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mercoledì 4 novembre 2020

"«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. "(Lc14,26)



 "«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. "(Lc14,26)

Leggendo la Parola che la liturgia oggi ci propone sulla sequela, ho pensato a Giovanni che ieri sera pretendeva di fare un disegno capolavoro, mentre guardava la televisione o anche quando ardeva dal desiderio di leggermi una storia che lui riteneva interessante.

Con grande fatica e poca attenzione ha ascoltato quello che gli stavo raccontando, una storia che un tempo lo avrebbe coinvolto, fatto gioire e gli avrebbe aperto il cuore e la mente.

Ieri proprio con lui abbiamo parlato della necessità dello stop del pensiero, per poter fare qualunque cosa che sia buona per noi e per gli altri.

Quand'era piccolo Giovanni si lamentava perché Dio aveva inventato il cervello per i troppi pensieri che non lo facevano stare tranquillo e oggi ancora dice che non può fare capolavori, proprio perché ha troppe idee in testa.

La cosa capita anche a me che vorrei che ci entrasse tutto o quasi tutto in quello che faccio, che dico, che penso, non essendo disposta a mollare niente, a lasciarmi guidare dallo Spirito in modo fiducioso e docile.

La prima cosa da fare è spegnere la televisione, che significa chiudere le orecchie a ciò che ci viene dal mondo esterno, un mondo filtrato dall'interpretazione dei vari cantastorie, che ti mettono su piatti d'argento il cibo da loro preparato, a volte, anzi quasi sempre tossico, indigesto ma principalmente adulterato.

Quando parlava Gesù, la televisione non c'era, ma sicuramente c'erano falsi maestri, persone che per autorità, per posizione sociale, per vincoli di sangue eccetera venivano messi al primo posto nella scala degli interessi, degli affetti e dell'ascolto.

E poi quale grande richiamo poteva e può essere quello di consigli per accumulare beni, amministrarli o anche non perderli!

Quale grande attenzione, fatica, comporta l'occuparsi e preoccuparsi non solo di noi, ma anche degli altri, sopportandone i pesi del vivere quotidiano!

La nostra vita è fatta di relazioni che ci tengono legati alle cose, alle persone e alla storia, agli eventi passati, presenti e futuri.

La nostra vita si snoda nella continua ricerca del nostro bene, vale a dire del nostro tornaconto personale, strumentalizzando le persone che ci sono più vicine, strumentalizzando esperienze, beni materiali, ma anche doti naturali o capacità acquisite, per stare bene, meglio, per non morire ed essere felici.

Gesù ci dice di smettere di pensare a tutto questo, di fare uno stop del pensiero (quello che ieri ho cercato di insegnare a Giovanni e che gli ha permesso la fine di fare in men che non si dica il suo capolavoro, dopo che aveva stracciato parecchi fogli per l'incapacità di concentrarsi).

Gesù ci dice una cosa che noi sperimentiamo ogni giorno.

Quando perdiamo di vista la cosa importante, facciamo sempre i macelli, bruciamo il cibo che sta cuocendo sul fuoco, dimentichiamo i nostri più elementari doveri di rispetto, di amore nei confronti delle persone, non ci lasciamo formare, istruire, amare dagli altri, occupati concentrati solo su noi stessi.

Sacrosante parole quelle di Gesù, perché ci indica la strada per non smarrirci e per fare quindi dei capolavori.

Se mettiamo lui e al primo posto sicuramente non ci dimenticheremo dei nostri cari, anzi allargheremo la cerchia, nè manderemo in fumo i nostri averi, i nostri beni materiali e spirituali, ma li useremo come meglio conviene.

Il meglio è usare, servirsi di tutto ciò che gratuitamente ci è stato donato da Dio, per essere felici e per rendere felici, mettendo in circolo l'amore.

Ma bisogna crederci, bisogna intanto partire da un atto di fede, un credo ad occhi chiusi ma a cuore aperto.

Credere per vedere.

Quanti occhi si aprono dopo un atto di fede!

Ieri Patrizia mi ha detto che da quando ogni sera prega, il mal di testa non l'ha più avuto.

Io non so se sia effetto della preghiera che non abbia il mal di testa, ma sono certa che adesso è più attenta a vedere quanto non ce l'ha e ringraziare tutte le volte che succede, senza dare per scontato niente.

La fede è ascolto, e partire dal presupposto che l'altro ha ragione, anche quando è arrabbiato, la fede è la disposizione ad accogliere la verità che abita dentro l'altro e da essa lasciarsi trasformare, identificare.

E' l'Altro che ci dice chi siamo e quando l'altro è Gesù siamo certi che non ci sbaglieremo.

lunedì 27 gennaio 2020

La memoria

 

(Samuel Bak:Luce della memoria)

SFOGLIANDO IL DIARIO...



Per l'ennesima volta abbiamo dovuto convenire che il Signore le cose le fa molto meglio di noi.

Nostro figlio ha provveduto a ricordarcelo, quando non si è visto recapitare il consueto invito domenicale.

L'impegno a preparare la trasmissione alla radio ci sembrava un buon motivo per cominciare a mettere in pratica ciò che diciamo ai genitori delle coppie, che si preparano a ricevere il Sacramento del Matrimonio.

Che, se nella Genesi è scritto "Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne", è importante che questi figli li lasciamo un po' soli, e gli permettiamo di allontanarsi da noi.

La tavola dei nonni, del resto, hanno modo di apprezzarla durante la settimana grandi e piccoli, a turno.

La domenica è l'unico giorno in cui la famiglia, specie se giovane, può contarsi, raccontarsi, ritrovarsi attorno alla mensa comune, dove il pane e la parola possono essere condivisi senza interferenze di sorta.

“Perchè ti preoccupi? Tanto lo sai che poi lo Spirito Santo ti cambia le cose all'ultimo momento”. Certo che, più che dalla fede, l'affermazione di nostro figlio nasceva dalla fame e dalla scarsa voglia di cucinare, visto che la moglie stava facendo gli straordinari.

Comunque la richiesta implicita era così garbata, che volentieri abbiamo abbassato la guardia e abbiamo accolto a braccia aperte l'ennesima incursione della banda del portone di fronte, alias famiglia di nostro figlio, seggiolone, giochi e tanta sana, quanto insostenibile baraonda che ne consegue.

"Radio Speranza può aspettare", ci siamo detti, perchè è la vita di una famiglia vera, non virtuale che vogliamo portare in trasmissione e la vita è questa, fatta di buoni propositi, di cedimenti, di sacrificio e di gioia, di speranza fondata su una promessa, che vediamo ogni giorno realizzarsi.

“Sono stato dovunque sei andato” l'abbiamo scritto sulla lavagnetta appesa in cucina, insieme alle cose che via via scopriamo che mancano.

Almeno Lui non ci abbandona, non si esaurisce come il sale, il latte, le uova o la farina. Lui c'è sempre e questo non vorremmo mai dimenticarcelo.

Sabato, alla fine della cena, alla quale avevamo invitato dei cari amici che non vedevamo da tempo, Anna mi ha detto, e non è la prima volta, che io sono raccomandata dal Padreterno, e che non è giusto che io ottenga le cose, basta che le desideri.

