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martedì 8 ottobre 2019

Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)



SFOGLIANDO IL DIARIO...
8 settembre 2013
martedì della XXVII settimana del tempo ordinario
ore 6:20

Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)

Quando Gesù fece la moltiplicazione dei pani e dei pesci disse ai suoi discepoli:" fateli sedere", riferendosi alla folla che da tre giorni lo seguiva.
Per incontrare Gesù, per conoscerlo, per amarlo, per servirlo meglio, è necessario sedersi.
Nell'Equipe Notre-Dame questo dovere di sedersi è alla base di tutta la spiritualità del Movimento, rivolta ai coniugi per i quali questo è il primo dovere per guardarsi negli occhi e ascoltarsi.
Ascoltare l'altro senza interromperlo, ascoltarlo senza pregiudizi, con l'animo sgombro da qualsiasi rivendicazione, mettendo a fuoco solo ciò che ci dirà, e che quello che ci dirà gli appartiene, è suo, e ci mostra come egli è.
Dovere di sedersi, dovere di ascoltare, presupponendo che l'altro abbia ragione perché sta parlando di se stesso, anche quando non sembra.
Il servizio alla persona non può prescindere da una preventiva disponibilità all'ascolto.
Molto spesso pensiamo che sia giusto quello che facciamo e ci lamentiamo della fatica e dell' ingratitudine dei destinatari dei nostri sforzi, senza mai chiederci se veramente è quello di cui hanno bisogno.
Ascoltare è possibile solo se si riesce fare silenzio, far tacere tutte le preoccupazioni che ci attanagliano e ci legano.
Silenzio interiore... è una parola!
Giovanni, quando era piccolo, diceva che pensieri lo disturbavano e si chiedeva perché Dio aveva inventato il cervello.
Allora sorridemmo delle sue domande precoci per un bambino di 5 anni, nelle quali io mi ritrovavo a quasi 70 anni.
Gianni, mio marito, soleva dire, quando cominciarono le vie dolorose, che dovevo farmi la lobotomia, perché solo così sarei guarita, spegnendo il pensiero.
In questi ultimi tempi i pensieri non riesco a fermarli, pur volendolo, pur desiderandolo con tutto il cuore, seduta ai Suoi piedi.
Mi sembra che, come vedo offuscato, così si sono offuscati i pensieri, come è incerto e traballante il mio andare, come è impreciso ciò che faccio con le mani.
Il Signore sa di cosa ho bisogno, ma io non ci capisco più niente.
Penso al riposo, al sonno, al nulla che potrebbero in questo momento porre fine a questa agonia.
Ti chiedo perdono Signore per questi pensieri, perché vorrei riposare, dormire, non ho voglia in questo momento di ascoltarti; a te lo posso dire, tu mi capisci.
Vorrei che tutti stessero zitti, che il mio cervello, ma specialmente il mio corpo cessasse di urlare.
Mentre stavano proiettando il film a Loreto "Una storia vera" mi sono sentita male almeno nella prima ora, tanto che sentivo urgente bisogno di fuggire per andare a distendermi.
Le gambe e i piedi s'erano addormentati e volevo fuggire da quel silenzio , da quella lentezza esasperata che scandisce la storia del film...
Ho pensato quanto mi dà fastidio l'assenza di parole , andare a rilento , sì che io cerco di riempire i vuoti lasciati dagli altri con le mie parole .
È una compulsione fortissima tanto che poi non riesco a smettere, anche se me l'impongo.
Sento la contraddizione tra quanto faccio e quello che desidero fare, mi sento dilaniata, divisa e vorrei riposare nelle tue braccia Signore .
So che sarebbe la cosa migliore ma non riesco a spegnere questo cervello.
Io so che non posso tirarmi indietro , che anche il pomeriggio sarò impegnata che non troverò riposo e probabilmente non sarò in grado di ascoltarti Signore.
Non potrò sedermi davanti a te oggi, anche se ne sento forte il bisogno.
Ripulisci il mio cervello Signore, liberami da tutti i pensieri inutili e dannosi, apri una via dove sembra non ci sia, anche se non ti ho lodato, benedetto e ringraziato.

