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martedì 16 febbraio 2021

" Guardatevi dal lievito dei farisei " (Mc 8,15)

 



"Noè trovò grazia agli occhi del Signore"(Gn 6,8)

" Guardatevi dal lievito dei farisei " (Mc 8,15)
Signore sono qui con il desiderio di incontrarti nella Parola che questa mattina hai pensato per me, con la difficoltà a fare ordine ai miei pensieri, a farti spazio perchè entri e mi nutra fin nelle midolla e mi guarisca e mi liberi da tutte le mie angosce.
"Non abbiamo che un solo pane! " ti dicono i discepoli mentre tu li stai mettendo in guardia dal lievito dei farisei, dal pensare che tutto di pende da noi e che tu non c'entri con le nostre insignificanti, banali (per te, presumiamo) preoccupazioni quotidiane.
Avere la memoria corta dipende da quante cose ci sforziamo di metterci dentro, per pianificare, organizzare, acquisire, capire, sentirci forti, autonomi, autosufficienti, più bravi, più in gamba di tanti poveri scemi che non vedono al di là del proprio naso.
Eppure tu Gesù continui a darci credito, ad operare non servenoti di cose mirabolanti, straordinae, ma traendo il molto, il di più, dal poco, dall'insignificante, perchè si manifesti la potenza di Dio e non la nostra forza. Giovanni, quando ti cercava, da picclo ebbe l'intuizione che, per stringerti, abbracciarti, dormire con te, doveva farti spazio.
Un bambino ha le idee chiare su quello che serve per ciò che gli preme.
Allora per Giovanni tu eri l'irrangiunfedgibile, l'imprendibile e così ci ha fatto la catechesi.
Ma anche quando ti facciamo salire sulla nostra barca o noi saliamo sulla tua, che è lo stesso, continuiamo a fare, pensare come se non ci fossi e ci preoccupiamo del pane che non ci siamo portati dietro, senza minimamente uscire fuori da noi stessi e vedere in te il pane di vita eterna.
Come i tuoi apostoli allora, anche noi Signore continuiamo a dare importanza al lievito dei farisei, lo usiamo per fare il nostro pane quotidiano, ignorando la tua Provvidenza, contando solo sulle nostre povere forze.
Eppure, quando partiamo, siamo animati dalle migliori intenzioni, ma ci perdiamo per strada
La mappa ce la scordiamo a casa e il percorso diventa un labirinto da cui non sappiamo sbrogliarci.
La memoria è la prima che va in tilt, quando la preoccupazione di morire di fame prende il sopravvento e tu puoi parlare all'infinito, ma ilnostro cuore si chiude a riccio, entriamo in confusione, ci viene il panico e stiamo male.
Gesù quanto vorrei che la porta del mio cuore fosse sempre aperta per te, che fosse in grado di riconoscerti, anche quando i tuoi connotati sono diversi da quelli che ci aspetteremmo.
Oggi è Carnevale e, anche se mai ho sentito il bisogno, il desiderio di mascherarmi, e mai l'ho fatto, forse perchè vivevo in maschera da quando non mi sono sentita ok per chi era addetto alla mia educazione e formazione.
Ho pensato però a fare maschere per i piccoli che mi erano affidati, immedesimandomi nel loro desiderio di vivere una giornata spensierata di gioco e di trasgressione.
Costruivo le maschere con quello che avevo, non riuscendo mai a renderli felici, perchè si sa che le maschere sono scomode, anche quelle più costose.
Ricordo le maschere di lana che confezionai appositamente perchè Franco prima e poi suo figlio Giovanni non avessero freddo e potessero il mese di febbraio farsi ammirare per le strade della città senza dover mettere il cappotto.
La maschera da clown, da Arlecchino, da cocher....
Tempi lontani di cui non ricordo il sorriso e la gratitudine dei piccoli, quanto la mia soddisfazione ad essere così brava ad inventare cose a cui nessuno aveva pensato.
Il mio orgoglio mi ha portato a fare tante cose inutili che non servivano a far felici ma ad autoincensarmi perchè ero brava, specialmente a creare con poco, con ciò che per gli altri era da buttare, cose utili, belle, uniche.
In questa mia storia di esaltazione personale dove non trovavo mai la misura tu sei entrato o mio Signore e mi hai preso per mano.
Nel deserto in cui mi hai portato io non volevo entrare e ho lottato con tutte le mie forze per trovare un pane diverso da quello che tu mi offrivi.
Sul corpo porto i segni di questa lotta titanica per non dare a te lo scettro della mia vita.
Ma tu Signore non hai desistito e hai continuato a picconare il mio cuore di pietra, a demolire le difese che nascondevano la mia fragilità, il mio peccato.
Tu Signore pian piano mi hai tolto tutte le maschere dietro le quali mi nascondevo a te e agli altri.
Mi hai amato di amore eterno, non hai permesso che il tuo santo vedesse la corruzione.
Per questo Signore ti ringrazio, ti lodo e ti benedico.
E' il primo Carnevale che vivo senza preoccupazioni di cibo o di vestito, è il primo che vivo in modo autentico, perchè so che non ti scandalizzi di fronte alla mia nudità, anzi gioisci perchè puoi rivestirmi di luce e farmi segno della tua infinita misericordia.

giovedì 11 febbraio 2021

APRITI!



