Visualizzazione post con etichetta relazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta relazioni. Mostra tutti i post

giovedì 11 maggio 2017

Dio e la storia

" Dio inviò come salvatore per Israele Gesù"
(At 13,23)


Israele sono io, Israele siamo tutti noi per chi non avesse capito.
La cosa che mi colpì, quando partecipai la prima volta ad un incontro di preghiera dove veniva letta la Parola di Dio, è che si parlava di me, che il testo non stava raccontando una storia a me estranea, un evento con cui io non avevo nulla a che fare, ma ero io la persona di cui Dio si prendeva cura.

Una scoperta che dopo un primo e naturale turbamento mi riempì di gioia perchè finalmente avevo trovato l'interlocutore giusto con cui riflettere su tutto ciò che mi era capitato di bello e di brutto nella vita, sul senso da dare ai tanti ricalcoli, cambiamenti di rotta, inversioni di marcia .
La gente che incontriamo va di fretta e in genere è sempre arrabbiata.
Chi avrebbe avuto la pazienza e la voglia e il tempo di fermarsi con me per illuminare la mia notte?
Ci sentiamo sempre più soli in questo mondo confuso e convulso, mondo sinistrato e capovolto, mondo senza più punti di riferimento.
E ne abbiamo bisogno, Dio sa quanto, di fermarci e raccontarci la storia.
Quando Giovanni era piccolo, prima di addormentarsi avevamo preso l'abitudine di raccontarci una storia "vera" una io e una lui.
Il gioco gli piacque anche perchè io, non conoscendo le favole che nessuno mi aveva mai raccontato, conoscevo la storia mia, della mia famiglia e la storia di Gesù.
Storie vincenti se quelle che mi riguardavano le lasciavo illuminare dalla luce di Cristo.
Così spinta dalla necessità di far addormentare un bambino e prendermi cura di lui, quel gioco divenne un'arma potente per riconciliarmi con la mia storia e guardarla con occhi nuovi.
Così cominciò il nostro dire grazie a Dio ogni volta che trovavamo un parcheggio, spuntava il sole o appariva la luna, un grazie quando il televisore che lui voleva scalare per miracolo non lo travolse, grazie a Dio per tutto anche per le formiche che puntualmente ai primi caldi invadevano il terrazzo.
Riconciliarsi con la propria storia fu il tema più appassionante che mi coinvolse in un ritiro con don Cristiano.
Una storia che al posto dei se ( le cose fossero andate in un altro modo) porta a dire "grazie!" per tutto, anche per ciò che avevi bannato.
Dio fa la storia con noi, non ha smesso di lavorare, non si è messo in pensione dopo averci creato.
Dio come ogni genitore responsabile, non si ferma dopo averci messo al mondo.
Il lavoro più duro comincia dopo il primo vagito.
Per non parlare dei nonni.
Mio padre si chiedeva dove trovava il tempo per fare tutto quello che faceva prima di andare in pensione.
Quando le forze ci stanno abbandonando siamo chiamati a fare di più, a spenderci di più per i libri di carne su cui dobbiamo rileggere il vangelo.
Certo che quello che ci succede non è che l'ombra dell'attività di Dio che di amore ne ha da vendere e si è speso fino a morire per noi, prima ancora che glielo chiedessimo

sabato 16 maggio 2009

Servi e padroni



Giovanni 15,18-21 -In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”.

Per possedere tutto bisogna lasciare tutto.

" E' mio!" dice il bambino all'inizio del suo percorso di crescita, che spiega molto di più di tante dispute teologiche sulla colpa originaria che ha allontanato l'uomo da Dio.

Ma Dio non si è allontanato dall'uomo e ha continuato a cercarlo e a parlargli. E' sceso dal suo trono.

Lui, Creatore e Signore del cielo e della terra, voleva incrociare il suo sguardo, che, se ci fai caso, è più facile quando stai più in basso della persona che vuoi guardare.

Questo è il motivo della lavanda dei piedi.

"Io sto come colui che serve"dice il Signore ai suoi amici.

"Quell'è mio" dei nostri bambini del quale ci siamo compiaciuti e che ci ha fatto sorridere, quando è stato pronunciato la prima volta, rimanda ad un possesso, ad un potere che perseguiamo per tutta la vita.

Il sogno dell'uomo è non dover sottostare a nessuno e spendiamo la vita per eliminare i padroni, ma invano.

Allora è giusto chiedersi se ne abbiamo bisogno, interrogandoci su chi dobbiamo servire e a cosa serviamo.

Solo così potremo capire le parole di Gesù:"Un servo non è più grande del suo padrone".

Perchè per guardare il mondo dall'alto e farlo proprio, bisogna che alziamo gli occhi al Signore ( Dominus-padrone), a Colui che hanno trafitto.

Al Gesù che è nascosto in ogni persona, piegando le ginocchia e lavandogli i piedi.

sabato 6 settembre 2008

Il tempo




Non sempre è concesso di ripercorrere le strade del tempo.




Presente passato intrecciano danze, mostrando solo a chi ha smesso di correre, l'armonia del disegno racchiuso nella sua mano.

giovedì 6 settembre 2007

L'alba sul Corno Piccolo

 


Prati di Tivo Pietracamela (Te)


Sfogliando il diario

Domenica 26 agosto 2007


Sono le 6 del mattino e dalla finestra dell'Hotel Miramonti, che ci ospita in occasione del Convegno:"La famiglia nel mondo, testimone del mattino di Pasqua", si può ammirare il Corno Piccolo, la seconda cima in altezza del massiccio del Gran Sasso.



 

foto:©http://antomilella.files.wordpress.com/2007/09/c5_cpicc01_med.jpg


Mi sembra maestoso e imponente più del solito, questa mattina, perché il cielo è sgombro si nubi e i suoi contorni si stagliano nitidi nel cielo.

L'alba per me è momento magico, perché è carico di attesa e, più di ogni altro momento della giornata, è visibile il graduale emergere delle cose dal buio, il loro prendere forma e colore, via via che il sole si alza nel cielo dissipando le ombre della notte, sia che da casa mia lo veda affacciarsi tra i rami degli alberi, annunciato dal canto degli uccelli e dalla leggera brezza che muove le foglie, sia che lo aspetti sul dondolo della casa in collina, mentre illumina la Bella Addormentata, senza svegliarla, sia qui dove posso osservarne più da vicino le fattezze del viso...

Siamo, infatti, nella faccia di quel capolavoro naturale che, da lontano, sembra un pezzo unico, forgiato da un artefice sommo.


Qui, da quando abbiamo cominciato a venirci, alla fine di agosto, per partecipare ai convegni regionali di Pastorale famigliare della CEAM, abbiamo imparato tante cose.

