"Noè trovò grazia agli occhi del Signore"(Gn 6,8)
Sono un'umile scriba, divenuta discepola del regno dei cieli, simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.
"Noè trovò grazia agli occhi del Signore"(Gn 6,8)
«Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?».Salmo 26
Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? (Mc 5,7)
"Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina".(Lc21,28,)
O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua...Nel mio giaciglio di te mi ricordo, penso a te nelle veglie notturne,...Signore, fino a te giunga il mio grido... esulto all'ombra delle tue ali...
Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svègliati, perché dormi, Signore? Dèstati, non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto,
dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia...
Quanto vorrei Signore conoscere a memoria tutte le preghiere scritte nel libro della vita, preghiere da te ispirate che mi accompagnino in ogni momento della giornata, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.
Tu sei un Dio che parla, un Dio che suscita, crea la parola che sale a te non invano.
Questa notte è stato un inferno di dolore.
Pensavo a Daniele nella fossa dei leoni e pensavo che la sua arma è stata un 'incessante preghiera di lode.
Io questa notte non sono stata capace di lodarti, benedirti e ringraziarti, nè di leggere ciò che forse mi avrebbe distratto da tanto dolore.
I miei occhi erano offuscati da un velo che mi impediva di distinguere chiaramente lo scritto.
Ho cercato allora di trovare una posizione che mi permettesse di dare riposo alle membra fiaccate da una lotta impari con il male.
Avrei, come spesso mi accade, chiamato al mio fianco Maria perchè mi aiutasse a contemplare il mistero della mia vita abitata da te.
Ma il dolore era troppo grande per formulare qualsiasi pensiero che mi facesse vivere questo momento come occasione di grazia.
"Rimanete nel mio amore" le parole che mi venivano in mente, rimanere, stare, non fuggire da quel tormento, da questo tormento alle mani, alle braccia, al collo, a tutto il corpo.
Rimanere inchiodati alla croce senza sentire nulla, non il tuo respiro, non il battito del tuo cuore, senza avvertire il tuo sguardo posarsi su di me.
Il sabato santo ho sperimentato questa notte.
"Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina", hai detto.
Ho intrecciato il rosario tra le dita dolenti e ho sperato che il calore del legno d'ulivo dei grani e del crocifisso a cui erano legati sarebbe stato un buon segnale perchè ti accorgessi di me e venissi in mio soccorso.
Ho trovato la pace del cuore stando in silenzio con Maria al mio fianco e la certezza che saresti presto venuto a liberarmi.
Mi si attacchi la lingua al palato se ti dimentico Gerusalemme!
"Getta la tua falce e mieti"(Ap 24,15)
Le letture di questi giorni lasciano sconcertati se non atterrriti da quello che ci aspetta.
Certo che ad aver paura dovrebbero essere i peccatori incalliti, che finiranno nel tino dell'ira di Dio, come dice Giovanni nelle sue visioni apocalittiche.
Quelli che hanno la coscienza a posto non dovrebbero temere nulla, perchè a loro è destinato il regno dei cieli.
Ma chi si sente giusto, tanto giusto dall'essere esonerato dalla paura di essere perlomeno un po' troppo ottimista?
Chi non si sente in colpa per qualche peccato commesso o qualche cattiva abitudine che non riesce ad estirpare?
Quando ero piccola queste erano le immagini che mi proponevano per costringermi ad essere ubbidiente, brava e buona.
Le immagini di amore, di pietà, di perdono allora erano oscurate direi, visto che sono cresciuta con l'idea di un Dio inflessibile e severo.
Ma oggi che ho conosciuto la sua speciale e unica caratteristica, quella dell'amore per i suoi figli, non dovrei essere turbata dal leggere le parole che in questi ultimi tempi la liturgia ci propone, specie questa settimana, l'ultima dell'anno liturgico, in cui i nodi vengono al pettine.
Il fatto è che noi viviamo sempre gli eccessi e non conosciamo la misura del bene e del male.
Quando pensiamo che la morte è lontana ci sentiamo autorizzati a scantonare, prendere alla leggera i consigli di Gesù, certi che lui perdona non 7 ma 70 volte sette.
Ma quando o per l'età o per una malattia importante i tempi si accorciano allora ci poniamo il problema e ci sentiamo la terra che ci scappa sotto ai piedi.
Ho paura di ciò che mi aspetta, delle prove che si moltiplicano.