Sfogliando il diario...
Si sono aperte le cateratte del cielo questa notte.
Finalmente ha piovuto. È da tanto che aspettavamo che accadesse che l'acqua irrigasse i campi, che ci lavasse, ci purificasse, ci rinfrescasse da questo caldo appiccicoso, da questa estate bollente.
“Apriti!” lo dice Gesù al sordomuto perché entri in relazione con i suoi simili, perché esca dall'isolamento che lo tiene separato dai suoi e gli impedisce di dare e di ricevere vita.
Ma Gesù, per chi è sordo e muto, non può ricorrere a parole persuadenti, parole che non sarebbero comprese da chi come il sordomuto è colpito da una malattia che non fa intendere.
I sordomuti capiscono il linguaggio dei gesti, vale a dire che suppliscono con la vista a ciò che le orecchie impediscono di far entrare.
Le orecchie e gli occhi sono la porta attraverso cui può venire comunicato l'amore, la vita. Attraverso gli occhi e le orecchie può passare la guarigione.
Io pensavo che la mia unica parte non malata fossero gli occhi, fino a 35 anni, quando mi accorsi che il problema non era il televisore che volevo cambiare, ma io che avevo bisogno di un paio di occhiali.
Da allora non ho avuto grossi problemi a leggere, a vedere, fino a quando poi ebbi difficoltà a usare un unico paio di occhiali per vedere da vicino e da lontano.
Così cominciai a usare due paia di occhiali che erano estremamente fastidiosi da usare, perché prevedevano ogni volta un fermarmi, un considerare a quale distanza stava l'oggetto da vedere.
Così, nonostante il parere dei medici, per via dell'intervento alla zona cervicale, ho messo le lenti multifocali che mi permettevano di cambiare, senza pensarci troppo, l'oggetto da guardare.
Lenti multifocali, che si sostituirono alle bifocali, che mi permettevano di avere sottomano lo strumento di lavoro, avevano però un difetto: quello di non permettere la visione alle bande laterali, a meno di girare la testa.
Poiché gli interventi mi avevano reso pressoché impossibile la rotazione, mi sono trovata costretta, quando era necessario, a cambiare posizione ogni volta che volevo vedere di lato.
Questo cambiamento di posizione è d'obbligo ancora e mi crea molti problemi, perché o faccio cambiare posizione agli altri o mi posiziono dopo che gli altri si sono accomodati, adeguandomi, quando è possibile, alle esigenze di chi mi sta di fronte.
Mi capita con Gianni al mattino di doverlo letteralmente rincorrere per incrociarne lo sguardo, senza stare male e poter anche capire quello che dice, osservando il movimento delle labbra e degli occhi, quando li apre.
Gli occhi, in questi ultimi, tempi sono diventati molto importanti, da quando ho cominciato a sentirci meno.
Gli occhi hanno sopperito alla deficienza dell'udito.
Ma ora si sono ammalati.
In questo momento uno, il destro, funziona, ma una toppa, una poltiglia melmosa, resinosa li appiccica e mi oscura la visione.
È diventato una lotta leggere, scrivere, vedere.
Dopo l'intervento di ieri, in cui mi hanno bendato un occhio, la cosa è diventata ancora più complicata. (Per fortuna la tortura dura solo un giorno).
La cattiva notizia è che le lacrime artificiali prescritte costano €15 e sono monodose.
Ho fatto il conto che durano 5 giorni, perché le devo mettere tre volte al giorno.
Mi appare sempre più chiaro dove andranno a finire i soldi dell'accompagnamento, ammesso che me li diano.
Ma una riflessione viene da farla.
Ho sempre pensato e detto che il Signore ci aveva rimandato a settembre per il matrimonio, per il figlio, per la casa, per l'uso del denaro, ma, ma mano che procedo mi rendo conto che si può essere rimandati a settembre in un infinito numero di materie.
Per quello che mi riguarda sono stata rimandata per l'uso del corpo, delle orecchie, degli occhi, della bocca, delle mani, dei piedi, dell'intestino, della schiena, dello stomaco e via dicendo.
Gli occhi finora erano salvi e non avrei mai pensato che c'erano crediti in questa materia, specie quando, tolti gli occhiali, a poca distanza dalla conversione, osservando il cielo azzurro, la luce che attraversava l'aria pulita da un recente temporale, gli alberi e tutta la natura rigogliosa di quella stagione che mi pare fosse la primavera, esclamai:”Ma Per lodare e benedire il Signore non c'è bisogno di occhiali, perché queste cose le vedo solo ora che gli occhi mi funzionano meno, secondo i canoni della medicina ufficiale!”
Era il tempo in cui stavo combattendo per cercare gli occhiali giusti, dopo l'ultimo tamponamento, dove erano andate in frantumi le lenti multifocali e cominciò l'odissea della messa a fuoco.
Un bel percorso non c'è che dire.
Ora guardo dalla finestra il cielo grigio... continua a piovere dopo un tempo interminabile di solleone, afa e foschia, specie in certe ore.
Penso che questa acqua pulisca ogni cosa, che tornerà il sereno e si rinfrescherà l'aria sì da renderla respirabile.
Ogni temporale è seguito dal sereno che accogliamo sempre con gioia, specie quando l'acquazzone ha rimosso le scorie inquinanti che rendevano l'aria pesante, irrespirabile.
Io ho una cortina davanti agli occhi, una barriera che non mi permette di vedere bene.
Gli esami a settembre sono impegnativi.
Non so quanto studio, interventi, medicine, dispendio di tempo, energie e denaro saranno necessari per vedere in questo rimando ciò di cui ho bisogno o ciò che mi serve.
Non so.
Questo compito per ora è solo cominciato.
Rifletto sul Vangelo e penso che ciò che importa non è ciò che voglio vedere io, ma ciò che Lui vuole che veda.
Che mi tocchi le orecchie, che mi bagni la bocca con la saliva.
Che io veda i segni con i quali Lui, il Signore, vuole comunicarsi a me, vuole donarmi la sua forza.
“Apriti!”
Voglio aprire il mio cuore all'annuncio di salvezza completamente e in modo irrevocabile.
Quando finiranno questi esami?
Signore grazie della tua parola, grazie di questo tempo che mi doni per meditare ciò che mi dici.

venerdì 5 febbraio 2021

«Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?».Salmo 26




 «Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?».Salmo 26

Il Salmo 26 ci ricorda che Dio non ci abbandona e che sarà sempre al nostro fianco.
A vedere come sono andate a finire le cose, non sembra che Dio mantenga le sue promesse, perché i suoi profeti hanno fatto tutti una brutta fine, senza eccezioni, non avendo risparmiato neanche il Figlio da una fine ignominiomeditasa.
Giovanni Battista è il più grande dei profeti, come lo ha definito Gesù, non ha avuto paura di stigmatizzare il comportamento di Erode tanto da finire decapitato e la sua testa portata su un piatto d'argento per i capricci di una donna e la debolezza di un uomo che così credeva di affermare la sua forza e il suo potere.
Questa mattina voglio fermarmi a riflettere non tanto sulle promesse disattese di Dio, perché sappiamo che Gesù è risorto e nella fede crediamo che con lui risorgeremo, ma sulla responsabilità dei genitori nei riguardi dei figli.
In questo caso Erodiade, la madre della fanciulla che aveva ammaliato il re con la sua danza, ha la più grande responsabilità di quanto è successo.
I genitori sono responsabili non solo di quello che i bambini fanno da piccoli, ma anche di quello che faranno da grandi e insegneranno ai loro figli, nipoti e pronipoti.
Sempre più spesso capita che i coniugi si separino e che poi si servano dei figli per farsi la guerra.
Il genitore non convivente, nelle poche ore che passa con il figlio tende a fargli fare esperienze irripetibili, belle, entusiasmanti, fuori dell'ordinario, perché sia contento e magari si attacchi più a lui e gli voglia più bene.
La condivisione di valori in una coppia sana che insegna a distinguere il bene dal male alla luce della parola di Dio, alla luce della verità, della giustizia è cosa preziosa e rara di questi tempi.
Oggi ricordiamo il martirio di San Giovanni Battista perché non ebbe paura a dire quello che riteneva giusto, quello che lo Spirito gli ispirava e ci rimise la vita.
Ma i genitori di oggi sono capaci di dire dei no imprescindibili ai propri figli, rischiando l'impopolarità o anche il rifiuto?
Voglio pregare per tutti quei genitori che hanno la responsabilità dell'educazione dei propri figli, ma anche per tutti gli educatori, familiari e non perché imparino e attingano da Dio la verità e la trasmettano alle nuove generazioni nella sua purezza e interezza.
Se noi gettiamo un seme già marcio, non possiamo aspettarci che frutti immangiabili, disgustosi e velenosi.
Ringraziamo Giovanni Battista per la sua testimonianza, come tutti i profeti che hanno parlato nel nome di Dio.
Ringraziamo Dio per tutti quelli che oggi ci camminano accanto e dei quali vorremmo accorgerci e dai quali vorremmo essere ammaestrati.
Benediciamolo per la parola che ci ha donato e che ci dona ogni giorno per riflettere su fatti che interessano non la vita di persone vissute tanti anni fa, ma la nostra vita concreta, reale, quotidiana.

martedì 2 febbraio 2021

Presentazione di Gesù al tempio.


