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domenica 17 dicembre 2017

45 anni fa



Il 17 dicembre di 45 anni fa nasceva nostro figlio, dopo 9 mesi di attesa e di inenarrabili sofferenze.
Quando nacque non mi preoccupai di ringraziare chi mi aveva fatto recapitare quel dono in un modo così rocambolesco e sofferto. Ero fiera di avercela fatta a conseguire l'ultimo traguardo che mi ero prefissata, dopo tanto travaglio.
A ridosso del Natale, la meta pensavo di averla raggiunta, con qualche giorno d'anticipo.
Poi il travaglio, quello vero, è venuto, con la malattia.
Ho perso di vista quel dono negli anni che mi tennero lontana da casa alla ricerca di qualcuno o qualcosa che potesse guarirmi.
Lo riabbracciai quando aveva 5 anni e mi trovai davanti uno sconosciuto.
Da allora cercai tutte le strade per riconquistarne l'amore, ma il filo sembrava definitivamente spezzato.
Nella nostra latitanza genitoriale lo affidammo alla chiesa, perchè si prendesse cura di lui. lo avrebbe salvaguardato dai pericoli, mentre mia madre provvedeva ai suoi e ai nostri bisogni materiali.
Non abbiamo preparato insieme nè presepi, nè alberi, nè dolci per il Natale. Lui, insieme ai suoi amici scout, li preparava in chiesa e faceva la veglia alla vigilia e cantava e pregava unito al branco, accompagnato dalla chitarra, sua inseparabile compagna.
Noi, soli in casa, aspettavamo che ritornasse, perchè la malattia m'impediva di soddisfare anche la più elementare curiosità di vedere cosa faceva.
Poi l'amore trovato a 17 anni, in quel contesto di servizio, di gioco e di preghiera.
A giugno del 2001 si è sposato.
Oggi questo figlio, a fatica riconquistato, affidandomi i suoi bambini, mi dà l'opportunità di scoprire quanto è grande l'amore di Dio, attraverso tutto ciò che un tempo davo per scontato.
Ai suoi figli ho scritto tante lettere, a lui una soltanto, in occasione del suo matrimonio.
Oggi, giorno del suo compleanno, mi piacerebbe la rileggesse con me e con voi, perchè insieme possiamo lodare e benedire il Signore che continua a farci regali anche se non gli diciamo grazie.
Questa è la lettera

LA TUA STANZA



Franco, manca poco e la tua stanza sarà vuota di vestiti, di scarpe, di fogli, di libri, di dischetti e CD messi lì alla rinfusa, abiti stropicciati, sparsi ovunque, fili aggrovigliati che spuntano e s’intrecciano e s’insinuano fra le multiformi e variopinte scartoffie che sciabordano dagli scaffali che non le contengono.

Quel tuo voler fare le tante, troppe cose che il tempo ti strappa di mano, quel frutto che vuoi cogliere subito, la tua voglia di bruciare le tappe, ti portano a lasciare indifese le tracce di ciò che sei, di ciò che cerchi, di ciò che comunque vuoi nascondere, senza riuscirci.


Franco, la tua camera oggi parla di te, più forte, mentre pian piano togli di mezzo ciò che è tuo, ciò che fino a ieri sembrava mio solo mio, perché tu eri cosa mia, come i tuoi pensieri i tuoi desideri i tuoi sogni che ti ostinavi a negarmi…tutto, tutto ciò che, essendo tuo, pensavo mi appartenesse.

Ora te le porti lontano le cose che non sono mai state mie, le strappi dalla tua stanza stupita, dal mio cuore sconvolto da questo temporale di maggio, le porti via senza ordine, senza niente buttare, perché bisognerebbe fare una scelta ed è difficile, specie in questi momenti convulsi che ti separano dal matrimonio.

Le cose, Franco, lo so, lo sai, non vanno lontano: da un armadio ad un altro armadio, guarda caso distante 10 metri…
O di più?
Ma il tuo cuore, Franco, quello dove lo porti?
Il vuoto che lasci di te, del tuo disordine assurdo, dei tuoi silenzi, dei tuoi nervosismi, delle tue attenzioni nascoste, dei tuoi gesti gentili mischiati al fracasso di ciò che non volevi apparisse, della voglia di dirmi, di dirci che ci volevi bene, che volevi ti amassimo come tu sei, come ti sforzavi di essere senza riuscirci, mi sembra incolmabile.
I tuoi diari, lasciati per caso, senza parere poggiati su un tavolo, dimenticati in un angolo, erano lì ad aspettare che qualcuno li aprisse, per capire e conoscere ciò che ti ostinavi a nascondere.
Per sbaglio ne ho aperto, un giorno lontano una pagina e vi ho trovata scritta una preghiera.
L’ho letta perché era bella, perché era tua, perché non mi sembrava di violare un segreto, visto che l’avevi lasciata lì ad aspettare che finalmente mi accorgessi che c’eri, che il tuo cuore batteva, che avevi trovato un compagno, un amico a cui confidare il tormento e la pena dell’essere soli, un amico che non conoscevo.
Ora quell’amico anch’io l’ho trovato, ora possiamo parlare con Lui e di Lui senza riserve, senza che la vergogna e il pudore ci chiuda la bocca, ora possiamo sentirci vicini, perché è Lui che ci porta lì dove non sapevamo salire.
Non siamo più soli, perché se l’uno l’altro perde di vista, Lui ci sente e ci rimette in contatto, ricordandoci che l’amore non conosce distanze, riempie i vuoti dell’anima, i vuoti delle stanze deserte, che non rimangono mute, quando un figlio si sposa, quando una madre, invecchiando, non può condividere le sue spensierate e giovani scelte.
Lui è quello che, saldandoli, ricongiunge, i fili spezzati, è quello che riempie di luce le stanze buie e gelate, riscaldandole con il suo dolce tepore.

Oggi, Franco, guardando la tua stanza, a tutto questo ho pensato.
Se non mi fossi fermata un momento, per scriverti dello strazio delle cose portate lontano, non avrei potuto gioire del dono stupendo di cui tu sei stato strumento: il Compagno, l’Amico con cui tu te ne vai, ma anche quello che tu lasci qui dentro, perché in fondo ciò che conta è vedere nella morte dei nostri pensieri la vita dei nuovi pensieri, che sbocciano nel cuore irrigato dal pianto e purificato dall’aria, che soffia leggera sulle cose trasformate da Dio.