Non siamo uguali dalla prima volta, quando, senza essere stati invitati, ci presentammo per saperne di più sul progetto di Dio sulla famiglia e sull'uomo.

Era il 2001 e ci trovammo don Giancarlo Grandis, che ci aveva fatto impazzire, per capirci qualcosa, nel corso di Antropologia tenuto a Loreto, in agosto dello stesso anno.

Quando lo vidi, al bar dell'albergo, sarei voluta scappare, come quest'anno, quando ho saputo che il relatore del convegno e responsabile dei laboratori era il dott. Pietro Boffi, del CentroInternazionaleStudiFamiglia, lo stesso che a Loreto, tre setttimane fa, mi ha fatto dare for fait, (era la prima volta che mi capitava), con un discorso pieno di numeri e di citazioni.

Boffi me lo sono ritrovato a tavola, a mangiarci insieme e, come accadde per Grandis, mi sono resa conto che le persone le devi ascoltare più di una volta, per dare giudizi e trarre conclusioni.

Come allora ho ringraziato don Giancarlo per avermi dato i pilastri antropologici su cui fondare le conoscenze future, così ho fatto con Pietro Boffi, che mi ha aperto la mente su qual è il problema da affrontare nell'emergenza famiglia.

I numeri li si può leggere in tanti modi e lui li ha scomposti, quelli che i mass media ci propongono con esagerato allarmismo.

La famiglia esiste e funziona: famiglia come rete di relazioni, che creano benessere, comunione, condivisione, solidarietà e tutto il resto, perché chi si sposa non taglia i ponti con la famiglia d'origine, anzi ne continua a dipendere e, all'occorrenza, se ne fa carico.

I conviventi che rifiutano il matrimonio sono solo il 2%, tutti gli altri convivono in attesa di sposarsi, considerando il matrimonio, naturale sbocco del loro rapporto.

Il problema sta nella paura ad assumersi responsabilità definitive, paura ad affrontare vie senza ritorno.

“La famiglia nel mondo, testimone del mattino di Pasqua”è lo slogan su cui si sono innestati tutti gli interventi.

Comunicare al mondo che ne vale la pena, che è bello, utile, buono e salutare sposarsi, è il compito di ogni coppia che abbia incontrato il Risorto e si sia sentita chiamare per nome.

Mons.Brambilla, preside della facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, da poco nominato vescovo ausiliario di Milano, ci ha parlato della linea d'ombra che si stende attorno agli sposi, chiusi nell'appartamento.

Si vive appartati, isolati e, quando si esce fuori, la rete di relazioni intessute all'interno della famiglia è sostituita dalle logiche del consumismo e della produttività, celebrate nelle grandi cattedrali mediatiche dove tutto  porta alla disgregazione e alla negazione della nostra vera e unica identità di figlio di Dio.

Bisogna umanizzare lo spazio fuori dall'appartamento, ci è stato detto, per vivere da uomini liberi all'interno della propria casa.

La Famiglia con i suoi stili di vita può e deve creare la rete che non rende impossibile l'emergere di una verità che oggi sembra solo utopia.


Guardo il sole che pian piano, dopo aver scoperto la cima brulla, bianca e rocciosa del monte che mi sta davanti, sta scendendo ad illuminare quella coperta dalla bassa vegetazione. Tra poco sarà sugli alberi, le querce e i lecci, che prolificano man mano che si scende sul pianoro antistante l'albergo.

Penso alla luce che siamo chiamati a portare al mondo.

Mentre aspetto che Gianni si svegli, osservo la luce che dapprima fa emergere le parti più dure, più inospitali ripide e difficili da scalare di questo monte, poi sfiora l'erba, gli alberi situati più in basso, quelli  che ieri hanno ospitato i laboratori di discussione all'aperto di questo convegno, (La sobrietà, Rispetto dell'ambiente, Conflitti e mediazioni, Culture diverse, Religioni diverse, La vita buona), poi arriva alle case e agli alberghi, i luoghi coperti e appartati, dove deve arrivare l'annuncio.

Quando siamo arrivati, mi sono chiesta perché le Beatitudini sono  state prese come filo conduttore di questo convegno. Nelle lodi del mattino, nei vespri della sera, nella preghiera in camera degli sposi c'era una beatitudine da meditare.

Il sole, che ormai è arrivato ad illuminare anche il balcone della stanza che occupiamo e tra poco entrerà dai vetri della finestra, mi ha aperto gli occhi sul perché di una scelta così incomprensibile.


Mentre mi lascio scaldare dai raggi tiepidi che mi accarezzano la pelle intirizzita dal freddo della notte, il pensiero va al mondo irrigidito dagli schemi della cultura dominante, al mondo che ha bisogno di essere rischiarato e illuminato dal discorso della montagna.

Penso alla responsabilità di noi coppie, chiamate a salire sul monte, lasciando a valle i nostri bagagli, per meditare sulle "Beatitudini", a quanto ci dobbiamo sforzare per viverle nella nostra vita dentro e fuori delle mura domestiche, per essere testimoni credibili della gioia di un incontro che trasforma la vita.

Il sole tornerà a rischiarare questo monte: ma noi non ci saremo domani ad ammirare i chiaroscuri creati dalla luce che sale pian piano nel cielo.

Scesi a valle, nel cuore conserveremo il ricordo di scalate ardue e difficili, di incontri imprevisti e imprevedibili, di parole consegnate ad ogni coppia, per raccontare al mondo intero la meraviglia del mattino di Pasqua.



giovedì 14 giugno 2007

Lo stadio

  Sfogliando il diario


In un pomeriggio uggioso di una domenica qualsiasi, che, a sentire i giornali, si distingueva per le partite di calcio a porte chiuse, a seguito dei fatti efferati senza fumogeni, bombe carta e striscioni, in uno stadio di spettatori attenti e disciplinati, con lo Spirito che faceva da custode, guida e maestro, don Giuseppe di Virgilio, reduce da un lutto recentissimo e febbricitante, ha infiammato noi coppie e tutti gli operatori di Pastorale famigliare, con il sacro fuoco dello Spirito e ci ha introdotto nella sala segreta del Re.

Il Cantico dei Cantici, letto e commentato dal relatore, non poteva che infiammarci ancora di più sull'amore che Dio nutre per noi, ma soprattutto per l'amore che a noi sposi è dato di sperimentare in pienezza. Un amore fatto di baci e di carezze, di sguardi e di parole, di lamento e di passione, di attesa e di conquista, di un cercarsi e incontrarsi, di un fermarsi e ricominciare a correre.