 " I miei occhi hanno visto la tua salvezza"

" A te una spada trafiggerà l'anima".
Gioia e dolore si intrecciano in questo incontro tra l'uomo e Dio, tra Dio e l'uomo.
Alla fine dei tempi ci sarà solo gioia, ma prima la spada dovrà passare da parte a parte, il dolore dividere in due in una tensione parossistica,
L'umano e il divino si attraversano ma sono a loro volta trattenuti da una forza contraria che sembra avere la meglio.
Ma come per la freccia l'arco si deve tendere al massimo sì che essa possa staccarsi e librarsi nell'aria e penetrare, fendendo l'aria, le profondità dell'etere, così avviene per l'uomo che tende a Dio e per il Dio fatto uomo che insieme a lui vuole portarsi dietro tutti gli uomini da salvare.
"Segno di contraddizione per molti".
La scena della presentazione al tempio è di per sé una contraddizione che leggiamo nelle parole del profeta Simeone che da un lato parla di salvezza e di gloria, dall'altra di spada che trafiggerà l'anima.
Del resto la presentazione al tempio richiama ad un sacrificio antico in cui sull'altare veniva immolato l'offerta che per Abramo era stata il figlio, poi sostituito con un ariete.
L'offerta di Dio prevede sempre una privazione di qualcosa, una rinuncia ad un bene.
La legge antica prevedeva che si facessero sacrifici a Dio e per il primogenito si desse in cambio qualcosa, simbolo di quella rinuncia.
Tutta la vita di Gesù ruota attorno al tempio.
Zaccaria, Simeone, Anna designeranno il Messia nel tempio, Gesù nella sua vita fa sempre riferimento al tempio e alla legge per confermare la giustizia della legge, per testimoniarne lo spirito e ribadirne l'osservanza.
Gesù nel tempio insegnava, nel tempio guariva, nel tempio scacciò i mercanti, nel tempio fu processato.
Ci sono cose buone nel tempio, ma anche cose cattive.
Gesù è venuto a purificare la legge, togliere ciò che era inutile e dannoso, che non era buono per l'uomo.
Oggi Gesù è venuto a mostrare il vero tempio dello spirito, la persona, il luogo d'incontro tra Dio e gli uomini.
Il tempio è il luogo della relazione trinitaria, è ostensorio della divina misericordia di Dio.
Misericordia in cui convergono amore e verità, giustizia e pace.
Il tempio nuovo potrà vedere realizzato ciò che sta più a cuore all'uomo, quando Dio gli avrà chiarificato il desiderio.
Oggi, giorno della presentazione al tempio di Gesù, da un lato vediamo Maria che si offre per essere purificata, dall'altro offre suo figlio per riscattarlo con un umile dono.
La madre e il figlio sono una sola cosa nell'offerta.
L'offerta del figlio passa attraverso l'offerta della madre, ma Gesù dovrà crescere per donarci il suo corpo nell'Eucaristia, offerta sublime all'uomo.
Il tempio nuovo sarà perenne fonte di grazia per tutta l'umanità. 

lunedì 1 febbraio 2021

Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? (Mc 5,7)

 



Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? (Mc 5,7)

Lo dicono i demoni che si erano impossessati di un povero disgraziato, ma lo pensano anche gli abitanti di Gerasa quando vedono il prezzo da pagare per vivere in pace.
Gesù scomoda tutti, non c'è che dire. I suoi interventi non danno paradisi immediati di vita godereccia senza problemi. Tutt'altro. La lotta contro il male è impegnativa, faticosa, sfiancante, rischiosa perchè ci puoi rimettere la testa, la vita, come tutti i martiri che hanno testimoniato fino in fondo che Gesù è il Signore, che le potenze del male non prevarranno.
Ma a ben pensarci il male di per se stesso non ti paga e non ti appaga se non per un periodo molto limitato di tempo. Perchè l'inferno è vivere come i due indemoniati del vangelo di oggi, isolati, separati dalla comunità che non ama quelli che disturbano il loro quieto vivere.
Il quieto vivere quindi sembrerebbe frutto della fede, il paradiso perduto, ma anche qui c'è da riflettere e molto.
Noi tendiamo ad attribuire ad altri la responsabilità di quello che ci accade e non amiamo rimetterci in discussione.


Non mi sento un indemoniata, questo è certo, nè un demonio, ma sicuramente mi sento una di quelli che sente minacciato ciò che possiede dall'eseguire alla lettera quello che dice Gesù.
Faccio fatica a rinunciare a certe cose che non contribuiscono alla mia salute spirituale e per questo chiedo al Signore il distacco da tutto ciò che mi è stato consegnato e che devo restituire.
La mia preghiera incessante è proprio finalizzata a vivere come se fossi povera, pur essendo ricca di tutto, perchè ho Lui che è la mia unica e vera ricchezza.
Non è facile nè scontato rinunciare a ciò che hai di più caro per estirpare il male che scardina la casa dalle fondamenta.
Da poco abbiamo tagliato un pino alto e maestoso la cui ombra l'estate ci dava un po' di refrigerio. Le sue radici avevano sconnesso le scale del portone d'ingresso e avevano dissestato anche parte dei muri di sostegno.
L'abbiamo dovuto abbattere perchè la casa ci sarebbe crollata addosso.
Gli uccellini ora al mattino non mi svegliano più con i loro cinguettii, ed era una festa un canto che mi portava a lodare e ringraziare Dio.
Ora la casa è immersa nel silenzio e il canto si è trasferito nel mio cuore, perchè lì dov'è il tuo cuore c'è anche il tuo tesoro.

giovedì 26 novembre 2020

"Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina".(Lc21,28,)

 



"Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina".(Lc21,28,)

O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco,  di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne,  come terra deserta, arida, senz'acqua...Nel mio giaciglio di te mi ricordo, penso a te nelle veglie notturne,...Signore, fino a te giunga il mio grido... esulto all'ombra delle tue ali...

Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svègliati, perché dormi, Signore? Dèstati, non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, 

dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere,  il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia...

Quanto vorrei Signore conoscere a memoria tutte le preghiere scritte nel libro della vita, preghiere da te ispirate che mi accompagnino in ogni momento della giornata, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.

Tu sei un Dio che parla, un Dio che suscita, crea la parola che sale a te non invano.

Questa notte è stato un inferno di dolore.

Pensavo a Daniele nella fossa dei leoni e pensavo che la sua arma è stata un 'incessante preghiera di lode.

Io questa notte non sono stata capace di lodarti, benedirti e ringraziarti, nè di leggere ciò che forse mi avrebbe distratto da tanto dolore.

I miei occhi erano offuscati da un velo che mi impediva di distinguere chiaramente lo scritto.

Ho cercato allora di trovare una posizione che mi permettesse di dare riposo alle membra fiaccate da una lotta impari con il male.

Avrei, come spesso mi accade, chiamato al mio fianco Maria perchè mi aiutasse a contemplare il mistero della mia vita abitata da te.