31 maggio 2001



giovedì 28 agosto 2008

Il diacono

Non avevo mai visto all'opera un diacono, tranne quando, in certe celebrazioni, legge il Vangelo o dà la Comunione. Attraverso gli amici del sito http://www.gesualcentrodellavita.net/, ho preso coscienza di quanta passione, determinazione, fatica, sacrificio, ma sorattutto fede accompagnino questi umili e operosi servitori della vigna del Signore.


In occasione della recente perdita di una mia carissima parente, che mi aveva fatto da mamma e che viveva lontano da me, ho avuto modo di sentire il balsamo benefico delle parole di un diacono, che è venuto a casa a benedire la salma, ha pregato con noi e per noi, spezzando la parola di Dio con chiarezza e competenza.


Oltre a consolarci, si è fatto carico delle esigenze della figlia, credente non praticante, che pretendeva che il funerale fosse officiato da un sacerdote, nonostante la sua indisponibilità per quel giorno.


Non gli sono stati di ostacolo, per accontentarla,  gli  impegni di famiglia, precedentemente presi, ed è riuscito, alle 16 del giorno più caldo di agosto, a Roma, a trovare un sacerdote che dicesse la messa, a coinvolgere la moglie, sottraendola ai nipotini che abitualmente le vengono affidati, a reperire un giovane adulto, che con la sua chitarra ha accompagnato i canti intonati dalla sua signora.


Voglio ringraziare il Signore di tutto l'amore che ha riversato in quei cuori, sì da poterne dare in abbondanza anche a noi.


Voglio benedirlo per tutti gli uomini di buona volontà che intraprendono questo cammino, perchè sono una grande risorsa per la Chiesa.

giovedì 12 giugno 2008

Zia Manuelina

Quando muore una madre,una nonna, una zia, ci sentiamo tutti un po' orfani, anche se non è la nostra, anche se è avanti negli anni. Non vorremmo mai che morissero le persone che si sono occupate di noi, che hanno vegliato sul nostro sonno, asciugato le nostre lacrime, provveduto a che non ci mancasse nulla di ciò di cui avevamo bisogno.
Ci precedono in cielo gli occhi, le orecchie, le mani, i piedi, il cuore di queste creature, di cui Dio si serve, per mostrarci la sua tenerezza, la sua premura costante.
Un pezzo della nostra storia oggi ci è stato consegnato, perchè in essa vi scopriamo le traccce del Suo passaggio nella relazione con questa sorella, che ha traghettato molti di noi, presenti al suo funerale, nel mare della vita.
Oggi, radunati attorno a lei, per darle l'estremo saluto (figli, nipoti, pronipoti, e quanti la conobbero e ebbero modo di apprezzare i doni da Dio a lei elargiti) non vogliamo piangere perchè ce l'ha tolta, ma vogliamo, con il cuore colmo di gratitudine, dire grazie a LUI, perchè ce l'ha donata.
Questa sia l'occasione, per guardare oltre, e riconoscere che il Signore ha vigilato e continua a vigilare sul nostro cammino, senza mai stancarsi.

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mercoledì 4 giugno 2008

F...come FELICITA'

Due uomini molto malati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. A uno dei due era permesso mettersi seduto sul letto, che si trovava giusto vicino all’unica finestra della stanza. L’altro doveva rimanere sdraiato. I due fecero conoscenza e divennero amici. Parlarono delle mogli e delle famiglie, delle case, del lavoro e dei viaggi che avevano fatto. Ogni pomeriggio l’uomo che stava nel letto, vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra. Quello dell’altro letto cominciò a sentire meno lunghe le ore, vivendo di riflesso 8i colori del mondo esterno. La finestra dava sul parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo.
Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c’era una bella vista della città in lontananza. Mentre l’uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena. Una notte l’uomo vicino alla finestra morì pacificamente nel sonno. Timidamente l’altro uomo chiese all’infermiera se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra. Fu accontentato. Lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Delusione: la finestra si affacciava su un muro bianco. L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori di quella finestra. L’infermiera rispose che l’uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro. Forse, voleva solo fare coraggio all’amico. La felicità di rendere felici gli altri
(Dalla rivista QUALEVITA)

F...come FELICITA'

Due uomini molto malati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. A uno dei due era permesso mettersi seduto sul letto, che si trovava giusto vicino all’unica finestra della stanza. L’altro doveva rimanere sdraiato. I due fecero conoscenza e divennero amici. Parlarono delle mogli e delle famiglie, delle case, del lavoro e dei viaggi che avevano fatto. Ogni pomeriggio l’uomo che stava nel letto, vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra. Quello dell’altro letto cominciò a sentire meno lunghe le ore, vivendo di riflesso 8i colori del mondo esterno. La finestra dava sul parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo.
Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c’era una bella vista della città in lontananza. Mentre l’uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena. Una notte l’uomo vicino alla finestra morì pacificamente nel sonno. Timidamente l’altro uomo chiese all’infermiera se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra. Fu accontentato. Lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Delusione: la finestra si affacciava su un muro bianco. L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori di quella finestra. L’infermiera rispose che l’uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro. Forse, voleva solo fare coraggio all’amico. La felicità di rendere felici gli altri
(Dalla rivista QUALEVITA)

giovedì 7 febbraio 2008

La scala

Alessia sta morendo. Ormai non c'è più nulla da fare.

A Natale si è scusata perchè non poteva farci gli auguri di persona, per via dell'influenza. "Appena passa verremo con i bambini  e faremo una bella tombolata", ci disse per telefono.



Il marito e la madre sono andati a comprarle i vestiti di una taglia più grande, perchè i medici hanno detto che si gonfierà, dopo.

Martina, la figlia di 13 anni, ha voluto sapere perchè sono stati via tanto tempo, la nonna e il padre.

Gliel'hanno detto. Si è accasciata sulla poltrona, con lo sguardo fisso nel vuoto.

Qualcuno le si è avvicinato e le ha chiesto se voleva parlarne. Ha scosso la testa, nascondendola nell'abbraccio muto e poderoso della persona amica,  fermando il tempo nel calore di quelle braccia.

La psicologa ha detto di non portare il piccolo Lorenzo a vedere la madre, perchè potrebbe rimanere traumatizzato per sempre, vedendola ridotta in quel modo.