Aveva esordito dicendo, che il tempo non potevamo ancora sprecarlo ad imporre qualcosa che sembra riguardare solo i preti e i volontari del sacrificio. Ha aggiunto che per convincere bisogna far inamorare la gente di Gesù, di Dio, della sua Parola.

Solo l'amore può giustificare scelte che ai più sembrano insensate.L'amore di cui è informata la Parola, il libro Sacro dove l'amore si chiama Gesù, che lo sperimenta nell'accoglienza in una famiglia sui generis, e che è rifiutato dalla famiglia d'origine.

Straordinario questo Dio che sconvolge gli schemi, facendo partorire prima l'uomo... che pazzia, poi chiedere a Maria se voleva, con lui, ricominciare tiutto da capo!

Così lo Spirito che diede vita all'uomo e poi alla donna, fecondò Maria, la sposa che doveva parorire lo sposo. Ma lo sposo doveva morire per dare la possibilità all'uomo e alla donna di partorire insieme l'altro da sè, facendo una cosa nuova e irripetibile: il figlio.

Crescete e moltiplicatevi disse Dio alla prima coppia, ma la moltiplicazione non era numerica, era di qualità, perché non basta mettere al mondo dei figli perchè vivano.

Caino uccise Abele, e la storia così cominciò il suo degrado.

Lo Sposo doveva effondere il Suo Spirito perchè la vita durasse in eterno e la discendenza non si limitasse solo i primogeniti. Con la mporte di Cristo siamo diventatri tutti eredi e non ci dobbiamo rubare la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie.

14 febbraio 2007

mercoledì 20 settembre 2006

Chiamati alla santità coniugale


I coniugi sono chiamati a santificarsi insieme, a diventare santi, non "nonostante il matrimonio", ma "attraverso il matrimonio", attraverso quel marito o quella moglie che non è come lo vorremmo o come lo vorrebbe Dio. Nel matrimonio il vincolo, il patto diventa Sacramento, vale a dire DONO di Dio.

Cosa significa? Dio, il giorno delle nozze, dona ai coniugi l’anello, la fede, la fedeltà al patto, il rapporto, il vincolo di alleanza che rende possibile la realizzazione del progetto comune, che deve identificarsi con il progetto di Dio.

La comunione attraverso il corpo e lo spirito, l’apertura alla vita, vale a dire la fecondità spirituale e biologica dipenderanno da quel vincolo di cui Dio ha garantito l’indissolubilità, se la grazia del sacramento viene alimentata, chiesta, perseguita, accolta.

Dio ha affidato alla coppia il compito di renderlo visibile al mondo."Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, da come vi amate"

Sulla natura Dio ha costruito il suo progetto di dare la vita al mondo.Infatti l’uomo e la donna sono naturalmente attratti l’uno all’altra. (Il problema è che questa attrazione non dura in eterno. L’amore è una scelta che si fa per far stare bene l’altro.)

L’unità dell’essere, del pensare e dell’agire è propria della Trinità, è attributo di Dio.

Dio è amore e, attraverso l’amore, dà vita al mondo, dà vita attraverso lo Spirito che è il frutto, il dono dell’amore, è la relazione che intercorre tra il Padre e il Figlio.

Dio con la creazione dell’uomo e della donna ha smesso di creare, affidando quindi alla coppia il compito di procreare, prendendo esempio da Lui.

L’amore è felice quando porta frutto.

L’amore è la relazione che intercorre tra l’uomo e la donna, quando decidono di sposarsi.

L’amore presuppone un io che ama e un tu che è amato.

Perché l’amore si realizzi è necessario uscire fuori da sé.

Dalla capacità dell’uomo di amare, uscendo fuori da se, consegue la possibilità di somigliare a Dio.

La santità consiste nell’essere, nell’appartenere a Dio, nel vivere in Dio le cose umane.

Dio alla coppia dà la possibilità di vivere la relazione " da dio", donando il Sacramento, che è permanente.

Così, come i sacerdoti non cessano mai di essere preti, i coniugi non cesseranno mai di essere coniugati, una volta che si sono promessi amore e fedeltà per sempre davanti a Dio.

Gli sposi celebrano il matrimonio, sono ministri del sacramento, amministratori e depositari del dono.

Il dono che Dio fa alla coppia è il dono del vincolo, della relazione, vale a dire della capacità di tenere fede all’alleanza, anche quando questa appare squilibrata, perché uno dei due non corrisponde.

La santità si consegue, cercando di rendere efficace la grazia del Sacramento.

E’ un po’ come quando ci regalano un apparecchio che non sappiamo come funziona o ne conosciamo solo pochi aspetti.

La coppia che si sposa in comune rispetto a quella che si sposa in chiesa ha lo svantaggio di vivere nella casa che umanamente ha preparato, anche bella e confortevole, se vogliamo, senza accorgersi che quella non è che il garage o la cantina di un castello bellissimo, con ogni genere di conforto.

La santità è entrare in questa nuova e sconosciuta dimensione e cercare di abitare tutte le stanze di quel castello, perché anche altri vi possano essere accolti.

Il compito della coppia è di amarsi come Dio ci ha amato.

Il matrimonio è icona del vincolo che unisce Cristo alla Chiesa.

Non si diventa santi facendo cose straordinarie, ma rendendo straordinarie le cose ordinarie.

Come?’ Vivendo ogni momento il noi, collegando ogni cosa a Dio e all’altro, agli altri.

Come ogni battezzato, per diventare santo, deve attingere alla fonte dell'amore, cioè Dio, per  riversarlo sui fratelli, attraverso l’ordinarietà della vita, gli sposi con il matrimonio sono chiamati alla santità accogliendosi vicendevolmente e divenendo nello scambio quotidiano dell'amore veicoli dell’amore di Dio

Il Sacramento del matrimonio è Sacramento di ministero, per cui la grazia è data alla coppia perché insieme siano icona di Dio nella capacità che hanno di essere uno e distinto, di vivere la comunione, l’eternità, l’infinito, la fecondità, la trascendenza.

La santità è vivere consapevolmente il Sacramento, che più degli altri può parlare agli uomini assetati d’amore.

Con il Battesimo si appartiene a Cristo singolarmente, con il Matrimonio si appartiene a Lui insieme coniugati.

La spiritualità dei coniugi, non è la spiritualità della rotaia, perché, sposandosi c’è un nuovo modo di vivere, si vive in relazione all’altro.(F.C.13, come Cristo ama la Chiesa).

"Amatevi come io vi ho amato", "ama il prossimo tuo come te stesso", "da questo riconosceranno che siete miei discepoli, da come vi amate".

Il comandamento di Gesù è chiaro: saremo giudicati sull’amore, al nostro prossimo, che nel caso degli sposi è il proprio coniuge.

