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giovedì 22 agosto 2019

Mi dica...

http://www.mondadoristore.it/L-emorroissa-Antonietta-Milella/eai978882604429/
Antonietta ripercorre nel suo diario la malattia che ha accompagnato la sua vita. Il giro da un medico all’altro, da uno specialista all’altro, da un ospedale all’altro. Come scrive padre Carlo Colonna nella presentazione del libro, “lo stile letterario è fine, rende bene le molteplici situazioni di vita che Antonietta ha attraversato, veicolando con efficacia le sue osservazioni umane e psicologiche. È scorrevole e rende attraente la lettura. Il testo parla alla vita di tutti, perché chi più chi meno, prima o poi, tutti si trovano ad attraversare situazioni simili. La conclusione del libro, che corrisponde all’inizio di una nuova vita nella fede, ci fa comprendere la soluzione e il senso della sua esperienza: l’incontro vivo con Dio, illumina tutto il suo diario, che diventa una testimonianza data a Dio più che a sé stessa”.



Ottobre 2000

Quali sono state le malattie più importanti della sua vita?

Quante volte mi é stata rivolta questa domanda!

Quante volte ho risposto in modo caotico, inadeguato!

Quante volte le parole che uscivano dalla mia bocca suscitavano nell'ascoltatore noia, irritazione, incredulità dubbio, aggressività malcelata, e sempre quella sensazione che mi rimaneva appiccicata di inadeguatezza, di disorientamento, di angoscia, per non essere stata capita, per non essere stata ascoltata, per non essere stata rispettata nel mio dolore, nella mia sofferenza, nelle mia verità che sempre più diventava mia, solo mia!

Perché nessuno era in grado di penetrarvi, …perché il mio destino era segnato, …perché anch'io avevo finito per credere che erano tutte fandonie.


Così ancora una volta é capitato, ieri, 9 ottobre 2000, ancora una volta l'impressione di aver chiesto o detto troppo all'endocrinologo illustrissimo, eminentissimo, primario universitario di ...., perché avevo osato sottoporgli un quesito che da nove mesi rivolgo a tutti medici con i quali m'imbatto, volente o nolente.

Quest'ingorgo alla gola di muco, saliva o altro che mi immerge, mi soffoca e mi affoga, da cosa viene?

Fuoco e fiamme uscirono dalle narici frementi dell'Idra di Lerna, perché avevo osato chiedergli ciò che lui non sapeva, perché solo di tiroide lui s'intendeva, non un centimetro più in alto, né uno più in basso, solo di tiroide...CAPITO?...capito che il nodulo alla tiroide non dà mai, dico mai disturbi?

...e come le viene in mente di consultare un altro endocrinologo all'infuori di me?

....e chi é quel cretino otorinolaringoiatra che le ha consigliato di fare indagini in merito?

ecc...ecc...ecc..

Certo lì non si trattava di riepilogare la propria vita, ma di tentare di raccontare cos'era successo dall'ultimo controllo, fatto a dicembre 1999 in quella struttura a oggi.

Conta che tutto é nato da una difficoltà a deglutire , un senso di soffocamento specie di notte, spesso culminato in un'assenza totale di aria che non riusciva a passare per quanti sforzi facessi?

Conta che i vari esperti consultati mi hanno portato a fare indagini conclusesi con l'asportazione di un papilloma alle corde vocali a marzo, un intervento allo stomaco per l'ernia iatale e il reflusso gastroesofageo, ad agosto, e una prenotazione d'intervento per l'asportazione della tiroide a causa di un nodulo freddo di non accertata natura?

Conta che non ancora sono venuta a capo di niente?


Mi dica…

Da quando é cominciata questa incredibile storia ho imparato, man mano che procedevo, che ad ognuno dovevo raccontare una parte di tutta la storia.

Ma quale?

…a saperlo!

Così immancabilmente mi si diceva che.... no questo non c'entra, questo é ininfluente, di questo non m'intendo, di quello chi se ne importa, se dice questo é pazza, pazzo é il medico che le ha detto, fatto, suggerito quest'altro...


Mi dica...

In questi ultimi tempi, al fatidico invito, un senso di smarrimento s'impadronisce di me.

E' come se mi si chiedesse quante vene, quante arterie, quanti muscoli, quante ossa, quanto di tutto io possegga, da cosa il mio corpo è composto.

Come si può, senza essere eccessivi, raccontare quante volte hai respirato, hai mangiato,hai camminato, quante volte hai pianto, quante hai riso?

E lì ad aggiustare le tecniche, a riassumere, eliminare, ridurre, semplificare, mortificare il tutto per la parte, ingegnarsi a capire, attraverso uno sguardo, un gesto, una smorfia, se quello che vado dicendo é giusto, se può sembrare credibile.


Quando a volte prende il sopravvento l'entusiasmo di pensare che finalmente ho trovato qualcuno disposto ad ascoltarmi fino in fondo, puntuale arriva la mazzata del…e questo che c'entra?…è tutto vero ciò che dice?

Oppure (l'ultima volta ad agosto) ..diciamoci la verità, lei é una paziente che nessun medico si augura , perché di acciacchi ne ha tanti, non si sa quanti veri, quanti inventati, per cui, se decidesse di andarsene...che sollievo per tutti!


Mi dica.....

Ancora una volta ad aspettare di fare il riepilogo della mia vita, martedì 10 ottobre dal dottor G. specialista in odontostomatologia in Ancona.

Due ore di macchina, un mese di attesa perché venga il mio turno.

E l'uomo che fa per me?

Non nutro molte speranze , né mi auguro, mentre aspetto nella piccola anticamera l'uscita dell'ultimo paziente, che sia bravo, anzi prego che non capisca un tubo, che sia uno dei tanti cialtroni, così potrò curarmi i denti a Pescara, senza rimorsi.