Stiamo aspettando che ci dicano che è finita. I turni all'ospedale, il colloquio con i dottori, le analisi, le risposte, il suo viso spegnersi ogni giorno di più, la vita, man mano venir meno, le preghiere.


Chi dobbiamo pregare e cosa dobbiamo continuare a chiedere, quando la sentenza è irrevocabile e, a meno di miracolo, non c'è via d'uscita?


“Non posso pensare che Dio sia buono se toglie la mamma ai suoi due piccoli ”, mi ha detto la sua amica più cara. Perchè è diverso togliere ad una mamma un figlio, ad uno sposo la sposa?


Da cosa misuriamo la bontà di Dio?


Ho sempre pensato che il dolore è merce preziosa per Dio, da quando la morte prematura di mio fratello, l'apparente distrazione dell'Altissimo nel far nascere due bimbi malformati, sono stati il canale privilegiato per incontrarlo e riconoscerlo.


E' da lì che sono partita, guardando non il mio dolore, ma quello degli altri, cercando di coglierne il senso, osservandone l'effetto su chi è vicino a chi soffre.


L'uscire fuori da me mi ha introdotto nell'amore di un Dio che non si diverte a far soffrire i suoi figli, ma vuole che entriamo nella dinamica di un amore più grande, essenziale, in cui sono conservati e custoditi i nostri piccoli e imperfetti amori, scintille della sua incommensurabile luce.


Siamo in attesa che il destino si compia, per Alessia.


La nostra preghiera non è più per lei.


Stiamo certi che c'è Chi veglia al suo capezzale e la sta guidando verso una strada di luce.


Il nostro pensiero va ai suoi piccoli, alla madre, al padre, allo sposo perchè vedano la scala che il Signore sta gettando dal cielo, come fu per Giacobbe, sulla quale angeli salivano e scendevano, nella notte più buia della sua vita.


Preghiamo perchè possiamo dire come lui:”Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!”


mercoledì 20 giugno 2007

Il cane di peluche

Sfogliando il diario




Passando davanti alla stanza, dove tu eri solito rilassarti, sprofondato sulla poltrona, ho avuto una stretta nel cuore.
Al centro del tavolo, non un vaso di fiori, una pianta, un piatto prezioso di porcellana  o di lucido argento, quelle cose che, a parer mio, danno un tono all'arredo e mostrano la classe e il gusto della padrona di casa. Niente di tutto questo.
Una tovaglietta senza pretese,  che parla del lavoro paziente e amoroso di una mamma o una nonna, che  non c’è più, pulita e stirata, accoglieva un piccolo cane smarrito in quello spazio inusuale, tutto per lui.
Era stato abituato ad accontentarsi di un angolo della testata del letto, dalla mia parte, un po’ in ombra perché non si doveva vedere.
Eppure quando me lo regalasti, subito mi chiesi che fine avrebbe fatto quel peluche dal colore sbiadito, ma dagli occhi teneri e tristi, che mi ricordavano i tuoi, quando ti nascondevi.
Me lo misi vicino e fu la prima volta che una cosa che non avevo comprato o scelto personalmente prendesse un posto di tanto riguardo.
Me lo guardavo ogni volta che mi mettevo a dormire, me lo stringevo quando quel letto diventava la mia prigione,  ancorata ai problemi da cui avrei voluto fuggire.
A lui, non a te, ho chiesto conforto, in lui mi sono illusa di ritrovarti le volte che ti chiudevi nella tua stanza, muto, immobile per paura che mi accorgessi che un pensiero ti attraversava la mente, che una lacrima rigava il tuo volto, che il cuore aveva accelerato i suoi battiti per la donna che sarebbe diventata tua moglie.
Per anni quel cane mi ha parlato di te, dei sentimenti nascosti, del tuo cuore in attesa che la carezza non la facessi ad un pupazzo di stoffa.
Ora te ne sei andato, ti sei sposato con la donna che ti sei scelto.
Chissà se ancora ti ricordi di quel semplice dono, chissà se hai smesso di chiuderti dentro,  affidando un messaggio d’amore agli occhi ingenui e spauriti di un piccolo cane marrone.
Oggi, attraverso la fessura di una porta socchiusa, quell’immagine mi ha catturata, trasportandomi in un mondo che non conoscevo, tornato alla luce, quando proprio non ci pensavo.
Quel cane mi ha parlato di te e di me, di un rapporto difficile, di parole non dette, di sguardi furtivi, di lacrime non tutte versate, di attese, di ansie e di angosce, di un amore non esternato, quasi mai capito, mai condiviso.
Ho visto il cane perdersi nella stanza ormai vuota, troppo vuota e troppo grande per lui; mi è sembrato che prima o poi scomparisse in quello stagno,  come un sasso gettato lontano, mentre i cerchi si allargano e vengono riassorbiti dall’acqua.
Ma niente di tutto questo è successo.
La stanza, che sembrava ormai vuota, ha cominciato a riempirsi della tua voce, dei tuoi occhi sinceri e innocenti, delle tue calde mani affettuose, del tuo viso sorridente e sereno, dei tuoi sentimenti non più celati, di tutto ciò che finalmente riuscivo e riesco a vedere.


 5 agosto 2001

lunedì 9 aprile 2007

I poveri

 
Per questa Pasqua avevamo deciso, io e mio marito, di invitare un povero, uno che aveva bisogno di calore, di famiglia, di amore.

Poi mi sono ammalata.

Quando sono uscita dall' ospedale stavo peggio, per la diagnosi e per i problemi da affrontare, vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che mi togliesse almeno il dolore, con l'impossibilità di provvedere a me stessa e agli altri.

I poveri sono entrati a far parte della nostra famiglia il giorno in cui, non essendoci nessun parente disponibile ad assistermi,  ho chiamato Dubrinka, per farmi aiutare anche solo a prendere l'acqua sul comodino.  

Lei, la bulgara del piano di sotto, si è fatta attendere giusto il tempo di accompagnare a scuola Christian e Denise, i nipoti di cui si prende cura a tempo pieno, mentre la figlia è al lavoro.

Dopo aver timidamente girato la chiave appositamente lasciata nella toppa, si è presentata con gli occhi lucidi al mio capezzale, disposta a qualsiasi cosa, pur di non vedermi ridotta a quel modo.

Da quel giorno ogni mattina è salita per sapere di cosa avevo bisogno e per portarmi qualcosa di cucinato.