L’amore vero è quello che è capace di perdonare non sette, ma settanta volte sette.

"Se amate colui che vi ama, che merito ne avete? Anche i pagani lo fanno".

Essere santi significa decidere se appartenere a Cristo o no, essere riconoscibili dal modo in cui amiamo il nostro prossimo, riusciamo a perdonarlo, rendendo Dio visibile attraverso questa capacità divina, di morire per amore.

Morire non significa porre fine alla nostra esistenza terrena, ma abbandonare, liberarci di tutto ciò che ci appartiene materialmente e spiritualmente. Tutto deve essere portato alla mensa comune, perché di due idee, pensieri ecc. venga fuori un’idea nuova che nasce dalla morte delle nostre idee personali o una cosa nuova quando si mettono in comune risorse e carismi.

La santità nasce da una morte che genera vita, da un quotidiano vissuto nell’ascolto e nella condivisione, dove chi ci mette tutto è Dio, e dove noi non siamo che umili operai della sua vigna a cui viene chiesto di lavorare perché cresca rigogliosa e porti frutto. La coppia è chiamata insieme; ma non necessariamente allo stesso momento gli sposi sono in grado di dire di sì a Dio consapevolmente.

Anche nella coppia c’è chi arriva prima dell’altro.Qualcuno,a volte, non arriva mai.

Dio ci chiederà conto di cosa avremo saputo fare con la persona che ci è stata affidata.A Lui non interessa che la cosa sia esteticamente perfetta, ma che sia il frutto dell'impegno comune.

Per quelli che non collaborano, pensiamo a cosa dobbiamo inventarci perchè un bambino pasticcione e svogliato arrivi con il nostro aiuto a leggere, scrivere, disegnare ecc.

E non preoccupiamoci per chi arriva ultimo, perchè tutti, i primi e gli ultimi avranno un trattamento uguale.

Il salario, infatti, è Lui, infinito che, per quanto lo si voglia dividere, sempre infinito rimane.


Da una catechesi di mons.Renzo Bonetti

febbraio 2006

venerdì 8 settembre 2006

La comunità : luogo di perdono e di festa



Il tema di questo incontro mette in relazione tre parole:"comunità", perdono",festa" che sembrano non averne tra loro, almeno per gli studiosi di sociologia e per tutti gli addetti ai lavori, in quanto la comunità, intesa come luogo dove si mettono in comune delle cose, molto raramente è un luogo di festa o, se questo accade, raramente la festa dà gioia e pace e serenità anche quando stai fuori.




Conosciamo tanti tipi di comunità, e quelle di cui si parla di più sono quelle di recupero, che negli intenti vogliono riprodurre un clima di famiglia, per rimettere in piedi chi vi fa ricorso e restituire loro la dignità perduta.




Nello stesso tempo la parola"festa" , nella sua etimologia, richiama il focolare domestico, la casa, e quindi un ambiente familiare.




Il "perdono" unisce la parola "comunità"alla parola "festa", vale a dire che la chiave perché in una comunità si faccia festa è l’esercizio del perdono.




Di quale comunità vogliamo parlare? A quale comunità apparteniamo?




Subito ci viene in mente il gruppo a di cui facciamo parte, chiamato "Sacra famiglia" che ci vede qui riuniti oggi, ma anche la nostra famiglia d’origine o quella a cui, sposandoci abbiamo dato vita, la parrocchia, famiglia di famiglie, per finire alla Chiesa, assemblea di tutti i credenti, di tutti i figli di Dio. Dalla più piccola alla più grande, in ognuna siamo chiamati a testimoniare l’amore di Dio, a metterlo in circolo, a dare vita a chi non ce l’ha, a portare acqua a chi non sa o non può o non vuole attingere direttamente alla fonte.




L’amore è fonte di vita e il gruppo di preghiera è la piccola serra del Signore, è il luogo dove si coltiva questa pianta in via d’estinzione, capace di produrre frutti che non marciscono e capaci di soddisfare gli appetiti di tutti gli scontenti, gli arrabbiati, i depressi della terra.




La preghiera è il necessario collegamento alla fonte della vita, nella sottomissione a chi ci dà luce, forza e calore per crescere e portare frutto.Ma la preghiera da sola non basta ,se non nasce da un accordo con i fratelli.




Se osserviamo la croce, vediamo che un’estremità è conficcata nella terra e l’altra si protende verso il cielo, mentre le altre due che si allargano ad abbracciare gli uomini, per farli entrare nella comunione con Dio.




L’accordo, di cui si compone la melodia, è fatto sempre con tre note, ma non c’è strumento che funzioni bene se non lo si accorda con qualcosa che funga da unità di misura.Quindi non basta accordarsi per fare qualcosa(anche i delinquenti lo fanno per portare a termine un misfatto), ma è necessario che ognuno si sintonizzi con il Signore, la nostra perfetta e ineguagliabile unità di misura.




" Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro"dice Gesù ( Mt18,19-20).




L’accordo a cui ci chiama il Signore è quello che nasce dall’ascolto della sua parola, che è parola di giustizia e di verità, è quello che viene irrobustito e capace di far fluire il bene nelle più piccole e nascoste parti del Corpo Mistico, dall’Eucarestia e tutti gli altri Sacramenti attraverso cui Dio ci dona l’amore.




I Sacramenti sono il frutto del perdono di Dio, del suo amore testimoniato fino alla donazione totale di se,attraverso l’incarnazione e morte per donarci lo Spirito.




"l’uomo non vive di solo pane, ma …..di quanto esce dalla bocca del Signore" troviamo scritto nel Deuteronomio.(Dt8,1-4)




La parola di Dio è il nutrimento che serve per attraversare il deserto senza che il vestito si logori addosso e il piede si gonfi.




La parola di Dio è parola di perdono, è testimonianza d’amore.




Con la sua parola ci parla dell’alleanza stretta con il popolo d’Israele alla quale non è venuto mai meno, neanche di fronte alle defezioni più vistose.




Il perdono di Dio si è fatto carne in Gesù , la Parola che è all’origine di tutte le altre e le spiega e le comprende, la Parola che incarna il perdono di Dio e ci rende capaci di fare altrettanto




I Sacramenti sono il segno tangibile del perdono di Dio, sono un "super dono", se così si può dire, visto che i nomi non hanno il superlativo, al contrario degli aggettivi.




