2,13-22

"Non sapete che siete tempio di Dio?" (1Cor 3,16)

Certo che se non ci si abitua al linguaggio di Gesù, è difficile capire quello che dice.
Gli apostoli, i discepoli, rispetto a noi erano svantaggiati, perchè la sua missione su questa terra doveva trovare compimento con la sua morte e resurrezione.
Ma anche oggi che tutto quello che Gesù, il Figlio di Dio ha detto si è avverato, non sembra che siano in tanti quelli che credono alla sua parola, che la comprendono, che ne fanno un alimento vitale.
Certo è che per capire una persona non basta parlare la stessa lingua, quando questa non è collegata con il cuore.
Le parole fluttuano nel vuoto e non si aggregano se non c'è un catalizzatore, un verbo che dia loro senso e compimento.
Gesù è questo catalizzatore in un mondo di bla...bla...bla..., rumori, suoni senza senso, disarmonie senza vita.
Ebbene per capire Gesù bisogna frequentarlo, e più lo frequenti e più lo capisci.
Quando il mio nipotino Emanuele mi venne affidato per la prima volta, io non capivo i suoni scomposti e disarticolati dei suoi lunghi discorsi misti a pianto.
Poi , a forza di stargli vicino, di prendermi cura di lui, le cose cambiarono a tal punto che lui scriveva pagine di scarabocchi, poi me le dava da leggere.
Io, cercando di entrare nel suo mondo, gliele leggevo e lui era sempre affascinato da ciò che emergeva da quei fogli.
" Ma nonna, mi diceva, tutte queste cose ho scritto?" meravigliandosi non poco di aver imparato a farsi capire senza neanche andare a scuola, come il fratello più grande.
Questi sono i miracoli dell'amore di cui possiamo fare esperienza, pur non essendo maestri ufficialmente riconosciuti.
Oggi il protagonista è il tempio come luogo in cui Dio può entrare, uscire, rimanere, a seconda di come è costruito.
Un tempio, una Chiesa noi ce la immaginiamo sempre fatta di mattoni, un luogo dove riunirsi per dare a Dio quello che è di Dio e prendere da lui quello che ci manca.
Mi ha colpito l'immagine della prima lettura in cui dal tempio esce acqua che va a irrigare terre lontane dando vita a tutto ciò che incontra sul suo percorso.
Inevitabile l'accostamento alla ferita inferta al fianco di Gesù dalla lancia del soldato, da dove uscì sangue e acqua, simbolo dello Spirito Santo effuso su tutta la Chiesa.
Quella Casa di carne ci ha dato la vita e mi viene da chiedermi se continua a darcela nelle case di pietra costruite per contenerlo e distribuirlo a chi vi si reca.
Dello Spirito non si fa mercato, questo è ciò che ho capito.
Lo Spirito, l'amore non si compra, ma si accoglie unendo le mani e chiedendo pietà e misericordia per i nostri peccati.
L'indegnità è caratteristica di chi va in chiesa, ma non ne siamo mai abbastanza consapevoli.
Perciò ogni celebrazione eucaristica comincia con il Confiteor.
Siamo piccoli, siamo fragili, siamo bisognosi di tutto e in chiesa ci andiamo per attingere alla fonte quell'acqua che ci risuscita, ci ridà la vita.
"Quante cose possiamo fare con Gesù!" sono le parole di un bimbo che rispondeva così alla domanda rivoltagli dalla maestra di religione sull'idea che si era fatta di Gesù.
Sembrerebbe risposta non pertinente ma a me piace ricordarla perchè mi ridimensiona, quando penso che la salvezza del mondo dipenda da me, dai miei meriti, dalle preghiere, le sofferenze, le messe, i rosari, i pellegrinaggi e via dicendo.
Senza di Lui non possiamo fare niente, questo è un punto fermo.
Con Lui tutto è possibile, anche trasformare queste nostre chiese dove si sta così larghi da permetterci di inginocchiarci a debita distanza dalle persone che non conosciamo.
E per darsi il segno della pace poi si fanno dei veri e propri pellegrinaggi, creando scompiglio in tutta la celebrazione.
Per questo i vescovi hanno detto che il segno della pace deve essere circoscritto a chi ci è vicino. Penso al cuore e ai lontani dal nostro cuore a cui va il mio pensiero quando il sacerdote ci invita a fare un segno di riconciliazione.
E' allora che devo fare i conti con le distanze e mettermi in viaggio per sentirmi un cuor solo e un'anima sola con i lontani da me, ma in Cristo tutti uniti.
E' bello che oggi la Chiesa romana ricordi la sua prima chiesa, simbolo dell'unità dei cristiani di quel tempo
E' bello che ci parli di tempio, luogo dove due o più si riuniscono nel suo nome, ma anche della casa di carne in cui ogni nostra casa può affondare le fondamenta.
Penso a quanta responsabilità abbiamo a far sì che la Chiesa diventi la sposa di Cristo, carne della sua carne, ossa delle sue ossa.
Che la gratitudine per tutto ciò che riceviamo da Lui, attraverso la chiesa non ci faccia inorgoglire e non ci induca nella tentazione di farne commercio.
Signore perdonaci quando ci dimentichiamo che ognuno di noi è tempio dello Spirito e fa' che mai lo trasformiamo in una spelonca di ladri.
Aiutaci a credere che siamo stati creati per accoglierti nella nostra vita personale, nel nostro corpo di carne, nelle relazioni che fanno della nostra casa una piccola chiesa domestica.
Aiutaci a colmare le distanze affidando a te il compito di saldare, colmare i vuoti che ci separano. Fa' Signore che le nostre piccole chiese diventino il tempio luminoso dell'Amore condiviso con i fratelli.
L'immagine può contenere: spazio all'aperto