“ Quel che mi fa capire se uno è passato attraverso il fuoco dell'amore divino non è il suo modo di parlare di Dio, ma il suo modo di parlare delle cose terrene.” ha scritto Simone Weil.

Avevamo parlato fino a quel momento di quello che era successo durante la settimana, del luogo caldo e accogliente che avevo trovato per aspettare che il gommista mi riparasse la gomma bucata, per due giorni di seguito. Infatti il problema si è ripetuto a distanza di 24 ore.

La sacrestia della chiesa, adibita a cappella, per esporre il Santissimo in questi giorni di freddo, era stato l'unico luogo che mi ha permesso di stare seduta, su una sedia comoda, al caldo e di controllare dalla finestra quando la macchina era pronta.

E dire che solo il giorno prima avevo pensato che l'adorazione eucaristica non faceva per me, per via del riscaldamento che non c'è, dei banchi scomodi, dei mille impegni che ogni mattina mi si presentano.

Avevo parlato ai miei amici del parcheggio che trovo sempre quando vado in centro dalla fisioterapista, degli straordinari interventi dello Spirito ogni volta che andiamo in panne.

Raccomandati siamo tutti, basta aprire gli occhi per accorgersene, le ho risposto.

Ricordo quando, nell'imminenza di un intervento chirurgico importante, davanti alla chiesa per la prima volta presi coscienza che quel posto libero che sempre trovavo per parcheggiare la macchina non era dovuto alla mia bravura, ma alla cura di Chi sapeva che non posso camminare.

Chi si era preoccupato di trovarmi un posto per la macchina, tante volte, non se ne sarebbe stato a guardare di fronte a un bisogno tanto più grande.

Ebbi modo di sperimentare in seguito, che non mi ero sbagliata e che sempre, anche per interventi di poco conto, trovavo una corsia preferenziale, senza fare telefonate o regali per propiziarmi il medico o il suo entourage.

Da allora le raccomandazioni le chiedo solo al Padreterno.



Il 27 gennaio è celebrata la giornata della memoria perchè non si dimentichino i crimini commessi nell'ultima guerra mondiale contro gli Ebrei.

Abbiamo letto sul “Giornale” del pittore Samuel Bak, superstite dell'olocausto, che, rimasto cieco, continua a ricordare le ferite inferte a lui e al suo popolo con i suoi quadri.

Da essi si leva per noi una voce possente: non possiamo dimenticare quello che ha fatto l’uomo. 
Potrebbe riaccadere. 
Ma neppure possiamo ricordare solo ciò che ha fatto l’uomo: se morisse nel cuore la luce della fede e della preghiera, riaccadrà. 
Ricordiamo sì, l’antico dolore, ma per tenere desta in noi la memoria dell’Onnipotente. 
Fra gli edifici della morte ce ne sarà sempre uno in cui si custodisce fedele il fuoco della vita. E la speranza ci salverà.



Sul muro di una prigione hanno trovato scritto:


Credo nel sole

anche quando esso non

risplende.

Credo nell'amore

anche quando non lo sento.

Credo in Dio

anche quando tace.


eco del  Salmo 136


"Mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia"
 




Giovanni spesso mi chiede di parlargli della guerra in cui il nonno, che è andato in cielo a riabbracciare il suo papà, ha combattuto.

Io gli racconto del rosario detto mentre passava il fronte e le bombe cessarono all'amen finale, gli racconto di nonna Antonietta che, quando scoppiavano i temporali, ci chiamava a pregare sul grande lettone la Madonna, gli racconto di quando è nato.



"Quando sei nato, avevi un viso spaventato, gli occhi sgranati, fissi, immobili come se avessi visto tutto il male del mondo e fossero incapaci di chiudersi ancora, di battere, palpitare sul tuo tenero e dolce faccino.

Volevi venire al mondo da tanto tempo.

Da tempo spingevi, scalciavi, per uscire dal tuo caldo e sicuro rifugio, ma una corda ti teneva attaccato a tua madre.

Avvolta al collo due volte, ti si stringeva sempre di più, ogni volta che volevi provare a respirare con i tuoi polmoni, pure se l’aria era inquinata e il panorama non era quel granché che ti aspettavi.

Sei nato con un numero cucito sulla tutina e un braccialetto al piedino, con su scritto il cognome di tua madre, per paura che ti perdessi.

Cosa tu avevi a che fare con me?

Nessuna cosa mi ricordava che eri, che sei, figlio di mio figlio, che allo stesso modo eri nato, soffrendo e morendo tu e tua madre per poter risorgere ancora e di più e per dire che la vita è bella, perché è miracolo, stupore dono stupendo e misterioso della potenza e della misericordia di Dio.

Perché quando penso a te sto male?

A cosa penso, guardando i tuoi occhi spauriti, e sgranati, occhi grandi come fanali?

Penso a te, che sei scampato ad un naufragio, a tutti i naufragi del mondo, che hai lottato con una forza che non era la tua.

Un angelo con te ha lottato perché venissi al mondo, sciogliendo quei lacci di morte che te lo impedivano.

Forse gli occhi spauriti sono quelli dello stupore di avercela fatta,

Non ci credevi, non ci avevi creduto, con quei due cordoni attorcigliati al collo, che ti soffocavano ad ogni movimento.

E tua madre te ne aveva fatte sentire di musiche ..e noi abbiamo pensato che stavi ballando, mentre ti muovevi nella sua pancia …chissà se la corda l’avevi anche prima… tutto il tempo in cui le cuffie appoggiate alla pancia ti facevano le coccole, che noi, tua madre, tuo padre, non potevamo farti più da vicino.

Oppure una piroetta più ardita, un salto acrobatico, di cui ti sentivi capace, vista l’ora che si avvicinava, per conoscere i volti delle tante voci, che ti avevano tenuto compagnia, amandoti senza vederti.

Il mondo ti aspettava e tu aspettavi il mondo e con impazienza scalciavi, aprivi, chiudevi le manine, stendevi i piedi, le gambe e le braccia, perché eri ansioso di venire alla luce.

Poi quella notte, era notte, la notte lunga, buia, angosciosa, senza fine, degli urli, dei gemiti, del rantolo, dell’agonia di una madre che non può far nascere suo figlio, perché lo avrebbe fatto morire.

Così, Giovanni, sei stato trattenuto ancora, per un tempo che a noi è sembrato eterno, perché non soffocassi del tutto.

Il grido spasmodico di tua madre mi è rimasto nell’anima, ha scavato dentro chissà quanti chilometri, giù nel profondo abisso della memoria. Era un grido, era un pianto, era una richiesta d’aiuto, era l’impotenza dell’uomo che chiamava l’onnipotenza di Dio.

Così con le mani strette ad una corona, ad un rosario, ho pregato, abbiamo pregato, perché vi ci aggrappaste anche voi, tu, tua madre, perché usciste dal gorgo e vi salvaste dai flutti di morte.

Le parole non le ricordo, ricordo lo sguardo fisso a Dio, Dio di misericordia, a Sua madre perché provasse compassione di quella titanica lotta con il serpente, che ti avvinghiava la gola.