Con il Battesimo Dio ci riporta alla condizione originaria, riammettendoci nella sua casa, il giardino dell’Eden; con la Cresima, ci riconferma nella comunione con Lui, con l’Eucarestia ci dona se stesso, sostituendosi a noi per l’espiazione dei nostri peccati;con la Riconciliazione ripete il suo perdono, tutte le volte che glielo chiediamo; con l’Unzione degli infermi si piega sulle nostre ferite visibili e invisibili e le cura e le guarisce; con il Sacramento del Matrimonio in cui dona la Grazia, , cioè gli strumenti per amare per tutta la vita il coniuge, nella sua inadeguatezza, povertà, incapacità ad essere come vorremmo, con l’Ordine attraverso il quale fornisce i mediatori ordinari della sua grazia, i sacerdoti, ministri ordinari di perdono.




Tutti i Sacramenti, quindi, sono finalizzati a dare vita all’uomo, a renderlo felice, vale a dire fecondo, capace di dare vita agli altri, capace di portare frutto, attraverso la vita donatagli da Dio.(Non è un caso che la parola "felicità" si riporta al verbo greco"phyo", "sono fecondo, produco, porto frutto").




Ma il Sacramento che più degli altri ci nutre è l’Eucaristia, perché in esso è Dio stesso che si fa cibo e bevanda per noi, un Dio che in Cristo Gesù è diventato pane e Parola, quella che viene spezzata e condivisa nella mensa eucaristica., per soddisfare gli appetiti di tutti gli affamati e gli assetati del mondo..




In effetti il pane e la parola sono il necessario viatico per chi deve attraversare il deserto, per quelli che vogliono arrivare alla terra promessa.




Pane e parola sono gli ingredienti per fare comunione, pane e parola sono quelle che si spezzavano attorno alla mensa delle prime famiglie cristiane(At2,42;4,32), pane e parola sono gli ingredienti di cui sono sempre più prive le nostre mense, le mense delle famiglie degli uomini.




La comunione è il valore più alto a cui una comunità deve tendere e questa si ottiene soltanto quando la parola è parola di perdono, di accettazione dell’altrui diversità, è commozione per l’altrui fragilità, è tenerezza per ciò che non riesce a fare, è dono gratuito perché l’altro abbia la vita.




La comunione è frutto di condivisione del pane, di ciò che si è e di ciò che si ha, condivisione di beni materiali e spirituali, dei talenti(carismi) che Dio ha affidato ad ogni uomo per metterli a servizio della sua Chiesa.




Dio con l’Eucaristia ci chiama alla responsabilità verso chi ci ha messo a fianco, "il prossimo"(superlativo di "prope" vicino); ci interpella sulla responsabilità verso il fratello debole; la storia di Caino e Abele ci parla di questa responsabilità."Dov’’è tuo fratello?" chiede Dio a Caino(Gn4,9).




L’Eucaristia ci parla della nostra responsabilità nei confronti, di tutti i fratelli uniti a noi nel suo Corpo Mistico.




Le parole della consacrazione" Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo che è dato per voi.Fate questo in memoria di me"(Lc22,17-20) ci dicono che celebrare e fare memoria non è compito solo del sacerdote che consacra il pane e il vino, ma di ogni battezzato chiamato a fare ciò che ha fatto Gesù.




Il perdono è la strada scelta da Dio per darci la vita, il perdono è il concime che alimenta e fa crescere le piante, nelle piccole e grandi serre dove si coltiva l’amore. Il perdono è testimonianza d’amore, il perdono porta pace e gioia nelle nostre comunità e di conseguenza nei luoghi dove viviamo o operiamo.




Gesù è venuto tra noi a mostrare il vero volto del Padre.




Ai comandamenti scolpiti sulle tavole della legge, tre a sinistra che contemplavano i doveri verso Dio, sette a destra per i doveri verso il prossimo, Gesù ha sostituito un comandamento nuovo che li riassume tutti, "ama il prossimo tuo come te stesso" , volutamente ignorando i doveri verso Dio, scritti sulla tavola di sinistra.




"Se non ami il fratello che vedi, come puoi amare Dio che non vedi?"




Se hai un’offerta per l’altare…va’a riconciliarti..)(Mt5,24)




Per amare Dio bisogna passare attraverso un amore umano, per apprezzare il suo sacrificio bisogna fare esperienza di amore non corrisposto sì da desiderare il suo che non si è arreso di fronte al tradimento dei suoi più intimi amici, del suo "prossimo"




"Amatevi come io vi ho amato", questa è la perfezione dell’amore.




Ma come ci ha amato Dio?




Perdonandoci non sette volte, ma settanta volte sette, per cui il comandamento nuovo può esprimersi così:"Perdona il prossimo come perdoni te stesso.Perdonatevi come io vi ho perdonato."




Dio testimonia che, pur se sbagliano, continua ad amare i suoi figli e non li abbandona, ma si serve delle prove per far capire loro ciò che conta veramente nella vita, ciò che è essenziale, chiarificando il desiderio, dando ad ognuno il nutrimento necessario che alla fine si rivela l’unico che dona la vita:il perdono.(Dt8,1-4)




Solo così il deserto lo si può attraversare senza che la veste si logori addosso e il piede si gonfi.




Tutta la storia d’Israele è una storia d’amore tra Dio e il suo popolo, un amore che non dipende dalla bravura di chi si è scelto, né dalla disponibilità a lasciarsi aiutare e trasformare da Lui..




L’amore basta all’amore e non ha giustificazioni, almeno quello di Dio.




Riconoscersi peccatori, non bravi, non buoni, bisognosi di perdono, ci porta ad accogliere il perdono che viene dall’alto, a lasciarci nutrire dall’amore gratuito di Dio e a desiderare di trasmetterlo anche ai nostri fratelli.




"Eterna è la sua misericordia" ripetiamo in un salmo tra i più conosciuti, riconoscendo a Dio la capacità di perdonare all’infinito..




La società in cui viviamo sente la necessità di perdonare, tanto da prevedere nelle sue leggi forme di perdono come l’amnistia, il condono, l’indulto, la grazia.




Il giubileo, nelle società antiche, serviva a condonare i debiti contratti, perché la società deve poter ricominciare da capo e non può essere sempre in conflitto con se stessa.




Ma noi sappiamo perdonare? Che tipo di perdono è il nostro?




Il testo di Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese "Per…dono"edito da Effatà ci aiuta in tal senso.




Vi scopriamo forme illusorie di perdono che non conoscevamo come quello superficiale che rimanda l’esplosione del conflitto; quello ragionevole, che cerca di scusare l’altro; quello impotente, conveniente che avalla il comportamento scorretto; quello umiliante, rinfacciato,pesante,indolente per incapacità relazionale, quello l blak out, differito per penalizzare l’altro,quello accomodante,paternalista, che dissolve l’altro, il perdono abusato,ombelicale per l’incapacità a vivere la mancanza di serenità in famiglia, il perdono predicato,minimalista, sotto condizione,vicario, generico che non implica uno sforzo personale e un rapporto personale.




