martedì 14 agosto 2018

" Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse, Signore." (Sal 118)

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" Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse, Signore." (Sal 118)


Se non ci fossi tu a rassicurarmi Signore scapperei dalla paura, tornerei indietro, mi nasconderei e mi lascerei morire, dimenticata da tutti. 
Se non ci fossi tu Signore che mi dai ogni giorno una parola di speranza, mi ricordi quanto hai fatto per i tuoi figli in generale e per ognuno in particolare, se non ci fossi Signore bisognerebbe inventarti, in tutto uguale a te, cosa per noi uomini difficile se non impossibile.
Con il tuo aiuto Signore impariamo a riconoscere i veri bisogni, impariamo a parlare con te e a chiederti ciò che tu vuoi, che è buono per noi, impariamo a fidarci perchè mai ci hai fatto mancare il pane, la parola di vita, necessario viatico per godere dei beni promessi.
Ti ringrazio Signore perchè mi hai fatto rientrare nel tuo utero di padre e di madre, nel tuo utero accogliente e sicuro, nella tua casa dove niente manca per realizzare il tuo progetto d'amore e godere della tua eredità.
Grazie Signore di questa progressiva infanzia spirituale, di questa fiducia che aumenta ogni giorno di più nei confronti di te che ti prendi cura di me.
Tu non fai come faceva mia madre quando ero in panne, dicendomi" Arrangiati!” parole che mi hanno condizionato tutta la vita, perchè ho dovuto imparare un arte che mi serviva per non soccombere agli inevitabili ostacoli della vita, ma che hanno alimentato e rafforzato l'orgoglio e l'autosufficienza fino a pensare che potevo fare a meno di tutti.
Tu conosci la mia storia Signore, conosci quante insidie si nascondono dietro la corsa, lo sforzo per conquistare l'autonomia, l'autosufficienza, per poter bastare a me stessa, senza dire grazie a nessuno. Tu sai Signore quanto è stato duro il cammino nel deserto che mi costruivo intorno e che si allargava sempre più a dismisura, man mano che raggiungevo da sola il trofeo del " ci sono riuscita!",un deserto che ha allontanato da me le voci degli uomini, mi ha chiuso le orecchie e gli occhi a ciò che stava fuori e ciò che dentro senza accorgermene nascondevo e mettevo a tacere.
Spesso ho pensato di essere nata grande, di non aver mai avuto il diritto di stare nelle braccia di qualcuno, tanto meno nelle tue braccia, perchè le pecore madri tu non le metti sopra le spalle come gli agnellini appena nati.
Ho pensato che il mio destino era segnato, da quando sono nata in una famiglia numerosa con tanti fratelli da accudire, essendo la più grande.
Mamma lavorava e si fidava di me, completamente, si appoggiava a me per essere aiutata a gestire la casa, il lavoro, i figli in un tempo in cui i problemi dell'assistenza ai più deboli si risolvevano in famiglia.
Questa scuola mi ha tanto fortificato da pensare che a me tutto era possibile, che per ogni problema sapevo trovare la soluzione, che tutto questo potevo insegnarlo anche agli altri. 
Per questo sono diventata insegnante di metodo, più che di discipline.
Ho fatto tanta fatica Signore per diventare grande, autonoma, autosufficiente, brava agli occhi degli altri, impeccabile, contorsionista, prestigiatore, pagliaccio, tutto per rimanere al centro del palcoscenico in attesa di appllausi.
Poi il teatro si è svuotato, le luci si sono spente e io sono rimasta sola con un pugno di mosche, fumo che non riusciva a coprire le mie vergogne.
Mi sono sempre paragonata ad un titano e ne ero fiera, e quello che più mi ispirava era Prometeo perchè aveva osato rubare il fuoco al suo dio e ne era fiero anche se ne aveva subito un'irreversibile condanna.
Il suo cuore, divorato la notte da un animale rapace, di giorno ricresceva più rosso che mai e questo era il suo e mio vanto.
Poi ti ho incontrato, nel deserto, e a te ho rivolto parole, le prime dopo anni di solitudine, parole che oggi mi sembrano blasfeme, vedendo in te uno come me, uno che soffriva, uno con cui potevo parlare alla pari, condividere il mio dolore, la mia solitudine, la mia disperazione che era anche la tua.
"Pure tu!" esclamai,” pure tu!”
Chissà perchè mi venne da dire così, quando c'era tanta gente che soffriva e moriva. "Pure tu!"
Avevo trovato qualcuno a cui non dovevo dare consigli, suggerire soluzioni, ma qualcuno con cui condividere l'impotenza, il dolore, l'abbandono, la morte.
Anche se stavi attaccato ad una croce che mi sovrastava ed era molto più grande di me, pure ricordo che il mio parlare con te fu come con un compagno di viaggio, alla pari, un uomo che forse poteva insegnarmi qualcosa e aiutarmi ad uscire dal mio deserto.
Da quel giorno, non ho smesso di ascoltare la tua voce o Signore che mi arrivava più distinta man mano che scendevo da quel piedistallo che mi faceva sentire pari a te. 
Ora sono ai tuoi piedi Signoere e mi sento piccola, tanto piccola, incapace anche di camminare. 
Ora non mi sento di dare consigli a nessuno, ma di mettermi in ascolto di quello che tu mi dici.
Voglio diventare ancora più piccola Signore, un granello di senapa, invisibile quasi, voglio essere l'ultima nata del tuo gregge per avere la speranza di un abbraccio, di un bacio, di una carezza, di un latte non inquinato, preso alla fonte delle tue mammelle, tanto piccola da rientrare nel tuo utero dove nè bombe, nè soldati, nè paure, nè sfollamenti, attentino alla mia sicurezza.
Sì Signore voglio essere la tua piccola bimba, la tua consolazione, il tuo gioco, il tuo diletto, la delizia dell'anima tua.
Aiutami Signore a non crescere in sapienza e intelligenza, ma a vivere nella fiducia tenera e costante nel mio creatore e salvatore .
Oggi voglio vivere l'ebbrezza, la gioia di essere portata in braccio, sicura di non cadere mentre sento il tuo cuore pulsare sul mio

lunedì 13 agosto 2018

Percepii in visione la gloria del Signore (Ez 1,28)