Ma il dolore era troppo grande per formulare qualsiasi pensiero che mi facesse vivere questo momento come occasione di grazia.

"Rimanete nel mio amore" le parole che mi venivano in mente, rimanere, stare, non fuggire da quel tormento, da questo tormento alle mani, alle braccia, al collo, a tutto il corpo.

Rimanere inchiodati alla croce senza sentire nulla, non il tuo respiro, non il battito del tuo cuore, senza avvertire il tuo sguardo posarsi su di me.

Il sabato santo ho sperimentato questa notte.

"Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina", hai detto.

Ho intrecciato il rosario tra le dita dolenti e ho sperato che il calore del legno d'ulivo dei grani e del crocifisso a cui erano legati sarebbe stato un buon segnale perchè ti accorgessi di me e venissi in mio soccorso.

Ho trovato la pace del cuore stando in silenzio con Maria al mio fianco e la certezza che saresti presto venuto a liberarmi.

Mi si attacchi la lingua al palato se ti dimentico Gerusalemme!

martedì 24 novembre 2020

"Getta la tua falce e mieti"(Ap 24,15)



 "Getta la tua falce e mieti"(Ap 24,15)

Le letture di questi giorni lasciano sconcertati se non atterrriti da quello che ci aspetta.

Certo che ad aver paura dovrebbero essere i peccatori incalliti, che finiranno nel tino dell'ira di Dio, come dice Giovanni nelle sue visioni apocalittiche.

Quelli che hanno la coscienza a posto non dovrebbero temere nulla, perchè a loro è destinato il regno dei cieli. 

Ma chi si sente giusto, tanto giusto dall'essere esonerato dalla paura di essere perlomeno un po' troppo ottimista?

 Chi non si sente in colpa per qualche peccato commesso o qualche cattiva abitudine che non riesce ad estirpare?

Quando ero piccola queste erano le immagini che mi proponevano per costringermi ad essere ubbidiente, brava e buona.

Le immagini di amore, di pietà, di perdono allora erano oscurate direi, visto che sono cresciuta con l'idea di un Dio inflessibile e severo.

Ma oggi che ho conosciuto la sua speciale e unica caratteristica, quella dell'amore per i suoi figli, non dovrei essere turbata dal leggere le parole che in questi ultimi tempi la liturgia ci propone, specie questa settimana, l'ultima dell'anno liturgico, in cui i nodi vengono al pettine.

Il fatto è che noi viviamo sempre gli eccessi e non conosciamo la misura del bene e del male.

Quando pensiamo che la morte è lontana ci sentiamo autorizzati a scantonare, prendere alla leggera i consigli di Gesù, certi che lui perdona non 7 ma 70 volte sette.

Ma quando o per l'età o per una malattia importante i tempi si accorciano allora ci poniamo il problema e ci sentiamo la terra che ci scappa sotto ai piedi.

Ho paura di ciò che mi aspetta, delle  prove che si moltiplicano.

Il desiderio di starmene per conto mio e di non compromettermi più di tanto è grande.

Ho paura di non fare in tempo a vuotare tutto, a fare lo sgombero, ho paura che la morte mi colga con le mani nel sacco che vuoto da un lato e riempio dall'altro.

Il desiderio è di smettere di fare e aspettare la fine.

So che non è giusto, so che la morte è bene che ci trovi vivi, altrimenti gli avvoltoi divoreranno il nostro cadavere.

Chiedo per questa giornata di poter vivere come se non dovessi morire mai e come se tutto dipendesse da me, con la consapevolezza che niente dipende da me e che tutto posso in Colui che mi dà forza.

Che mai dimentichi di vivere la mia vita come dono a Lui e alla Sua Chiesa.

Maria non lasciarmi la mano in questo ultimo tratto di strada.

domenica 22 novembre 2020

"Davanti a lui saranno radunati tutti i popoli" (Mt 25,32)





 "Davanti a lui saranno radunati tutti i popoli" (Mt 25,32)

Non so se questa promessa mi alletta come quando la lessi nel giorno della commemorazione dei defunti. Mi commosse l'omelia di don Ermete su quel "li radunerà" che sapeva di casa, di buono, di famiglia, di un ritrovarsi intorno alla fiamma di un focolare.

Oggi le parole di Gesù mi inquietano perchè si parla di una separazione tra buoni e cattivi, di una condanna per quelli che non l'hanno riconosciuto nell'affamato, nell'asseteato, nell'ignudo...

Ci va giù duro Gesù sulla sorte di quelli che hanno pensato solo a se stessi e se ne sono altamente infischiati degli altri.

Le letture di questo ultimo scorcio dell'anno liturgico del resto ci avevano preparato ad un finale di questo tipo.

Quando prego mi concentro sull'amore di Dio e mi sembra che qualsiasi peccato lui è disposto a perdonarmi. Ogni notte mi stringo a Loro, Padre, Figlio e Spirito Santo, lamia famiglia originaria e mi sento in una botte di ferro perchè chi più di loro hanno a cuore la mia salvezza, la mia salute, il mio bene?

E mi dimentico degli affamati, degli assetati, degli ignudi...

Amare Dio è facile, poerchè non lo vedi e sai che ti vuole bene a prescindere, che è morto per te. 

Amare il prossimo, mettere la mano al portafoglio che in questi ultimi tempi è reduce da un energica cura dimagrante non è poi così scontato, nonostante le buone intenzioni.

Gesù non ci illude, fa sul serio quando parla di amare il prossimo come noi stessi.

Per amare  bisogna farsi prossimi agli altri ma adesso sono di moda le case con ingresso autonomo, le villette massimo bifamigliari o le ville per chi se lo può permettere. Così ci possiamo fare rumore e nessuno ci scoccia o ci disturba con comportamenti a noi non graditi.

Viviamo appartati, negli appartamenti che non è un caso si chiamino così perchè una volta chiusa la porta di casa ci sentiamo finalmente padroni del nostro destino.

E i poveri li guardiamo in televisione, tanto basta per essere informati.

Giovanni il mio nipotino un giorno, era molto piccolo, mi chiese chi erano i poveri e dove poteva trovarli.

Mi spiazzò non poco perchè ero all'inizio di questo cammino e francamente non ne conoscevo o almeno non pensavo di averli mai incontrati.

Poi nella nostra vita è entrata Dubrinka, la bulgara del piano di sotto attraverso i suoi nipotini e poi Sergio il cugino barbone e poi una schiera sempre più numerosa di persone in cui ho cercato il volto di Cristo.

Almeno di loro voglio ricordare quello che scrissi....

SFOGLIANDO IL DIARIO...

"In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. (Mt 25,40)

I poveri

Per questa Pasqua avevamo deciso, io e mio marito, di invitare un povero, uno che aveva bisogno di calore, di famiglia, di amore.

Poi mi sono ammalata.

Quando sono uscita dall' ospedale stavo peggio, per la diagnosi e per i problemi da affrontare, vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che mi togliesse almeno il dolore, con l'impossibilità di provvedere a me stessa e agli altri.

I poveri sono entrati a far parte della nostra famiglia il giorno in cui, non essendoci nessun parente disponibile ad assistermi, ho chiamato Dubrinka, per farmi aiutare anche solo a prendere l'acqua sul comodino.