Tutti questi perdoni sono falsi imperfetti perché non hanno come effetto quello di mettere in circolo l’amore che fa crescere l’altro nella gratuità del dono.




Gli imperdonabili sono quelli che non hanno scusanti, quelli che umanamente è impossibile perdonare, ma che solo il nostro perdono può riabilitare e trasformare in creature nuove.




Gli imperdonabili.devono stupire per ciò che inaspettatamente viene loro concesso e da lì ripartire per una vita nuova. In questo caso fondamentale è l’intervento della Grazia per riuscire a fare ciò che Dio ha fatto per noi.




Ma frutto della Grazia è anche il riconoscersi bisognosi di perdono. Solo chi si sente imperfetto riesce a comprendere l’altrui inadeguatezza.




Bisogna fare esperienza di perdono per poter perdonare.




"Amatevi come io vi ho amato" Ma come ci ha amato Dio? Come ci ha perdonato?




La storia d’Israele è storia di alleanza, fedeltà, perdono.La nostra storia gode dei frutti del perdono.




Il perdonodi Dio è gratuito, parte dall’amore e dalla fiducia nei riguardi dell’uomo. Un dono gratuito e inaspettato allarga il cuore e spinge a fare altrettanto, perchè la carità è contagiosa.Chi si sente perdonato è spinto a perdonare. Chi ha fatto esperienza dell’amore gratuito di Dio non può sottrarsi all’azione della Grazia che opera in tal senso.




Il perdono di Dio educa quindi a fare altrettanto. Come?




Sicuramente l’invocazione allo Spirito che ci dia occhi per guardare e cuore per amare come Dio ha fatto con noi non è senza frutto, ma anche la lettura della Parola ci aiuta in tal senso. La vicenda di Giuseppe è emblematica.(Gn42-45)




Giuseppe, venduto dai suoi fratelli, pur desiderando riabbracciarli, appena li riconosce, si trattiene e li fa un po’ soffrire perché capiscano e imparino dall’esperienza concreta il difficile cammino della presa di coscienza del male fatto.




Il perdono non può prescindere dalla memoria di quanto è accaduto. Perché la ferita si rimargini bisogna guardarla e curarla, lasciandola scoperta.




Il perdono che parte dalla decisione di mettere una pietra sopra il passato serve solo a far imputridire la piaga.




Il perdono è memoriadella crisi, è vedere lo strappo come occasione di crescita, come opportunità per creare un vincolo più saldo. Il perdono è l’altra faccia dell’amore che nasce dalla tenerezza che suscita la compassione per l’altrui fragilità.




(Pensiamo a quale sentimento proviamo nei confronti di un bambino che non riesce a fare bene ciò che per i grandi è normale)




La capacità di perdonare a prescindere e nonostante tutto, viene da Dio e umanamente non può esserci perdono perfetto, ma solo approssimazioni che non sono liberanti e non promuovono la persona.




Ogni cristiano è chiamato a dare vita, a far crescere l’altro, a partorirlo a Cristo Gesù e in quest’ottica deve essere visto il perdono: come opportunità data all’altro di entrare nella corrente della Grazia, la corrente della vita.




Il perdono a cui ci chiama Cristo è un perdono al fratello che ci ha messo accanto, il più vicino, quello che ci scomoda di più e quello che ci sembra imperdonabile, quando tradisce la nostra fiducia.




Quando si perdonano i tedeschi per l’olocausto o noi Cristiani chiediamo perdono per la barbarie implicita nelle crociate facciamo molta meno fatica di quanta ne implichi aprire il cuore all’imperdonabile coniuge che ci tradisce con una donna o con i suoi hobby, le sue amicizie, il lavoro ecc. o il condomino che vuole sempre avere ragione o ci butta l’acqua sul balcone, quando annaffia le piante o la collega pettegola che ha sparlato di noi ecc.




Il perdono dà vita a chi lo dona e a chi lo riceve, perché ristabilisce la comunione a cui Dio ci ha chiamati, quella che pensiamo di fare, quando andiamo alla Messa e prendiamo l’Eucarestia, magari ogni giorno, dimenticando che il Corpo di Cristo è la comunità dei credenti, e a quella dobbiamo dare da mangiare e da quello dobbiamo farci mangiare, lavare e farci lavare i piedi, perdonare e farci perdonare.




Ma certe persone non lo meritano il perdono, ci diciamo e ci sentiamo bravi anche solo se ci teniamo alla larga.




Gesù è maestro del perdono.Nei Vangeli vediamo che gli imperdonabili, sono quelli con i quali si mischia, i peccatori condannati senza appello da scribi e farisei.




Quando, dopo la resurrezione, compare nel cenacolo, passando attraverso le porte chiuse, saluta i disertori con le parole:" Pace a voi!"(Lc24,36).(Il perdono che prescinde)




Sempre nel Vangelo di Giovanni (Gv21,16)troviamo una pagina illuminante nell’ultimo dialogo tra Pietro e Gesù risorto, sulla sponda del lago di Tiberiade."Pietro mi ami tu?"gli chiede per due volte usando il verbo "agapào" e solo all’ultimo il verbo "filèo", adeguandosi alla risposta di Pietro che conosce solo quel modo di amare, espresso dal verbo filèo che usa in tutte le tre risposte.(Gesù continua ad abbassarsi anche dopo la resurrezione. Il perdono è frutto di una discesa, di un abbassamento)




La lavanda dei piedi che san Giovanni riporta come segno del dono che Cristo si apprestava a lasciare agli uomini ci fa entrare più intimamente nel mistero del perdono divino.(Gv13,1-17)




Gesù lava i piedi agli apostoli, prima di mangiare, nonostante questo servizio fosse riservato solo ai non circoncisi. Gesù maestro, il Rabbì comincia la condivisione del cibo, abbassandosi, indossando il grembiule, mettendosi sotto. Ecco il perdono parte dalla convinzione che non siamo migliori degli altri, passa attraverso un farsi carico di ciò che dell’altro è sporco e manda cattivo odore, sfocia in un desiderio di liberarlo da ciò che lo rende indegno, inadeguato.




Gesù, lavando i piedi ai discepoli, li rimette in piedi, restituisce loro la dignità perduta.




Per perdonare è necessario riabilitare l’altro, partendo dalla sua discolpa, facendo uno sgombero nella nostra casa perché vi possa entrare l’altro e possa parlare al nostro cuore con la sua storia. Divenire casa accogliente per l’altro, ascoltandolo, mettendoci nei suoi panni, è una strada che possiamo percorrere alla ricerca di elementi che mettano in luce l’innocenza dell’altro.