Meditazione sulla liturgia di 
lunedì della XIX settimana del Tempo Ordinario

PRIMA LETTURA (Ez 1,2-5.24-28)
Così percepii in visione la gloria del Signore.
Era l’anno quinto della deportazione del re Ioiachìn, il cinque del mese: la parola del Signore fu rivolta al sacerdote Ezechièle, figlio di Buzì, nel paese dei Caldèi, lungo il fiume Chebar. Qui fu sopra di lui la mano del Signore.
Io guardavo, ed ecco un vento tempestoso avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di metallo incandescente. Al centro, una figura composta di quattro esseri animati, di sembianza umana. Quando essi si muovevano, io udivo il rombo delle ali, simile al rumore di grandi acque, come il tuono dell’Onnipotente, come il fragore della tempesta, come il tumulto d’un accampamento. Quando poi si fermavano, ripiegavano le ali.
Ci fu un rumore al di sopra del firmamento che era sulle loro teste. Sopra il firmamento che era sulle loro teste apparve qualcosa come una pietra di zaffìro in forma di trono e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane. Da ciò che sembravano i suoi fianchi in su, mi apparve splendido come metallo incandescente e, dai suoi fianchi in giù, mi apparve come di fuoco. Era circondato da uno splendore simile a quello dell’arcobaleno fra le nubi in un giorno di pioggia. Così percepii in visione la gloria del Signore. Quando la vidi, caddi con la faccia a terra.
Parola di Dio

Salmo 148
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.

VANGELO (Mt 17,22-27)
In quel tempo, mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati.
Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì».
Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei».
E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».
Parola del Signore

Nel Vangelo e nella Scrittura in generale ci sono situazioni che si contraddicono, perché se ne evince una morale che non è statica, che deriva da una verità che sembra anch'essa variare a seconda dei casi.
Nella prima lettura di oggi il profeta in esilio vede la gloria di Dio manifestarsi fuori dal tempio, luogo per istituzione delegato alla sua manifestazione gloriosa.
Gesù molto più spesso contesta la valenza del tempio istituzionale, attribuendosi un valore di gran lunga più alto di un edificio fatto di mattoni, destinato ad essere distrutto.
"Di questo tempio non rimarrà pietra su pietra".
Lui è il nuovo tempio e verrà il giorno in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, nel suo Corpo Mistico, vale a dire nella Chiesa.
Gesù è venuto quindi ad abbattere una convinzione, una verità stratificata e mai messa in discussione, per cui era obbligatorio almeno una volta nella vita salire al Tempio di Gerusalemme.
Quando il tempio fu distrutto definitivamente, gli Ebrei si sentirono smarriti, senza punti di riferimento e da lì cominciò la diaspora.
Invece prima della venuta di Cristo la distruzione o l'allontanamento da esso, creavano nel pio israelita uno stato di profonda prostrazione come se Dio lo avesse abbandonato e fosse solo a lottare in terra straniera.
Man mano che si avvicina il tempo di Gesù le idee si chiariscono e, come in questo passo che la liturgia oggi ci propone, Ezechiele parla della gloria di Dio che si manifesta sul fiume Chebàr.
Del resto ieri profeta Elia torna all'Oreb, per parlare con il Signore, facendo un cammino inverso rispetto a quello fatto nell'Esodo.
Il tempio è il luogo dove Dio si manifesta.
Questo è il messaggio.
La bontà di Dio è infinita e infinita la sua fantasia, sì che non possiamo imbrigliarlo in delle mura o su una montagna o su un fiume particolare.
Tutti i luoghi della memoria sono templi, luoghi in cui Dio si è manifestato all'uomo, tanto che una stele era sempre eretta dal popolo nomade a ricordare un fatto in cui Dio aveva fatto sentire particolarmente la sua presenza.
Le chiese che sono sorte nei secoli poggiano le fondamenta sempre su una reliquia di qualche santo lì trasportata per volere dell'uomo o per un caso fortuito o per meglio dire provvidenziale.
Comunque sempre più mi convinco che Dio è qui e non debbo cercarlo nelle chiese come scrisse la mia prima alunna di liceo quando gli proposi come tema un pensiero di Bacone che diceva pressappoco così: "Questo Dio che celebro nelle mie carte io lo vedo presente ovunque, lo vedo nei fiori del mio giardino, lo vedo nell'aria che respiro…"
Ma Gesù, nonostante le trasgressioni alla legge del sabato molto evidenti e provocatorie gli abbiano procurato la condanna a morte, nonostante abbia anche scandalizzato con la cacciata dei cambiavalute dei venditori dal tempio, in questo passo del Vangelo sembra seguire un'altra strategia.
Lui, figlio di Dio, era logico che non dovesse dare nessun tributo a Dio, suo Padre, ma solo l'obbedienza che sappiamo quanto gli costò.
In questo caso però la sua preoccupazione è non scandalizzare, per cui dice a Pietro di cercare la moneta, pescando un pesce e cercandola nella sua bocca.
Il termine ichthys (nella grafia greca del tempo ΙΧΘΥΣ) è la traslitterazione in caratteri latini della parola in greco antico: Ἰχθύς, ichthýs ("pesce"), ed è un acronimo usato dei primi cristiani per indicare Gesù Cristo.
Gesù Cristo, figlio di Dio Salvatore.
Dalla bocca del pesce, quindi da Gesù trarremo ciò che ci serve per dare a Dio l'obbedienza.

domenica 12 agosto 2018

L'Ostrica




MEDITAZIONI SULLA LITURGIA DI
Domenica della XIX settimana del TO

 

VANGELO (Gv 6,41-51)
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Parola del Signore

"Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo"
"Chi crede ha la vita eterna"