Lei, la bulgara del piano di sotto, si è fatta attendere giusto il tempo di accompagnare a scuola Christian e Denise, i nipoti di cui si prende cura a tempo pieno, mentre la figlia è al lavoro.

Dopo aver timidamente girato la chiave appositamente lasciata nella toppa, si è presentata con gli occhi lucidi al mio capezzale, disposta a qualsiasi cosa, pur di non vedermi ridotta a quel modo.

Da quel giorno ogni mattina è salita per sapere di cosa avevo bisogno e per portarmi qualcosa di cucinato.

L'appuntamento del mattino pian piano è diventata una dolce abitudine, un'occasione per conoscere meglio quella nonna "speciale" che aveva suscitato la mia ammirazione, il giorno in cui sentii consolare Giovanni, il mio nipotino di tre anni, che era caduto, con queste parole:"non piangere, perchè la nonna dice che, quando si cade, si diventa grandi".

A parlare era stata Denise, una bimba poco più grande di lui, che con il fratellino stava giocando nel cortile condominiale, mentre la nonna e la mamma traslocavano al piano di sotto dei mobili da un camioncino.

Pensai alla fortuna di quei bambini che avevano una nonna che parlava così saggiamente.

Poi seppi che di fortuna ne avevano avuta ben poca quei bimbi, che avevano perso da poco il papà e che dovevano fare a meno anche della mamma, costretta a lavorare lontano da casa.

Ci siamo presentate allora e, sempre, in seguito, salutate con un sorriso, ogni volta che frettolosamente guadagnavo il sedile dell'auto, e lei si offriva di portarmi la borsa o qualunque cosa poteva ai suoi occhi, sembrarle pesante per me.

Come poi venni a sapere, Dubrinka aveva lasciato in fretta la sua casa in Bulgaria, ed era venuta in soccorso della figlia e dei suoi due cuccioli, sbattuti in un guscio di noce nel mare in tempesta di un paese che non era il loro.

Il marito, che l'avrebbe dovuta seguire in un secondo tempo, lo hanno trovato morto dopo tre giorni. Chissà se si sarebbe salvato, con qualcuno vicino, quando il cuore ha lanciato il segnale d'allarme!

A Natale, perchè Giovanni avesse amici con cui giocare, li abbiamo invitati in campagna.

Ma, solo dopo due mesi, mi sono accorta che, mentre dormivo, Dubrinka mi aveva pulito tutta la casa, infissi e vetri compresi.

..............

Volevamo invitare un povero, dicevo, per questa Pasqua e avevo pensato a loro, per sdebitarmi di tutte le volte che Dubrinka si era fatta sguardo, mani, piedi, forza dell'amore di Dio,specie in questi ultimi tempi, in cui la malattia mi ha tenuto inchiodata ad un letto.

Ma il Signore ha avuto compassione di noi, della nostra impossibilità a provvedere ai bisogni degli altri, del nostro essere rimasti soli, per via di una festa che sempre più si consuma al ristorante.

Domenica i poveri siamo stati noi, che ci siamo fatti lavare i piedi da questa piccola famiglia scampata al naufragio, noi, gente perbene che assolve il precetto, se si confessa una volta all'anno e si comunica almeno a Pasqua.

La comunione ce l'hanno fatta fare loro, i diversi, gli extracomunitari, che ci hanno invitato a far festa a casa loro, per celebrare la Pasqua ortodossa, che, guarda caso, quest'anno coincide con quella nostra. Loro non si confessano, ma ci hanno fatto riflettere su quanti peccati ci siamo dimenticati di confessare.

8 aprile 2007

lunedì 16 novembre 2020

"Che cosa vuoi che io faccia per te?"


 


"Che cosa vuoi che io faccia per te?"

Altre volte ho trovato scritto queste parole sul calendario liturgico e sempre mi sono sentita spiazzata, perché chi me lo chiede sei tu Signore, che tu sei il mio tutto, tu vedi tutto, tu conosci tutto.

Spesso sento il desiderio di raccontare ad altri quello che mi succede o anche ne sono costretta per via delle cure e dei controlli e delle diagnosi da fare.

Abbiamo bisogno qui su questa terra di certezze per curare le malattie, sapere se uno fa finta o è per davvero malato.

C'è sempre bisogno di un timbro che convalidi una ricetta, un certificato.

Ma niente se non molto raramente rivela la verità, dice di cosa abbiamo bisogno e le indicazioni, le prescrizioni spesso sono confuse e farneticanti.

I racconti della mia malattia destabilizzano gli ascoltatori, tanto che per me è diventata un'angoscia quando devo farlo.

“Cosa vuoi che faccia per te?"

Vorrei tanto che qualcuno ci capisse qualcosa, che almeno credesse a quanto racconto.

Da quarant'anni vago da un medico all'altro, da un tipo di medicina ad un'altra, ma senza risultati apprezzabili.

Tu sai Signore quanta fatica, quanto dolore, quanta perseveranza nel cercare una soluzione, un antidoto a questo dolore.

"Cosa vuoi che faccia per te?"

Un tempo sapevo cosa chiedere, oggi non lo so più.

Procedo per inerzia, come quei deportati che, saliti su un treno, sanno solo che saranno portati in un altro luogo, lontani dalla loro terra ma non conoscono il punto d'arrivo.

Più passa il tempo più le cose s'ingarbugliano e, quando mi sembra che magari ho trovato la strada, che qualcuno mi ha ascoltato fino in fondo e ha provato a darmi una mano, mi accorgo che è solo un miraggio e che da questa situazione non uscirò mai.

Quando le cose sono molto complesse, difficili, inestricabili, sempre mi viene da dire: "Qui solo il Padreterno ci può mettere le mani, solo lui può trovare una soluzione".

Quando gli strumenti umani rivelano la loro inefficacia e niente nessuno è in grado di cacciarti dal fosso, di toglierti la spina dal fianco, rimani solo tu Signore.

Cosa posso chiederti Signore?

Tu vedi. Solo tu ci puoi porre rimedio.

Non so più da parte comincia da che parte finisce questa storia.

Mi si arrotola e mi si intreccia man mano che cerco di venire a capo di questa storia.

È un groviglio di nomi, di date, di emozioni, sentimenti, dolore, disperazione, suppliche, miraggi, conquiste, delusioni.

È una matassa troppo ingarbugliata perché un uomo possa metterci mano.

Tutti hanno problemi mi dicono, ci diciamo.

Ne sono certa tanto che mi vergogno anche solo a raccontare una parte dei miei, che mi sembrano ridicoli di fronte a quelli degli altri.

Eppure tu lo sai, a te niente è nascosto.

Certo che di tutte le terapie che sto seguendo, l'unica su cui non ho dubbi è quella che porta a te, a cercarti, ad amarti sempre di più.

"Vada da chi la fa stare bene," ha detto l'ultimo medico interpellato.

Non mi ha detto di andare dallo psicologo, come gli altri, ma da chi mi fa stare bene o meglio.

Di questo sono sicura.