venerdì 8 settembre 2017

Natività di Maria

" A lui sarà dato il nome di Emanuele, Dio con noi" (Mt 1,23)

Dio prepara una casa per il figlio, si prepara una casa per venire ad abitare con noi.
L'Emanuele, il Dio con noi ha bisogno di un terreno dissodato, un terreno fertile che lo accolga , lo custodisca, lo faccia crescere e lo dia alla luce.
Il terreno...la casa..
Maria è la casa, l'arca dell'alleanza che veniva portata insieme a tutto il resto nel trasferimento del popolo nel deserto da un luogo ad un altro, arca che ci ricorda un'altra arca, quella di Noè, un' arca che salva dal diluvio, un' arca che dona la vita.
L'arca troverà poi una stabile dimora nel tempio, ma sarà anche rubata, trafugata e il tempo andrà in rovina.
Come tutte le cose del mondo che conoscono la corruzione, scompariranno, mentre rimarrà in eterno la verità ad essi sottesa,
Così Gesù, il Salvatore, diventerà tempio,tenda, arca, unito strettamente alla madre che lo ha generato dallo Spirito, con lo Spirito.
Lo Spirito di Dio toccherà questa umile donna e la trasformerà in icona vivente dell'unità inscindibile dell'uomo con Dio, l'unica che dà forza.
Maria dallo Spirito è generata, con lo Spirito genera, dallo Spirito è consacrata sposa di Cristo.
LUI ce l'ha consegnata , donata sulla croce.
" Ecco tua madre !" l'inizio del cammino alla volta del cielo.
Il Dio con noi ha bisogno di chi lo porti con sè, che lo dia alla luce, che lo testimoni, che partorisca a Lui figli di Dio.
E' la Chiesa che oggi deve farci vivere questa fecondità a cui è chiamata, rendendo visibile Dio nel mondo.