Così sei venuto alla luce n. 43, figlio di tua madre, ma dono di Dio, perché il tuo nome era già scritto, sulle palme delle Sue mani, prima ancora che fossi intessuto nel grembo di tua madre, prima ancora che tua madre e tuo padre pensassero a te

Il tuo nome era Giovanni, è Giovanni, perché la misericordia di Dio non si misura e tu tutta in te la manifesti



E questo ci siamo sentiti di dire a Emanuele, il nostro nipotino più piccolo, il giorno del suo Battesimo, sperando che ci sentisse



"Emanuele,cosa possiamo offrirti, nel giorno del tuo Battesimo, che Dio non abbia già provveduto a darti senza misura? Cosa possiamo prometterti che non sia già stato preparato per te da Lui, prima che tu nascessi, prima ancora che i tuoi genitori pensassero a te?

Avremmo almeno voluto trovare belle parole per esprimere i sentimenti che in questo momento ci riempiono il cuore: di gratitudine verso Dio, che continua a fidarsi di noi, perché continua ad affidarci i Suoi figli, i fiori più belli del suo giardino; di stupore e di meraviglia per il miracolo della vita che ogni giorno mostra i suoi tesori, belli e nascosti; di inadeguatezza di fronte al compito che sentiamo troppo alto per noi; ma anche di grande consolazione, perché tu ti chiami Emanuele "Dio con noi", e ogni giorno ci ricordi che non dobbiamo aver paura, perché mai saremo lasciati soli.

Le parole le abbiamo trovate già scritte: sono quelle del Salmo 90.



Tu che abiti al riparo dell'Altissimo

e dimori all'ombra dell'Onnipotente, 

di' al Signore: "Mio rifugio e mia fortezza,

mio Dio in cui confido.

Egli ti libererà dal laccio del cacciatore;

ti coprirà con le sue penne

sotto le sue ali troverai rifugio.

la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;

non temerai i terrori della notte

nè la freccia che vola di giorno.

Poichè tuo rifugio è il Signore

e hai fatto dell'Altissimo la sua dimora,

non ti potrà colpire la sventura,

nessun colpo cadrà sulla tua tenda.

Egli darà ordine ai suoi angeli

di custodirti in tutti i tuoi passi.

Sulle loro mani ti porteranno

perchè non inciampi nella pietra il tuo piede."




mercoledì 1 gennaio 2020

53ª GIORNATA MONDIALE DELLA PACE.




"Ma tu sai cos'è l'amore?", ho chiesto alla piccola Chiara , 6 anni.

"Sì:quando due si vogliono bene."

"Papà e mamma si vogliono bene?"

"Sì"

"E da dove lo riconosci ?"

" Dal fatto che fanno la pace."

"Allora i genitori cosa devono insegnare ai loro figli?"
"A fare la pace."



Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli. (Salmo 8)



venerdì 27 dicembre 2019

Il Verbo





Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi."(Gv 1,14)

SFOGLIANDO IL DIARIO...
Certo che se non avessi insegnato lettere per tanti anni, se non avessi corretto tanti temi e sottolineato tanti periodi sospesi per mancanza del verbo, non so quanto avrei capito di questa pagina fondamentale del vangelo.
Ci ho riflettuto quando Giovanni, mentre faceva i compiti di grammatica, mi ha chiesto cos'era un verbo.
Gli ho risposto che è la parola più importante, quella che dà senso al discorso, quella che permette agli uomini di comunicare.
E poichè doveva leggere e riassumere una storia, gli ho cancellato tutti i verbi per dimostrargli che non ci si capiva più niente.
Visto che si sta preparando per la Prima Comunione , ne ho approfittato per parlargli di Gesù, il Verbo di Dio, e di quanto sia importante la sua venuta per dare senso ai nostri discorsi e alla nostra vita.

mercoledì 4 dicembre 2019

Credenti non praticanti




La Messa

SFOGLIANDO IL DIARIO...

“In che cosa credete?” L'abbiamo chiesto ai genitori che vengono per battezzare i propri figli.
"Nella fede, nella religione, nella famiglia..." hanno risposto i più sprovveduti," in Dio" quelli più avanti," in Gesù Cristo" qualcuno, "nel Dio di Gesù Cristo" nessuno.
Certo che noi non possiamo ergerci a giudici, visto che per rispondere così ci abbiamo messo una vita e poi non è detto che abbiamo metabolizzato completamente l'idea.
Gesù, il personaggio di cui in questi tempi si parla di più, è l'illustre sconosciuto della nostra società. Si sa tutto di lui perché la gente pensa di conoscerlo attraverso i si dice, non quello che Lui dice.
Bisogna andare alla mensa del Pane e della Parola, per capirci qualcosa di più. Del resto in Dio ci credono anche i mussulmani e gli ebrei e in qualcosa o qualcuno che ci sovrasta, più grande e più potente di noi, la maggior parte degli uomini, perché non ci vuole una grande fede o una grande intelligenza per riconoscere che il cielo, la luna, le stelle, il mare, i monti e l'universo e tutto quanto contiene l'ha creato Dio.

La Messa, che è il luogo privilegiato, l'occasione più alta dell'incontro con Cristo è vissuta come un peso, un impegno inutile e troppo oneroso. Per non parlare dei bambini che, se ce li hai, disturbano o ti danno l'alibi per non metterci i piedi.
Cuoredipizza, una blogger amica, nonché mamma innamorata di Cristo, mi ha scritto, in un commento ad un mio post sulla Pasqua.
“Quest'anno eravamo in vacanza, e in quella parrocchia ligure la veglia Pasquale era alle 21. Questo ci ha concesso di andarci con i bimbi.
Liturgia lunga, sì, ma affascinante: Peperoncino e Sorrisone si sono lasciati conquistare.
Avevo spiegato loro in anticipo le parti salienti del rito, e li avevo invitati ad ascoltare le letture cercando di "acchiappare" in esse i richiami battesimali. Così, durante la liturgia della Parola, sono rimasti ben svegli, e mi dicevano sotto voce: «Acqua!»; «Luce!». Una specie di gioco, insomma.
E poi, alla fine, il parroco ha invitato in sacrestia tutti i bambini, ed ha regalato loro un uovo! “

Nell'incontro con le coppie ci viene spontaneo di dire a proposito dei non praticanti “ E' come se uno fosse fidanzato con una ragazza che non frequenta, perché abita lontano, limitandosi a farle una telefonata a Pasqua e a Natale.
Se la Messa fosse un film la si seguirebbe con maggiore attenzione e anche se non è nella nostra lingua madre ci premureremmo di andare a leggerne trama e recensioni, specie se ha vinto qualche premio o ne parlano i giornali.
Ma nessuno si prende la briga di farlo per una cosa non ritenuta importante, mentre lo si fa per qualsiasi altro spettacolo a cui si decide di assistere, mettendoci in conto anche il costo del biglietto.