"Una storia vera" il film che hanno proiettato a Loreto i coniugi Gillini, parlava di un handicappato che comincia un viaggio alla volta del fratello che non vedeva da anni e che stava male.
L'aver litigato ferocemente con lui dopo un periodo dell'infanzia veramente idilliaco (la cosa che ricordava era il cielo stellato su cui convergevano i loro sguardi, quando il sole tramontava, un cielo che li incantava e nel quale si perdevano, un cielo stellato che non appartiene a nessuno e tutti possono goderne)
Nel corso a cui stavamo partecipando (Nonni che fortuna!), una signora della nostra età, ricordando un gesto, un'emozione, un profumo, un gesto... ( ce l'avevano dato come compito) ha detto che il nonno per farle passare la tristezza se la metteva sopra le spalle e le diceva di tirare su le braccia perché così avrebbe toccato le stelle.
Un'altra ha ricordato il velo che avevano messo sulla bara del nonno che non le fece impressione, non la spaventò, perché le sembrò cosa bella per custodire anche in futuro stenderci un velo senza nascondere i tesori.
Non so perché sto dicendo queste cose, visto che volevo fare la relazione sul corso a cui abbiamo partecipato a Loreto.
A me venne in mente, ma non lo dissi, che l'immagine più forte che mi trasmise mio padre, fu la carezza, il buffetto che suo padre, morto a 28 anni, gli dette, mentre stava in braccio a sua madre.
Era l'unico ricordo che gli aveva lasciato, una carezza...
Era un ricordo che non mi riguardava all'apparenza, ma se ci penso, forse è la nostalgia di una Tua carezza che mi aiuta a sperare che ti ritroverò mio Signore e in silenzio mi siederò ai tuoi piedi per farti parlare...


venerdì 5 aprile 2013

« Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò » (Gn 1,27).

Oggi mentre leggevo un articolo  sull'empatia molto femminile di papa Francesco, mi sono ricordata di mio padre.
Me lo ha fatto pensare questa domanda che si pone la Tamaro, «Perché è ancora così difficile – si interroga l’autrice nel suo ultimo libro, intitolato “Via Crucis. Meditazioni e preghiere” -, nel terzo millennio, far percepire alla società che il “potere” al femminile si declina come servizio?».

Papà, ogni volta che parlava del suo lavoro, per raccordare gli orari della famiglia ( era ferroviere), diceva:
« Vado in servizio, sono in servizio o smonto dal servizio».
Non l'ho mai sentito dire che andava a lavorare.
Papa Francesco e mio padre e tutti gli uomini, maschi e femmine, fatti a Sua immagine e somiglianza, sono progettati per pensare e vivere così.

Grazie papà






martedì 20 marzo 2012

A mamma e papà

Il 20 marzo 1941 i miei si sono sposati. Oggi sarebbe stata la loro festa. Voglio ricordarli con le parole che il 20 marzo del 2001 mi sono uscite dal cuore, quando in chiesa hanno, dopo 60 anni, rinnovato le promesse matrimoniali.


Sessanta anni fa, un'altra chiesa, un giorno che sembrava uno dei tanti, accoglieva una coppia di giovani che, davanti a Dio presentavano le loro speranze, il loro progetto d'amore, deponendo ai suoi piedi i loro pesanti fardelli.

Percorsero la navata centrale non attraverso un tripudio di fiori, né flash di fotografi; non erano accompagnati da maestose e struggenti melodie di cantori scelti e chiamati per l'occasione, né dalla marcia nuziale suonata da un esperto pianista.

Non c'erano damigelle d'onore a sostenere lo strascico di un vestito che era quello normale di un giorno di festa un tantino speciale.

Ad attenderli nei banchi non c'erano invitati di rango, toilettes sfavillanti e pompose acquistate in negozi di lusso, né, a cerimonia finita, c'era un improbabile e sfavillante vettura che li portasse in un esclusivo ristorante alla moda.

Di quel giorno niente parve importante, né i pochi e modesti regali, né il nido che li avrebbe accolti, perché neanche a quello avevano potuto pensare, visto che lo sposo doveva partire, senza sapere se sarebbe tornato.

Gli occhi commossi, inumiditi dal pianto, l'affetto stampato sui volti, il piacere genuino dei familiari chiamati a raccolta, quelli sì che facevano intendere che non era un giorno qualunque, sfida ai tanti, troppi lutti recenti, ai colpi inclementi di una vita che avara mostrava il suo volto benigno.

Il raggio di luce di una rinnovata speranza aveva rischiarato la Chiesa intorno ai due giovani che avevano deciso di dare una svolta alla fatica di andare da soli.

Quel giorno, davanti al sacerdote, gettarono la prima pietra di un edificio costruito sull'entusiasmo, sull'amore, sulla condivisione di valori veri e profondi, sulla forza, sulla tenacia, sulla generosità, sul dono incondizionato di se, ma soprattutto sulla fede semplice ma vigorosa in Dio Padre, che avevano chiamato testimone a benedire quel viaggio che si accingevano ad intraprendere insieme.

Attraverso le piccole e grandi prove di una vita passata a remare, perché il frutto del loro lavoro non venisse vanificato da un onda più alta e minacciosa, hanno visto pian piano sbocciare i fiori con pazienza e fatica piantati, hanno gioito furtivi del loro profumo, hanno accarezzato in silenzio i loro petali morbidi e vellutati, a volte pungendosi con le piccole e giovani spine, ma sempre dietro le quinte, come a chi non é dato godere.

Così noi figli siamo venuti alla luce, così siamo cresciuti nello spazio limitato della nostra casa modesta che non sempre riusciva a contenere la nostra voglia di vivere senza barriere.