Mi sono svegliata più o meno alle quattro con un crampo dolorosissimo e così è cominciata questa giornata, perché non mi sono più riaddormentata.
Perciò sono qui. 
Mi piace questo tempo che il Signore mi dona per meditare sul suo mistero in cui siamo incorporati, immersi, dal quale siamo plasmati come la sabbia inglobata nel corpo dell'ostrica. 
Diventiamo perle se non ci rifiutiamo di cambiare radicalmente la nostra natura corrotta dal peccato. 
Perle preziose i suoi occhi, preziose tanto da offuscare l'ostrica che non è bella da vedere, ma buona da mangiare. 
Anche la sabbia è creata da Dio e se, leggiamo bene la Bibbia, troviamo scritto:"Nulla disprezzi di ciò che hai creato".
In un altro passo si parla di Adamo, il terrestre fatto con la terra (l'adam), su cui Dio soffia il suo spirito e diventa il vivente. 
Ma il peccato lo ha portato alla morte. 
La terra accoglie l'uomo che muore, e l'uomo ridiventa terra, si mescola con essa  e di lui non rimane che polvere. 
Ma Dio non ha mai smesso di amarci, di guardare questo lento processo di involuzione. 
Lo spirito di Dio torna su di noi e ci dà vita, se rinasciamo dall'alto se ci lasciamo inglobare nel suo corpo. 
Lui si è dato in pasto ai suoi persecutori, ha offerto il suo corpo perché noi da lui avessimo la vita. 
Certo è che quando cercava di far capire ai suoi discepoli queste cose e ai suoi ascoltatori non credo che fosse possibile una comprensione piena anche con la più grande buona volontà.
Solo la sua morte da innocente poteva dare il suggello alle sue parole.
"Io sono il pane vivo venuto dal cielo... se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.... il pane che io darò è la mia carne"
Certo che Giovanni scrive il suo Vangelo dopo la morte di Gesù, dopo la discesa dello Spirito Santo da cui si è fatto illuminare.
Ma noi se glielo permettiamo, non ci possiamo capire nulla, nonostante Gesù sia morto e risorto. 
Nell'Eucaristia mangiamo il corpo di Gesù e il suo corpo viene a stretto contatto con il nostro.
Noi siamo le ostriche che includiamo non un granello di sabbia ma il corpo di Cristo che dobbiamo portare alla luce. 
C'è un processo di osmosi sì che poi siamo in grado noi stessi di fare ciò che Dio ha fatto: donare il nostro corpo, diventare cibo per gli altri. 
Gesù è la carne buona che rende buona la nostra carne. 
La Perla diventa più luminosa, più pregiata, più pura, perché lo Spirito toglie tutte le impurità. 
Oggi quindi le letture parlano del corpo e del cibo, un corpo non demonizzato come lo fu per tanti anni come strumento del maligno per indurre al peccato. 
Il corpo di Cristo nobilita tutte le parti del nostro corpo, sicché non ci sono parti vergognose e parti nobili. 
Il corpo è strumento di salvezza, è strumento d'amore per noi e per gli altri. 
Che peccato non conoscere la verità fin da piccoli! 
Io ti amo, ti adoro, ti lodo e ti benedico Signore, perché non hai guardato alla mia deformità, bruttezza, non hai guardato a nulla che non fosse la mia vita da salvare, da liberare, da accompagnare, da trasformare in vita tua. 
Grazie Signore perché non hai detto come tutti quelli che mi hanno vista appena nata"Quanto è brutta, quanto è nera!"
Papà disse, guardandomi, che gli dispiaceva solo che fossi femmina, perché non avrei trovato marito, ma aggiunse "Questa qui guai a chi me la tocca!"
L'hai detto tu per primo, vero Signore? 
"Questa qui i guai a chi me lo tocca!"
A te non importava il colore della pelle, non che io fossi così brutta. 
Allo sposo ci avresti pensato tu, perché tu Signore hai detto."Sarai mia sposa per sempre".
Tu mi avresti sposato e questo avverrà.
Sposa per sempre del mio Creatore! 

venerdì 10 agosto 2018

" Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo"(Sal 126,5)




SAN LORENZO

" Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo"(Sal 126,5)

Oggi la tua paola Signore non è consolante, ogni versetto che ho letto da quando ho aperto gli occhi parla di morte, di croce, di rinnegamento, di lacrime.
Ho cercato di fare mie le parole di San Paolo che ho trovato nella liturgia delle ore, In cui si parla di consolazione ricevuta e data in ogni tribolazione.
Certo è che man mano che proseguivo la lettura di quello che oggi tu volevi dirmi, il tuo volto lo vedevo severo e accigliato, esigente in ogni cosa, e mi riusciva difficile percepirne la tenerezza e l'amore di cui sento oggi, in questo periodo della mia vita particolare, bisogno.
Ti ho sentito e continuo a sentirti un Dio intransigente e severo, anche se per il nostro bene.
Anche io sono stata intransigente e severa nei confronti delle persone che mi sono state affidate, di cui mi sono fatta carico, ma le ho accompagnate con le regole più che con gesti d'amore e di tenerezza.
Un'educazione anaffettiva non poteva fare più disastri e tanto è stato, perchè il disastro più grande l'ho fatto a me stessa, disprezzando il mio corpo, vergognandomi di come ero e cercando tutti i modi possibili per coprirne le storture.
Ho usato di tutto per nascondere, mimetizzare agli occhi estranei ciò che di me non era bello per paura delle critiche e così ho preso le distanze da me e dagli altri per paura di soffrire.
Ho eretto muri, ho lavorato indefessamente per non sentirmi dire ciò che io dentro sapevo essere vero, che non volevo venisse alla luce.
Ora che esibisco le mie infermità, che mi faccio vanto della mia debolezza, per dare gloria te Signore, certo non vivo tranquilla. E mi dispiace.
Mi chiedo perchè proprio a me, perchè per così lungo tempo devo pagare le colpe non solo mie ma anche quelle che mi sono state trasmesse, perchè la tua scelta è caduta su di me e non mi togli gli occhi di dosso,perchè devo soffrire sempre come una bestia e non avere neanche un momento di tregua, di pace del corpo oltre che dello spirito.
Per questo oggi sono polemica nei tuoi confronti Signore e mi viene in mente l'atteggiamento di Elia perseguitato che si voleva lasciare morire perchè non ce la faceva più.
Tu non hai permesso che morisse di fame, ma lo hai supportato per tutti i quaranta giorni che gli ci vollero per uscire dal deserto.
Ma quanto durano questi quarant'anni? 
Perchè hai messo davanti ai miei occhi tante cose belle e poi te le sei riprese e continui a riprendertele, man mano che passano gli anni?
Perchè non mi prendi sulle spalle, come il buon pastore con l'agnellino appena nato, come un padre il figlio che non sa camminare... perchè Signore a me sono negate carezze e tenerezze e abbracci di cui io non sono capace?
Perchè questa paralisi del cuore che si è trasferita al mio corpo legato con cento funi di ferro e quando non bastano con busti, gessi, tutori, protesi di ogni tipo?
Un giorno certo capirò, un giorno ti vedrò, un giorno ti abbraccerò perchè ti vedrò faccia a faccia e più non ti nasconderai nelle tue benedizioni che entrano rompendo i vetri.
"se il chicco di grano non muore...Va vendi tutto....rinnega te stesso....prendi la croce e seguimi....beati gli afflitti...i perseguitati.."
Il tuo Signore oggi mi sembra proprio un linguaggio duro e impietoso.
Per questo ho chiamato in mio soccorso Maria, la madre che ci hai donato, che ci ha adottato, a cui mi sono consacrata, perchè mi faccia fare l'esperienza della gioia, di quel "Kaire!", "Rallegrati!" che l'angelo le disse, perchè tu Signore eri con lei, sei con lei.
Voglio anch'io rallegrarmi, ritrovare la gioia di essere salvata qualunque sia il prezzo da pagare.