La Scrittura ci esonera anche da questo, come leggiamo nel profeta Isaia ( “ Isaia 55,1 sgg)
“O voi tutti assetati venite all'acqua,
chi non ha denaro venga ugualmente;
comprate e mangiate senza denaro
e, senza spesa, vino e latte”.
L'unica mensa dove si mangia e si beve gratis in un momento in cui tutto è rincarato, è la Messa.
Ma chi le deve raccontare queste cose? Bisogna aspettare che i figli arrivino all'età della prima comunione per sentire parlare di Dio?

Il 6 aprile, giorno del suo compleanno, Giovanni ha ricevuto tanti regali. Molti, non ha avuto bisogno di chiedere come funzionassero, perché ci è arrivato da solo, ma di un gioco elettronico, con tanti pulsanti e un libro di istruzioni che non è ancora in grado di leggere e capire, ha chiesto a noi spiegazioni.
La fede è un dono che tutti ricevono con il Battesimo, ma è necessario che qualcuno ci spieghi come funziona, altrimenti succede che la mettiamo da parte e ci dimentichiamo di averla.
Quando Franco, nostro figlio, era piccolo gli abbiamo fatto tanti regali e tra questi un’enciclopedia dal titolo “Come funziona”. L’esigenza di dare a nostro figlio gli strumenti per conoscere il funzionamento di ogni tipo di macchina l’abbiamo sentita, peccato che non ci siamo preoccupati di comprare qualcosa che lo aiutasse a capire come funziona l’uomo e di quale carburante ha bisogno per arrivare sicuro alla meta.

I bambini, per sapere ciò che è importante, guardano e ascoltano prima di tutto chi vive con loro, prima ancora della tv molto spesso chiamata in causa per deresponsabilizzare chi è preposto alla loro educazione..
Parliamo ai nostri figli di Gesù, di quello che ha detto e fatto, leggiamogli le pagine della Scrittura, ma cerchiamo principalmente di testimoniare con la nostra vita che la messa è il momento più importante per incontrare Gesù insieme ai nostri fratelli e per fare in modo da portarcelo a casa e dovunque noi andiamo
La messa è un invito ad un pranzo di nozze. Quando siamo invitati a nozze ci preoccupiamo di chi ci fa l'invito, di quale vestito indossare, qualora riteniamo giusto partecipare, e quale regalo portare.
A invitarci è Dio, re dell'Universo, Creatore e Signore di tutte le cose, nonché nostro padre. Quale vestito mettere? Certo che nei matrimoni del mondo cerchiamo di comperarcene uno adatto alla circostanza o a farcelo prestare, se proprio non possiamo, premurandoci comunque di chiedere a qualche amico o parente stretto se ha un gioiello, una sciarpa, una pelliccia o anche una macchina un po’ più prestigiosa della nostra che ci premuriamo comunque di far lavare. Nei matrimoni mondani si rischia di diventare irriconoscibili, tanto ci si sforza di comparire migliori, sì che Giovanni alle nozze del cugino ci lasciò di stucco quando disse: “ Ma che si sono travestiti tutti da matrimonio?”

Il problema sta nel travestimento del quale non possiamo fare a meno. Ma è importante prendere coscienza della propria inadeguatezza davanti a Dio e ai fratelli, con quel “Signore pietà, Cristo pietà”seguito da: “Confesso a Dio Padre Onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato”, che indica il vestito inadeguato che abbiamo indosso.
Ma il Signore ci ha invitato ed è lì proprio per accoglierci così come siamo, con la nostra storia e le nostre contraddizioni, la nostra presunzione e la nostra estrema fragilità, perché ci ama e ci vuole con Lui a far festa.

Come in ogni invito che si rispetti non si mangia subito e dopo i convenevoli (scusa se sono arrivato in ritardo, scusa se sono vestita così, ho messo la prima cosa che ho trovato per arrivare in orario...ti ho telefonato ma non ti ho trovato a Natale.. quando stavi male... sai il lavoro..gli impegni.. la famiglia...) è chiaro che bisogna ascoltare cosa ha da dirci il Padrone di casa.
Non sta bene parlare solo noi. Bisogna fare silenzio.
E' quello il momento dello “Shemà Israel!”, “Ascolta Israele!”.
Come in ogni conversazione si parte dai ricordi comuni: la nostra storia passata con o senza di Lui. Un brano dell'Antico testamento infatti fa da battistrada, a cui si risponde con il Salmo, la risposta degli invitati. Poi tocca di nuovo al Signore attraverso una Lettera apostolica, chiave interpretativa che unisce la prima lettura al Vangelo.
In questo ascoltare molto e parlare poco c'è la ricetta su cui impostare il dialogo in famiglia e con gli amici.

La messa è un ritrovarsi insieme per ascoltare e ascoltarsi, un dialogo con Dio e con i fratelli, dove è importante ricordare che non a caso ci sono state date due orecchie e una bocca sola, regola d'oro per tutte le nostre relazioni interpersonali.
Solo così sapremo di cosa il Signore ha bisogno, cosa possiamo offrirgli. E’ il momento di rispondere, ma non con le labbra. Il pane e il vino come anche le offerte in denaro che si raccolgono durante la questua non sono altro che la naturale risposta a quanto abbiamo ascoltato.

Cosa possiamo offrirti o Dio che non sia già tuo? Avevamo pensato di portarti un regalo, siamo andati a comprarlo, cercando una cosa che facesse bella figura, che mostrasse di valere più del prezzo che l'abbiamo pagato. Ma tu guardi la purezza del cuore.
Tu Signore ci chiedi, come quando ti muovesti a compassione della folla che da tre giorni ti seguiva, “Quanti pani avete?” Non t'importa della forma, né se sono raffermi. A te basta che ce ne sia anche uno, per benedirlo e trasformarlo nel tuo corpo. Perché tutti hanno fame di te, Signore, e tutti tu vuoi saziare.

Per capirci basta pensare a quando ci viene voglia di stare un po' insieme, ma nessuno se la sente di sobbarcarsi tutta la fatica. Così ci si mette d'accordo perchè ognuno porti qualcosa o faccia qualcosa, perché la festa riesca e tutti siano contenti.
C'è chi ci mette i soldi, chi le braccia, chi l'intelligenza, chi la fantasia, e chi il cuore. Ma i migliori sono quelli che ci mettono tutto quello che hanno, senza trattenere nulla per se.
Così è l'Eucaristia: ognuno porta qualcosa, ma Dio, chiaramente ci mette tutto quello che serve, come accade quando chi mette la casa si fa carico delle cose che mancano e in genere va a finire che avanza.