Il desiderio di starmene per conto mio e di non compromettermi più di tanto è grande.
Ho paura di non fare in tempo a vuotare tutto, a fare lo sgombero, ho paura che la morte mi colga con le mani nel sacco che vuoto da un lato e riempio dall'altro.
Il desiderio è di smettere di fare e aspettare la fine.
So che non è giusto, so che la morte è bene che ci trovi vivi, altrimenti gli avvoltoi divoreranno il nostro cadavere.
Chiedo per questa giornata di poter vivere come se non dovessi morire mai e come se tutto dipendesse da me, con la consapevolezza che niente dipende da me e che tutto posso in Colui che mi dà forza.
Che mai dimentichi di vivere la mia vita come dono a Lui e alla Sua Chiesa.
Maria non lasciarmi la mano in questo ultimo tratto di strada.
"Davanti a lui saranno radunati tutti i popoli" (Mt 25,32)
Non so se questa promessa mi alletta come quando la lessi nel giorno della commemorazione dei defunti. Mi commosse l'omelia di don Ermete su quel "li radunerà" che sapeva di casa, di buono, di famiglia, di un ritrovarsi intorno alla fiamma di un focolare.
Oggi le parole di Gesù mi inquietano perchè si parla di una separazione tra buoni e cattivi, di una condanna per quelli che non l'hanno riconosciuto nell'affamato, nell'asseteato, nell'ignudo...
Ci va giù duro Gesù sulla sorte di quelli che hanno pensato solo a se stessi e se ne sono altamente infischiati degli altri.
Le letture di questo ultimo scorcio dell'anno liturgico del resto ci avevano preparato ad un finale di questo tipo.
Quando prego mi concentro sull'amore di Dio e mi sembra che qualsiasi peccato lui è disposto a perdonarmi. Ogni notte mi stringo a Loro, Padre, Figlio e Spirito Santo, lamia famiglia originaria e mi sento in una botte di ferro perchè chi più di loro hanno a cuore la mia salvezza, la mia salute, il mio bene?
E mi dimentico degli affamati, degli assetati, degli ignudi...
Amare Dio è facile, poerchè non lo vedi e sai che ti vuole bene a prescindere, che è morto per te.
Amare il prossimo, mettere la mano al portafoglio che in questi ultimi tempi è reduce da un energica cura dimagrante non è poi così scontato, nonostante le buone intenzioni.
Gesù non ci illude, fa sul serio quando parla di amare il prossimo come noi stessi.
Per amare bisogna farsi prossimi agli altri ma adesso sono di moda le case con ingresso autonomo, le villette massimo bifamigliari o le ville per chi se lo può permettere. Così ci possiamo fare rumore e nessuno ci scoccia o ci disturba con comportamenti a noi non graditi.
Viviamo appartati, negli appartamenti che non è un caso si chiamino così perchè una volta chiusa la porta di casa ci sentiamo finalmente padroni del nostro destino.
E i poveri li guardiamo in televisione, tanto basta per essere informati.
Giovanni il mio nipotino un giorno, era molto piccolo, mi chiese chi erano i poveri e dove poteva trovarli.
Mi spiazzò non poco perchè ero all'inizio di questo cammino e francamente non ne conoscevo o almeno non pensavo di averli mai incontrati.
Poi nella nostra vita è entrata Dubrinka, la bulgara del piano di sotto attraverso i suoi nipotini e poi Sergio il cugino barbone e poi una schiera sempre più numerosa di persone in cui ho cercato il volto di Cristo.
Almeno di loro voglio ricordare quello che scrissi....
SFOGLIANDO IL DIARIO...
"In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. (Mt 25,40)
I poveri
Per questa Pasqua avevamo deciso, io e mio marito, di invitare un povero, uno che aveva bisogno di calore, di famiglia, di amore.
Poi mi sono ammalata.
Quando sono uscita dall' ospedale stavo peggio, per la diagnosi e per i problemi da affrontare, vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che mi togliesse almeno il dolore, con l'impossibilità di provvedere a me stessa e agli altri.
I poveri sono entrati a far parte della nostra famiglia il giorno in cui, non essendoci nessun parente disponibile ad assistermi, ho chiamato Dubrinka, per farmi aiutare anche solo a prendere l'acqua sul comodino.
Lei, la bulgara del piano di sotto, si è fatta attendere giusto il tempo di accompagnare a scuola Christian e Denise, i nipoti di cui si prende cura a tempo pieno, mentre la figlia è al lavoro.