giovedì 9 agosto 2018

Lo sposo




"Ti farò mia sposa per sempre" (Os 2,21)

Vorrei sentire il tuo sguardo posarsi su di me, vorrei essere da te consolata, rassicurata, stretta al cuore, vorrei Signore non sentirmi così smarrita di fronte a questo corpo in disfacimento.
Vorrei Signore sentirmi la tua sposa e sentirmi al sicuro tra le tue braccia.
Tante paure mi assalgono, ultimamente ho crisi di panico che pensavo non potessero più riguardarmi da quando ti ho incontrato. Purtroppo questo corpo se ne va per conto suo e ogni giorno ne inventa una per farmi soffrire, ma anche per farmi alzare gli occhi al cielo e farmi collegare a te.
Il dolore, la sofferenza è ciò che mi unisce al te, mio Sposo e forse, se non fossi così sofferente, non riuscirei a stare tanto vicina alla tua parola, a pendere dalle tue labbra, non riuscirei a pregare, perché sarei impegnata a fare altro.
Non voglio più pormi domande Signore.
Sono molto stanca.
Il pensiero che tutti questi percorsi che io continuo a fare per alleviare il dolore, per trovare un antidoto, per cercare una soluzione, non servono a niente mi smarrisce.
Questa vita Tu me l'hai donata e a suo tempo, mi hai fatto godere delle sue gioie senza che te ne rendessi merito e te ne fossi riconoscente, perché non ti conoscevo.
Era tutto scontato per me.
Ora Signore è arrivato il momento del silenzio. 
Non penso che servano parole a te Signore, perché non ti devo dare consigli, perché non sei capace di fare il tuo mestiere, non devo aprirti gli occhi perché tu vedi prima ancora che io mi renda conto di quello che ho davanti.
Tu soffri con me, patisci con me, sei con me, Signore.
Io sono qui.
Mi presento davanti al tuo altare come offerta, fa' tu quello che credi, però donami la forza, Signore, il coraggio, la fede.
Donami un cuore puro, una mente libera, uno spirito forte.
Fa' che possa, sappia affidarmi completamente nelle tue mani, fa' che ami la tua volontà, fa' che la tua volontà diventi la mia gioia.
Signore fa che nessuna lacrima, nessuna tristezza, nessuno smarrimento sia fine a se stesso, ma abbia un senso, che sia la chiave per aprire tante porte, per portarti tanti cuori aperti alla tua grazia.
Io non vedo se non in minima parte gli effetti di questo dolore, il mio e quello di tante persone che, come me, soffrono.
Ma tu lo vedi, tu sai tutto Signore.
Come quando si costruisce un grattacielo o una grande opera, solo il progettista ha la visione dell'opera finita.
Mi viene in mente l'immagine del massiccio del Gran Sasso in cui le montagne sono messe in una posizione tale che, per chi  guarda dalla costa adriatica, assume le fattezze di una bellissima donna distesa sull'orizzonte, la Bella Addormentata.
Mi ha sempre affascinato pensare che quella splendida opera d'arte è frutto dell' insieme di tante montagne piccole o grandi, belle o brutte che formano un capolavoro solo se le guardi da lontano.
Quando ci sei dentro infatti, quelle montagne non hanno nessuna attrattiva.
Cosa dirti Signore che non ti abbia già detto?
Pagine e pagine ho scritto in questi anni di conoscenza, di fidanzamento, di preparazione al matrimonio che mi chiami a celebrare... tante lettere che mi gira la testa,
Forse ti ho intontito di chiacchiere,anzi sicuramente, ma è stato un modo per tenermi collegata con te.
Ultimamente ho pensato che forse bastava quello che avevo già scritto e che avevo meditato abbastanza.
Da un po' di giorni sto riprovando il gusto di mettermi alla tua presenza e ascoltarti.
"Ti ho amato di amore eterno"..." Ti farò mia sposa per sempre"...
Come resisterti?
Come fare a meno di te?
Signore questa mia vita così tribolata, in cui io non vedo che fatica e dolore, possa guardarla con i tuoi occhi e amarla con il tuo cuore.
Per questo ti prego questa mattina. 

martedì 7 agosto 2018

"È un fantasma!".(Mt 14,26)

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"È un fantasma!".(Mt 14,26)  