L'appuntamento del mattino pian piano è diventata una dolce abitudine, un'occasione per conoscere meglio quella nonna "speciale" che aveva suscitato la mia ammirazione, il giorno in cui  sentii consolare Giovanni, il mio nipotino di tre anni, che era caduto, con queste parole:"non piangere, perchè la nonna dice che, quando si cade, si diventa grandi".

A parlare era stata Denise, una bimba poco più grande di lui, che con il fratellino stava giocando nel cortile condominiale, mentre la nonna e la mamma traslocavano al piano di sotto dei  mobili da un camioncino.

Pensai alla fortuna di quei bambini che avevano una nonna che parlava così saggiamente.

Poi seppi che di fortuna ne avevano avuta ben poca quei bimbi, che avevano perso da poco il papà e che dovevano fare a meno anche della mamma, costretta a lavorare  lontano da casa.

Ci siamo presentate allora e, sempre, in seguito, salutate con un sorriso, ogni volta che frettolosamente guadagnavo il sedile dell'auto, e lei si offriva di portarmi la borsa o qualunque cosa poteva ai suoi occhi, sembrarle pesante per me.

Come poi venni a sapere, Dubrinka aveva lasciato in fretta la sua casa in Bulgaria, ed era venuta in soccorso della figlia e dei suoi due cuccioli, sbattuti in un guscio di noce nel mare in tempesta di un paese che non era il loro.

Il  marito, che l'avrebbe dovuta seguire in un secondo tempo, lo hanno trovato morto dopo tre giorni. Chissà se si sarebbe salvato, con qualcuno vicino, quando il cuore ha lanciato il segnale d'allarme!

A Natale, perchè Giovanni avesse amici con cui giocare, li abbiamo invitati in campagna.

Ma, solo dopo due mesi, mi sono accorta che, mentre dormivo, Dubrinka mi aveva pulito tutta la casa, infissi e vetri compresi.

..............

Volevamo invitare un povero, dicevo, per questa Pasqua e avevo pensato a loro, per sdebitarmi di tutte le volte che Dubrinka si era fatta sguardo, mani, piedi, forza dell'amore di Dio,specie in questi ultimi tempi, in cui la malattia mi ha tenuto inchiodata ad un letto.

Ma il Signore ha avuto compassione di noi, della nostra impossibilità a provvedere ai bisogni degli altri, del nostro essere rimasti soli, per via di una festa che sempre più si consuma al ristorante.

Domenica i poveri siamo stati noi, che ci siamo fatti lavare i piedi da questa piccola famiglia scampata al naufragio, noi, gente perbene che assolve il precetto, se si confessa una volta all'anno e si comunica almeno a Pasqua.

La comunione ce l'hanno fatta fare loro,  i diversi, gli extracomunitari, che ci hanno invitato a far festa a casa loro, per celebrare la Pasqua ortodossa, che, guarda caso, quest'anno coincide con quella nostra. Loro non si confessano, ma ci hanno fatto riflettere su quanti peccati ci siamo dimenticati di confessare.

8 aprile 2007



mercoledì 18 ottobre 2006

Elogio del litigio di coppia






Gianni per Antonietta


Ti ringrazio,Signore,per il dono che tu mi hai fatto, il più grande di tutti:Antonietta. L'hai preparata per me fin dalla notte dei tempi e me l'hai donata. E io l'ho accettata con ardore, non sapendo dove mi avrebbe portato questa accettazione, ma fidandomi del fatto che tu me la presentavi..


Era per me? Oggi posso dire di sì,ma allora non ne sapevo niente. né la conoscevo bene. Mi sono buttato nell' ”avventura” senza pensarci e così, inconsciamente allora, pian piano con sempre maggiore consapevolezza,oggi ti ringrazio per quel dono.


Mi riservavi anni di difficoltà, di tribolazioni, di sgomento, di paura, talvolta di disperazione, ma anche di gioia. La più grande, la più intensa e santa è stata ricevere da te e da lei un figlio, lo scopo della nostra vita. E ora mi concedi la gioia di conoscerti in tutta la tua santità,di ricevere consolazione dalla tua presenza, dalla preghiera, dalla tua Parola. E queste gioie sono giunte a me, tramite lei, che mi è sempre vicina e mi aiuta a non perdere la strada maestra, a mantenermi in essa, a rivolgerti le suppliche le preghiere, le intenzioni, le orazioni più struggenti e care.


Noi ti ringraziamo, Signore, e ti lodiamo, accompagnati dai doni che tu, per mezzo dello Spirito, hai mandato su tutta la nostra famiglia.


Lode e gloria a te ,Signore.





Antonietta per Gianni


Signore, ti ringrazio per il dono della fede, che mi ha fatto aprire gli occhi sul tesoro che mi avevi consegnato 32 anni fa, quando io e Gianni ci presentammo davanti a te,per unirci in matrimonio.


Ti ringrazio, Signore, perché hai guarito il mio cuore, trasformando la delusione in riconoscenza, il desiderio di avere in quello di dare, la presunzione di essere migliore con la consapevolezza che, attraverso Gianni,ho imparato tante cose, più utili di tante parole e discorsi ineccepibili.


Ti ringrazio, Signore, perché ci doni il tempo per stare insieme e insieme costruire la casa su fondamenta salde. Ti ringrazio perché il fine per cui ci muoviamo ora sei tu, perché la nostra casa è diventatala tua, perché i nostri progetti sempre più coincidono con i tuoi, perché hai colmato i nostri silenzi con la tua Parola, doni gioia ai nostri cuori, quando lavoriamo per te. Ti benedico, Signore, perché stai operando sul sacro vincolo che ogni giorno diventa sempre più saldo.


Ti benedico perché pensavo di essermi sbagliata, quando le mie aspettative rimanevano deluse, quando Gianni non era come lo avrei voluto.


Grazie Signore, perché non hai permesso che mi volgessi indietro, perché mi hai portato a riconoscere che l'uomo che mi avevi messo accanto era proprio quello che tu avevi pensato per me da sempre.


Ti ringrazio perché è buono, leale, fedele e lo è sempre stato, e mai lui ha dubitato di me.


Ti ringrazio perché, attraverso di lui, tu mi hai dato ciò di cui avevo bisogno e non tutto ciò che desideravo.


Grazie perché ciò ciò che a lui mancava non l'ho cercato altrove, ma in te.


Grazie per la sua imperfezione che mi ha fatto desiderare la tua perfezione, me l'ha fatta cercare e trovare.