L'unica certezza che ho per guarire sei tu, solo tu,

A volte mi viene voglia di smettere questo pellegrinaggio da un ospedale ad un altro, da un medico ad un altro perché nessuno riesce a darmi un giovamento stabile.

"Dai loro frutti li riconoscerete".

L'effetto delle tue medicine (la Parola, la preghiera i Sacramenti) è sicuramente più efficace di qualsiasi altro intervento terapeutico.

Di questo sono convinta, perché tu mi hai convinto.

So che tu non hai promesso guarigioni miracolose, ma hai dato ad ognuno la salvezza.

"Che io riabbia la vista!"

Signore quando sto tanto male non ti vedo e mi dispero.

Continuo a pregare, ad invocare il tuo nome, ma tu ti allontani.

Più io ti cerco più tu aumenti da me le distanze.

È proprio vero allora Signore che fai come quei padri che per far camminare i loro figli da soli li mettono per terra.

Si mettono davanti a loro con le braccia protese.

Man mano che il bambino avanza, barcollando, si fanno indietro sempre più indietro.

E' così Signore che forse funziona.

Allora Signore ciò che questa mattina ti chiedo è di non perderti di vista, ma che mantenga la fede che tu mi stai davanti ad aspettare con le braccia aperte.

Che io veda Signore il tuo volto, che io senta il calore delle tue braccia!

sabato 14 novembre 2020

"Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?"(Lc 18,8)




 " Dobbiamo accogliere tali persone per diventare collaboratori della verità" (3Gv, 8).

 "Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?"(Lc 18,8)

Gesù a conclusione della parabola del giudice disonesto non si chiede se troverà gente che prega incessantemente, ma se troverà fede sulla terra.

La preghiera nasce dalla fede, la fede nasce dall'amore, è intimamente connessa con l'amore donato da Dio e riversato sugli uomini attraverso coloro che lo accolgono con cuore sincero.

Noi siamo canali di una multiforme grazia che dall'alto si spande su tutte le creature.

Ci sono brocche pronte ad accogliere l'acqua dello Spirito, brocche piccole e grandi, sbrecciate, lesionate, vecchie e nuove, in buono e cattivo stato, che  aspettano di riempirsi perchè la gente ha sete, tanta sete e cammina in un deserto arido e inospitale.

C'è chi quell'acqua se la tiene per sè e chi provvede a dissetare gli altri nella certezza che mai gli verrà a mancare, perchè la nostra vita è in quel lasciarsi attraversare da quell'acqua, lasciarsi bagnare e nutrire da Dio nella fede incondizionata che mai ci lascerà senza, specie se ci vede operosi nella carità, distributori di gioia e di pace con i nostri gesti concreti di amore.

Dio ama sempre, ama a prescindere, ama tutti.

E' questa convinzione che ci porta ad un atteggiamento di preghiera continuo che ci sazia se i suoi doni, frutto del suo amore, li usiamo per far stare bene i nostri fratelli, per sostenerli nei momenti della prova, per non perderli mai di vita anche quando sono lontani fisicamente, per amarli come Lui ci ha amato.

La fede è mantenere aperte le porte del nostro cuore, presentare le nostre brocche, perchè Dio possa riempirle di sè del suo amore.

L'amore fa fermare le lancette dell'orologio, perchè ti riempie, ti appaga e ti nutre.

Mi piace e mi commuove pensare che la sete di Dio e la nostra s'incontrano in questa ricerca della verità più profonda inscritta nei nostri cuori.

"Ho sete!", disse Gesù sulla croce. 

Gli diedero una spugna imbevuta di aceto.

Anche noi rispondiamo così a chi ci chiede un po' di tempo, di attenzione, di cura. 

Il nostro aceto è racchiuso in un cofanetto indorato e luccicante di scuse perchè il tempo non lo possiamo donare agli altri quando non ne abbiamo abbastanza per noi.

"Ho sete" continua a dire Gesù, ma noi ci turiamo le orecchie, giriamo gli occhi da un'altra parte perchè abbiamo troppe cose da fare, troppe da pensare per farci carico dei bisogni degli altri.

Continuo a guardare il crocifisso.. Dal petto squarciato scende sangue e acqua. 

Gesù, il Vivente continua a parlarmi...

Lo contemplo, lo amo, lo adoro....

Corro a prendere la mia brocca riposta in cantina, seppellita da ciarpame di ogni tipo, devo fare presto perchè non appassisca del tutto il virgulto che lui ha piantato, voglio che lui mi attraversi e mi renda serbatoio d'amore.

Non mi stancherò di stare ai suoi piedi, con Maria, non smetterò di contemplare le sue ferite, non smetterò di chiedere il suo perdono.


sabato 7 novembre 2020

La disonesta ricchezza




 Procuratevi amici con la disonesta ricchezza(Lc 16,9)

Gesù nel vangelo di oggi parla di disonesta ricchezza da usare per acquistarsi degli amici che ti difenderanno davanti al tribunale di Dio.

La più disonesta ricchezza è quella che abbiamo senza aver fatto nulla per meritarla, una ricchezza che ci è piovuta dall'alto, quando eravamo ancora peccatori e ancora lo siamo.

Come si potrebbe chiamare un bene così grande, quale l'amore di Dio, quando se abbiamo fatto qualcosa è proprio l'opposto per averne diritto?

Gesù ci invita a non tenerci per noi quello che ci dona gratuitamente, ma a dispensarlo non solo ai nostri amici, ma anche e soprattutto ai nostri nemici, se ci riesce.

Non dobbiamo tenere per noi, trattenere la grazia che ci elargisce, perchè noi siamo come serbatoi che più fanno uscire l'acqua e più si riempiono e si purificano.

Basta guardare di che colore è l'acqua quando apri il rubinetto di una casa che abiti solo durante le ferie. Il colore è marrone fino a quando l'acqua pulita trova lo spazio per riempirlo di nuovo.

Questa mattina voglio pregare così.

Signore ti ringrazio per quel piccolo segno di croce che mamma imprimeva sulle nostre fronti, prima di andare a dormire, per quei rosari che diceva la notte per la salvezza delle anime di noi 4 figli.

Sono i suoi baci santi che oggi mi stanno pervenendo dal cielo.

Ti ringrazio per tutti quelli che mi hanno testimoniato il tuo amore, per quelli con cui oggi lo condivido con gioia, con una consapevolezza sempre più forte e riconoscente. 

Ti prego di rendere il mio corpo meno rigido a ricambiare gli abbracci che attraverso i tuoi amici mi fai giungere.

Signore abbassa, infrangi le mie difese, sì che non arretri di fronte a ciò che potrebbe ferirmi e farmi male.

Che ogni gesto sia gesto d'amore, che ogni bacio sia soffio del tuo Spirito!

mercoledì 4 novembre 2020

"«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. "(Lc14,26)



 "«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. "(Lc14,26)

Leggendo la Parola che la liturgia oggi ci propone sulla sequela, ho pensato a Giovanni che ieri sera pretendeva di fare un disegno capolavoro, mentre guardava la televisione o anche quando ardeva dal desiderio di leggermi una storia che lui riteneva interessante.

Con grande fatica e poca attenzione ha ascoltato quello che gli stavo raccontando, una storia che un tempo lo avrebbe coinvolto, fatto gioire e gli avrebbe aperto il cuore e la mente.