Il viaggio, l'avevo fatto, per via di quei denti limati e di quello stato di intossicazione permanente che pare venisse da loro, e che nessuno era riuscito a spiegarmi..

Ma ormai non avevo speranza di niente.




Il tempo


Vivere il momento, questo per me era ed é diventato importante, dividere il tempo in tanti, tantissimi pezzi per poterne gustare a fondo il sapore.


"Il tempo é nelle nostre mani nella misura in cui l'infinito é nei nostri cuori"


A Champoluc (dove mi accorsi che i veri malati, i grandi malati non s'incontrano per le strade del mondo, non frequentano salotti perbene, non fanno bella mostra di se nelle vetrine di lusso), senza capirle al momento, me l'ero appuntate su un foglio quelle poche parole che avrebbero cambiato il mio correre in fretta, correre sempre senza mai fermarsi un momento.

La madre di un bimbo piccolo piccolo (...un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera…due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all'abbraccio) …quella donna così rispondeva alla mia stizza per il tempo che mi sfuggiva di mano.

Da allora, per paura di dimenticarle. ogni anno trascrivo nella prima pagina dell'agenda queste parole.

Ma la briglia talvolta si allenta e la mente corre al galoppo, senza che alcuno possa fermarla.


In quella sala d'aspetto i miei pensieri andavano ai viaggi della speranza per riequilibrare la postura, all'infanzia caratterizzata da continui problemi ai denti, neri, cariati, curati in modo inadeguato, inopportuno, colpevole.

Andavano alla mia adolescenza, accompagnata nella sua solitudine, da ascessi, mai visti così grandi, che ricoprivo con una voluminosa sciarpa per continuare la mia vita di sempre, senza che alcuno avvertisse né la sofferenza, né il dolore che andavo a nascondere…specialmente a me stessa.


Andavano i miei pensieri agli ultimi dieci anni, quando dopo un lavoro finalmente concluso da uno che se ne intende, senza limiti di spesa, solo dopo 13 giorni cominciai a zoppicare, l’inizio di un’altra avventura ben più dura di quella lasciata alle spalle...le corse affannose ed affannate per quell’ernia del disco che mi stava paralizzando, i 17 milioni dell’intervento, l’inizio di un’altra odissea ben più dura di quella non ancora lasciata alle spalle.

E le volte, mi tornavano in mente, di quando, al salvatore di turno, ripetevo che mi faceva male la spalla ed il collo, ma sempre fastidio tornava, se non stizza, rabbia, o indifferenza totale.


E poi, i viaggi a Milano, dal dott. R., per correggere il ponte troppo alto, ritenuto la causa di quell’ernia paralizzante, e l’euforia dei primi tempi, sua più che mia e la sua ironia che nascondeva sempre più la certezza che vacillava e il suo sguardo, non più diretto ai miei occhi, i suoi sfuggenti man mano che i test davano risultati sempre meno incoraggianti da quando non uno, ma due incidenti, a distanza di pochi mesi, avevano rimesso in discussione tutto il lavoro.


Gessate, Milano, Bologna, Peschiera Borromea, Macerata, Civitanova, Firenze, Modena, Pesaro…l’Autostrada tante volte percorsa per raggiungere un pezzo di scienza, lo psicologo, il fisiatra, il dentista, l'oculista, l’omeotossicologo, il fisioterapista, l’endocrinologo, il neurologo, l'otorino, l'osteopata, l'ortopedico...ecc...ecc...ecc...

Tutto mi tornava alla mente:… le solette magnetiche, la rieducazione visiva, la rieducazione posturale, la rieducazione alimentare, la rieducazione vocale, la rieducazione alla deglutizione e poi i nomi, tanti nomi di tutti quelli a cui avevo chiesto e continuavo a chiedere aiuto.


E poi quelli della ASL., tutti quelli che hanno certificato le mie malattie, vere o presunte, quelli che dovevano decidere se ero sana o malata, quelli delle visite fiscali, della Commissione Provinciale di Medicina del Lavoro, quelli delle Compagnie assicurative.

Tanti nomi, tanti volti…indifferenti, svogliati, preoccupati…

...di fare presto, preoccupati di fare bene, senza guardare mai negli occhi chi gli stava davanti.

Mi tornavano in mente gli sforzi perché ciò che uno scriveva l’altro non cancellasse o che uno cancellasse ciò che l'altro aveva scritto ... e poi…

…la resa finale.

Cosa non avevo tentato per sottrarmi all'amara e inesorabile legge?




Il problema irrisolto


E dire che ero un campione, o almeno l'avevo sempre pensato , e anche gli altri ci avevano creduto che tutto sapessi, che ero capace di uscire sempre vincente da ogni tipo di prova.

Il castello di carta, aveva scardinato la morte di mio fratello. che in poco tempo ci aveva lasciati con tante domande strozzate a chiederci perché, a chiederci quando e a chi sarebbe toccato di nuovo.


Agli esami di Stato non ero riuscita a superare la prova di matematica… ma era stata l'unica volta.

Avevo però, brillantemente superato quella d’italiano, perché, nel tema dal titolo: “La contemplazione del dolore nel Manzoni e nel Leopardi”, di dolore avevo saputo parlare, quello degli altri, però, perché il mio da sempre me l'ero negato, da sempre a coprire la faccia, a fuggire, a convincermi che c'era una strada, che c'era speranza che tutto possiamo se lo vogliamo.


In quella sala d'attesa ricostruii gli anni che mi dividevano da un'altra sala d'attesa, quella del dottor R., che mi aveva visto risorgere e che a lungo ritenni il mio salvatore.

Fu lui che mi chiese di scrivere tutto quanto mi era successo da quando ero nata, perché ne aveva bisogno per uno studio che stava facendo.