Grazie Signore, perché in te abbiamo trovato la fonte di ogni bene e la gioia di abbeverarci insieme.


Ti ringrazio, Signore, per ogni momento in cui mi hai curato, accompagnato, accarezzato, amato attraverso di lui.


Ti benedico, Dio Padre onnipotente, per questo compagno con il quale mi hai chiamato a fare esperienza di comunione con te nell'amore gratuitamente donato a lui.




Carlo Rocchetta: Elogio del litigio di coppia.


Per una tenerezza che perdona (EDB)


2004

martedì 18 luglio 2006

Racconti di solidarietà


Quando Gianni non si presentò alla radio quel lunedì, tirai un sospiro di sollievo, perché era arrivato il momento che si scoprissero le carte e si vedesse chiaramente chi faceva e chi non faceva. Ci eravamo impegnati con don Remo, il direttore di Radio Speranza, a portare avanti una trasmissione (“Famiglia oggi: riflessioni di coppia”), in cui comunicavamo agli ascoltatori l’esperienza, faticosa e nello stesso tempo esaltante, del camminare insieme a Cristo, che avevamo scoperto potente alleato. Pian piano il peso del lavoro si era riversato sulle mie spalle a tal punto che Gianni dava per scontato che, massimo la domenica mattina, lo Spirito Santo faceva il miracolo di rimettere in ordine tutta la mole di appunti che io ero andata prendendo durante la settimana, limitandosi a mettere in bella copia il testo sopra il computer. Non c’è che dire, un bel sodalizio; ma il suo comportamento negli ultimi tempi mi stava dando sui nervi, perché mi sentivo sola in quella battaglia e non vivevo ciò che dai microfoni volevo passasse.

Mi ero gettata in quell’avventura un po’ per fede un po’ per scommessa, sperando che Gianni si svegliasse dal sonno. Ma niente era cambiato.

Quel lunedì, quando uscii dagli studi, ero soddisfatta per come erano andate le cose, perché il discorso sulla solidarietà, che deve partire da valori vissuti nella famiglia, mi aveva dato lo spunto per parlare della nostra esperienza personale, scaturita da una preghiera fatta insieme per una coppia in crisi: l’inizio di una dolce abitudine che continua ad accompagnarci, condizione imprescindibile per abolire le distanze che ci dividono.

Mentre io disquisivo alla radio sulle distanze colmate e da colmare, Gianni, con salto da atleta, alla stessa ora, aveva superato tutti gli ostacoli, per essere vicino a suo cugino in cerca di aiuto, che il padrone di casa non vede l’ora di sfrattare, perché non si lava e puzza.

Solo da poco ho imparato ad apprezzare ciò che naturalmente Gianni fa da sempre, nonostante nei lunghissimi anni della mia malattia non abbia mai fatto lo schizzinoso, accudendomi in ogni genere di necessità, quando l’immobilità mi teneva inchiodata ad un letto o ad una poltrona.

L’incontro con un Crocifisso e con chi da Lui prende luce, mi ha portato a vedere, rispettare e servire i crocifissi messi sulla mia strada..Luciana è una di questi, la più importante per la mia storia personale, perché in lei e con lei ho scoperto il potere rigenerante e salvifico della croce portata con i fratelli.

La prima volta che l’incontrai, ricordo, mi fermai alle mani sporche, alle unghie ingrommate di roba marrone, ai jeans lisi, ai neri scarponi ricoperti di polvere.

Cosa avevo io da spartire con una che, a mezzogiorno, nei pressi del centro, va in giro conciata a quel modo? Quando si fermò a salutare la mia accompagnatrice, non alzai neanche lo sguardo, tutta presa a cercare una sedia per porre fine al mio inseparabile dolor di schiena. Se l’avessi fatto subito, mi sarei imbattuta nel suo inusuale copricapo, un foulard che le fascia la testa, legato alla maniera dei corsari, e mi sarei posta qualche domanda, che andava oltre il vestito e lo sporco.

Solo quando mi decisi a guardarla negli occhi, mi specchiai in due polle di acqua sorgiva.. 
Ci ritrovammo a parlare come se ci fossimo conosciute da sempre, io che di lei non sapevo niente, lei che di me aveva intuito tutto, perché “dove hai gli occhi hai il cuore” e Luciana gli occhi e il cuore li ha aperti alla sofferenza del mondo, anche se passa i suoi giorni chiusa in un garage, senza che luce e aria vi circolino liberamente. 
Lì restaura mobili per la gente perbene che, pur amandoli, non ama la gommalacca che penetra nelle unghie quando devi restaurarli, né la gente che se ne porta appresso l’odore.

Cominciai a frequentarla quando mi mise a disposizione una sedia, l’unica cosa che mi faceva decidere di fermarmi a parlare lontano da casa mia. E ci si mise d’impegno per farmene trovare sempre una, che non traballasse, cosa non facile nel suo negozio.

Mi piaceva ascoltarla perché mi faceva entrare nelle storie delle persone, raccontandomi ciò che non appariva allo sguardo dei frettolosi passanti. Attraverso i suoi discorsi mi accorsi che esisteva un mondo sommerso , invisibile, di cui i pochi accattoni incontrati non erano che la punta dell’iceberg.

Luciana sembrava un giocoliere che ogni giorno dal cappello faceva uscire qualcosa di straordinario. Erano le persone che, grazie al suo abbigliamento poco ortodosso, si lasciavano avvicinare e delle quali scopriva preziosi tesori da esplorare.

Il restauro migliore, mi accorsi che lei lo faceva alla persona, restituendole la dignità che Dio dà ad ogni uomo.

Luciana è stata la battistrada che mi ha portato a concepire la solidarietà non come un gesto grandioso ed emblematico, fatto una volta per tutte, ma un insieme di piccoli gesti gratuiti, ripetuti ogni giorno, nei riguardi di chi il Signore ci mette di fronte. Mi colpì il fatto che pregava per gente che non conosceva, che accoglieva nella sua casa senzatetto ed emarginati, che si adoperava affinchè quelli che non hanno cittadinanza nella nostra società opulenta, avessero di che mangiare e vestirsi, privandosi spesso del necessario per loro.

Fino a quel momento la carità che conoscevo era quella che non mi scomodava, neanche per andare a fare un vaglia alla posta, con la scusa che non potevo stare in piedi, quella che era garantita dalla riconoscenza di chi aveva effettivamente bisogno, quando i bisogni degli altri li misuravo sui miei, quando la carità non nasceva dalla rinuncia e dal sacrificio.