domenica 13 agosto 2017

Spostamenti 2



MEDITAZIONI SULLA LITURGIA di

domenica della XIX settimana del TO anno A

Uomo di poca fede perchè hai dubitato?"( Mt 14,31)
Signore non mi trattare così, non me lo merito, almeno credo. Sto soffrendo come un cane e non ho mai cessato di pensare che tu eri e sei il mio Salvatore, l'Unico che poteva e può salvarmi.
Un conto è meritarsi il rimprovero perchè uno si è comportato volontariamente male e un conto è aggiungere al danno la beffa.
Io Signore non ho più parole perchè le ho tutte adoperate, forse sprecate per invocare il tuo aiuto, per sentirti presente nelle vicende più o meno brutte della mia vita.
Riconosco che spesso più che con te ho parlato da sola non meditando abbastanza ciò che tu mi stavi dicendo, trascurando i segni della tua presenza che avevo sotto gli occhi.
Tu sai Signore che mai ho mentito, che, se mi sono accorta che stavo sbagliando, ho chiesto a te o a tua madre o al sacerdote che ti rappresenta a cui mi sono rivolta, consigli, aiuto per attraversare questo oceano sempre in tempesta.
E tu sai che dico il vero, sai che la mia vita è stata tutt'altro che facile, che le prove più dure sono cominciate quando sono finite quelle istituzionali, obbligatorie, che avevo messo in conto.
Per raggiungere l'obbiettivo ho fatto di tutto, non ho trascurato niente, senza risparmio ho remato curva sui remi, quando il vento soffiava forte e io andavo contro corrente.
Ho amato sempre la verità e la giustizia e di queste ho fatto un valore un fine per cui spendermi senza sconti.
Ma come dicevo le prove, quelle vere sono state quelle che mai mi sarei aspettata, che non avevo messo in conto e che mi hanno colta del tutto impreparata.
Non ti devo raccontare la mia vita, Signore, perchè la conosci meglio di me e non dubito che in questo groviglio di segni sovrapposti, confusi, indecifrabili, tu stai operando, tu ci sei ma io non ti riconosco.
Ho perso i tuoi connotati, ho perso , ho dimenticato il tuo volto Signore, la tua voce mi giunge estranea nonostante desideri incontrarti con tutta l'anima mia.
Sono stanca Signore, non si vede?, sono stremata dai tanti dolori che stanno minando la mia mente oltre che il mio corpo.
Sto facendo una fatica bestiale con la borsa dell'acqua calda tra le gambe, troppe ce ne vorrebbero, per allentare le tensioni delle corde impazzite dei nervi, per connettermi con te, per trovare nella tua parola la pace.
Se io avessi la pace tante situazioni non le affronterei con timore, rabbia, nervosismo, non farei tanti danni nella relazione con le persone a me più vicine facendole soffrire.
Devo ritirarmi su un alto monte per sentirti passare nel vento leggero? Non credo di aver bisogno di un silenzio più profondo, visto che questa mattina a quest'ora neanche gli uccelli hanno cominciato a cantare. Le macchine in fondo alla strada non si sentono passare e il sole con un po' di sforzo è riuscito a sgattaiolare attraverso la coltre spessa di nuvole nere.
La casa, il palazzo è immerso nel silenzio e si sente solo il tocco delle dita sulla tastiera.
Alla messa di ieri sera ho ascoltato la tua parola e questa mattina l'ho meditata meglio.
Elia pensava che tu fossi nel terremoto, nel vento forte e invece trasalì al tuo passaggio nel vento leggero.
Tu sei sempre lì dove noi non pensiamo di trovarti, questo ho capito, appari quando meno ce l'aspettiamo nei modi e nei tempi che tu solo hai stabilito.
La perseveranza, il desiderio di incontrarti di Elia che decise di tornare sul sacro monte dove parlasti a Mosè furono premiate.
Io non ho più neanche la capacità, la possibilità di spostarmi. Il panorama più o meno è sempre lo stesso perchè le finestre sono tutte orientate verso il sole che sorge tanto che spesso devo abbassare le tapparelle o i tendoni per evitare che i raggi mi feriscano o la pioggia, il vento o qualunque altro elemento metereologico mi danneggi.
Continuo a cercarti questa mattina invidiando Elia che è riuscito a riconoscerti, mentre non capitò la stessa sorte ai tuoi discepoli che affrontarono la tempesta che si era scatenate fidandosi solo delle proprie forze.
Ma tu non li hai lasciati soli e hai mostrato come anche quando non ti chiediamo aiuto e pensiamo di farcela da soli tu vigili e cammini sulle acque tumultuose delle nostre paure, ma anche della nostra presunzione, dei nostri vecchi e nuovi peccati, le nostre cattive abitudini di pensare che possiamo fare a meno di te.
Siamo tanto intenti a cercare soluzioni personali, alternative ai nostri problemi che ci dimentichiamo persino che faccia hai.
Può darsi che questo sia accadendo a me in questo periodo in cui sono provata così duramente nel corpo e nello spiriro da pensieri negativi, da sconforto, da paura, da rabbia, invidia e voglia di riprendermi quello che ho dato a te principalmente.
Ti ho dato tutta la mia fiducia Signore, tu lo sai e tu mi ricambi con pane di lacrime giorno e notte.
Gli Israeliti si lamentarono della manna cibo insapore e incolore che erano costretti a mangiare tutti i giorni.
E' normale che venga a nausea qualunque cosa che in sè non porta niente di nuovo.
Il mio cibo quotidiano è il dolore tu lo sai e le armi per combatterlo oltre te che sei la prima persona a cui mi rivolgo cambiano ogni giorno, ogni momento.
Il sole ha avuto la meglio sulle nuvole scure e ora brucia e manda giù la sua luce abbagliante.
Il panorama è cambiato ma io continuo a cercarti.
Ora dovrei cambiare posizione tanto brucia e mi dà faqstidio.
Ieri a messa ho pensato agli arbitri di don Gino che aveva spostato il grande crocifisso, mettendolo da un lato, decllassandoti per dirla tutta e mettendo al tuo posto l'immagine di San Giuseppe che nella sua bottega di falegname ti tiene la mano sulla spalla.
Nel dipinto sei un giovane adolescente biondo docile e sereno che nulla fa presagire del suo destino di morte.
Ogni volta che entro nella chiesa di San Giuseppe sono presa da una grande sofferenza, fino a piangerci perchè non sei più nel posto dove ti ho trovato la prima volta che ti ho incontrato e tutte le volte che a te volevo rivolgermi.
Il cambiamento di posizione mi aveva destabilizzata a tal punto che mi ero disamorata della mia chiesa, del mio pastore e ti cercavo altrove.
Ieri mentre si leggeva di Elia e dei discepoli e del tuo mostrarti in luoghi e situazioni diverse da quelle che ci aspettiamo ho sollevato lo sguardo,
e per la prima volta ho pensato che se avevi cambiato posizione dovevo guardare a cosa avevo davanti agli occhi che non volevo vedere.
La sorpresa è stata grande quando mi sono soffermata sulla figura di San Giuseppe, un uomo che non ci ha lasciato parole, ma fatti, un santo che almeno a me ha da insegnarmi tante cose che mi permetterebbero di trovarti senza cambiare posizione.