Pensavo in quella sala d'attesa alla fatica per mettere ordine a tutto quel materiale incandescente che era stata ed era la mia vita di dentro più che di fuori, ripensavo alla soddisfazione di esserci riuscita e a quella non secondaria che per una volta non dovevo avere paura a rispondere a chi m'invitava a parlare.





Il dottor G.


Finalmente il mio turno.

Si accomodi, prego.

Sarò sintetica, penso; non voglio ancora una volta dire più di quanto sia necessario.

Mi dica..

Di nuovo bisogna rispondere... altrimenti perché sarei qui?

E avevo giurato a me stessa che mai più a nessuno avrei raccontato la storia, dal giorno in cui mi sentii capita senza parlare, mi sentii ascoltata senza che dalla mia bocca uscisse alcun suono, ma dai miei occhi sì che uscirono lacrime, in abbondanza, finalmente arrivata dall'unico medico che non aveva bisogno di chiedere che cosa andavo cercando.


Mi dica..

Qual é stato il suo primo dolore?

Primo in che senso?...di denti?

No, qualsiasi.

Anche di pancia?

Sì, da quando é nata.

Lo guardo con la faccia stupita di chi incontra un extraterrestre, uno che ha tempo da perdere, che non sa cosa lo aspetta.

Chi é questo ingenuo che pensa valga la pena di perdere tempo con me?

Lo avverto, lo dissuado, gli mostro i miei dubbi che possa io essere così tanto chiara da esporre con ordine tutto.quanto vuole sapere.Lui insiste, ma tempo pochi minuti, é lì a correggere inserire, annotare a margine.

Così non va, dico.

Queste cose le ho già scritte per il dottor R.; se vuole gliele mando.

Ma il pezzo mancante, il pezzo ritrovato del puzzle, quello a nessuno l’avevo mostrato.


Era forse giunto il momento di mettere fine al romanzo incompiuto?

Ci provo, mi dissi e andai a ripescare quei fogli rimasti in attesa in fondo al cassetto.




Il filo


Quei fogli, ogni tanto, li avevo ripresi perché sempre quell’assurdo gioco dell’oca mi martellava dentro al cervello.

Ma da quando avevo consegnato al dottor R. il frutto della grande fatica, quella di ritrovare il bandolo della matassa, non ero riuscita ad aggiungere niente che valesse la pena, perché ormai la storia era diventata monotona.

Bastava cambiare il nome di medici e medicine.

Non volevo scrivere ancora su quell’argomento che conoscevo a memoria e che aveva perso il mordente.

Avrei però volentieri parlato di un'altra storia, più interessante, di cui ogni giorno continuo ad annotare gli eventi su diari che i cassetti non sono più in grado di contenere, quella di un viaggio appena intrapreso, che non ha niente in comune con tutti gli altri di cui avevo fatto esperienza.


Diverso dal primo, il più doloroso, quello che mi portò lontano dagli affetti più cari, quando non avevo ancora armi con cui difendermi.

Diverso da quelli della speranza, i tanti, i troppi viaggi destinati a scontrarsi con la frustrazione profonda dell’impotenza sperimentata ogni volta.

Diverso da quello alla scoperta dell’io, la parte di me più nascosta, per stanare il “nemico di dentro” e vincere la grande paura… più di dieci anni a convincermi che non avevo bisogno di aiuto!

Diverso da quello al di fuori di me, alla scoperta del mondo a cui avevo per anni blindato le porte, viaggio finito con le cose e le persone che si sottraevano man mano alla vista.


Ma come quest’ultimo poteva conciliarsi con gli altri? Come unire le parti del grande mosaico perché non risultasse sbilenco?

Ci provo, mi dissi. L’importante è che emerga il senso finalmente trovato di quell’andare alla cieca, di quel piombare ogni volta sotto il peso del macigno portato fin sopra la cima.

L’importante è trasmettere l’entusiasmo della nuova avventura, dove ad attendermi non c’è la sconfitta cocente, dove l’oggetto del desiderio non si sottrae alla vista, dove gli strumenti per possederlo non devo trovarli da sola, dove il percorso è fatto con Chi è mezzo e scopo della ricerca, dove il premio non devo solo sperarlo, perché ogni giorno, ogni momento, mi è dato, dove non c’è la paura di cose lasciate alle spalle.


Così quei fogli in attesa sono andata a riprenderli e mi sono stupita che, a distanza di anni, non era poi così difficile mettere insieme i vari mi dica...

Tratto dall'Emorroissa di Antonietta Milella




martedì 5 gennaio 2016

5 gennaio 2000


Dal diario di Antonietta


Il 5 gennaio era la data fatidica, per rimuovere il gesso che mi aveva imbalsamato 10 mesi prima.
Ma ad aspettarmi non c'erano ali che mi facessero librare in volo come una farfalla, finalmente libera dal bozzolo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva sul mio corpo imbalsamato non disturbava le mie orecchie, tutte protese a sentire il tonfo di ciò che era diventato ormai inutile sostegno.
Mi svegliai dal sogno quasi subito.
Perché non riuscivo a stare in piedi?

Questo mi portò la Befana con un giorno d’anticipo il 5 gennaio del '77, proprio perché l’opulento e ricco Babbo Natale si era fatto beffe di me regalandomi, l’anno prima, una pelliccia che non feci in tempo ad indossare e che mai indossai, perchè da quel giorno mi misi a letto ad aspettare che il tempo passasse e l'incubo finisse.
.
Ne dovevo fare di strada per incontrare il dono giusto, fatto su misura per me,un altro 5 gennaio!
Dovevo mettermi in viaggio con i Magi e con loro accettare la fatica della ricerca, la stanchezza del cammino, il tempo dell’attesa.
Allora i re Magi, la stella cometa erano simboli, astratti e lontani, di una festa che non mi parlava di Dio
Ma proprio loro sono stati i simboli del presepe, che più mi hanno portato a riflettere.
Chi ero io, chi questi incomprensibili personaggi, che sembravano appartenere ad un altro copione, ad un’altra storia che non quella semplice di povera gente qualunque, artigiani, contadini, pastori, di un villaggio sperduto della Galilea di 2000 anni fa?