Nella Bibbia si alternano momenti di grande di tribolazione a momenti di grande gioia, schiavitù e liberazione, peccato e salvezza, rifiuto, tradimento e perdono.
In tutto l'Antico Testamento non c'è situazione che si risolva felicemente una volta per tutte, perché nella storia di Israele tutto ciò che viene conquistato o riconquistato poi si perde di nuovo.
Solo nella storia di Giobbe, chiaramente inventata, la soluzione sembra appagare il lettore perché i beni materiali e la salute tornano a Giobbe che non aveva peccato e che aveva continuato a credere nella giustizia misteriosa di Dio.
Il compenso per tutte le tribolazioni lui lo vide su questa terra, ma anche per lui arrivò il tempo di lasciare tutto e di morire.
Non sappiamo se affrontò l'ultimo momento della sua vita con serenità e con il sorriso sulle labbra. Certo che morire con la consapevolezza di rimanere in vita attraverso i figli e i beni allora poteva essere consolante, rassicurante, ma la morte fa sempre paura, a mio parere, ieri oggi sempre.
Dicevo che a leggere la Bibbia non si assiste a niente di definitivo, di certo e, anche quando il popolo diventa un grande popolo e la monarchia raggiunge il massimo splendore, assistiamo ad un tracollo, ad una parabola discendente, perché niente è e definitivo.
Poi arriva Gesù che parla di qualcosa che non è destinato a finire, qualcosa di stabile, duraturo, di una vita eterna che realizza tutte le massime aspirazioni dell'uomo.
Gesù parla di un Bene infinito di una gioia infinita, di una comunione infinita, di una pienezza di una perfezione che non teme lo scorrere del tempo.
Questo è venuto ad annunciarci non solo con le parole ma soprattutto con la sua vita, dove amore e odio, tradimento e somma dedizione coesistono, dove troviamo chi gli profuma i piedi rompendo un vaso di olio preziosissimo o o chi lo tradisce con un bacio di notte, chi crede in lui ma tentenna e cade nel momento della prova, chi lo segue lasciando tutto, chi lo lascia solo pur essendo stato fatto partecipe del mistero più grande sul monte della Trasfigurazione.
La vita di Gesù è una vita di ricalcolo continuo come quella di ogni uomo.
Non c'è cosa che non dobbiamo volenti o nolenti sottoporre a revisione, se vogliamo evitare di affondare.
Gesù, ogni volta che faceva un miracolo o doveva affrontare una situazione difficile, si ritirava pregare, si connetteva con il campo base, mi viene da dire, da dove gli veniva il segnale di come procedere, dove andare senza sbagliare direzione.
Gesù è l'intermediario, è colui che ci rimanda il segnale, per non perderci.
In un mondo in cui gli imput sono contraddittori, perché promettono quello che non danno, in un mondo fatto di illusioni, di falsi profeti, è fondamentale servirsi di questo mirabile navigatore che ci indica, attraverso la sua Parola, il cammino da seguire.
Dobbiamo fidarci perché la sua è una connessione stabile, continua.
E' lui il garante che non ci fa perdere l'orientamento anche quando è notte e abbiamo perso la bussola e il cielo è coperto di nuvole spesse.
A volte gli eventi ci spaventano a tal punto che scambiamo le ombre per pericoli reali, ostacoli insormontabili e non riconosciamo Gesù, il volto di Dio, perché siamo abituati a dargli i nostri connotati.
La verità non sta tanto nell'aspetto esteriore quanto nella verità insita nelle sue parole.
"Non temete, sono io!".
Ci dovrebbe bastare quando le grandi acque rischiano di sommergerci e di farci affogare.
"Non temete, sono io, sono qui!".
La paura che ottunde la mente, ci chiude gli occhi, la paura fa brutti scherzi.
Da piccola non conoscevo cosa fosse.
Mi ero convinta che non era degna di esistere perché nessuno se ne faceva carico almeno di quella che mi riguardava personalmente.
Così come tutte cose che non si sa come affrontare, l'ho rimossa, seppellita nel mio cuore, nella parte più profonda e sono andata avanti come se quel sentimento non mi appartenesse.
È venuto poi fuori alla grande dopo che le sicurezze acquisite per non dipendere da niente da nessuno sono naufragate.
Paura di andare da sola: la stessa paura di mamma, che l'ha accompagnata fino alla morte.
Io mi dicevo, quando ne presi coscienza che, se avessi avuto la fede non mi sarebbe successo.
Vinsi la paura lavorando 11 anni su me stessa per riconoscere i sentimenti che avevo rimosso e per comprendere quelli degli altri.
Quel lavoro mi aiutò a uscire fuori da me stessa ma per tornarvi con il trofeo di essere capace di guardare anche dentro il pozzo altrui.
Mi specializzai nel dare consigli, nel trovare soluzioni, nel risolvere problemi, nell'aiutare chiunque fosse nel bisogno.
Ma il punto di riferimento ero sempre e soltanto io. L'autoreferenza era grande.
Non avevo incontrato il Signore.
Ma nel momento in cui mi è stato tolto il palcoscenico, il microfono, e gli spettatori se ne sono andati, l'angoscia, lo smarrimento, il non senso mi caddero addosso fino a tramortirmi.
Fu allora che su quella strada in cui avevano fatto scempio di me passò il Signore, il buon samaritano.
Mi vide, si fermò, provò compassione, si chinò su di me, versò l'olio sulle mie ferite e mi caricò sulle spalle..
Ciò che toglie la paura è sentirsi guardarti, accolti da qualcuno che ti parla quando è buio, quando il mare è in tempesta, nel silenzio della notte, nella solitudine dei nostri appartamenti.
Qualcuno che ti parla e ti dice: "Non temere, sono io, sono qui per salvarti."
Tu sei Signore quella persona che mi ha parlato e mi ha teso la mano perchè smettessi di avere paura e ti riconoscessi anche e soprattutto nelle tempeste della mia vita.

Tempesta


VANGELO (Mt 14,22-36)
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.

Pensarono: “È un fantasma".
Il vangelo di oggi ci parla di quanto sia importante non perdersi di vista, altrimenti si corre il rischio di non riconoscere la persona che diciamo di amare.
San Giovanni nella prima lettera dice che se uno ama veramente non ha paura di nulla, perchè il timore è contrario all'amore.
I discepoli, del miracolo dei pani e dei pesci non ci avevano capito granchè, e si erano limitati ad obbedire all'invito di Gesù, di salire sulla barca e di precederlo sull'altra riva.
E accadde quello che spesso ci accade, quando il fare ci fa dimenticare la persona per la quale ci stiamo muovendo.
La perdiamo di vista e, quando siamo in panne non la riconosciamo, anzi ci spaventiamo, perchè non siamo abituati a confrontarci con chi non sappiamo dove poggi i piedi, quale sia il suo stabile e incrollabile riferimento. Gesù ci vede affaticarci sui remi, anche quando sembra si sia distratto, vede il vento contrario, la nostra paura nel non riconoscerlo e ci placa la tempesta dell'anima, il tumulto dei pensieri, ci riconduce a sè con la sua parola:“Coraggio, sono io, non temete!” e sale sulla nostra barca, e il vento cessa di soffiare.
Se noi abbiamo paura di affondare nei fragili gusci di noce con i quali pretendiamo di attraversare il mare, quando si scatena la tempesta, Lui non si tira indietro, affronta con noi il pericolo e lo domina e lo sconfigge, perchè non ha mai perso di vista il Padre e quelli a cui il Padre lo ha mandato.
Perciò si era ritirato a pregare.

lunedì 6 agosto 2018

"Questi è il mio figlio prediletto ascoltatelo!"


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TRASFIGURAZIONE

"Questi è il mio figlio prediletto ascoltatelo!"