Dopo aver timidamente girato la chiave appositamente lasciata nella toppa, si è presentata con gli occhi lucidi al mio capezzale, disposta a qualsiasi cosa, pur di non vedermi ridotta a quel modo.
Da quel giorno ogni mattina è salita per sapere di cosa avevo bisogno e per portarmi qualcosa di cucinato.
L'appuntamento del mattino pian piano è diventata una dolce abitudine, un'occasione per conoscere meglio quella nonna "speciale" che aveva suscitato la mia ammirazione, il giorno in cui sentii consolare Giovanni, il mio nipotino di tre anni, che era caduto, con queste parole:"non piangere, perchè la nonna dice che, quando si cade, si diventa grandi".
A parlare era stata Denise, una bimba poco più grande di lui, che con il fratellino stava giocando nel cortile condominiale, mentre la nonna e la mamma traslocavano al piano di sotto dei mobili da un camioncino.
Pensai alla fortuna di quei bambini che avevano una nonna che parlava così saggiamente.
Poi seppi che di fortuna ne avevano avuta ben poca quei bimbi, che avevano perso da poco il papà e che dovevano fare a meno anche della mamma, costretta a lavorare lontano da casa.
Ci siamo presentate allora e, sempre, in seguito, salutate con un sorriso, ogni volta che frettolosamente guadagnavo il sedile dell'auto, e lei si offriva di portarmi la borsa o qualunque cosa poteva ai suoi occhi, sembrarle pesante per me.
Come poi venni a sapere, Dubrinka aveva lasciato in fretta la sua casa in Bulgaria, ed era venuta in soccorso della figlia e dei suoi due cuccioli, sbattuti in un guscio di noce nel mare in tempesta di un paese che non era il loro.
Il marito, che l'avrebbe dovuta seguire in un secondo tempo, lo hanno trovato morto dopo tre giorni. Chissà se si sarebbe salvato, con qualcuno vicino, quando il cuore ha lanciato il segnale d'allarme!
A Natale, perchè Giovanni avesse amici con cui giocare, li abbiamo invitati in campagna.
Ma, solo dopo due mesi, mi sono accorta che, mentre dormivo, Dubrinka mi aveva pulito tutta la casa, infissi e vetri compresi.
..............
Volevamo invitare un povero, dicevo, per questa Pasqua e avevo pensato a loro, per sdebitarmi di tutte le volte che Dubrinka si era fatta sguardo, mani, piedi, forza dell'amore di Dio,specie in questi ultimi tempi, in cui la malattia mi ha tenuto inchiodata ad un letto.
Ma il Signore ha avuto compassione di noi, della nostra impossibilità a provvedere ai bisogni degli altri, del nostro essere rimasti soli, per via di una festa che sempre più si consuma al ristorante.
Domenica i poveri siamo stati noi, che ci siamo fatti lavare i piedi da questa piccola famiglia scampata al naufragio, noi, gente perbene che assolve il precetto, se si confessa una volta all'anno e si comunica almeno a Pasqua.
La comunione ce l'hanno fatta fare loro, i diversi, gli extracomunitari, che ci hanno invitato a far festa a casa loro, per celebrare la Pasqua ortodossa, che, guarda caso, quest'anno coincide con quella nostra. Loro non si confessano, ma ci hanno fatto riflettere su quanti peccati ci siamo dimenticati di confessare.
8 aprile 2007
"Che cosa vuoi che io faccia per te?"
Altre volte ho trovato scritto queste parole sul calendario liturgico e sempre mi sono sentita spiazzata, perché chi me lo chiede sei tu Signore, che tu sei il mio tutto, tu vedi tutto, tu conosci tutto.
Spesso sento il desiderio di raccontare ad altri quello che mi succede o anche ne sono costretta per via delle cure e dei controlli e delle diagnosi da fare.
Abbiamo bisogno qui su questa terra di certezze per curare le malattie, sapere se uno fa finta o è per davvero malato.
C'è sempre bisogno di un timbro che convalidi una ricetta, un certificato.
Ma niente se non molto raramente rivela la verità, dice di cosa abbiamo bisogno e le indicazioni, le prescrizioni spesso sono confuse e farneticanti.
I racconti della mia malattia destabilizzano gli ascoltatori, tanto che per me è diventata un'angoscia quando devo farlo.