I re Magi sono stati i battistrada, con loro mi sono messa a seguire la stella, con loro mi sono fermata a chiedere dov’era il re dei Giudei, perché potessi adorarlo.
Poi il deserto, quel deserto che mi sono lasciata alle spalle, esteso a perdita d’occhio, la paura di smarrirmi tra le dune di quel mare di sabbia, fino a quando ho visto la stella fermarsi a indicarmi dov’era il Bambino…
Era il 5 gennaio del 2000
I lontani, i sapienti, i ricchi della terra, anche a loro, a me era, è dato vedere, sentire, adorare!
Il 5 gennaio del 2000, finalmente sono entrata dentro la grotta!
Erano secoli che camminavo, secoli, non il tempo che dista dal Natale alla Befana…
Mi sono fermata il 5,…il Signore ha avuto pietà… non mi ha fatto camminare ancora… un giorno prima sono arrivata, ma Lui era lì ad aspettarmi….Erano 2000 anni che mi aspettava…nella messa, la sera prima dell’Epifania…
La parola la stessa: ”Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra” s’incarnò nella mia vicenda personale e mi trovai, senza saperlo, mischiata ai pastori e ai re magi a contemplare il miracolo dell’amore di Dio.
E pensare che quegli strani personaggi, li solevano nascondere in un anfratto dell’ultimo monte e da lì si ricacciavano la notte della Befana.
La notte della Befana la ricordo come la più lunga, anche se noi non ci decidevamo mai a chiudere gli occhi, e spesso facevamo le finte perchè volevamo in anicipo i doni.
Tutto ciò che era stato nascosto quella notte veniva alla luce, i doni il Dono, i re, il Re.
Strane analogie che rivelano il significato arcano di questa magica notte in cui pastori e re s’inchinano davanti al Santo Bambino, perché Lui non fa distinzioni e non ha preferenze: per tutti c’è il dono infinito di un Dio fatto uomo, perché l’uomo divenga simile a Lui.

Quest'anno, quando ho visto il presepe fatto sotto all’altare, ho pensato che proprio erano rimasti in pochi, quelli che si sobbarcavano la fatica di prepararlo, e si erano ridotti a farlo la vigilia, con poche idee, e ancor meno strumenti, un presepe senza pretese, più piccolo e con tante statuine mancanti.
Erano soliti farlo in fondo alla chiesa, liberata dai banchi e da tutto ciò che era d’intralcio a farci entrare tutto, il grande fondale azzurro e i monti e i villaggi, le statuine in movimento, il deserto e la grotta più grande della città, che non lo aveva voluto quel bambino, davanti al quale erano fermi i pastori, estasiati, ammirati, stupiti..
"I pastori non ci sono entrati", mi ha risposto don Gino, quando gli ho chiesto che fine avevano fatto; ma io subito mi sono consolata, pensando che i pastori eravamo noi, invitati a quella povertà di spirito che rende capaci le orecchie di ascoltare per primi l’annuncio degli angeli, per potere dai banchi direttamente recarci alla grotta.
Era un invito a farci piccoli, quel presepe. Ma c’era posto per tutti?
Il bambinello, sicuro ce lo avevano messo, ma era difficile vederlo, dentro la grotta. Una pecora lo copriva in parte o del tutto, a seconda del posto di osservazione, ma dietro la testa spuntavano le orecchie delll'asino, che sembravano da lontano due corna nere.
Poi il motorino, montato al contrario, faceva andare in retromarcia l’asino intorno al pozzo e nel cielo non c'era nessuna stella. Un presepe montato a rovescio, che ti faceva venir voglia di sollevare lo sguardo, di andare oltre i pizzi della tovaglia, perfetti e preziosi che scendevano da sopra l’altare e il parte fungevano da cielo di quello squarcio di mondo riuscito un po’ male.
La culla era lì sopra, ad accogliere colui che rende il presepe perfetto, quello dove non mancano i pezzi, dove trova posto un cielo senza stelle, una grotta senza pastori.
Ogni giorno la mensa è imbandita, per accogliere un Dio fatto uomo, che ubbidisce alle parole di un sacerdote, per trasformare il pane ed il vino in ciò che possiamo vedere, toccare, adorare, accogliere.
Lui, la vita, dà vita ai nostri presepi, dà loro un senso e rimette a posto le statue di gesso e i paesi e i villaggi e fa brillare le luci nel posto giusto e fa smettere di far andare i motorini al contrario, perché diventa lui il motore, che permette alla gente di smettere di fare le stesse cose, e di cominciare a camminare, tendendo le orecchie al coro degli angeli che cantano il gloria, affrettando il passo verso la luce che viene dal cielo e che illumina, in modo inequivocabile, la strada per arrivare alla grotta, andando oltre, guardando sopra…sopra l’altare.
Quel 5 gennaio del 2000, Gesù era lì ad aspettare per mostrarsi finalmente svelato a me, che ero stanca, stremata dal duro e faticoso cammino, da una marcia che sembrava non avere mai fine.
Ora non devo più aspettare che passi la notte della Befana, per sperare che mi arrivino i doni, non devo chiudere gli occhi e far finta di stare a dormire, come quando ero bambina.
Ora basta che sposti lo sguardo e ogni giorno diventa Natale e ogni momento è Epifania del Signore.
Non c’è pecora che mi ostruisca la vista, non c’è pastore o re che non mi parli di Dio.