Che bello questo invito che il Signore ci fa in forma ufficiale ogni domenica! Ma la sua è una casa sempre aperta e non ci sono giorni sbagliati per farci un’incursione.
“Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo. Fate questo in memoria di me”...le parole della consacrazione.
E' come quando ha detto “Date voi stessi da mangiare”, che non è possibile, se non ci si rivolge al Padre uniti a Gesù, per chiedergli quello che manca alla nostra generosità.
E’ il momento nel quale chiediamo al Padre Nostro di darci sì il pane quotidiano specialmente quello non facile da trovarsi in commercio, che è quello del perdono, la capacità di amare come solo lui sa fare, magari lasciando l’offerta all’altare per andare a riconciliarci con chi ce l’ha con noi.
Solo allora possiamo fare la Comunione dove Gesù da un lato ci sazia e dall'altro ci prepara un sacchetto con quello che avanza da portare a casa per chi non non è potuto venire o non ha voluto.
La messa termina con quell' “Ite missa est” che non significa “Finalmente è finita!”, ma “La festa è appena cominciata, perché adesso siete voi a dover chiamare gli amici, per continuarla a casa vostra, con tutto quel ben di Dio che vi ho fatto riportare.”

venerdì 18 ottobre 2019

S.LUCA

SEMI
SEMI
“Andate ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”(Lc 10,3)
Del Vangelo di oggi mi ha colpito il fatto che Gesù si fa precedere dai suoi discepoli, persone che lo avevano conosciuto attraverso la parola e le azioni che lui compiva.
Perchè questo?
Gesù ha bisogno sempre di un profeta che gli prepari la strada.
Non appare all’improvviso, non fai un’esperienza di lui se non c’è stato qualcuno che ti ha portato la sua pace.
Non sono le belle parole, nè il numero delle valigie al seguito, 90 per il principino di Galles leggevo, niente di niente ti devi portare dietro, perchè quello che ti serve o ce l’hai dentro o non c’è valigia o sacca o treno o nave o che lo possa contenere.
Quindi Dio manda noi, che non sappiamo di teologia, che abbiamo una vita più o meno dura, sfigata, come ora si suol dire o tranquilla perchè il lavoro grazie a Dio non l’abbiamo ancora perso, i figli si comportano bene, sono rispettosi e studiano e si sono fatti una famiglia regolare, regolarmente sposati in chiesa, e poi un piccolo gruzzolo in banca per le necessità.
Insomma manda tutti quelli che oggi si mettono in ascolto della sua parola, giovani e vecchi, letterati e illetterati, tutti, ma proprio tutti perchè la messe è abbondante e gli operai sono pochi.
Spesso noi pensiamo che della messe e quindi del grano abbia bisogno Dio o gli affamati e non ci sfiora l’idea che anche noi dobbiamo mangiare e quel cibo ce lo dobbiamo procurare rispondendo all’invito di Gesù.
Un’altra cosa che mi ha colpito è quel non salutare nessuno mentre siamo impegnati nella missione affidataci.
La nostra generazione è maestra in questo e non avrà difficoltà a capire che quando stai chattando con l’amico del cuore non alzi gli occhi per salutare neanche fosse il figlio del re a passarti vicino.
Ebbene Gesù che è l’Amico per eccellenza non accetta deroghe e per Lui bisogna tirare dritto e andare diretti allo scopo.
Cosa portarsi dietro?
Niente.
Perchè l’unica cosa che Gesù ci chiede di portare è la pace e quella ci pensa Lui a darcela.
E poi andare insieme.
In due sappiamo che da un lato ci si aiuta, dall’altro ci si difende meglio, ma quello che è più importante è che ci si allena a fare la pace.
Perchè per portare la pace devi sperimentare ogni momento come sia difficile andare d’accordo con uno diverso da te, specie se è tua moglie o tuo marito.
La pace è frutto dell’amore e l’amore è basato sul perdono, il perdono sul desiderio di andare d’accordo.
Ma a questo pensa Lui che ci ha mandato e che solo così facendo ci educa alla comunione con LUI e ci introduce nelle stanze del re.
E’ quando non hai niente da portare che porti Cristo nella sua interezza.

giovedì 29 agosto 2019

Martirio di San Giovanni Battista

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"Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti " leggiamo nel passo di Geremia che oggi la liturgia sottopone alla nostra riflessione, dove Dio, attraverso il profeta, ci ricorda che non ci abbandona e che sarà sempre al nostro fianco.
A vedere come sono andate a finire le cose, non sembra che Dio mantenga le sue promesse, perché i suoi profeti hanno fatto tutti una brutta fine, senza eccezioni, non avendo risparmiato neanche il Figlio da una fine ignominiosa.
Giovanni Battista è il più grande dei profeti, come lo ha definito Gesù, non ha avuto paura di stigmatizzare il comportamento di Erode tanto da finire decapitato e la sua testa portata su un piatto d'argento per i capricci di una donna e la debolezza di un uomo che così credeva di affermare la sua forza e il suo potere.
Questa mattina voglio fermarmi a riflettere non tanto sulle promesse disattese di Dio, perché sappiamo che Gesù è risorto e nella fede crediamo che con lui risorgeremo, ma sulla responsabilità dei genitori nei riguardi dei figli.
In questo caso Erodiade, la madre della fanciulla che aveva ammaliato il re con la sua danza, ha la più grande responsibilità di quanto è successo. 
I genitori sono responsabili non solo di quello che i bambini fanno da piccoli, ma anche di quello che faranno da grandi e insegneranno ai loro figli, nipoti e pronipoti.
Sempre più spesso capita che i coniugi si separino e che poi si servano dei figli per farsi la guerra.
Il genitore non convivente, nelle poche ore che passa con il figlio tende a fargli fare esperienze irripetibili, belle, entusiasmanti, fuori dell'ordinario, perché sia contento e magari si attacchi più a lui e gli voglia più bene.
La condivisione di valori in una coppia sana che insegna a distinguere il bene dal male alla luce della parola di Dio, alla luce della verità, della giustizia è cosa preziosa e rara di questi tempi.
Oggi ricordiamo il martirio di San Giovanni Battista perché non ebbe paura a dire quello che riteneva giusto, quello che lo Spirito gli ispirava e ci rimise la vita.
Ma i genitori di oggi sono capaci di dire dei no imprescindibili ai propri figli, rischiando l'impopolarità o anche il rifiuto? 
Voglio pregare per tutti quei genitori che hanno la responsabilità dell'educazione dei propri figli, ma anche per tutti gli educatori, familiari e non perché imparino e attingano da Dio la verità e la trasmettano alle nuove generazioni nella sua purezza e interezza.
Se noi gettiamo un seme già marcio, non possiamo aspettarci che frutti immangiabili, disgustosi e velenosi.
Ringraziamo Giovanni Battista per la sua testimonianza, come tutti i profeti che hanno parlato nel nome di Dio.
Ringraziamo Dio per tutti quelli che oggi ci camminano accanto e dei quali vorremmo accorgerci e dai quali vorremmo essere ammaestrati.
Benediciamolo per la parola che ci ha donato e che ci dona ogni giorno per riflettere su fatti che interessano non la vita di persone vissute tanti anni fa, ma la nostra vita concreta, reale, quotidiana.