Ma Dio, chiamato a santificare quell'unione, non é venuto meno alle promesse e, per tutto il percorso, ha provveduto a somministrare il suo vino, quello buono, quello delle nozze di Cana, quando da bere non c'era rimasta neanche l'acqua; ci ha accompagnato e protetti attraverso il segno di croce che mamma stampava sulle nostre giovani fronti, prima di andare a dormire.

Quel Dio ci ha sempre guardato con sguardo amorevole e attento, ci ha concesso giorni per poter condividere la gioia di ritrovarsi, dare un senso al passato, benedicendolo per l'opera meravigliosa delle sue mani specie in chi é stato, tra noi, chiamato in cielo per primo a ringraziarLo per il dono stupendo che ci era stato fatto: mamma e papà che, quel lontano giorno di marzo di 60 anni fa, non avevano gettato alle ortiche il seme fecondo del loro amore, investendo nella nuova avventura il poco che avevano in mano, ma il tanto che tenevano racchiuso nei loro cuori e che Dio ha restituito, moltiplicato, ad ognuno.



martedì 20 marzo 2001

A mamma e papà







20 marzo 1941-20 marzo 2001               




Parrocchia di S. Pietro.


Sessanta anni fa, un'altra chiesa , un giorno che sembrava uno dei tanti, accoglieva una coppia di giovani che, davanti a Dio presentavano le loro speranze, il loro progetto d'amore, deponendo ai suoi piedi i loro pesanti fardelli.


Percorsero la navata centrale non attraverso un tripudio di fiori, né flash di fotografi; non erano accompagnati da maestose e struggenti melodie di cantori scelti e chiamati per l'occasione, né dalla marcia nuziale suonata da un esperto pianista.


Non c'erano damigelle d'onore a sostenere lo strascico di un vestito che era quello normale di un giorno di festa un tantino speciale.


Ad attenderli nei banchi non c'erano invitati di rango, toilettes sfavillanti e pompose acquistate in negozi di lusso, né, a cerimonia finita, c'era un improbabile e sfavillante vettura che li portasse in un esclusivo ristorante alla moda.


Di quel giorno niente parve importante, né i pochi e modesti regali, né il nido che li avrebbe accolti, perché neanche a quello avevano potuto pensare, visto che lo sposo doveva partire, senza sapere se sarebbe tornato.


Gli occhi commossi, inumiditi dal pianto, l'affetto stampato sui volti, il piacere genuino dei familiari chiamati a raccolta , quelli sì che facevano intendere che non era un giorno qualunque, sfida ai tanti, troppi lutti recenti, ai colpi inclementi di una vita che avara mostrava il suo volto benigno.


Il raggio di luce di una rinnovata speranza aveva rischiarato la Chiesa intorno ai due giovani che avevano deciso di dare una svolta alla fatica di andare da soli.


Quel giorno, davanti al sacerdote, gettarono la prima pietra di un edificio costruito sull'entusiasmo, sull'amore, sulla condivisione di valori veri e profondi, sulla forza, sulla tenacia,sulla generosità, sul dono incondizionato di se, ma soprattutto sulla fede semplice ma vigorosa in Dio Padre, che avevano chiamato testimone a benedire quel viaggio che si accingevano ad intraprendere insieme.


Attraverso le piccole e grandi prove di una vita passata a remare, perché il frutto del loro lavoro non venisse vanificato da un onda più alta e minacciosa , hanno visto pian piano sbocciare i fiori con pazienza e fatica piantati, hanno gioito furtivi del loro profumo, hanno accarezzato in silenzio i loro petali morbidi e vellutati, a volte pungendosi con le piccole e giovani spine, ma sempre dietro le quinte, come a chi non é dato godere.


Così noi figli siamo venuti alla luce, così siamo cresciuti nello spazio limitato della nostra casa modesta che non sempre riusciva a contenere la nostra voglia di vivere senza barriere.


Ma Dio, chiamato a santificare quell'unione, non é venuto meno alle promesse e, per tutto il percorso, ha provveduto a somministrare il suo vino, quello buono, quello delle nozze di Canaan, quando da bere non c'era rimasta neanche l'acqua; ci ha accompagnato e protetti attraverso il segno di croce che mamma stampava sule nostre giovani fronti, prima di andare a dormire.


Quel Dio ci ha sempre guardato con sguardo amorevole e attento, ci ha concesso giorni per poter condividere la gioia di ritrovarsi, dare un senso al passato , benedicendolo per l'opera meravigliosa delle sue mani specie in chi é stato, tra noi, chiamato per primo a ringraziarLo per il dono stupendo che era stato fatto a lui, a noi, in mamma e papà che, quel lontano giorno di marzo di 60 anni fa, non avevano gettato alle ortiche il seme fecondo del loro amore, investendo nella nuova avventura il poco che avevano in mano, ma il tanto che tenevano racchiuso nei loro cuori e che Dio ha restituito moltiplicato ad ognuno.



Dal quaderno dei ricordi di Antonietta