Ieri proprio con lui abbiamo parlato della necessità dello stop del pensiero, per poter fare qualunque cosa che sia buona per noi e per gli altri.

Quand'era piccolo Giovanni si lamentava perché Dio aveva inventato il cervello per i troppi pensieri che non lo facevano stare tranquillo e oggi ancora dice che non può fare capolavori, proprio perché ha troppe idee in testa.

La cosa capita anche a me che vorrei che ci entrasse tutto o quasi tutto in quello che faccio, che dico, che penso, non essendo disposta a mollare niente, a lasciarmi guidare dallo Spirito in modo fiducioso e docile.

La prima cosa da fare è spegnere la televisione, che significa chiudere le orecchie a ciò che ci viene dal mondo esterno, un mondo filtrato dall'interpretazione dei vari cantastorie, che ti mettono su piatti d'argento il cibo da loro preparato, a volte, anzi quasi sempre tossico, indigesto ma principalmente adulterato.

Quando parlava Gesù, la televisione non c'era, ma sicuramente c'erano falsi maestri, persone che per autorità, per posizione sociale, per vincoli di sangue eccetera venivano messi al primo posto nella scala degli interessi, degli affetti e dell'ascolto.

E poi quale grande richiamo poteva e può essere quello di consigli per accumulare beni, amministrarli o anche non perderli!

Quale grande attenzione, fatica, comporta l'occuparsi e preoccuparsi non solo di noi, ma anche degli altri, sopportandone i pesi del vivere quotidiano!

La nostra vita è fatta di relazioni che ci tengono legati alle cose, alle persone e alla storia, agli eventi passati, presenti e futuri.

La nostra vita si snoda nella continua ricerca del nostro bene, vale a dire del nostro tornaconto personale, strumentalizzando le persone che ci sono più vicine, strumentalizzando esperienze, beni materiali, ma anche doti naturali o capacità acquisite, per stare bene, meglio, per non morire ed essere felici.

Gesù ci dice di smettere di pensare a tutto questo, di fare uno stop del pensiero (quello che ieri ho cercato di insegnare a Giovanni e che gli ha permesso la fine di fare in men che non si dica il suo capolavoro, dopo che aveva stracciato parecchi fogli per l'incapacità di concentrarsi).

Gesù ci dice una cosa che noi sperimentiamo ogni giorno.

Quando perdiamo di vista la cosa importante, facciamo sempre i macelli, bruciamo il cibo che sta cuocendo sul fuoco, dimentichiamo i nostri più elementari doveri di rispetto, di amore nei confronti delle persone, non ci lasciamo formare, istruire, amare dagli altri, occupati concentrati solo su noi stessi.

Sacrosante parole quelle di Gesù, perché ci indica la strada per non smarrirci e per fare quindi dei capolavori.

Se mettiamo lui e al primo posto sicuramente non ci dimenticheremo dei nostri cari, anzi allargheremo la cerchia, nè manderemo in fumo i nostri averi, i nostri beni materiali e spirituali, ma li useremo come meglio conviene.

Il meglio è usare, servirsi di tutto ciò che gratuitamente ci è stato donato da Dio, per essere felici e per rendere felici, mettendo in circolo l'amore.

Ma bisogna crederci, bisogna intanto partire da un atto di fede, un credo ad occhi chiusi ma a cuore aperto.

Credere per vedere.

Quanti occhi si aprono dopo un atto di fede!

Ieri Patrizia mi ha detto che da quando ogni sera prega, il mal di testa non l'ha più avuto.

Io non so se sia effetto della preghiera che non abbia il mal di testa, ma sono certa che adesso è più attenta a vedere quanto non ce l'ha e ringraziare tutte le volte che succede, senza dare per scontato niente.

La fede è ascolto, e partire dal presupposto che l'altro ha ragione, anche quando è arrabbiato, la fede è la disposizione ad accogliere la verità che abita dentro l'altro e da essa lasciarsi trasformare, identificare.

E' l'Altro che ci dice chi siamo e quando l'altro è Gesù siamo certi che non ci sbaglieremo.

martedì 3 novembre 2020

"Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio" (Lc 14,15)



 "Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio" (Lc 14,15)

Un tempo partivo sempre dalla parola che  leggevo sul calendario liturgico appeso sul comodino, la prima su cui al risveglio avevo deciso di posare gli occhi e la mente.

Ed era bello constatare, attraverso le associazioni di idee, i pensieri, le riflessioni, i ricordi supportati dal tuo Spirito, che quella parola era per me, rivolta a me, anche quando a prima vista non sembrava.

Poi ho smesso, perché le letture che si ripropongono durante l'arco dell'anno, sono le stesse e mi sembra che non abbiano niente di  nuovo da dirmi. 

"Dio mi parla, Dio è qui, Dio non mi lascia mai sola ", mi dicevo, perché immancabilmente scoprivo nella Parola un nesso, una connessione con la mia vita e crescevo nella fede.

Oggi è come se avessi gli occhi appannati, il cuore indurito, la mente non più tanto agile, come accade ai vecchi che dimenticano spesso quello che stanno vivendo o facendo e sono bravi solo a ricordare il passato.

Il presente è sempre nebuloso per gli anziani, come se avessero perso la capacità di vivere il qui e ora.

Così questa mattina la tua parola Signore, mi proietta su quanto per me è stato importante scoprire: che la messa è un invito a nozze e che l'abito necessario per parteciparvi è la consapevolezza di quanto tu sei grande e quanto noi siamo immeritevoli, consapevoli della distanza, consapevoli della grazia, consapevoli di non meritare tutto quello che tu ci dai.

Ho letto da qualche parte che la vita è un invito a nozze continuo, non solo la domenica, ma anche ogni giorno, ogni minuto.

Ci chiami a mangiare il tuo corpo e a bere il tuo sangue, a fare tutto quello che tu hai fatto perché fosse per noi un memoriale, vale a dire attuazione di ciò che accadde sulla croce..

"Mangiatene e bevetene tutti… Fate questo in memoria di me... "

La notte in cui fosti tradito, la notte più terribile, più angosciosa, la notte in cui al peso dei nostri peccati, alla condanna immeritata che ti si prospettava, alla solitudine a cui ti hanno lasciato i tuoi amici più intimi, in quella notte tu ci ha invitato a nozze, al banchetto di grasse vivande, di cibi succulenti, la notte in cui fosti tradito hai dato il tuo corpo, il tuo sangue, tutto te stesso, e non ci hai invitati ad essere spettatori delle tue nozze ma ad unirci nel corpo oltre che nello spirito a te.

Scoprire che non siamo invitati ma sposi del Figlio ci coglie impreparati, ci riempie il cuore di gratitudine, di grazia incommensurabile, perché ad una festa di nozze, se gli invitati godono del banchetto, lo sposo e la sposa sono quelli che realizzano la loro tensione all'unità, il loro amore in tutte le sue componenti.

Tu Signore chiami tutti alla festa della vita e pian piano ci conduci sull'alto monte e progressivamente ci istruisci e ci farai assaggiare a piccoli sorsi il vino buono e, dopo che è finito, un altro ancora migliore, trasformando l'acqua in vino perché la festa duri e il tempo si fermi nella gioia dell'incontro con te.