Abbiamo bisogno di ascoltarti Signore, ogni giorno, ogni momento aprire le orecchie alla tua parola, balsamo dell'anima, del cuore, della mente. 
Ne abbiamo bisogno Signore perché le tue parole ci danno vita, ci danno gioia, consolazione, speranza, liberazione dai pesi che a volte sembrano schiacciarci, dai mali che sembrano disintegrarci, dagli ostacoli che sembrano insormontabili, da prove ripetute nel tempo che ci tolgono il respiro e ci mettono nella tentazione di arrenderci al nemico.
La tua parola è spirito e vita. 
Ti voglio ringraziare, lodare e benedire, perché in questi ultimi giorni le tue parole mi hanno fatto vedere le cose con i tuoi occhi, mi hanno tolto la paura, il dolore, la rabbia, mi hanno fatto superare guadi di morte, angosciosi, in cui putride acque alimentavano serpenti velenosi. 
"Coraggio, sono io, non temere!"," sono con te dovunque sei andato", mi sentivo ripetere ieri mattina al mare quando una crisi di panico si era impossessata di me, a cui tu avevi affidato il piccolo Emanuele, al mare.
La testa si era irrigidita, le vertigini mi impedivano di muovermi in qualsiasi direzione. 
"Sono con te tutti i giorni, non temere, non avere paura! "
365 volte nella Bibbia ripeti questa parola come ha ricordato Don Carlino alla radio. 
Non voglio dimenticare le parole che ogni giorno tu ripeti ad ogni uomo. 
"Non temere!" mi sono sentita ieri ripetere, per superare un momento molto molto difficile...
Un tempo per quello stesso sintomo ho fatto ricorso alla scienza umana, ad un uomo perbene per  11 anni che non ti conosceva.
Non sapevo che per guarire non dovevo parlare, ma ascoltare.
Ascoltare te Signore e credere che tu sei veramente il Figlio di Dio. 
Ti ringrazio perché anche durante il funerale di Sergio, il nostro cugino barbone, le parole del vangelo di Giovanni "Non abbiate paura vado a prepararvi un posto e poi tornerò", mi sono sembrate rivolte a me con una dolcezza, con una fermezza, con una autorevolezza, con un amore che mai avevo sentito. 
Tu sei andato a prepararci un posto, Signore. 
Che cosa bella, che cosa grande detta davanti ad un uomo che ha cessato di vivere, chiuso in una bara, con il corpo in avanzato stato di decomposizione. 
Quell' incenso, quell'acqua mi hanno fatto pensare a quale grande dignità, quale grande destino ci hai riservato.
Il mio cuore si è riempito di gratitudine, di pace, di gioia e tutto ciò che è balsamo vivificante e vivificatore.
La tua parola Signore spirito è vita.
Fa che mai me ne dimentichi, ma mi stanchi di ascoltarti, mai dica: "questo l'ho già sentito, questo lo so!".
Signore mantieni aperta la mia porta a te, ti prego, non permettere che altri entrino nella mia casa a derubarla, infangarla, sconvolgerla. 
Voglio darti il posto d'onore Signore, voglio che tu diventi il mio padrone indiscusso.
Credo in te, spero in te, confido in te Signore. 
Oggi, festa della Trasfigurazione, voglio ringraziarti per i tuoi testimoni che hanno dato la vita per annunciare il vangelo, per tramandarci la tua parola. 
Grazie Signore della tua chiesa nella quale e attraverso la quale ti manifesti. 
Ieri Emanuele mi ha detto, mentre andavamo al mare ed io avevo acceso la radio per sentire la messa," A te piace la chiesa vero? "
Gli ho risposto che mi piace Gesù, che sono innamorata di Gesù, che Gesù è il mio fidanzato perché mi ama, mi protegge, mi custodisce, mi consiglia, mi consola. 
Poi Emanuele sotto l'ombrellone mi ha chiesto ripetutamente di parlargli di Gesù, delle storie di Gesù. 
E quando siamo ritornati in macchina mi ha chiesto di accendere la chiesa, vale a dire la radio.
Accendere la Chiesa, parola profetica, quella chiesa che Giacomo, Pietro e Giovanni dovevano accendere con il fuoco dello Spirito.
Anche io, attraverso Emanuele, sono chiamata ad accenderla. 
E tutto questo avveniva mentre stringevo tra le mani il rosario e ripetevo "Coraggio, non temere sono con te", mentre avevo la crisi di panico per le vertigini. 
Grazie Signore.
"Ascoltatelo!"
 Ti voglio ascoltare Signore. 
Parla, il tuo servo ti ascolta.



sabato 4 agosto 2018

Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello!



VANGELO (Mt 14,1-12)
In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!».


Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta.
Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». 
Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre. 
I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.

Parola del Signore 



Ad essere se stessi non sempre ci si guadagna. Spesso, anzi, si fa una brutta fine.
Oggi il vangelo ci parla di quella di Giovanni Battista, il più grande dei profeti, che ci ha rimesso la testa a dire ad Erode che stava sbagliando.
La verità rende liberi anche quando il prezzo è molto alto.
Il rischio del rifiuto, della persecuzione e della morte è tangibile, reale.
Ce ne vuole di fede per credere, quando vediamo come va a finire.
Bisogna proprio averLo incontrato Gesù, per non disorientarsi di fronte ad una fine di questo genere, e credere che questa non è che l'inizio di un'altra storia, immensamente più entusiasmante.
Giovanni Battista,viene definito da Gesù il più grande dei profeti
"Io vi dico, tra i nati di donna non c'è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui" (Lc 7.28)
Riconoscere e tenere nella giusta considerazione chi ci ha annunciato il Vangelo della salvezza è importante da un lato, per non dimenticare a cosa ognuno di noi è chiamato, dall'altro, per essere grati a Dio di ciò che ci ha trasmesso attraverso di loro.
Gesù ci ha immesso in questa relazione vitale, attraverso il suo sacrificio, e noi non dobbiamo avere paura di perderci, perché il fatto che ciò che è narrato risalga a due millenni fa, non ci deve allontanare dal fondamento della nostra fede.
Con il suo sacrificio Gesù ha reso stabile l'alleanza e ha garantito all'uomo la sua presenza attraverso lo Spirito.
Ogni Cristiano con il Battesimo diventa re, profeta e sacerdote.
Siamo quindi tutti chiamati a testimoniare l'amore che salva, a rendere visibile Dio al mondo.
È lo Spirito Santo che unisce la nostra storia, che cementa le nostre amicizie, che rinsalda i fili spezzati, che ricompone le fratture di legami infranti, rivitalizza quelli usurati, ne crea di nuovi.
Ciò che Gesù è venuto a fare, è ridare all'uomo l'unità originaria spezzata con il peccato.
Solo ricomponendo lo specchio, riprendendone i frammenti, noi possiamo vedere riflessa l'immagine del nostro Creatore.
Il compito di ogni battezzato è collaborare a che questo si compia, essendo ognuno un frammento di quello specchio originario nel quale Dio si è specchiato.
Erode era attratto dalla figura di Gesù, ne era affascinato e lo ascoltava volentieri,
Aveva trovato la luce, ma non aveva scelto di entrare in una relazione profonda e vitale con Lui, non avendo saputo rinunciare a ciò che pensava gli desse valore e lo definisse:il potere, il successo, il denaro, il piacere.
Così fa uccidere Giovanni Battista.
La novità dell'annuncio, la curiosità suscitata dalle parole di Gesù non gli fanno decidere di staccarsi dalle cose su cui basava la sua esistenza.
Ci sono persone che si attaccano alle cose e alle persone per possederle, per dominarle, per dominare, per sentirsi vivi, per avere un'identità.
L'identità viene da ciò che posseggono e si sentono persi quando tutto questo viene a mancare,
L'uomo che trae il suo esistere da ciò che possiede è portato ad avere sempre di più, ad ammassare, a cercare in modo parossistico ciò che man mano gli viene meno.
Si destabilizzano qualora i loro averi diminuiscono o gli vengono tolti.
Chi per patrimonio ha il Signore, cioè l'amore, non ha paura di niente, perché è Lui che dà e continua a dare all'uomo tutto ciò che gli serve, per realizzare pienamente la sua persona, per continuare a vivere per sempre.
Due uomini a confronto: entrambi sono entrati in contatto con Gesù, ma solo chi ha scelto di farsi definire da Lui continua a vivere.