martedì 24 gennaio 2012

Il pezzo mancante del puzzle



Domenica non sono andata a messa. 
E' la prima volta che mi succede da allora.
Ero molto arrabbiata con gli uomini e con Dio per questa vita che da anni sono costretta a vivere. 
Reduce dall'ennesimo " mi dica" di turno, mi tornavano in mente tutte le peregrinazioni da un medico all'altro, tutte le indagini diagnostiche più o meno invasive, tutte le etichette che mi avevano affibbiato, irrispettose, irriverenti, offensive, di giudizio e di condanna, tutte le verità scritte in un foglio che disconfermavano, offendevano la mia dignità, tutti i silenzi omertosi, gli sberleffi, tutti i viaggi della speranza e della disperazione... 
Tutto ma propprio tutto mi si era riversato sopra le spalle. 
Era come un puzzle che una folata di vento più forte manda all'aria e disperde
Mentre in preda alla rabbia  vomitavo parole, facendo il deserto intorno a me, nel cuore parlavo con il mio Signore dicendogli:"Scusami, scusami, abbi pazienza...poi mi passa. Non tener conto di queste parole".
Poi sono andata a letto senza mangiare e mi sono messa a pregare.
Era già accanto a me.
Non L'avevo mai perso di vista e avevo continuato a parlare con Lui.

Sapevo di avere sbagliato, che non era giusto inveire in quel modo,  ma non potevo fare altrimenti. 
Era era come se una forza imprevista e poderosa a cui non potevo opporrmi mi avesse travolto. 
Lui mi ha guardato con tenerezza, mi ha sorriso, e mi ha stretta a sè.
No, non era arrabbiato con me. 
Il suo amore l'ho sentito più forte, quanto più grande sentivo la colpa.
Mi ha abbracciato con il suo perdono e mi ha dato la pace.
Come balsamo sulle ferite, il Suo soffio mi ha rigenerato..
Mentre il vento metteva a soqquadro il disegno della mia vita, non era riuscito a strapparmi, il pezzo mancante del puzzle,che per anni avevo cercato e che il 5 gennaio del 2000 avevo, per grazia, trovato.



martedì 5 gennaio 2010

La vita adesso



Non è astratta chimera
Non è leggera farfalla che non si lascia afferrare
E’ la mia vita di sempre

Dolore assillante
Sonno svanito
Lavoro negato
Attesa non sempre paziente nello studio del mi dica... di turno

Fermarsi a pensare, ad osservare il palpito sottile e nascosto della natura che cresce
Chinarsi a raccogliere le tante briciole sfuggite di mano a chi non ha tempo da perdere
Stupore inatteso di fronte allo sgorgare dell’essere
Gioia genuina
Ubriacatura sottile
Incanto perenne per ciò che non pensavo che fosse
Librarsi ardito nell’aria senza avere paura
Calore che scalda le ossa anche nell’inverno più freddo
Riposare pregando quando tutti sono intenti a dormire
Melodia dolce che attraversa la notte nel silenzio assoluto
Canto che fluisce libero e fiero dalla gola ostruita
Luce che mi circonda anche nella nebbia più fitta
Calma dentro la barca mentre fuori c’è la tempesta
Fiducia in chi è guida e nocchiero poiché è Lui che domina i venti
Osare ogni momento che passa
Sfida continua con l’io più profondo che vuole continuare a pensare
Sentirsi forte del rischio di perdere le cose che pensavo più care
Ebbrezza goduta
Ansia, attesa, possesso di Dio nell’incontro ogni giorno cercato
Spazio ristretto che si dilata
Riuscire a fermare il tempo che fugge e saperne apprezzare il sapore
Vivere senza domande di troppo
Morire senza rimpianti di nulla

Saper finalmente osservare il volto delle cose e delle persone che mi stanno davanti, amandole senza volerle cambiare, senza pretendere che diventino altre da quelle che sono.

lunedì 11 febbraio 2008

11 febbraio: B.V. Maria di Lourdes

Quell’11 febbraio 1998, mentre, sovrappensiero, tornavo dall’ennesima terapia (questa volta alla spalla destra), un altro sovrappensiero mi piomba addosso, facendo volare in frantumi gli occhiali multifocali che indossavo.





Con gli occhiali quell’11 febbraio andarono in frantumi i miei sogni, le mie speranze, la mia forza di reagire, andarono in frantumi le certezze, quelle mie, quelle del dott. R., fu rimesso in discussione, per intero, il programma di rieducazione posturale, il mio rendimento sul lavoro, le mie relazioni, la mia identità, tutto.

( Da " Il gioco dell'oca", pag 83 e 88)

venerdì 16 marzo 2007

25 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta


Un caro saluto a tutti amici e ben ritrovati.Ci stiamo avviando verso la conclusione del Gioco dell’oca, il primo atto di una storia, che, come tante altre, si trasforma in liturgia, quando ci si accorge che Dio cammina con noi ogni momento della nostra vita, quando sperimentiamo che fa nuove tutte le cose, se ci arrendiamo alla forza del suo amore.


Da "Il gioco dell'oca"

.

L’amore donato

Quando ogni speranza annegò nell'inutilità di qualsiasi intervento terapeutico tradizionale o alternativo, scoprii che c'era ancora qualcosa da dare a mio fratello, ancora qualcosa a cui non avevo ancora pensato ma che non dovevo più cercare fuori, non aspettarmi dagli altri ma prendere dentro di me e donare senza aspettare il ricambio.

Fu nella scoperta di un amore donato gratuitamente che si consumarono, ahimè troppo in fretta, i suoi pochi giorni rimasti

Il 12 luglio del 1999 scese il sipario sul dramma che per sei mesi mi aveva tenuta attaccata alla vita.

Dal pulpito il giorno del funerale gridai che non era morto, che anzi era come non mai vivo e presente nei nostri cuori.

Mi attaccavo ai ricordi, brandelli di vita consumati insieme nella condivisione di quel poco che ci accomunava.