Perché alla fine della festa ci vieni a chiamare e ci porti in disparte e ci rivolgi parole d'amore e ci sollevi alla tua altezza e, lontano da occhi indiscreti, ti doni totalmente a chi ha accettato l'invito e ha apprezzato i tuoi doni e ne è riconoscente nella misura in cui la povertà, la malattia, l'emarginazione sociale avevano decretato la fine della sua funzione su questa terra.

Tu così hai fatto con me e penso che questo accada a tutti quelli che ti cercano con cuore sincero.

Io ti amo Signore, mio Dio e mio redentore, mia roccia, mio Salvatore, ti adoro, mi prostro davanti ai tuoi piedi e ti rendo grazie per tanta tenerezza, mentre dal tuo cuore trafitto sgorga l'acqua viva.

sabato 24 ottobre 2020

"Cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui"( Ef 4,15)

 SFOGLIANDO IL DIARIO...

25 ottobre 2014 ore 6.48
Sabato XXIX TO
"Cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui"( Ef 4,15)
«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». (Es 3,7)
Certo che in questo momento non sento impellente aderire al messaggio consegnatoci da Dio.
Sono incredibilmente nervosa e insoddisfatta, angosciata, triste e rancorosa.
Non so cosa fare nè ho desideri che vorrei realizzare, desideri di evasione, di incontri, di condivisioni.
Non ho desideri se non quello di riconciliarmi con me stessa che significherebbe riconciliarmi con Dio.
So che Lui non è arrabbiato con me, so che mi ama e aspetta con pazienza che mi passi, so che nulla è cambiato delle cose che mi stanno attorno, della realtà in cui vivo.
La percezione di una costruzione continua faticosa, a volte è esaltante, a volte deludente.
...salire sulle ali dei gabbiani e sorvolare le acque del mare, su cui si posa tiepido il sole del mattino... salire su vette inaccessibili dove abitano le aquile e ritrovarsi in alto, tanto in alto da non distinguere uomini e cose, senza accorgertene, e immergerti nel creato che ti comprende ti avvolge e ti supera...sprofondare in abissi senza misura, profondissimi e oscuri, senza appigli, o rimanere incagliata in sabbie mobili, costretta all'immobilità per evitare che la melma ti risucchi...vedere le persone piangere e ridere, vestire a lutto o indossare I colori della gioia.... la spensieratezza dei giovani e ascoltare il suono delle loro risate e dei loro chiacchiericci...le rughe di tanti vecchi che procedono sempre più curvi sotto il peso dei loro esili corpi ingobbiti e assistere a battesimi e funerali, nozze e anniversari, compleanni, gite e lavoro, quando c'è, e non lavoro e povertà e accattoni agli angoli delle strade, sui marciapiedi, all'uscita delle chiese.....immagini di vita e di morte...turbamenti profondi di una mente che di notte s'interroga sul perchè di una vita così dura, difficile, dove i desideri non s'incontrano mai, dove le delusioni, sono il pane di lacrime di ogni giorno, dove gli anni ti danno solo più spazio per riempire il tuo cuore di tanta amarezza, rimpianti, domande senza risposta....
Questa mattina non so perchè non riesco a rimettere i pezzi in ordine, perchè mi sento disgregata, scomposta, disorientata, angosciata.
Mi chiedo perchè fino a qualche giorno fa i miei pensieri erano totalmente diversi, positivi, vitali e oggi mi sento morire dall'angoscia che mi preme sul cuore.
Ho perso il mio Amico fedele, il mio Sposo e non mi darò pace finchè non lo ritrovo, anche a costo di logorarmi tutta la pelle dei piedi e delle mani, anche a costo di morire per Lui.
E poi mi sono persa la Madre che Dio mi ha dato per guidarmi nella notte senza stelle.
Io so che si sta bene con loro e oggi non ho voglia di meditare, di pregare, di fare nulla delle cose che da anni caratterizzano i miei risvegli anticipati.
Sento che tutto è inutile, ma la nostalgia non posso cancellarla, perchè è vivo il ricordo delle carezze, dell'inimità profonda instaurata con Lui e con i Suoi santi.
Questa mattina, leggendo il Vangelo, a tutto questo ho pensato, all'insensatezza di quello che accade, all'incapacità di dominare gli eventi, alla fede che crolla quando pensi sia saldamente ancorata a Lui, alle tue esperienze di incontri scintillanti.
La macchina di mio cognato, morto anzitempo all'improvviso è giù nel giardino, nuova fiammante, in attesa di un compratore, sotto le intemperie che non la risparmiano come non risparmiano le nostre molto più vecchie.
La guardo e penso a lui che due mesi fa l'aveva comprata con tanto entusiasmo, perchè voleva fare le vacanze in montagna sicuro.
Lì ha cominciato a star male e la macchina non gli è servita per non morire o morire più comodo.
Perchè quando si muore si sta scomodi immagino e la macchina è l'ultima cosa a cui pensi.
Ebbene quella macchina mi fa pensare alla mia patente che in questo ultimo arco di tempo ha contribuito a dissociare i pezzi del mio cervello.
La patente si dà a chi è capace di guidare uno strumento di locomozione .
Quando la conseguii toccai il cielo con un dito perchè avevo raggiunto la sospirata autonomia.
Gianni, il mio futuro marito, fu l'istruttore migliore che potessi trovare: mi insegnò ad andare piano, a fare i parcheggi, le retromarce e la doppietta per i sorpassi.
Non penso ci sia un istruttore più bravo di lui.
Per me lo è stato a tal punto che della mia gloriosa cinquecento rossa ero perfettamente padrona e pensavo che sarebbe durata in eterno e io in eterno l'avrei guidata con la stessa passione, maestria e ne avrei goduto i confort.
Ma la vita si è ripreso quello che mi aveva elargito a piene mani: la pazienza di Gianni, la sicurezza nell'andare da sola, l'orgoglio di essere io a guidare la mia vita.
Quando la sostituii con una Panda, sul lunotto di dietro attaccai un adesivo con su scritto: "Non seguitemi, mi sono persa anch'io" .Era vero, terribilmente vero.
Anche quando, dopo 11 anni di crisi di panico, ripresi la guida, ero persa, non sapevo dove trovare la strada giusta per non smarrirmi più.
Penso oggi a quanto mi costi rinunciare alla patente che scade tra poco a tutti i ricalcoli, percorsi e ripercorsi per evitare il pericolo dello STOP definitivo.
Penso che niente può durare all'infinito e, se tempo fa mi svegliai con una domanda che mi mise in pace, combattuta dalla paura di avere un cuore malato :"Che credevi, Antonietta, di essere immortale?", oggi voglio continuare a guardare la vita con il cuore aperto alla speranza, ma con l'occhio volto alla macchina di Paolo che sta dentro un cilindro di ferro in attesa della resurrezione, ma la macchina non la può usare.
Così il Vangelo mi ha riportato alla concretezza della vita dove succedono cose comprensibili e incomprensibili, cose belle e brutte, ma il contadino del cielo ho capito che continuerà a zappare attorno al fico sterile, perchè vuole che porti frutto.
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