venerdì 3 agosto 2018

" Non tralasciare neppure una parola." (Ger 26,2)




" Non tralasciare neppure una parola." (Ger 26,2)

Mi chiedo quanto sia giusto meditare la parola di Dio, trascrivere i miei pensieri per donarli agli altri, pensieri ispirati dal desiderio di diffondere il vangelo e di portarlo fino agli estremi confini della terra e vivere una situazione di estrema precarietà, di dolore continuo, di impossibilità di porre rimedio ad una sofferenza che sembra non avere mai fine.
Nella mia meditazione mattutina vorrei tanto chiedere al Signore una tregua a questo dolore che mi sta portando alla morte, morte dei pensieri, morte della speranza, morte di Dio.
Non sia mai detto che questo accada!
"Mi si attacchi la lingua al palato se ti dimentico Gerusalemme!"
Eppure la vita scorre così, tra speranze e delusioni, cadute rovinose e impensabili guarigioni operate da Dio.
Ho consultato tanti, tutti  i medici, ho percorso tutte le strade della medicina ufficiale e  alternativa e non credo che ci sia più niente da scoprire ancora.
Solo il Signore sa, solo il Signore mi svelerà il mistero di questo corpo che è diventato una prigione dalla quale vorrei tanto fuggire. Questo corpo mi permette di fare sempre meno cose rispetto ad un tempo e l'unica attività che mi è rimasta è quella di meditare e di diffondere la parola di Dio con fatica unita a tanta Grazia.
Il nemico mi perseguita e si accanisce sul mio corpo, questo corpo che Dio mi ha donato, questo corpo che è segno di morte e di resurrezione, segno che non sempre c'è corrispondenza tra quello che si vede e la grazia che lo sostiene.
So che non mi è lesinato il Suo aiuto,  percepisco la Sua vicinanza, percepisco il Suo sostegno nel portare il Vangelo e chi non lo conosce e cantare le Sue Lodi e suscitare ammirazione, stupore, interesse per ciò che Lui ha detto, per ciò che Lui ha fatto.
Non posso negare che quando parlo di Lui le persone in parte rimangono stupite, altre invece sì allontano, cambiano stanza, cambiano posizione, mi abbandonano, mi mettono alla porta. 
Penso alla triste sorte di dei profeti, di Geremia in particolare, che per amore del Signore, a costo della propria vita, non ha trascurato di dire tutto ciò che gli veniva comandato.
Penso alla triste sorte di Gesù che all'inizio fu disprezzato dai suoi paesani per il fatto che non aveva le credenziali giuste per poter dire cose di così alto peso riguardanti Dio e la Sua parola che in Lui si attualizzava.
Nella nostra società quello che conta non è tanto il valore personale quanto quello di essere figlio, fratello, parente di qualcuno che conta per avere un posto di lavoro ben remunerato,  per ottenere un favore, per ricoprire un alto incarico.
Quanti raccomandati vivono di rendita senza aver sudato, senza essersi mai spesi per una giusta causa!
E Gesù non era figlio di uno qualunque dei capi di questo mondo, era figlio di Dio e aveva la credenziale massima, aveva tutto ciò che era necessario per essere creduto, accettato, accolto, osannato.
Ma la sorte dei profeti è segnata, come Geremia anche Gesù sarà condannato a morire; ma solo Gesù risusciterà il terzo giorno e darà a noi la possibilità di rientrare in quel giardino che Adamo ed Eva non seppero custodire, del quale non seppero prendersi cura.
Con il battesimo siamo diventati i figli di Dio e chiamati a testimoniare il Suo amore nel mondo ai nostri fratelli.
Mi chiedo cos'è che fa la differenza, a distanza di tempo, tra quelli che hanno onore e gloria da vivi e quelli che invece solo dopo la morte vedrano germogliare, fruttificare ogni parola uscita dalla loro bocca, ispirata da Dio.
La vita è sofferenza da qualunque posto la si guardi.
C'è chi soffre nello spirito e c'è chi soffre nella carne.
Ma il dolore senza Dio è l'inferno.
Ad ognuno Dio dà gli strumenti  per diffondere la Sua parola.
I corpi malati sofferenti, sono uno strumento potente di salvezza per se stessi e per gli altri.
Dio ci ha salvato attraverso il corpo, noi dobbiamo fare altrettanto perchè il Suo sacrificio diventi efficace.
Gesù non si è trattenuto nulla per sé.
Non posso tirarmi indietro e dire "basta perché non ce la faccio, perché sono stanca, perché sono sola, perchè tu sei lontano e non mi aiuti quando te lo chiedo e non mi guarisci"
Non posso chiedere a Dio se non amare la sua volontà e desiderare che diventi la mia unica gioia, anche se la Sua volontà mi porta a morire per Lui.