La sofferenza sì, quella sì che mi aveva tenuta legata a lui, da cui tutto mi aveva scaraventato lontano durante la sua vita spensierata e gaudente.

Finalmente vicini, ma troppo presto ripiombati nel buio della nostra solitudine antica..

Il senso, per un attimo carpito come balsamo alle mie insanabili ferite, mi sfuggiva ancora di mano e mi lasciava attonita di fronte al più grande e doloroso interrogativo della mia umana vicenda.

E il mio "volere é potere" di cui mi ero fatta scudo e corazza?e il mio "volli, sempre volli, fortissimamente volli", che volevo fosse inciso sulla mia lapide?

Tutto cadde davanti ai miei occhi, nulla si salvò dalla desolazione della verità ormai nuda e invereconda.

Io, che pensavo di poter risolvere qualsiasi problema, che ero capace di trarre, come un giocoliere, dal cappello vuoto, meraviglie inaspettate e incredibili, non riuscivo più neanche a tenere in mano quell'oggetto innocente di scherzo che improvvisamente mi parlava solo di morte.

Il senso - La resa

L'estate, che era nel pieno, se non era riuscita da sempre a farmi risorgere, come avrebbe potuto quell'anno cambiare il copione?

Ingloriosamente e dolorosamente sui giorni si avvolsero giorni e luglio e agosto finirono.

Ma a settembre non c'era ad attendermi l'ansia di ricominciare un lavoro amato sopra ogni altra cosa, ma le vacanze obbligate, non chieste, temute, imposte da chi non sapeva che farsene di una che faceva così tanta fatica a spostarsi.

Il primo settembre del 1999 andai ufficialmente in pensione, non più obbligata a rispondere se e quando sarei guarita.

Potevo finalmente permettermi di andare dove volevo a curarmi, senza dover contare minuti, ore e chilometri. Finalmente libera di ammalarmi o guarire senza rendere conto a nessuno.

Del tempo che mi accinsi a percorrere, partendo da quel momento, non ricordo gioia o dolore, ma solo la sensazione di trovarmi in un paese straniero, sempre più estranea agli altri e a me stessa, cercando il foglio smarrito di ciò che dovevo dire, fare o pensare.

Ma che senso aveva continuare a declamare la parte, se tutti se n'erano andati?

Il tempo da amico divenne nemico, perché amplificava i secondi, i minuti, le ore implacabilmente accompagnati da un silenzio spettrale nel deserto di un'anima che senza meta, brancolando, continuava a cercare.

Sempre più strette, le maglie della prigione aderivano alla mia pelle, imbrigliando i movimenti, impedendo agli occhi di vedere fuori il sole, i colori, la vita che aveva cessato di appartenermi.

Chi ero io, dove andavo, da dove venivo, di cosa avevo bisogno, a chi poteva importare, ora che lo spettacolo era finito?

Quell'ultima parte l'avevo recitata in modo così magistrale che avevano tutti finito per crederci che ero di ferro, che niente e nessuno poteva piegarmi.

Anche io avevo finito per crederci e non mi riusciva di recitare una parte che nessuno mi aveva insegnato

L'indipendenza, perseguita per anni con forza, con tenacia, con fede, sempre più era smentita dai fatti, da ciò che inspiegabilmente mi continuava a succedere, da tutte le malattie invalidanti che sempre mi riproponevano il dramma della sua negazione.

Di questa avevo fatto un valore assoluto, da quando dovetti fare a meno per forza, a poco più di un anno di vita, del caldo e sicuro rifugio di braccia che troppo presto avevano allentato la presa.

Da quel momento avevo imparato a fare da sola anche quello che nessuno mi aveva insegnato, convinta dai fatti che non avrei mai trovato nessuno disposto a fermarsi e a chiedersi perché avevo smesso di ridere, perché avevo un solco in mezzo alla fronte, perché il mio pianto era più forte di quello di tanti altri bambini, perché avevo, una volta ricongiunta a mia madre, cominciato a mangiare a tal punto da vergognarmene io e i miei familiari.… perché quell'andare sempre più curvo.

Arrangiati! ...arrangiati! arrangiati!

A queste le parole, per tutto il corso della mia vita, avevo obbedito, facendole mie, tanto da diventare maestra in quell'arte.

Ma era giunto il momento della resa dei conti, il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine.

Quando non c'é più nulla per cui valga la pena di arrangiarsi, quando la tua stessa vita vale meno che niente, quando a nessuno interessa quell'arte che hai imparato a memoria, perché non serve a rispondere ai loro più segreti bisogni, quando in mano non ti rimane che un pugno di sogni svaniti nel nulla, le tue delusioni cocenti, la tua impotenza per anni negata e mascherata, la tua dipendenza pesante quanto un macigno e mai accettata, é allora che si piegarono le mie ginocchia.

Era il 5 gennaio del 2000.

Grazie.

A distanza di un anno da quell'evento, questa é la preghiera che, spontanea e senza pudore, é sgorgata dalla mia bocca nella chiesa che mi aveva aperto le porte e che solo allora capii che non le aveva murate, come pensavo.

Bastava spingerle un poco.

Signore, un anno fa misi per la prima volta piede in questa Chiesa che é diventata il mio rifugio, la mia ancora, la mia casa, con l'angoscia nel cuore, con niente in mano se non la mia disperazione, con il desiderio di ascoltare parole che penetrassero nel buio della mia notte, con la sete del viandante che ha attraversato un deserto sconfinato, con gli occhi umidi di pianto per la desolazione di affetti ormai spenti, con il cuore indurito dall'incapacità di amare ancora, alla disperata ricerca di un volto, di una voce, di un sorriso, di un gesto che mi facessero capire che ero viva, che c'era ancora speranza.