sabato 21 gennaio 2017

PAZZIA



“Egli entrò per sempre nel santuario (Eb 9.12)

Gesù ha infranto le regole, è entrato nel tempio, ha squarciato il  velo che divideva il popolo dal contatto diretto con Dio e con il suo sacrificio ci ha aperto la porta del Paradiso.
Quale grande mistero è questo, quale grande dono è quello di vivere ciò che ci ha donato!
Il rapporto con Dio non è più rituale, cultuale, rapporto un tempo mediato da un sacerdote attraverso cui solo  si poteva accedere al tuo perdono.
Gesù con la sua morte ci ha rigenerato, ci ha dato l’identità perduta con il peccato, ci ha fatto rientrare a pieno titolo nella casa di Dio, ci ha messo in bocca la parola più bella con cui rivolgerci all’impronunciabile Diol: “Abba!, Padre!”.
Straordinario, emozionante, incredibile, sconvolgente questa pazzia dell’ “Io sono”, che si ridimensiona, diventa uno come noi ma al di sopra di noi, e si fa chiamare con il nome più dolce che si conosca.
Padre nostro, padre mio,padre di tutti.
Che bello pensare, credere alla follia di un Dio fatto uomo che si fa ammazzare per essere il Dio con noi, l’Emanuele, l’alleato, l’amico, la roccia su cui costruire ogni nostra certezza.
Se non ci fossi Signore, ti avrei inventato, così volevo che fossi quando bambina mi dicevano tutt’altro di te.
E io avevo paura dell’Essere perfettissimo Creatore e Signore del cielo e della terra.
E andavo a nascondermi come Adamo ed Eva, perchè ti temevo e avevo paura della tua ira.
Consapevole dei miei limiti, dei miei peccati in cui puntualmente ricadevo, ho passato la vita a coprirmi, a camuffare una verità per me vergognosa, non degna di essere vista.
Non ti conoscevo mio Signore, nessuno mi aveva parlato di te… le fiamme dell’inferno me le sognavo la notte, quelle che mi avrebbero divorato perchè non riuscivo a osservare in modo perfetto i tuoi comandamenti.
Poi, diventata grande, ti ho condannato a morte, di fatto non facendoti più esistere, perchè eri un dio scomodo e pretendevi tutto senza dare niente .
Quando ho trovato l’amore, l’amore quello vero che ti fa balzare il cuore nel petto, non avevo più bisogno di sentirmi ok per te… c’era chi mi faceva sentire una regina, chi mi aveva messo su un piedistallo e pendeva dalle mie labbra.
Non tu ma lui mi dava ciò di cui avevo bisogno.
I miei sogni si sono presto infranti dopo la luna di miele, rimasta sola a leccarmi le ferite in un giardino sfiorito.
Già perchè con l’amore mi avevi consegnato un giardino da coltivare, di cui prendermi cura, un giardino che senza il tuo aiuto è diventato una selva tenebrosa.
Ho cercato l’amore in ogni anfratto, l’ho continuato a cercare non sapendo che tu e solo tu me lo potevi dare perchè sei l’Amore, sei l’unico e vero bene che rende perfetti gli amori umani, mettendoci quello che manca a che siamo felici.
Quante cose ignoravo Signore, ma quante me ne hai fatte scoprire di belle, straordinarie stupende, seguendo la tua follia!
Solo un pazzo avrebbe fatto quello che hai fatto tu, solo uno che ama alla follia si sarebbe lasciato uccidere per dare la vita alla sua sposa, dargli una casa, una famiglia, un padre che ama sempre a prescindere, il suo…
Oggi che sono qui sola a meditare questi misteri voglio ringraziarti, benedirti e lodarti perchè mi hai dato una casa in cui vivere e per cui morire.