I bisogni degli altri, Luciana, m’insegnò a vederli nelle storie anonime di tanta gente con cui si fermava a parlare. I poveri, i veri poveri, poi costatammo insieme, non erano quelli a cui manca il tetto, il cibo o il vestito, ma quelli che avendo tutto questo e tanto di più, non hanno nessuno che gratuitamente gli doni un sorriso o una carezza.

Man mano che procedevano le nostre conversazioni in mezzo alla polvere, all’odore acre delle vernici, mi sono resa conto che il tempo, il bene più prezioso che Dio ci ha dato, dopo la vita, era quello che dovevamo essere disposti a donare agli altri, senza avarizia, quello sottratto al riposo, allo svago, a volte anche al lavoro.

La compassione è un sentimento che ci siamo dimenticati o non abbiamo mai conosciuto, riflettevamo insieme, in una di quelle mattine che ci vedevano parlare fitto fitto, mentre lei era intenta al lavoro, è un sentimento divino, è il sentimento che Dio ha provato quando ha deciso di mettersi nei nostri panni e di traslocare nel nostro mondo, abolendo le distanze che ci dividevano da Lui.

Frequentando Luciana, le parole ascoltate ogni giorno durante la Celebrazione Eucaristica: ”Fate questo in memoria di me”, non mi sono sembrate poi così tanto scontate come credevo, e mi hanno fatto capire che servire Cristo non significa andare tutti i giorni alla Messa, ma servirlo nei poveri, nei sofferenti, nei bisognosi, anche se sono sporchi e mandano cattivo odore.

Gesù non ha avuto paura di sporcarsi, quando ha deciso di venirci in aiuto, non disdegnando di nascere in una stalla ed essere deposto in una mangiatoia, riscaldato dal fiato di un bue e di un asino, mentre gente senza fissa dimora andavano ad adorarlo.

Quanto cattivo odore intorno a Gesù, il figlio di Dio fatto uomo, ma quale messaggio d’amore ci ha trasmesso attraverso quelle che sono state le sue preferenze!

Tutta presa a riflettere su come ero e come sono, non senza un certo compiacimento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio articolo sullo tsunami che mi ha fatto ricordare Dominicus, il seminarista indonesiano che, grazie all’interessamento di Luciana, ha trovato persone che s’interessassero a lui. Mi ero dimenticata di Dominicus quest’anno, e ci voleva l‘articolo per prendere coscienza che in Indonesia c’è stato lo tsunami.

Chissà se Dominicus è ancora vivo! Quando ha scritto gli auguri di Natale sicuramente lo era. E dire che ci sentivamo la coscienza a posto, Gianni ed io, dopo aver, con la carta di credito, mandato una bella sommetta a chi di dovere, per finanziare gli aiuti.

Se le immagini che scorrono sul teleschermo avessero il potere di sporcarci di terra, di tingerci con il sangue di tante vittime che abbiamo visto morire insieme alle speranze dei pochi sopravvissuti, potremmo rispondere di sì.

Eppure Gesù, per guarire il cieco nato, <Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”> parole che ci interpellano proprio su quello sporcarsi di Gesù che per guarire il cieco nato prende della terra e l’impasta con la saliva, per metterla sugli occhi del malato che cerca la guarigione.

L’amore, adesso ne sono più che convinta, passa attraverso un contatto fisico con ogni fratello che incontriamo sulla nostra strada e presuppone la nostra docilità a sporcarci e ad essere sporcati, toccare ed essere toccati.

Il lunedì successivo, con Gianni, di tutte queste cose abbiamo parlato alla radio, contenta, questa volta, di avere accanto chi, come Luciana, non ha mai avuto paura di usare il corpo per avvicinarsi alla gente, al contrario di me che, dimenticando di averlo, spesso uso solo la mente.

Abbiamo raccontato di quella passeggiata di fine agosto, quando, bighellonando tra le bancarelle di un mercatino, verso il tramonto, ci siamo imbattuti in Luciana che dalla mattina stava in piedi a vendere le cianfrusaglie, di cui volentieri anche noi ci eravamo liberati, per i poveri della città.

Abbiamo ripercorso il sentimento che ci ha portato a guardare con altri occhi chi sta dietro un banchetto, per guadagnarsi la vita o strapparne un poco per gli altri, che tutto ciò comporta sacrificio e fatica, che il contrattare, specie per ciò che è destinato alla beneficenza, è peccato mortale, che alla sera i banchetti bisogna che ci sia uno che se li carichi sopra le spalle o su un furgone e che la roba rimasta va incartata e messa per bene in ordine, da parte, perché la prossima volta non ci si impazzisca, anche solo a cercarle, le cose.

Abbiamo ringraziato il Signore per le tante storie nelle quali Luciana ci ha fatto entrare.Abbiamo ricordato quanto ci ha regalato il batticuore di Monica, che abbiamo accompagnato a Roma ad incontrare il marito, sposato da meno di un anno, che si era fatto tre giorni di pullman, senza dormire per riabbracciarla, dalla Bulgaria; il sorriso sdentato di Ovidio e la puzza sui suoi vestiti di chissà quanti pacchetti di sigarette, fumate durante il tragitto; la tenerezza e il pudore dell’abbraccio dei due giovani, quando si sono rivisti. E che dire della solidarietà che si è accesa intorno al pancione della piccola albanese rimasta all’agghiaccio, dopo che le avevano chiuso, in pieno inverno, le porte della stazione, e che avrebbe abortito, se il passa parola delle piccole e silenziose formiche e la generosità di Luciana, che non si è arresa neanche di fronte all’irreperibilità della donna, non gli avessero fatto recapitare una coperta?

Ci siamo chiesti dove avevamo la testa, in che mondo vivevamo, quando ai vestiti da regalare staccavamo i bottoni, quando ci sentivamo a posto con la coscienza, dopo aver largheggiato nel fare l’elemosina al disgraziato che suole sostare davanti alla chiesa, o al lavavetri, che con quei soldi volevamo levarci di torno.

Ma accanto a questi ricordi sono emersi quelli legati ai volti di chi non ci ispira simpatia, di chi non lo merita, degli scorbutici, di quelli che non ci fanno pietà ma solo rabbia, perché potrebbero darsi una “smossa”, come si dice dalle nostre parti, e prendere per i capelli la propria vita invece di buttarla e di lamentarsi, aspettando che qualcuno venga a salvarli.