Gesù è diventato per noi casa accogliente, nella quale spesso ci rifugiamo, ma ci ha chiamati ad esserlo l’uno per l’altro.




Quando si trasloca, si sgombra la casa. Il trasloco è quello che Dio ci chiama a fare, quando vogliamo capire e farci capire, quando vogliamo comunicare, mettere in comune quello che abbiamo e non abbiamo, per far posto all’altro.




Dio ci ha dato l’esempio, quando ha indossato i nostri panni, preso la nostra carne per comunicarci il suo amore in modo tangibile.




Continuiamo a guardare come opera Dio.




Dio, spinto dall’amore verso l’uomo che ha fatto a sua immagine e somiglianza ha fiducia in lui e perdona perché sa che la riabilitazione porta l’uomo a rifarsi una vita, vale a dire a passare dalla morte alla vita.




Imparare a perdonare è un cammino di crescita, un percorso di vita per noi e per gli altri.




Ma dove dobbiamo esercitare il perdono?




Sicuramente nella comunità di cui facciamo parte a cominciare dalla più "prossima", che è quella in cui siamo nati o quella che abbiamo con il nostro coniuge formato.




Ma poiché non si improvvisa il perdono, ecco che è necessario esercitarsi. Di qui l’immagine della serra, il gruppo di cui facciamo parte, dove ci si abbevera alla stessa sorgente.




Il nostro gruppo si chiama "Sacra famiglia"non a caso, perché ad essa vuole ispirarsi nei valori, nelle scelte, nelle azioni perché Dio si renda visibile in mezzo a noi.




Dio ha scelto di incarnarsi in una donna,ma ha avuto bisogno di due sì, quello di Maria e quello di Giuseppe .L’accordo è fondamentale per far incarnare e rendere presente Gesù.




Gesù ha scelto di vivere in una famiglia, i cui membri erano legati tra loro attraverso l’amore a Dio e all’altro.Nella Sacra Famiglia i membri erano sottomessi a Dio e sottomessi l’uno all’altro.(Maria era sottomessa a Giuseppe Gesù a suo padre e a sua madre ecc.)




Oggi la famiglia che fa notizia è quella che non funziona.Lo stato,a corto di famiglie su cui legiferare, si propone di aumentarne il numero legittimando quelle di fatto.Le famiglie oggetto di discussione sono quelle che non danno garanzie ma le pretendono dallo stato, quelle che non pensano che l’indissolubilità sia un valore, che la diversità sia una risorsa, che la stabilità un’assicurazione a tempo indeterminato per la felicità dei figli..




Il Dio in cui crediamo è un Dio famiglia, è Dio Trinità, un Dio che ha creato l’uomo a sua immagine, maschio e femmina, perché della diversità facesse una ricchezza, chiamati il maschio e la femmina a continuare la sua opera creatrice.




Il Dio della Bibbia è padre e madre, fratello e sposo e ci ha dato la vita perché fossimo a tutti gli effetti figli ed eredi del suo patrimonio di grazia e di amore.Il suo è un linguaggio familiare.




La famiglia in cui Dio ci ha chiamati è caratterizzata dall’amore profuso gratuitamente ad ogni uomo, chiamato di volta in volta "figlio","fratello","sposo".




(Appartenere ad una famiglia significa essere una di queste cose.)




Dio testimonia il suo amore con la fedeltàalla promessa, al vincolo, all’alleanza che ha stretto con l’uomo, alleanza unilaterale, alleanza che con lo spirito Santo effuso da Cristo l’uomo è in grado di non rompere.La disponibilità alperdononon sette ma settanta volte sette è garanzia di stabilità e di realizzazione della promessa.




La famiglia, luogo privilegiato scelto da Dio per fare della diversità una ricchezza, della crisi una risorsa, dell’unione una possibilità di vita, ha bisogno di persone che attingano direttamente alla fonte dell’amore, per metterlo in circolo lì dove i serbatoi sono vuoti.




Concretamente il gruppo deve fortificare i suoi componenti per testimoniare e rendere visibile Dio fra gli uomini, per rendere visibile il capolavoro di Dio, la famiglia, a cui ha dato il compito di trasmettere la vita, di continuare la sua opera creatrice..




L’uomo è uno e se impara a perdonare non farà differenza fra il fratello con cui si incontra una volta alla settimana e il marito o la nuora o la cognata che hanno comportamenti imperdonabili




Il perdono più difficile è quello che si dona a chi ci ha tradito, ha tradito la comunione, chi ha tradito la nostra fiducia, chi ci parla alle spalle, chi non riesce ad essere buono.




La volontà concreta di perdonare porta al perdono con l’aiuto di Dio.




La comunità che perdona è la comunità dove si fa festa, si esprime la gioia di essere felici, cioè di dare vita, rendere fecondi, portare frutto.La comunità che perdona è quella dove la vita circola liberamente e lo Spirito di Dio fa nuove tutte le cose. La comunità che perdona è messaggera di pace, portatrice di lieti annunzi.




Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono, diceva Giovanni Paolo II. Il perdono è la giustizia di Dio , perché in Lui misericordia e giustizia s’incontreranno, perché ciò che preme a Dio è la nostra salvezza e per la nostra salvezza è stato disposto a tutto.




La pace che molti pensano di realizzare con i discorsi e con gli striscioni, si costruisce nelle nostre famiglie, qualunque sia il numero e la tipologia dei suoi componenti (Negli atti degli Apostoli troviamo famiglie sui generis:famiglie di vedove, di eunuchi, di coppie senza figli.Ciò che le accomunava era il pane e la parola condivisi.Nessuno può sottrarsi al vangelo della famiglia, pur se vive solo), attraverso la composizione dei conflitti, alla luce del Vangelo, nello sforzo di tenere aperto il cuore per riaccogliere chiunque si smarrisca nella notte.




Così lo stile di vita del cristiano non differisce quando è dentro l’appartamento da quando ne esce fuori, perché le relazioni intessute sull’esempio della Sacra Famiglia di Nazaret non dipendono dal tempo,dal luogo e dalle persone per testimoniare la presenza di Dio fra gli uomini.







Concludiamo con l’impegno ad accogliere e fare nostra l’esortazione di san Paolo agli Efesini(Ef 4,29-32):"Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca;ma piuttosto parole buone che possono servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano,E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio,col quale foste segnati per il giorno della redenzione.Scompaia da voi ogni asprezza,sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità.Siate invece benevoli gli uni verso gli altri,misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato voi in Cristo."




.




Relazione al gruppo "Sacra famiglia" del RnS

mercoledì 26 luglio 2006

La via della santità



“Signore insegnaci a pregare”


All’insegna di queste parole ieri, 3 marzo 2002, il R.N.S. abruzzese si è riunito per riflettere sull’importanza, anzi sulla necessità, della preghiera nella vita del cristiano.