Signore, quando entrai nella tua chiesa il 5 gennaio del 2000, non sapevo cosa avrei trovato, né subito capii l'importanza di quel gesto, l'importanza di quella parola, l'unica che mi colpì in quel tardo e freddo pomeriggio invernale. I muri bianchi e disadorni non attirarono il mio sguardo per apprezzare le opere d'arte di cui spesso i tuoi templi sono ricolmi, né mi attrasse la gente che, rada, occupava i banchi e con la quale mi mischiai, non senza pregiudizio.

Non mi distolse dai miei pensieri il loro abbigliamento, né i canti che salivano stonati dalla navata, né l'aspetto, né l'eloquio del sacerdote che celebrava la Messa. Non fui consolata neanche dallo scambio del segno della pace, perché il mio compagno di banco nel frattempo si era assopito.

Ricordo il buio e il freddo di questa Chiesa, ricordo le orecchie tese a non lasciarmi sfuggire una parola di tutto ciò che il sacerdote diceva, ricordo i miei occhi sgranati a riempirmi di quello scampolo di vita che bene o male veniva a popolare il mio mondo, ormai tutto vuoto e che pensavo morto per sempre, ricordo tutti i miei sensi protesi a carpire qualcosa da poter portare con me una volta che la funzione fosse finita e anche i battenti di quel luogo si fossero chiusi.

Riportai a casa una frase che a stento si fece strada nella confusione dei miei pensieri e su quella meditai.

L'uomo crede di essere Dio, ma non é Dio.

Altre volte sicuramente l'avevo sentita, l'avevo trascritta anche sul mio diario, una notte come tante altre in cui non riuscivo a dormire.

Signore, in quel giorno che sembrava uno dei tanti, uguale nella solitudine sempre più disperata, uguale nell'angoscia del prima e del dopo, uguale nell'assenza sempre più percettibile di ciò per cui valesse la pena continuare ad andare, senza meta allo sbando, mi ero ritrovata a cercare ciò che non conoscevo, che non sapevo esistesse.

Tu però sapevi di cosa avevo bisogno, non hai aspettato che chiedessi, hai solo guardato alla mia pena infinita, hai guardato alle mie mani vuote, hai guardato al deserto che aspettava di essere irrigato, hai guardato alla mia sete ancestrale, hai guardato alla mia fame d'amore, hai guardato al mio farmi piccola piccola, hai guardato al mio vuoto, che sembrava incolmabile, e l' hai riempito pian piano di Te.

Grazie, Signore, perché Ti sei fatto incontrare, grazie per aver guardato alla mia debolezza, grazie perché hai guardato le mie lacrime, grazie perché hai guardato alle mie braccia alzate.

Grazie per avermi dissetato, grazie per avermi saziato, grazie perché in Te finalmente ho trovato l'amico, il fratello, lo sposo, il padre; grazie per questo anno trascorso in Tua compagnia, grazie perché hai ridato senso alla mia vita vissuta, nell'inutilità dello scorrere del tempo, grazie della Tua tenerezza, grazie della Tua premura costante.

Signore, in quest'anno non so cosa avrei fatto, detto o pensato se non Ti avessi incontrato, se non avessi percepito la Tua presenza vicino a me, specie nei momenti più duri e difficili.

Tu mi hai insegnato ad amare, Te prima di tutto, i miei fratelli, ma anche e soprattutto la mia vita che sembrava così priva di senso, ad amare la mia sofferenza, ad amare la mia croce.

Signore, nel grande Crocifisso che sovrasta l'altare, ho visto l'amore smisurato di un padre che ha dato se stesso per i suoi figli.

Nel sentirmi amata in modo così totale, così gratuito, così sconvolgente ho trovato la forza per aprire il mio cuore blindato e renderlo capace di accogliere il tuo dono divino e a mia volta riversarlo sugli altri.

Signore, Dio di amore e di misericordia, Ti voglio dire grazie perché mi hai mostrato tutto ciò che avevo e non vedevo, grazie perché ho imparato ad apprezzare ciò che disprezzavo, perché ho imparato ad amare anche ciò che non mi sembrava degno di considerazione, grazie perché hai ridato valore a ciò che pensavo non ne avesse.

Grazie perché ciò che mettevo al primo posto ora occupa l'ultimo, ciò che pensavo necessario ora mi sembra superfluo, grazie perché hai rivoluzionato la mia vita scardinandone i valori fittizi e ponendomi di fronte alla Tua verità semplice e grandiosa, alla Tua verità stolta, per i sapienti di questo mondo, ma l'unica capace di comprendere tutto, perché essa é il tutto.

Signore, per questo anno di grazia Ti voglio lodare, benedire e ringraziare ogni momento della mia vita, di questa vita meravigliosa che mi hai donato.


Approdata finalmente nel porto, potevo guardare il mare in tempesta e senza paura osservare le onde che si alzavano e si inabissavano, senza che un brivido freddo impietrisse le membra e il cuore.

Potevo nuotare nel mare calmo della mia Chiesa, incurante che l'acqua bagnasse i capelli, che la testa non rimanesse sospesa sopra la vita, che sola fluiva all'interno di quell'oceano che mi aveva scoperto le sue meraviglie.

Quel Dio per tanti anni cercato nei libri, nelle dispute dotte, nella profondità dei cieli infiniti, l'avevo trovato nel mio limite, finalmente accettato, nel mio consapevole bisogno d'aiuto.

Egli é stato tutto il tempo a guardare, con occhio vigile e attento perché potessi sperimentare tutto ciò che sembrava importante, é stato paziente ad aspettare la fine di quell'insulso gioco dell'oca.



E' bastato che abbassassi la guardia, che mi spogliassi del mio "dover essere", perché mi mostrasse il suo volto nascosto dalla mia voglia di vincere.