“Cosa vuoi che faccia per te?"
Vorrei tanto che qualcuno ci capisse qualcosa, che almeno credesse a quanto racconto.
Da quarant'anni vago da un medico all'altro, da un tipo di medicina ad un'altra, ma senza risultati apprezzabili.
Tu sai Signore quanta fatica, quanto dolore, quanta perseveranza nel cercare una soluzione, un antidoto a questo dolore.
"Cosa vuoi che faccia per te?"
Un tempo sapevo cosa chiedere, oggi non lo so più.
Procedo per inerzia, come quei deportati che, saliti su un treno, sanno solo che saranno portati in un altro luogo, lontani dalla loro terra ma non conoscono il punto d'arrivo.
Più passa il tempo più le cose s'ingarbugliano e, quando mi sembra che magari ho trovato la strada, che qualcuno mi ha ascoltato fino in fondo e ha provato a darmi una mano, mi accorgo che è solo un miraggio e che da questa situazione non uscirò mai.
Quando le cose sono molto complesse, difficili, inestricabili, sempre mi viene da dire: "Qui solo il Padreterno ci può mettere le mani, solo lui può trovare una soluzione".
Quando gli strumenti umani rivelano la loro inefficacia e niente nessuno è in grado di cacciarti dal fosso, di toglierti la spina dal fianco, rimani solo tu Signore.
Cosa posso chiederti Signore?
Tu vedi. Solo tu ci puoi porre rimedio.
Non so più da parte comincia da che parte finisce questa storia.
Mi si arrotola e mi si intreccia man mano che cerco di venire a capo di questa storia.
È un groviglio di nomi, di date, di emozioni, sentimenti, dolore, disperazione, suppliche, miraggi, conquiste, delusioni.
È una matassa troppo ingarbugliata perché un uomo possa metterci mano.
Tutti hanno problemi mi dicono, ci diciamo.
Ne sono certa tanto che mi vergogno anche solo a raccontare una parte dei miei, che mi sembrano ridicoli di fronte a quelli degli altri.
Eppure tu lo sai, a te niente è nascosto.
Certo che di tutte le terapie che sto seguendo, l'unica su cui non ho dubbi è quella che porta a te, a cercarti, ad amarti sempre di più.
"Vada da chi la fa stare bene," ha detto l'ultimo medico interpellato.
Non mi ha detto di andare dallo psicologo, come gli altri, ma da chi mi fa stare bene o meglio.
Di questo sono sicura.
L'unica certezza che ho per guarire sei tu, solo tu,
A volte mi viene voglia di smettere questo pellegrinaggio da un ospedale ad un altro, da un medico ad un altro perché nessuno riesce a darmi un giovamento stabile.
"Dai loro frutti li riconoscerete".
L'effetto delle tue medicine (la Parola, la preghiera i Sacramenti) è sicuramente più efficace di qualsiasi altro intervento terapeutico.
Di questo sono convinta, perché tu mi hai convinto.
So che tu non hai promesso guarigioni miracolose, ma hai dato ad ognuno la salvezza.
"Che io riabbia la vista!"
Signore quando sto tanto male non ti vedo e mi dispero.
Continuo a pregare, ad invocare il tuo nome, ma tu ti allontani.
Più io ti cerco più tu aumenti da me le distanze.
È proprio vero allora Signore che fai come quei padri che per far camminare i loro figli da soli li mettono per terra.
Si mettono davanti a loro con le braccia protese.
Man mano che il bambino avanza, barcollando, si fanno indietro sempre più indietro.
E' così Signore che forse funziona.
Allora Signore ciò che questa mattina ti chiedo è di non perderti di vista, ma che mantenga la fede che tu mi stai davanti ad aspettare con le braccia aperte.
Che io veda Signore il tuo volto, che io senta il calore delle tue braccia!
"Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?"(Lc 18,8)
Gesù a conclusione della parabola del giudice disonesto non si chiede se troverà gente che prega incessantemente, ma se troverà fede sulla terra.
La preghiera nasce dalla fede, la fede nasce dall'amore, è intimamente connessa con l'amore donato da Dio e riversato sugli uomini attraverso coloro che lo accolgono con cuore sincero.
Noi siamo canali di una multiforme grazia che dall'alto si spande su tutte le creature.