Image for La veste


sabato 15 ottobre 2016

IL CORPO

corpo di Cristo
“Le genti sono chiamate in Cristo Gesù a formare lo stesso corpo”(Ef 3,6)
Stavo per scrivere un solo corpo, un unico corpo, e mi sono trovata la parola che cambia le cose in modo radicale.
Un conto essere un solo corpo, un solo spirito, come ci immaginiamo quando siamo profondamente, visceralmente innamorati di qualcuno, un conto è dire che siamo lo stesso corpo, facciamo parte di uno stesso corpo che non è nè il mio, nè quello del mio sposo, ma di Cristo.
Siamo corpo di Cristo e in questa potente armatura di luce, in questa perfetta armonia e sincronizzazione di tutti gli strumenti noi troviamo ciò che manca alla nostra perfezione, alla nostra santità.
Possiamo partecipare all’orchestra del cielo, alla sublime armonia dello Spirito solo se ci sentiamo parte di uno stesso corpo, quello di Cristo.
Ci sono paesi, città, che funzionano bene, perchè gli amministratori si fanno carico dei bisogni di tutti gli abitanti, poveri e ricchi, abili e disabili.
Il buon funzionamento deriva dalla capacità di chi sta a capo di organizzare, vedere, progettare, ascoltare, farsi servo di tutti sì che tutti traggano beneficio dal lavoro e dalla collaborazione di chi può dare ora 10, ora 20, ora cento.
Magari c’è chi non può dare nulla perchè è malato o c’è chi è morto ma ha lasciato eredità di affetti e buoni insegnamenti.
Chi fa funzionare quindi un paese, una città, uno stato è chi sta a capo, che cerca e trova collaboratori utili, per realizzare l’armonia e la pace e la giustizia all’interno del territorio sotto la sua giurisdizione.
Ma qui l’esempio è molto lontano dalla realtà, anche se serve a far capire come in uno stato, in un popolo, tutti in Cristo possono vedere soddisfatti i propri bisogni, perchè il corpo è il suo e per corpo metaforicamente pensiamo ad una costruzione ben compaginata e connessa dove la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo.
Questa mattina voglio immergermi nella contemplazione del Corpo di Cristo, che continua a servirci nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.
Il suo corpo mi dà la garanzia che anche se le leggi di questo mondo non sono giuste, chiare, utili, buone, Lui garantisce per me il bene, qualunque sia il percorso che devo fare, gli inciampi, i ricalcoli, le battaglie, l’impotenza, la giustizia di ciò che cerco.
Dio sa di cosa ho bisogno.
Formo il suo corpo. Come può dimenticarsi di me?
Chi può scrutare i suoi pensieri?
Voglio mettere a servizio il mio sì all’adempimento della sua volontà.
Salmo 138
Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
la mia parola non è ancora sulla lingua
e tu, Signore, già la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
Stupenda per me la tua saggezza,
troppo alta, e io non la comprendo.
Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell’aurora
per abitare all’estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.
Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra
e intorno a me sia la notte»;
nemmeno le tenebre per te sono oscure,
e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.
Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.
Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.
Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio;
se li conto sono più della sabbia,
se li credo finiti, con te sono ancora