Abbiamo pensato che il difficile sta proprio lì, dove la compassione fa fatica a farsi largo e non ti fa aprire il cuore, a causa di un giudizio che ne tiene chiuse le porte.

Come si fa, c’è da chiedersi, ad imporre ad un uomo di amare? Se non c’è attrazione, come può nascere l’amore? Come può perpetuarsi, se l’altro cessa di essere amabile?

La risposta ci è arrivata, mentre, uniti nella preghiera, contemplavamo il Crocifisso.

Racconti di solidarietà ( primo premio concorso ISTMI promosso dall'ADMO nell'anno 2005)

giovedì 6 settembre 2001

Carina

 
 
Carina non ha più bisogno che qualcuno le metta a posto il computer per entrare in contatto con un mondo che sperava meno crudele di quello in cui era da sempre vissuta.
Alle due il suo cane si è messo d’improvviso a guaire, disperatamente, ma Carina non lo sentiva.
Stava morendo, sola, lontana, abbandonata in un letto che aveva provvisoriamente accolto il morbo di Cuscin o un tumore al fegato in fase terminale o tutto il resto, tanto non ci si poteva sbagliare perché non c’era niente che non avesse provato.
Quando l’avevo incontrata, un mese fa, i suoi occhi mi vennero incontro, due fanali aperti alla vita che sempre più le sfuggiva di mano, due pozzi profondi dove non riusciva ad annegare la sua prepotente energia.
Seduta sulla sedia a rotelle, mi accolse con un sorriso, il viso sfiorito anzitempo, i suoi anni caricati sopra le spalle come fossero tanti di più, contati su una pelle cadente e disfatta, su muscoli inconsistenti, su brandelli di carne attaccati ad un corpo in rovina.
Stava dando lo straccio in cucina come fosse cosa normale, lo sguardo stupito di bimba che vuol fare le cose dei grandi e si meraviglia che i grandi non la lascino fare.
Sulla testa una vistosa parrucca, troppo bionda, troppo finta per non sembrare che stava a coprire un dramma, uno dei tanti di un corpo scampato al naufragio di tutte le navi del mondo..
Come il dito che le mancava, servito ad un medico per farci uno studio, visto che aveva un osteomielite.
Dei medici aveva il terrore, come anche degli ospedali, e si era ridotta a farsi tutto da sola per paura che fosse, ancora una volta, usata per fare da cavia agli esperimenti di chi voleva indagare su quel raro esempio di morbo di Cuscin.
Lo avevano fatto già dodici volte, senza mai dirle niente, spiegarle, chiederle il consenso ad esplorare quel misterioso universo che era il suo involucro che disorientava per come facesse a stare attaccato.
Il cervello, però, non aveva mai smesso di funzionare, né mai aveva perso di lucidità, nonostante gli attacchi ischemici   la incalzassero sempre più da vicino..
Le altre trenta operazioni gliel’avevano detto cosa le avrebbero fatto. Ma cos’era cambiato?
Il morbo di Cuscin non perdona, è malattia devastante, tanto che a tredici anni la chiuse in manicomio un padre padrone che di lei non sapeva che farsene.
Ne uscì dopo un anno o due, non ricordo, perché, come si può rinchiudere dentro dei muri la voglia prepotente di vivere che doveva ancora esplodere tutta?
 
Carina la vita la voleva afferrare, godere, convinta che ne valesse la pena, senza mai piangersi addosso, neanche quando le fecero quella trasfusione fatale che le regalò l’epatite e tutto quanto consegue.
Ma era necessaria dopo quell’intervento all’intestino per ridurglielo, visto che aveva cominciato ad ingrassare in modo spropositato, senza accennare a fermarsi.
Tutta colpa di quell’ipofisi impazzita che si accanirono più volte a rimuovere, da quel cranio che non si voleva arrendere.
 
Carina la vita la voleva gustare, la voleva prendere e accarezzare con le sue mani che diventavano sempre più magre, sempre più lunghe, sempre più storte e deformi..
Così si prese pure il gusto di vedere un sogno trasformarsi in realtà, perché lei che non poteva avere bambini, andava ai giardini a vederli, per fotografarli con gli occhi, sperando che l’immagine impressa scendesse dentro la pancia.
Nella pancia ci scese quell’angelo che doveva cambiarle la vita, ma fu solo l’illusione di un attimo perché l’uomo, il padre, il marito ben presto la lasciò sola con quel bimbo fotografato ai giardini per un‘altra che sembrava migliore di lei.
La vita se la riprese con quel figlio per cui niente si risparmiò per poterlo vedere felice, ma quando rivolle accanto il marito che l’aveva tradita, per godere di una gioia più piena, quel figlio se lo legò al dito e Carina lo perse per sempre.
 
Seduta sulla sedia a rotelle, tutto il tempo che stemmo a parlare sembrò sempre padrona di se, la voce chiara e spedita, il tono franco e sicuro, gli occhi fissi nei miei tranne quando, parlando del figlio, il suono s’incrinò appena e una lacrima scivolò via prima ancora che potesse asciugarla.
 
Carina non ha più bisogno che qualcuno le dimostri che il mondo non è poi così crudele come aveva più volte sperimentato, non gli serve più gente che non la compianga, non dando a vedere che ne aveva pietà.
La pietà se la voleva cacciare di dosso, la voleva rimandare al mittente ogni volta che qualcuno si fermava a guardarla seduta sulla sedia a rotelle con il corpo straziato dalle troppe ed evidenti ferite.
Lei gli occhi e le gambe le aveva. Di cosa poteva avere bisogno?
Così quel giorno, che mi sembra perso nel tempo, mi parlava del suo disappunto per il mondo che non riusciva a capirla: troppo forte o troppo debole, mai per come veramente lei era, come in fondo lei si sentiva.
 
Mi aveva telefonato, tre mesi prima, perché, dopo aver letto il mio libro, voleva parlarmi, certa che sicuramente non avrei fatto fatica a vedere ciò che agli altri si nascondeva.
Non avrei mai pensato che con me potesse avere qualcosa in comune, visto che di violenze sul corpo e sull’anima ne aveva subite a bizzeffe ed io ero una pulce con la mia storia scritta in un libro come fosse straordinaria e diversa da tutte quelle che ero abituata a sentire.
Le sue parole mi confermarono che la condivisione non è fatta di numeri, perché la sofferenza unisce comunque, qualunque sia il conto di quello che ti è capitato.
 