Ci sono brocche pronte ad accogliere l'acqua dello Spirito, brocche piccole e grandi, sbrecciate, lesionate, vecchie e nuove, in buono e cattivo stato, che aspettano di riempirsi perchè la gente ha sete, tanta sete e cammina in un deserto arido e inospitale.
C'è chi quell'acqua se la tiene per sè e chi provvede a dissetare gli altri nella certezza che mai gli verrà a mancare, perchè la nostra vita è in quel lasciarsi attraversare da quell'acqua, lasciarsi bagnare e nutrire da Dio nella fede incondizionata che mai ci lascerà senza, specie se ci vede operosi nella carità, distributori di gioia e di pace con i nostri gesti concreti di amore.
Dio ama sempre, ama a prescindere, ama tutti.
E' questa convinzione che ci porta ad un atteggiamento di preghiera continuo che ci sazia se i suoi doni, frutto del suo amore, li usiamo per far stare bene i nostri fratelli, per sostenerli nei momenti della prova, per non perderli mai di vita anche quando sono lontani fisicamente, per amarli come Lui ci ha amato.
La fede è mantenere aperte le porte del nostro cuore, presentare le nostre brocche, perchè Dio possa riempirle di sè del suo amore.
L'amore fa fermare le lancette dell'orologio, perchè ti riempie, ti appaga e ti nutre.
Mi piace e mi commuove pensare che la sete di Dio e la nostra s'incontrano in questa ricerca della verità più profonda inscritta nei nostri cuori.
"Ho sete!", disse Gesù sulla croce.
Gli diedero una spugna imbevuta di aceto.
Anche noi rispondiamo così a chi ci chiede un po' di tempo, di attenzione, di cura.
Il nostro aceto è racchiuso in un cofanetto indorato e luccicante di scuse perchè il tempo non lo possiamo donare agli altri quando non ne abbiamo abbastanza per noi.
"Ho sete" continua a dire Gesù, ma noi ci turiamo le orecchie, giriamo gli occhi da un'altra parte perchè abbiamo troppe cose da fare, troppe da pensare per farci carico dei bisogni degli altri.
Continuo a guardare il crocifisso.. Dal petto squarciato scende sangue e acqua.
Gesù, il Vivente continua a parlarmi...
Lo contemplo, lo amo, lo adoro....
Corro a prendere la mia brocca riposta in cantina, seppellita da ciarpame di ogni tipo, devo fare presto perchè non appassisca del tutto il virgulto che lui ha piantato, voglio che lui mi attraversi e mi renda serbatoio d'amore.
Non mi stancherò di stare ai suoi piedi, con Maria, non smetterò di contemplare le sue ferite, non smetterò di chiedere il suo perdono.
Procuratevi amici con la disonesta ricchezza(Lc 16,9)
Gesù nel vangelo di oggi parla di disonesta ricchezza da usare per acquistarsi degli amici che ti difenderanno davanti al tribunale di Dio.
La più disonesta ricchezza è quella che abbiamo senza aver fatto nulla per meritarla, una ricchezza che ci è piovuta dall'alto, quando eravamo ancora peccatori e ancora lo siamo.
Come si potrebbe chiamare un bene così grande, quale l'amore di Dio, quando se abbiamo fatto qualcosa è proprio l'opposto per averne diritto?
Gesù ci invita a non tenerci per noi quello che ci dona gratuitamente, ma a dispensarlo non solo ai nostri amici, ma anche e soprattutto ai nostri nemici, se ci riesce.
Non dobbiamo tenere per noi, trattenere la grazia che ci elargisce, perchè noi siamo come serbatoi che più fanno uscire l'acqua e più si riempiono e si purificano.
Basta guardare di che colore è l'acqua quando apri il rubinetto di una casa che abiti solo durante le ferie. Il colore è marrone fino a quando l'acqua pulita trova lo spazio per riempirlo di nuovo.
Questa mattina voglio pregare così.
Signore ti ringrazio per quel piccolo segno di croce che mamma imprimeva sulle nostre fronti, prima di andare a dormire, per quei rosari che diceva la notte per la salvezza delle anime di noi 4 figli.
Sono i suoi baci santi che oggi mi stanno pervenendo dal cielo.
Ti ringrazio per tutti quelli che mi hanno testimoniato il tuo amore, per quelli con cui oggi lo condivido con gioia, con una consapevolezza sempre più forte e riconoscente.
Ti prego di rendere il mio corpo meno rigido a ricambiare gli abbracci che attraverso i tuoi amici mi fai giungere.