mercoledì 21 settembre 2016

S. MATTEO

Image for 22 Dal diario di Antonietta
Gli disse “Seguimi!”(Mt 9,9)
“ Date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio.”
Il mestiere di Matteo era quello di riscuotere le imposte per conto degli oppressori, essere tramite perché a Cesare andasse ciò che gli apparteneva, era suo.
Il compito di ogni cristiano è di dare a Dio ciò che è suo, di mettere a servizio del regno tutto ciò che gratuitamente ci dona.
Nella chiamata di Levi Gesù sollecita a scoprire l’altra faccia della medaglia, sì che si veda quale immagine vi è stata impressa.
Matteo è chiamato ad occuparsi di medaglie di carne, monete di carne, strumenti di Dio, canali per mettere in circolo l’amore, il bene garantito da Dio che non viene mai meno e che non è a rischio di inflazione.
Matteo sedeva al banco delle imposte, esigendo le tasse per conto dei Romani, tasse peraltro pagate solo dagli stranieri, dai popoli assoggettati.
Gli Ebrei, come tanti altri popoli caduti sotto la signoria di Roma, erano costretti a pagare tributi.
Fino ad allora conoscevano solo la decima, il tributo al tempio, vale a dire l’obbligo di sostenere il culto.
Erano nella mentalità giudaica soldi dati a Dio.
C’è da chiedersi se Dio era soddisfatto di come andavano le cose nel rapporto tra lui e il popolo o desiderava un’offerta diversa.
“Io non voglio i tuoi sacrifici. I tuoi sacrifici mi stanno sempre dinanzi… olocausti di grassi montoni… un sacrificio di lode io voglio “.
Dalla riconoscenza ed dalla gratitudine a Dio nasce il sacrificio di lode.
Il rapporto che Gesù è venuto a instaurare non contrasta con quello di cui parlano i salmi.
Dio ama chi lo cerca con cuore sincero, chi accoglie con riconoscenza ciò che lui gratuitamente dispensa ad ogni uomo.
Gesù è venuto a spronarci perché cambiamo il nostro modo di vedere e giudicare la storia che da fine diventa mezzo per incontrare Dio e collaborare al suo progetto di salvezza.
Diamo a Dio ciò che è di Dio.
Gesù è venuto a dirci chi è Dio e cosa dobbiamo dargli, cioè cosa gli appartiene.
Matteo era mal visto dai suoi concittadini perché era collaboratore di ingiustizia, essendo ritenuto ingiusto pagare le tasse.
Matteo è seduto al banco delle imposte e viene da chiedersi come mai la sua risposta alla chiamata sia stata così immediata.
Gesù vide Matteo, vide l’uomo e suo sguardo non passò inosservato.
Matteo si sente guardato in modo diverso, sentì la misericordia, l’accoglienza in quello sguardo distinguendolo da tutti gli altri che si posavano su di lui con disprezzo per la sua dannata professione.
Imprigionato dal giudizio della gente, immobilizzato al suo banco delle imposte, condannato a prendere il denaro per qualcuno da cui non si sentiva tutelato, Matteo viveva il non amore di chi paga il tributo e del destinatario del tributo stesso.
Vincolato ad un obbligo sterile di passamano.
Gesù incrocia il suo sguardo e lo invita a seguirlo.
Per seguire Gesù bisogna alzarsi, staccarsi dalla pretesa che siano gli altri quelli da cui dipende la nostra identità, la nostra funzione, la nostra vita.
Matteo si deve alzare per seguire Gesù, anche se non sembra faccia tanta strada, visto che subito lo vediamo seduto nella sua casa a mangiare con vecchi amici insieme a Gesù ai suoi discepoli.
Cos’è cambiato nella vita di Matteo?
Gli amici sono gli stessi, la casa la stessa, il cibo anche.
Eppure Levi diventerà Matteo, San Matteo, il primo dei quattro evangelisti, solo perché ha deciso un giorno di seguire Gesù, invitandolo a sedere a mensa con lui e con i suoi familiari, i suoi amici suoi conoscenti.
Quanti di noi si vergognano di Gesù, di mostrare la propria fede anche solo facendo un segno di croce prima di cominciare un banchetto, un pranzo, una cena?
Quanti si vergognano degli amici di Gesù, i discepoli, se questi troppo sfacciatamente ricordano il loro legame con lui?
Matteo se ha seguito Gesù, sicuramente ha provato la rigenerazione di uno sguardo che riabilita, solleva l’uomo dalla polvere in cui è caduto.
“Eterna è la tua misericordia”, dicono i salmi.
“Misericordia io voglio e non sacrificio”.
Dare a Cesare il tributo era un sacrificio, come anche offrire la decima al tempio.
Misericordia e perdono sono gli oboli di cui il signore è Maestro, quelli che dispensa per primo e che vuole insegnarci a dare agli altri.