domenica 18 agosto 2019

SPOSTAMENTI



Image for Dove posare il capo
Meditazioni sulla liturgia di
Sabato XIX TO 
” Temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà"(Gs 24,14)
Siamo soliti dare la colpa agli altri di quello che ci succede.
Ai nostri genitori, agli antenati, alle condizioni difficili in cui ci siamo trovati per l’imperizia o il peccato di chi ci ha preceduto.
In questo modo ci esoneriamo dall’esame di coscienza e, con lo sguardo fisso alla terra che ci è stata sottratta o consegnata piena di rovi e spine, non guardiamo a ciò che abbiamo, ciò che Dio continua a seminare nei nostri cuori attraverso la sua parola.
Non guardiamo, non apprezziamo la nuova terra che con il Battesimo ci ha riconsegnato da coltivare e far fruttificare con il suo aiuto.
La vita è un viaggio attraverso il deserto che, guarda caso, è terra non produttiva dove non si vive bene, che devi attraversare per poter apprezzare che non sei solo e e che Dio è con te, ti accompagna e ti nutre e ti parla e ti è fedele sempre, anche quando i tuoi ti abbandonano o tu abbandoni ciò che è giusto e salutare, e ti prostituisci a idoli muti.
Mi ha sempre affascinato l’idea della terra donata da Dio, la terra con cui mi ha impastato, la terra su cui ha soffiato il Suo Spirito senza stancarsi.
Siamo suoi figli e, se a un genitore può capitare che si dia per vinto di fronte al comportamento ingiusto del figlio, Dio non si arrende e continua a gettare il suo seme, continua a dare vita al mondo.
Se i nostri antenati hanno mangiato l’uva acerba non dobbiamo più dire che i denti dei figli si sono allegati, perché la responsabilità è personale e, prima di Cristo, Ezechiele ce lo ricorda in un tempo in cui la schiavitù avevo reso molli le braccia, rarefatto la preghiera, spento la speranza.
Le letture di oggi ci invitano a guardare avanti e ad agire secondo quello che dice il Signore.
“Lasciate che i bambini vengano a me”.
Cominciamo da qui; dal parlare di Dio ai nostri figli, a portarli con noi quando andiamo alla messa, spiegandogli con parole semplici ciò che il sacerdote dice e fa, preghiamo insieme a loro, al mattino alla sera e in ogni occasione bella o brutta che stiamo vivendo.
Insegniamo la gratitudine per quello che abbiamo ricevuto, non lamentandoci di quello che ci manca, invitiamoli a fare altrettanto a suggello della giornata.
Il nostro compito è di portare i bambini a Dio e non a noi stessi e a infondere in loro la fede che Dio ci ama e che non ci lascia soli neanche un momento.
Leggendo il vangelo, però, la prima cosa che mi è venuta in mente non è tanto il dovere che ho di portare a Lui i bambini, quanto quello di ringraziare Maria che mi ha portato Gesù.
Ieri, quando mio marito me L’ ha portato a casa mi sono commossa tanto da rimanere senza parole, mentre le lacrime parlavano al posto mio.
Non me l’aspettavo perché Gianni non è ministro straordinario dell’Eucaristia e perché, sollecitato più volte da don Ermete a che comprasse un portaostie perché non fossi privata del dono del Corpo di Cristo quando sto male, non aveva ancora comperato nulla, preso com’è stato a provvedere ai miei bisogni materiali, che in questi ultimi giorni gli hanno impedito anche di lavorare.
Ebbene ci ha pensato il Signore a risolvere il tutto, facendogli trovare una persona, presente per caso a quell’ora di quella messa, che di portaostie ne aveva tre e abitava vicino, sì che è andato a prenderglielo e glielo ha regalato.
Gesù si è spostato ed è venuto da me, è entrato nella mia casa, mi ha scaldato il cuore prima ancora di aprire la piccola teca.
Ho percepito la mia indegnità mai come ieri sera, perché mai avrei pensato che il Dio dell’universo, Creatore e Signore di tutte le cose, si sarebbe spostato per venire di persona a casa mia.
Avevo polemizzato tempo addietro, quando nella mia chiesa il sacerdote aveva spostato il crocifisso grande issato sopra l’altare e lo aveva messo su una parete laterale della navata.
Il crocifisso su cui avevo alzato lo sguardo il giorno della mia conversione!
Mi sembrava un atto blasfemo perché era come sminuirne il valore per mettere al posto suo un’ altra immagine.
Poi però mi sono accorta che la nuova posizione era vicino alla sedia dove sono solita sedermi e che il trasloco mi aveva giovato, perché Gesù ce l’avevo vicino e finalmente potevo vedere i segni della sua passione, i chiodi e le spine, il volto reclinato, le braccia distese, concedendomi un’intimità che non conoscevo.
Gesù era sceso dal suo piedistallo e si era fatto più vicino, per me che non distinguo i contorni delle cose quando sono distanti, con o senza occhiali, si è fatto carico del mio bisogno di uno spazio più ristretto per adorarlo e comunicarmi il suo amore.
Ho pensato che alla risonanza magnetica di qualche giorno fa, in cui dovevo passare due ore, con l’aiuto di tanti fratelli che si sono messi a pregare perché fosse possibile, non a caso mi si è presentato mentre il mare era in tempesta, grande, avvolgente, caldo che mi prendeva per mano e mi diceva “Non temere, sono qui, non avere paura”.
Si era spostato di nuovo per stare vicino a me.
Il mio grazie è andato a Maria che me l’aveva portato dopo tante notti insonni in cui dicevo rosari di avemarie per poter dire il Padre Nostro.
Penso a quanto mi è stata vicina questa Madre che mi ha portato Gesù, madre da me tante volte invocata negli ultimi tempi, ma da sempre pregata nella mia famiglia d’origine, da mia madre che ogni notte assolveva al voto fatto per la salvezza dell’anima dei suoi figli, sgranando non so quante avemarie.
Penso a mio padre avanti negli anni che mi confidava quanto gli fosse d’aiuto rivolgersi alla Madonna quando sentiva le fitte del cuore malato diventare spade conficcate nel corpo.
Penso al piccolo segno di croce che mia madre imprimeva sulle nostre fronti prima di andare a dormire, al nome Maria che portiamo noi tre sorelle, alla bottiglia piena di acqua di Lourdes che papà mi versò tutta mentre mi divincolavo nel letto presa da grandi dolori.
Allora pensavo che l’effetto era deleterio, visto che le malattie aumentavano in proporzione delle preghiere.
Quanto ero distante dalla verità!
Non c’è dubbio che Maria alla quale ci siamo consacrati sia stata la scala che ci ha portato a Gesù, senza farci salire, ma facendogli spazio per farlo scendere perché lo stringessimo al petto e fossimo scaldati dal suo calore.
Image for Preghiera a Maria, regina della famiglia

martedì 30 aprile 2019

"Davano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù" (At 4,33)



"Davano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù" (At 4,33)

Che significa dare testimonianza della resurrezione del Signore Gesù?

Una volta Giovanni, il mio nipotino, mi chiese come potevo essere certa che Gesù era risorto e io gli risposi che c'era chi lo aveva incontrato nei quaranta giorni dopo la Pasqua e l'aveva raccontato.

E come lui aveva creduto alle storie che gli raccontavo prima di addormentarsi riguardanti me e la mia famiglia d'origine, così tanti credettero basandosi sulla fiducia del testimone.