Signore abbassa, infrangi le mie difese, sì che non arretri di fronte a ciò che potrebbe ferirmi e farmi male.
Che ogni gesto sia gesto d'amore, che ogni bacio sia soffio del tuo Spirito!
"«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. "(Lc14,26)
Leggendo la Parola che la liturgia oggi ci propone sulla sequela, ho pensato a Giovanni che ieri sera pretendeva di fare un disegno capolavoro, mentre guardava la televisione o anche quando ardeva dal desiderio di leggermi una storia che lui riteneva interessante.
Con grande fatica e poca attenzione ha ascoltato quello che gli stavo raccontando, una storia che un tempo lo avrebbe coinvolto, fatto gioire e gli avrebbe aperto il cuore e la mente.
Ieri proprio con lui abbiamo parlato della necessità dello stop del pensiero, per poter fare qualunque cosa che sia buona per noi e per gli altri.
Quand'era piccolo Giovanni si lamentava perché Dio aveva inventato il cervello per i troppi pensieri che non lo facevano stare tranquillo e oggi ancora dice che non può fare capolavori, proprio perché ha troppe idee in testa.
La cosa capita anche a me che vorrei che ci entrasse tutto o quasi tutto in quello che faccio, che dico, che penso, non essendo disposta a mollare niente, a lasciarmi guidare dallo Spirito in modo fiducioso e docile.
La prima cosa da fare è spegnere la televisione, che significa chiudere le orecchie a ciò che ci viene dal mondo esterno, un mondo filtrato dall'interpretazione dei vari cantastorie, che ti mettono su piatti d'argento il cibo da loro preparato, a volte, anzi quasi sempre tossico, indigesto ma principalmente adulterato.
Quando parlava Gesù, la televisione non c'era, ma sicuramente c'erano falsi maestri, persone che per autorità, per posizione sociale, per vincoli di sangue eccetera venivano messi al primo posto nella scala degli interessi, degli affetti e dell'ascolto.
E poi quale grande richiamo poteva e può essere quello di consigli per accumulare beni, amministrarli o anche non perderli!
Quale grande attenzione, fatica, comporta l'occuparsi e preoccuparsi non solo di noi, ma anche degli altri, sopportandone i pesi del vivere quotidiano!
La nostra vita è fatta di relazioni che ci tengono legati alle cose, alle persone e alla storia, agli eventi passati, presenti e futuri.
La nostra vita si snoda nella continua ricerca del nostro bene, vale a dire del nostro tornaconto personale, strumentalizzando le persone che ci sono più vicine, strumentalizzando esperienze, beni materiali, ma anche doti naturali o capacità acquisite, per stare bene, meglio, per non morire ed essere felici.
Gesù ci dice di smettere di pensare a tutto questo, di fare uno stop del pensiero (quello che ieri ho cercato di insegnare a Giovanni e che gli ha permesso la fine di fare in men che non si dica il suo capolavoro, dopo che aveva stracciato parecchi fogli per l'incapacità di concentrarsi).
Gesù ci dice una cosa che noi sperimentiamo ogni giorno.
Quando perdiamo di vista la cosa importante, facciamo sempre i macelli, bruciamo il cibo che sta cuocendo sul fuoco, dimentichiamo i nostri più elementari doveri di rispetto, di amore nei confronti delle persone, non ci lasciamo formare, istruire, amare dagli altri, occupati concentrati solo su noi stessi.
Sacrosante parole quelle di Gesù, perché ci indica la strada per non smarrirci e per fare quindi dei capolavori.
Se mettiamo lui e al primo posto sicuramente non ci dimenticheremo dei nostri cari, anzi allargheremo la cerchia, nè manderemo in fumo i nostri averi, i nostri beni materiali e spirituali, ma li useremo come meglio conviene.
Il meglio è usare, servirsi di tutto ciò che gratuitamente ci è stato donato da Dio, per essere felici e per rendere felici, mettendo in circolo l'amore.
Ma bisogna crederci, bisogna intanto partire da un atto di fede, un credo ad occhi chiusi ma a cuore aperto.
Credere per vedere.
Quanti occhi si aprono dopo un atto di fede!
Ieri Patrizia mi ha detto che da quando ogni sera prega, il mal di testa non l'ha più avuto.
Io non so se sia effetto della preghiera che non abbia il mal di testa, ma sono certa che adesso è più attenta a vedere quanto non ce l'ha e ringraziare tutte le volte che succede, senza dare per scontato niente.