Oggi, ferma accanto alla cassa, nella stanza dell’obitorio, la guardavo ma non la trovavo..
Stesa immobile, vestita da uomo, da uomini che non l’hanno amata o non ne sono stati capaci, la lunga parrucca divisa a metà, con la riga in mezzo alla testa, i finti capelli di paglia lunghi e sciolti fino alla vita, la corona arrotolata alle dita, il Cristo troppo dorato che pendeva dai grani di plastica. Tutto finto appariva ai miei occhi.
.
Lei non stava in quell’assurdo pupazzo, immobile e travestito, sotto il velo con cui sono soliti i vivi coprire i loro defunti, lei era lì viva, presente, più grande di noi, ci circondava, ci abbracciava, ci parlava, con gli occhi, con il cuore finalmente placato, perché stava vicino a suo figlio.
 
Seduto lì accanto, lui, il bimbo rapito ad un sogno, con la testa piegata in avanti, con il corpo ripiegato in se stesso, in silenzio stava a sentire ciò che lei gli sussurrava all’orecchio, gli occhi vuoti persi nel pianto, il cuore gonfio di commozione nel giardino dove lei l’aveva rapito.
Con la mano stretta alla mano lo portava a cercare tra i fiori i fili persi e spezzati del suo amore scansato e dimenticato.
 
Carina non ha più bisogno di chi le aggiusti il computer per mettersi in contatto via internet con gente che non conosce, non ha più bisogno di chi la capisca, di chi le faccia i massaggi o la curi.
Oggi una stella ha cominciato a brillare, a mandare messaggi dal cielo dove è andata ad abitare.
Ora che la luce la prende direttamente alla fonte, riesce a parlare più forte e con più convinzione di quanto sia importante aprire il cuore ai sentimenti nascosti, di quanto possa l’amore.

giovedì 31 maggio 2001

La tua stanza

Franco, manca poco e la tua stanza sarà vuota di vestiti, di scarpe, di fogli, di libri, di dischetti e CD messi lì alla rinfusa, abiti stropicciati, sparsi ovunque, fili aggrovigliati che spuntano e s’intrecciano e s’insinuano fra le multiformi e variopinte scartoffie che sciabordano dagli scaffali che non le contengono.


Quel tuo voler fare le tante, troppe cose che il tempo ti strappa di mano, quel frutto che vuoi cogliere subito, la tua voglia di bruciare le tappe, ti portano a lasciare indifese le tracce di ciò che sei, di ciò che cerchi, di ciò che comunque vuoi nascondere, senza riuscirci.


Franco, la tua camera oggi mi parla di te-, con il suo disordine, con la sua confusione che è anche la mia, mi parla delle tante, troppe baruffe perché non riuscivi, non riuscivo a capire, che ogni tanto bisogna fermarsi, per buttare ciò che ci ostiniamo a portare senza che ne valga la pena, ciò che grava sopra di noi, perché non riusciamo a lasciarlo da parte.


Franco, la tua camera oggi parla di te, più forte, mentre pian piano togli di mezzo ciò che è tuo, ciò che fino a ieri sembrava mio solo mio, perché tu eri cosa mia, come i tuoi pensieri i tuoi desideri i tuoi sogni che ti ostinavi a negarmi…tutto, tutto ciò che, essendo tuo, pensavo mi appartenesse.


Ora te le porti lontano le cose che non sono mai state mie, le strappi dalla tua stanza stupita, dal mio cuore sconvolto da questo temporale di maggio, le porti via senza ordine, senza niente buttare, perché bisognerebbe fare una scelta ed è difficile, specie in questi momenti convulsi che ti separano dal matrimonio.


Le cose, Franco, lo so, lo sai, non vanno lontano: da un armadio ad un altro armadio, guarda caso distante 10 metri…


O di più?


Ma il tuo cuore, Franco, quello dove lo porti?


Il vuoto che lasci di te, del tuo disordine assurdo, dei tuoi silenzi, dei tuoi nervosismi, delle tue attenzioni nascoste, dei tuoi gesti gentili mischiati al fracasso di ciò che non volevi apparisse, della voglia di dirmi, di dirci che ci volevi bene, che volevi ti amassimo come tu sei, come ti sforzavi di essere senza riuscirci, mi sembra incolmabile.


I tuoi diari, lasciati per caso, senza parere poggiati su un tavolo, dimenticati in un angolo, erano lì ad aspettare che qualcuno li aprisse, per capire e conoscere ciò che ti ostinavi a nascondere.


Per sbaglio ne ho aperto, un giorno lontano una pagina e vi ho trovata scritta una preghiera.


L’ho letta perché era bella, perché era tua, perché non mi sembrava di violare un segreto, visto che l’avevi lasciata lì ad aspettare che finalmente mi accorgessi che c’eri, che il tuo cuore batteva, che avevi trovato un compagno, un amico a cui confidare il tormento e la pena dell’essere soli, un amico che non conoscevo.


Ora quell’amico anch’io l’ho trovato, ora possiamo parlare con Lui e di Lui senza riserve, senza che la vergogna e il pudore ci chiuda la bocca, ora possiamo sentirci vicini, perché è Lui che ci porta lì dove non sapevamo salire.


Non siamo più soli, perché se l’uno l’altro perde di vista, Lui ci sente e ci rimette in contatto, ricordandoci che l’amore non conosce distanze, riempie i vuoti dell’anima, i vuoti delle stanze deserte, che non rimangono mute, quando un figlio si sposa, quando una madre, invecchiando, nonpuò condividere le sue spensierate e giovani scelte.


Lui è quello che, saldandoli, ricongiunge, i fili spezzati, è quello che riempie di luce le stanze buie e gelate, riscaldandole con il suo dolce tepore.


Oggi, Franco, guardando la tua stanza, a tutto questo ho pensato.


Se non mi fossi fermata un momento, per scriverti dello strazio delle cose portate lontano, non avrei potuto gioire del dono stupendo di cui tu sei stato strumento: il Compagno, l’Amico con cui tu te ne vai, ma anche quello che tu lasci qui dentro, perché in fondo ciò che conta è vedere nella morte dei nostri pensieri la vita dei nuovi pensieri, che sbocciano nel cuore irrigato dal pianto e purificato dall’aria che soffia leggera sulle cose trasformate da Dio.






Pescara 31 maggio 2001