Il papa, dicendo che il cristiano vale tanto quanto prega, ha voluto richiamare l’accento a ciò a cui ognuno è chiamato: la santità.


Parole che a noi sembrano troppo grosse, che non ci riguardano da vicino, salvo poi ritrovarci a chiedere l’intercessione di qualche santo, perché arrivi lì dove non possiamo arrivare.


Abbiamo sempre pensato che i santi sono quelli rappresentati nelle sacre immaginette segnalibro, se ne possediamo uno degno di accoglierli, oppure le tante statue di gesso, esposte nelle chiese, spesso coperte o circondate da ex voto, in atteggiamenti immobili e stereotipati propri di chi nella storia non vive, ma solo nella devozione semplice del popolo.


Spesso queste figure scalzano quelle del Padreterno e della Madonna, perché i miracoli è più facile che li facciano loro.


Mai a pensare che i santi sono stati uomini come noi, spesso più deboli fisicamente, più sfortunati di noi, che di miracoli visibili non ne hanno ricevuto neanche uno, ma che hanno vissuto il miracolo della loro vita, cogliendo ogni momento l’opportunità di vivere la fede in un rapporto intimo e continuo con Dio.


Per tutti loro è stato un cammino di conversione a Cristo attraverso la propria storia, in cui l’impegno per restare fedeli non è venuto mai meno.


Se oggi sono saliti agli onori degli altari è perché il loro sì è stato irreversibile.


Il punto sta proprio nel tipo di risposta che intendiamo dare a Cristo.


Se pensiamo che questa vari a seconda delle situazioni, dello stato d’animo, dell’età che abbiamo, dei nostri impegni di lavoro e non, forse non abbiamo capito che Cristo è uno e una sola è la verità.


Sbaglieremmo di grosso se pensassimo che ce lo possiamo costruire nei tempi e nei modi che ci fanno più comodo e farlo esistere solo quando ci conviene, per giudicare gli altri, però,che sono cattivi e hanno proprio bisogno di essere da Lui puniti o (quando ci sentiamo più buoni) convertiti.


Se siamo però convinti del contrario, se Cristo ci ha chiamato in modo deciso e determinato, mostrandoci le meraviglie del suo amore, se la memoria di ciò che ci ha mostrato e ha fatto per noi non è svanita, dobbiamo prestare ascolto a tutto ciò che Lui continuerà a dirci.


Sicuramente ci parlerà, se sapremo metterci alla sua presenza in silenzio, pronti a recepire ciò che ci suggerisce, cercando di cogliere le opportunità anche nei luoghi più affollati, anche nei tempi ristretti del nostro andare di corsa, a scuola o al lavoro, mentre in macchina, in treno o a piedi percorriamo soli le strade del mondo. 


Il relatore ha invitato a donare a Dio cinque, dieci, quindici minuti della nostra giornata, io azzardo che la regola dovrebbe essere: vivere con Lui ogni momento, fare di Lui, la nostra bussola, alla quale fare riferimento, dovunque andiamo, qualunque cosa facciamo.


Fare della propria vita una preghiera è fare sì cosa gradita a Dio, ma principalmente fare la cosa migliore per noi, che da questa avventura usciremo trasformati e rinnovati, indubbiamente molto più sereni e felici di quanto possiamo pensare.


In fondo non è poi così difficile; ma per crederci bisogna farne esperienza.


Gesù ci ha detto,:”Chi vuole seguirmi rinneghi se stesso, prenda la sua croce e venga dietro di me”


Andare dietro a Cristo, significa metterci da parte, dimenticare chi siamo o eravamo e lasciarci da Lui trasformare.


Da qui il miracolo, che nasce dal fare ciò che Lui ha testimoniato con la sua vita, ma ancor più con la sua morte.


La sua esistenza è un inno all’amore e al perdono, è un grido accorato al Padre, è un Fiat ripetuto fino alla fine perché capissimo qual è il fulcro di tutta la storia della salvezza, della storia di ognuno di noi.


Il “ fiat voluntas tua” è l’adesione completa e continua al Padre che al Figlio, se chiede di morire, è perché per Lui ha in serbo la resurrezione e la gloria.


La preghiera è esperienza d’amore, è contemplazione di un Dio che ama sempre e comunque, perché è Padre, è ascolto dello Spirito che apre i nostri cuori e li rende capaci di amare, è vita in Gesù che si è fatto nostro fratello con il sacrificio sulla croce.


La santità è vivere il mistero trinitario nella nostra vita, nelle relazioni con i nostri fratelli, nel dono gratuito di noi stessi all’altro, è diventare eucaristia per chi ci conosce e per chi non ci conosce, attraverso la preghiera, attraverso le parole, le azioni e tutto ciò che possiamo donare all’altro.


Vivere una vita di preghiera è diventare sacerdoti perenni, è diventare ministri di ciò che Dio ci ha dato, che non è nostro, perché non ci appartiene, perché nulla è nostro di quanto abbiamo, perché è di Dio e da Dio.


Essere chiamati alla santità significa essere cristiani non solo un momento, ma sempre, cercando le cose di Dio nel mondo e non fuori del mondo.


Essere santi è saper riconoscere le cose del mondo, sapersene staccare a tal punto, non da dimenticarle, ma da desiderare di trasformarle per Dio, non per noi.


Il mondo ha bisogno di uomini che si lasciano plasmare e modellare dallo Spirito, di uomini che non si chiudono all’azione della grazia, ma che diventino essi stessi fonte e strumento di grazia.


Essere chiamati alla santità significa desiderare che Cristo arrivi a parlare a tutta la terra, non un linguaggio incomprensibile e assurdo, ma chiaro e attuale, grazie alla luce di chi ne ha fatto e ne fa esperienza ogni giorno.


Testimoniare significa comunicare al mondo che ciò che Cristo ha detto non è utopia o possibile solo a Lui, perché figlio di Dio, ma a tutti quelli a cui Lui ha dato il suo Spirito. 


Essere chiamati alla santità è essere chiamati alla missione, diventare pietre vive dell’edificio spirituale, di cui Cristo è testata d’angolo.


Tutto questo è possibile se la nostra vita diventa preghiera, che non mancherà di dare i suoi frutti in abbondanza.


Così la preghiera diventa il mezzo con cui solcare le acque del mondo e andare al largo, per fare una pesca ricca e copiosa.


La traversata ci renderà santi, nella misura in cui avremo saputo salire sull’imbarcazione di Cristo, dopo aver lasciato a terra le nostre reti e le nostre barche.


.


 3 marzo 2002