La fede è ascolto, e partire dal presupposto che l'altro ha ragione, anche quando è arrabbiato, la fede è la disposizione ad accogliere la verità che abita dentro l'altro e da essa lasciarsi trasformare, identificare.
E' l'Altro che ci dice chi siamo e quando l'altro è Gesù siamo certi che non ci sbaglieremo.
"Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio" (Lc 14,15)
Un tempo partivo sempre dalla parola che leggevo sul calendario liturgico appeso sul comodino, la prima su cui al risveglio avevo deciso di posare gli occhi e la mente.
Ed era bello constatare, attraverso le associazioni di idee, i pensieri, le riflessioni, i ricordi supportati dal tuo Spirito, che quella parola era per me, rivolta a me, anche quando a prima vista non sembrava.
Poi ho smesso, perché le letture che si ripropongono durante l'arco dell'anno, sono le stesse e mi sembra che non abbiano niente di nuovo da dirmi.
"Dio mi parla, Dio è qui, Dio non mi lascia mai sola ", mi dicevo, perché immancabilmente scoprivo nella Parola un nesso, una connessione con la mia vita e crescevo nella fede.
Oggi è come se avessi gli occhi appannati, il cuore indurito, la mente non più tanto agile, come accade ai vecchi che dimenticano spesso quello che stanno vivendo o facendo e sono bravi solo a ricordare il passato.
Il presente è sempre nebuloso per gli anziani, come se avessero perso la capacità di vivere il qui e ora.
Così questa mattina la tua parola Signore, mi proietta su quanto per me è stato importante scoprire: che la messa è un invito a nozze e che l'abito necessario per parteciparvi è la consapevolezza di quanto tu sei grande e quanto noi siamo immeritevoli, consapevoli della distanza, consapevoli della grazia, consapevoli di non meritare tutto quello che tu ci dai.
Ho letto da qualche parte che la vita è un invito a nozze continuo, non solo la domenica, ma anche ogni giorno, ogni minuto.
Ci chiami a mangiare il tuo corpo e a bere il tuo sangue, a fare tutto quello che tu hai fatto perché fosse per noi un memoriale, vale a dire attuazione di ciò che accadde sulla croce..
"Mangiatene e bevetene tutti… Fate questo in memoria di me... "
La notte in cui fosti tradito, la notte più terribile, più angosciosa, la notte in cui al peso dei nostri peccati, alla condanna immeritata che ti si prospettava, alla solitudine a cui ti hanno lasciato i tuoi amici più intimi, in quella notte tu ci ha invitato a nozze, al banchetto di grasse vivande, di cibi succulenti, la notte in cui fosti tradito hai dato il tuo corpo, il tuo sangue, tutto te stesso, e non ci hai invitati ad essere spettatori delle tue nozze ma ad unirci nel corpo oltre che nello spirito a te.
Scoprire che non siamo invitati ma sposi del Figlio ci coglie impreparati, ci riempie il cuore di gratitudine, di grazia incommensurabile, perché ad una festa di nozze, se gli invitati godono del banchetto, lo sposo e la sposa sono quelli che realizzano la loro tensione all'unità, il loro amore in tutte le sue componenti.
Tu Signore chiami tutti alla festa della vita e pian piano ci conduci sull'alto monte e progressivamente ci istruisci e ci farai assaggiare a piccoli sorsi il vino buono e, dopo che è finito, un altro ancora migliore, trasformando l'acqua in vino perché la festa duri e il tempo si fermi nella gioia dell'incontro con te.
Perché alla fine della festa ci vieni a chiamare e ci porti in disparte e ci rivolgi parole d'amore e ci sollevi alla tua altezza e, lontano da occhi indiscreti, ti doni totalmente a chi ha accettato l'invito e ha apprezzato i tuoi doni e ne è riconoscente nella misura in cui la povertà, la malattia, l'emarginazione sociale avevano decretato la fine della sua funzione su questa terra.
Tu così hai fatto con me e penso che questo accada a tutti quelli che ti cercano con cuore sincero.
Io ti amo Signore, mio Dio e mio redentore, mia roccia, mio Salvatore, ti adoro, mi prostro davanti ai tuoi piedi e ti rendo grazie per tanta tenerezza, mentre dal tuo cuore trafitto sgorga l'acqua viva.
SFOGLIANDO IL DIARIO...