A Lui non ho avuto bisogno di raccontare che cosa era successo. Conosceva già tutta la storia, sapeva che, per trovare qualcuno che curi la parte malata, bisogna mostrarla.

Che nascondevo un cuore ferito, piagato nel suo bisogno non soddisfatto d'amore, non l'avevo confessato a nessuno, nemmeno a me stessa ... perciò da tanto cercavo la strada.Anni addietro, concludendo la lettera inviata al dottor R., mi chiedevo se l’avevo trovata, se era valsa la pena sfiancarsi a quel modo.

A distanza mi sento di dire che mai sforzo fu più proficuo, mai premio superò tanto le aspettative e i desideri, non del vincitore, ma del vinto, in una guerra persa in partenza.

Quella vetta che affondava la cima nell'azzurro alto del cielo, quella vetta ora sono sicura che vale la pena scalarla, perché non é un imprendibile sogno, ma una realtà viva e presente.


L’albero

Ora che il mondo lo vedo girare, perché ho imparato a fermarmi, che i colori li ho stampati nel cuore, quelli dei sentimenti vissuti e accettati, mi chiedo che ne è stato del “gioco dell’oca”, dei dadi che per anni ho continuato a gettare, sperando, una volta arrivata alla meta, di vincere quell’assurda partita portata avanti da sola.

L’infanzia tradita, l’arrangiati portato all’estremo, la malattia a ricordarmi che non bastavo a me stessa, la normalità cercata nello stare seduta, il farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, il non volersi arrendere all’evidenza di un handicap, insopportabile per chi la vita la viveva correndo, il non voler ammettere che non c’era speranza, perché tutte le cose hanno un termine, dove sono andati a finire?

Quanti anni sono passati da quest’oggi vissuto nell’ascolto della voce che viene da dentro, di quella che mi torna da ciò che mi si pone dinanzi, che si unisce alla sinfonia del creato per portarmi prostrata a pregare e lodare il Signore per tutte le cose che sono, per quelle che riesco a capire, per quelle che non capisco, perché è dolce l’incontro con Lui quando viene improvviso a spiegarmele.

Con lo sguardo perso nel tempo, affondandovi forte le dita, cerco l’albero da cui sono uscita, per trovarvi scritto nei cerchi ciò che unisce i pezzi della mia storia.

Percorrendo la valle della memoria, lo vedo, nella terra, stendere le sue radici, insinuarsi nei suoi tanti e misteriosi meandri, fondersi con le sue viscere vive.

Lo guardo, mentre sbuca tra i sassi, attraverso le crepe del suolo, mentre cerca di sollevarsi a fatica verso il cielo, per catturarne la luce..

Il mio albero è questa mia vita, che ieri mi appariva contorta, una pianta da sradicare perché, a guardarla un po’ più da vicino, non era bella per niente: la corteccia piena di tagli, di ferite che non si rimarginano, il tronco storto da un lato, mutilato nelle sue braccia, le foglie in parte ingiallite, malate, le migliori cadute ai suoi piedi, quelle che avrebbe voluto riprendersi, se ne fosse stato capace..

Il mio albero voleva vivere libero, senza dar conto a nessuno. Lo spazio non lo voleva dividere, perché ne aveva bisogno per tenersi stretti quei rami belli e vitali che, pur togliendo forza al suo fusto, era un peccato tagliare.

Ma lo sforzo diventava sempre più grande per sostenere quell’inutile peso.

Il mio albero ha imparato a morire, ad amare le sue cicatrici quelle che segnano il tempo lungo faticoso e sofferto della sua crescita, ha imparato ad accogliere tra i suoi rami, divenuti robusti, gli uccelli che al mattino lo svegliano, i piccoli insetti che lo percorrono attingendo la linfa da lui.

Il mio albero oggi lo guardo e ringrazio quella Croce non a caso incontrata dove né fiori né foglie abbelliscono il legno, ma Colui che mi ha riportato alla vita.



La vita adesso.

giugno 2001



Non è astratta chimera

Non è leggera farfalla che non si lascia afferrare

E’ la mia vita di sempre



Dolore assillante

Sonno svanito

Lavoro negato

Attesa non sempre paziente nello studio del mi dica... di turno



Fermarsi a pensare, ad osservare il palpito sottile e nascosto della natura che cresce

Chinarsi a raccogliere le tante briciole sfuggite di mano a chi non ha tempo da perdere

Stupore inatteso di fronte allo sgorgare dell’essere

Gioia genuina

Ubriacatura sottile

Incanto perenne per ciò che non pensavo che fosse

Librarsi ardito nell’aria senza avere paura

Calore che scalda le ossa anche nell’inverno più freddo

Riposare pregando quando tutti sono intenti a dormire

Melodia dolce che attraversa la notte nel silenzio assoluto

Canto che fluisce libero e fiero dalla gola ostruita

Luce che mi circonda anche nella nebbia più fitta

Calma dentro la barca mentre fuori c’è la tempesta

Fiducia in chi è guida e nocchiero poiché è Lui che domina i venti

Osare ogni momento che passa

Sfida continua con l’io più profondo che vuole continuare a pensare

Sentirsi forte del rischio di perdere le cose che pensavo più care

Ebbrezza goduta

Ansia, attesa, possesso di Dio nell’incontro ogni giorno cercato

Spazio ristretto che si dilata

Riuscire a fermare il tempo che fugge e saperne apprezzare il sapore

Vivere senza domande di troppo

Morire senza rimpianti di nulla



Saper finalmente osservare il volto delle cose e delle persone che mi stanno davanti, amandole senza volerle cambiare, senza pretendere che diventino altre da quelle che sono.



Dal libro dell’Apocalisse di Giovanni. apostolo.

Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.

Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ” Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio con loro”.E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.

E colui che sedeva sul trono disse.”Ecco io faccio nuove tutte le cose”


 10 maggio 2004


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