Ma oggi, rileggendo il vangelo mi sono resa conto che non basta raccontare una storia perchè altri credano che è vera.
L'incredulità connota l'atteggiamento dei più stretti amici e collaboratori di Gesù.
Tommaso addirittura volle mettere il dito nei fori delle ferite, per credere che Gesù non era un fantasma.
Bisogna quindi averlo incontrato personalmente per dare testimonianza della resurrezione.
La resurrezione è un evento per noi incomprensibile, da un punto di vista umano, perchè solo chi è morto può eventualmente risorgere e non risulta che questo sia accaduto a qualcuno ad eccezione del Figlio di Dio, per chi ci crede, naturalmente.
Non tutti quelli, però, che hanno incontrato Gesù sono diventati suoi testimoni.
Perchè?
Per Giovanni che oggi è più grande dovrei trovare una risposta diversa alla sua domanda.
Dovrei parlare di morte e di vita secondo la carne e secondo lo Spirito.
Mi capirebbe?
Certo è che ci sono momenti della vita in cui ci si sente morti dentro, senza speranza, demotivati, angosciati, depressi, soli, momenti in cui il senso di quello che ci accade ci sfugge e non sappiamo dove andare perchè abbiamo perso l'orientamento.
Vivere è un peso, morire un guadagno.
La scienza e le leggi stanno mettendo a punto proprio una strada indolore per uscire fuori da situazioni insostenibili per chi ne è coinvolto.
Ma se la carne muore non è detto che la persona cessi di vivere.
Nasciamo nella carne e rinasciamo nello spirito.
Così dice il Vangelo.
Per rinascere dall'alto come Gesù dice a Nicodemo dobbiamo prima morire.
Quando un bimbo esce dall'utero della madre che lo ha generato piange, perchè deve lasciare il caldo e sicuro rifugio che lo ha custodito per 9 mesi al buio e immettersi in un mondo sconosciuto dove l'aria ti brucia i polmoni, la luce ti ferisce gli occhi, dove non è scontato che il cibo ti arrivi direttamente dentro la pancia.
Ma il bambino può essere abortito se non è accolto e custodito da un NOI , l' utero che garantisce la vita del figlio.
Questo utero passa attraverso la comunione, l'accordo, l'amore dei genitori, amore che rimanda ad un amore più grande che è quello di Dio, ad un utero ancora più grande che ci comprende tutti, dove possiamo riconoscerci figli di un unico padre, fratelli in Gesù.
La comunione, la condivisione, l'accordo nel nome di Gesù favorisce, rende possibile l'apparizione del risorto, ci risuscita, ci dà ciò che manca alla perfezione dell'amore.
E' incredibile come tutto questo accada senza che noi facciamo magie, come le chiama Giovanni, le magie dei riscontri tra le pagine del vangelo e la nostra vita feriale, ordinaria.
Queste magie gli fanno paura, perchè sfuggono al controllo della ragione e si sa cosa ci accade quando vogliamo controllare, pianificare, metterci sopra e non sotto la signoria diCristo.
Se il sacrificio di Gesù aveva lo scopo di farci tornare a casa, quella casa da cui i nostri progenitori si allontanarono, la casa della nostra famiglia originaria, è certo che lì non ci sono distinzioni, siamo tutti uguali in relazione al padrone di casa, al Padre che ci ha creato e alla SUA Famiglia, collaboratori tutti della nostra incolumità, garanti della nostra vita.
Nella pancia-casa di Dio si vive come si vive in una famiglia dove tutto è in comune, dove ognuno è a servizio dell'altro, dove a garantire che le cose si svolgano secondo giustizia, verità e misericordia, vale a dire con amore c'è Dio uno e trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, distinti nelle funzioni, ma perfettamente sintonizzati sulle frequenze dell'amore.
E' naturale quindi che la testimonianza nasca dall'amore, il motore di ogni cosa, sorgente di vita.
L'amore è da Dio, è dono , il primo e più importante dono che Gesù ci ha fatto morendo sulla croce.
E' il dono dei doni da cui scaturiscono la fede e la speranza.
Se rimaniamo ancorati a Lui non stancandoci di invocare il Suo Spirito saremo testimoni credibili di resurrezione, perchè solo chi è amato può vivere, solo chi ama può dare la vita.
Grazie Signore che ci hai chiamati a far parte della tua famiglia a godere dei beni promessi già da subito, a vivere al di sopra delle nostre possibilità e capacità la grazia del perdono.

venerdì 19 aprile 2019

"Non sei tu uno dei suoi discepoli? (Gv 18,25)




Sfogliando il diario....
25 marzo 2016
Venerdì santo

letture:Is 52,13-53,12; Sal 30; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

"Non sei tu uno dei suoi discepoli? (Gv 18,25)