giovedì 2 agosto 2018

"Estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche"(Mt 13,32)


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"Estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche"(Mt 13,32)

Voglio soffermarmi su queste parole che concludono il vangelo di oggi e interrogarmi su cosa significhi estrarre cose nuove e cose antiche da un tesoro.
Gesù aveva iniziato il discorso sulle parabole del regno così" Il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo...."
Il regno dei cieli quindi è il tesoro.
Purtroppo non tutti sono disposti a vendere tutto per averlo.
Pensiamo al giovane ricco che se ne andò triste perchè aveva molti beni a cui non voleva rinunciare.
Ci sono cose di cui capiamo il valore subito, in tempo, e altre che ci lasciamo sfuggire perchè troppo attaccati alle cose del mondo.
Possiamo essere schiavi del denaro, ma anche degli affetti, non disposti ad anteporre Gesù al prestigio sociale, alla carriera, alla salute e a tutto ciò che umanamente ci sembra indispensabile.
Gesù ci avverte perchè prima o poi nella rete finiamo tutti, buoni e cattivi, ma solo i buoni non vengono ributtati in mare.
La sorte dei cattivi sembrerebbe la migliore a prima vista, ma lo scopo per cui siamo stati creati, la nostra funzione è dare vita all'altro, per questo dei normali pescatori di pesci, divennero pescatori di uomini.
Gesù non ci chiede di cambiare mestiere ( cose antiche), ma di mettere il nostro mestiere a servizio del regno(cose nuove).
Essere quindi pescati e ritenuti buoni per il banchetto eucaristico è aver trovato il tesoro e averne capito il dinamismo vitale.
Non è forse vero che in ogni eucaristia diventiamo corpo di Cristo donato ai fratelli?
Le cose vecchie sono passate ecco sono nate delle nuove!
Se ragioniamo come il mondo a nessuno fa piacere essere mangiato, ma se entriamo nella logica di Cristo più ci svuotiamo, più ci riempiamo, più ci doniamo agli altri più Lui ci riempie di sè.
Cose nuove e cose antiche trovano in Gesù la ragione di tante nostre tribolazioni, ricalcoli, rifiuti.
Gesù con la sua luce riesce a dare valore anche alle esperienze più dolorose, umilianti, riesce a dare un senso a vite senza valore, a renderci felici se ci sentiamo innestati a Lui per fare le stesse cose che ha fatto Lui.
Quante esperienze dolorose alla luce della fede sono emerse come carezze di un Dio che non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande!

martedì 31 luglio 2018

"Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà"(Ger 14,20)




Meditazione sulla liturgia di
martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario(anno pari)

"Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà"(Ger 14,20)

Sono qui Signore davanti a te.
Voglio togliermi i sandali per entrare nello spazio sacro alla tua presenza e stare in silenzio a contemplarti, ad ascoltarti, a lasciarmi plasmare, fondere da te.
Sono qui tutta orecchie, Signore, per ascoltare la tua parola, per meditarla e farla diventare mio sangue, mia vita, mio respiro.
Tutto hai creato per il nostro bene, tutto hai messo ai nostri piedi, Signore.
Perdonaci perché abbiamo dato per scontate tante cose, non ti abbiamo ringraziato, lodato e benedetto per tutto ciò che oggi vedo che mi manca, che non ho più. 
Ti ringrazio Signore perché mi hai fatto provare la gioia di essere tua figlia e mi hai sempre sostenuto in questo percorso che io ho fatto anche senza conoscerti.
Apri i miei occhi, la mia mente, il mio cuore all'accoglienza della tua parola, all'accettazione della tua volontà, al desiderio di farla mia, al desiderio di gioire per essa.
Nella mia vita sei stato sempre al mio fianco, non ho dubbi, anche se non ti vedevo e specialmente nei momenti più tristi, più bui tu hai operato nel nascondimento, con discrezione, perché non volevi violare la mia libertà, ma  portarmi in salvo con il mio sì.
Voglio essere per te Signore una cintura di gloria, quella cintura che non voglio si corrompa nelle acque di un fiume tra due pietre, una cintura che dia gloria onore non a me, Signore, ma a te perché tu e solo tu ne sei degno.
 Il linguaggio del Vangelo oggi è duro, perché parli della separazione tra buoni e cattivi quando il tempo sarà compiuto e a tutti avrai dato la possibilità di salvarsi.
Tu vedi tutto Signore, tu già conosci come andranno a finire le cose.
Sento l' ineluttabilità di questa separazione del grano dalla zizzania, anche se non me ne rallegro.
Vorrei che l'inferno fosse vuoto, ma tu l'hai detto Signore.
Non sei tu che vuoi la nostra morte, ma siamo noi che decidiamo di morire stando lontano da te.
La prima lettura, (Ger 14,17-22) ci dà la chiave per non fare la fine di quelli che sono condannati alla dannazione eterna.
E' una richiesta di perdono, una presa di coscienza del proprio peccato, un desiderio di seguirti, riconoscendoti Signore di tutte le cose, tu che fai piovere e fai crescere, tu che hai dato vita al mondo con una Parola, soffiandoci il tuo spirito di vita.
Oggi voglio meditare sulla necessità di prendere coscienza del mio peccato, il " mea culpa" che facciamo prima di ogni Eucaristia, confessando a te e ai nostri fratelli che abbiamo peccato, molto peccato.
Non è un caso Signore che ogni messa cominci così.
Confesso che  non ho mai dato tanta importanza a questa parte iniziale della messa e, anche se arrivavo un po' inritardo, non me ne davo pensiero, perché ritenevo importante solo quello che veniva dopo.
Tu ci inviti Signore alla tua mensa, ci chiami anche se siamo indegni.
Grazie Signore perchè mi hai portato a capire che è necessario mettersi il vestito giusto, perché la tua parola porti frutto, avere un atteggiamento contrito per accogliere la tua grazia.
Come dice il Salmo 51" Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi."
Solo così puoi moltiplicare la nostra povera offerta sì che ne possiamo essere nutriti noi e quelli a cui tu ci mandi. attraverso il segno della pace e della riconciliazione.
Signore aiutami a prendere coscienza del mio peccato e a presentarlo a te perchè possa  trasformare la maledizione in una benedizione.
Signore del tempo e della storia, Signore di tutti, ti presento questa giornata e ti chiedo di poterla vivere nella gioia di compiere la tua volontà, nella gratitudine per tutti i tuoi doni.