E' spuntato il sole Signore su questa giornata in cui tu porterai a compimento il sacrificio. 
Hai passato la notte a pregare e noi ci siamo addormentati, almeno io che pensavo non fosse possibile per il dolore che mi aveva reso impossibile concentrarmi su quello che stava succedendo davanti a me, intorno a me, durante la messa in Coena Domini.
Emanuele che volevo vedere, fotografare mentre, vestito da lupetto con altri 90 bambini faceva la comunione, mi è stato coperto dalle persone che mi stavano davanti, che stavano in piedi, tutti con la stessa voglia di vedere i propri bambini e fotografarli mentre per la prima volta ti ricevevano nelle loro piccole mani.
Ma più che la gente a impedirmi di vedere sei stato tu, perchè, nel momento della comunione, uno dei quattro ministri si è messo proprio davanti alla mia postazione strategica dove la sedia a rotelle mi dava il privilegio ipotizzato di poter vedere tutta la cerimonia, senza ostacoli.
Lo sapevo che tu mi avresti spiazzato, lo dicevo,ma senza convinzione quest'anno, perchè mai sono stata così tanto male fisicamente da non provare nessuna emozione durante quella celebrazione eucaristica speciale.
I tuoi ricalcoli Signore sono i regali più belli di questa vita travagliata. 
Così se non ho potuto vedere Emanuele mentre faceva la comunione, ho visto te nel gesto di Franco, nostro figlio, vestito da scout che si inginocchiava davanti ad un vecchio a cui don Massimo aveva lavato i piedi per rimettergli le calze e le scarpe, cosa che nel vangelo non è scritta di te, ma che sicuramente avresti fatto se, al posto dei sandali o dei piedi nudi, gli apostoli portavano scarpe ortopediche e spessi calzini. Ho visto Monia, sua moglie, prendersi cura degli otto lupetti che si sono fatti la prima comunione, a cui ha fatto il catechismo.
Erano gli unici dei 90 bambini che nella confusione del dopo sono rimasti fermi e in preghiera accompagnati, vigilati, abbracciati da te che ti mostravi in quella madre che si era fatta madre di tutti quelli che le erano stati affidati compreso Emanuele suo figlio.
Ho pensato che era una cosa bella, straordinaria che il catechista sia un genitore e che Emanuele era fortunato ad avere entrambi a trasmettergli la fede che tu hai dato loro.
Questa mattina, pensando a tutto questo, non posso che commuovermi e ringraziarti perchè non mi sono affaticata invano venendo ad una messa dove era impensabile trovare posto, ascoltare, vedere, meditare, essere toccati da te.
E invece è accaduto, perchè tu non butti niente di quel poco che uno si porta dietro e che non pensa serva a qualcuno. 
Tu lo benedici e lo moltiplichi. 
Hai passato la notte a  pregare nell'orto degli ulivi.
L'altare della reposizione ce l'avevo davanti e non ho potuto fare a meno di fotografarlo anche se non leggevo le scritte nè distintamente distinguevo gli oggetti posti sul piano dell'altare. 
L'idea che mi rimandava quel luogo che doveva  simboleggiare l'orto degli ulivi era di un grande disordine, di un pasticcio, di una discarica, dove il sacerdote avrebbe riposto la teca con le ostie avanzate dall'ultima cena. 
Sicuramente non mi conciliava la preghiera quello scenario e ho distolto lo sguardo. 
Ma tu ci sei andato e ci sei rimasto tutta la notte in mezzo ai problemi di questo mondo che sei venuto a salvare, ne avevi bisogno sicuramente o meglio ne avevamo bisogno noi, per toccare con mano di cosa ti sei preoccupato e continui a preoccuparti, per cosa dovevamo pregare. 
Lo sfruttamento minorile, gli spechi, il consumismo, la povertà, le guerre, i migrantes, le nuove ideologie assassine ... 
Solo tu potevi stare sveglio Signore di fronte a tanto sfacelo perchè ci ami davvero, ci hai amato fino alla fine.
Ieri sera di fronte ai problemi di questo mio corpo che non mi hanno dato tregua, mi è sembrato vano tutto quello che ho fatto per compiacere Gianni che ci teneva a vedere Emanuele fare la prima Comunione, ma anche per far sentire la mia vicinanza a questo piccolo che si sente spesso messo da parte, perchè è nato dopo suo fratello che lo supera non solo in altezza a detta di tutti.
Abbiamo sempre il brutto vizio di fare paragoni, purtroppo anche se tu ci metti in guardia da questo inganno. 
Così mi sforzo di vedere in questo piccolo il dono grande che tu mi hai fatto, ci hai fatto, e che man mano che lo scartiamo ci stupisce.
Non gli ho fatto fotografie ma mi sono rubata il suo viso, i suoi occhi, e il cappellino da lupetto per non dimenticare che tutto è dono, che tu continuerai a sussurrargli parole d'amore attraverso suo padre, sua madre e tutti quelli a cui tu vorrai concederlo.
Mentre attraversavamo la navata centrale, a cerimonia finita, per abbracciare il nostro cucciolo, Franco mi ha guardato con tenerezza e per la prima volta mi ha fatto una carezza.
Cosa dirti di più Signore che tu non sappia? 
Non sono rimasta per la veglia anzi ho pregato, perchè questa notte, almeno questa notte, fosse di riposo, perchè ero stremata e il dolore lo avevo offerto durante la messa.
Poteva bastare, non potevi chiedermi di rimanere sveglia a vegliare ancora un po'.
E tu mi hai esaudito Signore, hai guardato al mio bisogno e hai pregato anche per me in quella discarica di problemi da risolvere, in quella stalla che oggi è il mondo così ben rappresentato dai ragazzi del post-cresima.
Perchè tu non ti sei preoccupato di salvarci tutti insieme, ma ad ognuno hai riservato una preghiera, per tutti e per ognuno ti sei fatto uccidere.
Questa mattina voglio lodarti, benedirti e ringraziarti perchè il mio sacco di scintillanti l'hai riempito  di doni preziosissimi, ricordi che nessuno potrà mai cancellare.
" Questo giorno sarà un memoriale" era scritto ieri sul calendario liturgico" e così è stato, quando non pensavo poter rispondere al tuo invito.
Per tutta la vita Signore canterò le tue lodi perchè ci hai dato il tuo corpo tra le mani.

domenica 18 novembre 2018

Disegni







SFOGLIANDO IL DIARIO...

15 novembre 2009
"Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno".(Mc 13,31)

Un tempo ti avrei chiesto “Quali parole Signore?” perchè non sapevo neanche che tu avevi parlato.
Ignoravo che tu conoscessi il nostro linguaggio, né pensavo poter mai mettermi in relazione con te.
Chi ero io per poter scalare il cielo e incontrarti?
Del resto non pensavo valesse la pena mettermi nelle condizioni di essere da te giudicata e condannata.
Più stavo lontana da te, più mi sentivo al sicuro, con complessi di colpa che però mai mi abbandonavano.
Mi avevano parlato di te come un giudice severo e inflessibile, e una cosa sola mi faceva paura: l'inferno.
Ieri sera alla domanda quali erano le mie paure da bambina ho a fatica cercato di ricordare qualcosa che mi facesse paura a quei tempi, ma non l'ho trovata, dal che ho dedotto che non avevo paura di niente, che non conoscevo la paura, non sapevo cosa significasse.
Questa mattina, leggendo il Vangelo, che parla della fine del mondo con immagini apocalittiche, mi è tornata in mente la paura, quella di essere scoperta mentre facevo ciò che era proibito.
Mi sognavo la notte il giudizio finale e, volendo sfuggire a quello, mi sono allontanata da te.
Ma la paura era ed è paura del giudizio delle persone, cosa che ha condizionato la mia vita.
Ma, se almeno nella giovinezza potevo fare a meno di te, non mancandomi la salute, l'entusiasmo, la speranza, con il passare degli anni la tua presenza è diventata un'esigenza per confrontarmi con te, per cercare in te regole compatibili con la vita.
Alla ricerca di indicazioni sulla vita buona, ho scartato tutto ciò che non era dimostrabile, scartato tutto ciò che mi dava ricette del momento, bocciato tutto ciò che non appagava la mente e il cuore.
Mi sembrava che per esistere dovevo essere buona, brava, dimenticare me stessa e diventare quello che l'altro voleva che fossi.
Ma la non verità non paga.
Sono diventata esperta in coperture mimetiche, tanto che dicevo di me minimizzando che  ero un grande bluff.
Andare incontro ai desiderata degli altri mi faceva esistere.
Non sopportavo il rifiuto o l'indifferenza di chi mi avrebbe potuto condannare a morte.
La paura che ho negato da piccola come sentimento non buono, la vedevo rappresentata in mamma.
Diana, la paura” si diceva, quando giocavamo a tombola e usciva il 90.
Poi la sua paura incomprensibile  è toccata anche a me.
Una paura irrazionale e ritenuta colpevole come colpevole erano ritenute le malattie che mi erano venute dopo sposata.
La malattia come la paura di stare sola non mi permettevano più di indossare gli abiti che mi erano sempre serviti per mimetizzarmi, per nascondermi.
Così ne ho inventati di sofisticati, ma portandomi dietro la necessità di dover essere come agli altri piaceva, perché il consenso che cercavo doveva essere universale.
Signore non so perché, meditando il Vangelo, ho detto tutte queste cose e direi che sono andato fuori tema.
Ma ora che ti ho incontrato e conosciuto, non ho paura di essere giudicata da te per un tema uscito male.
So che tu sei qui e mi hai guidato in questa riflessione perché prendessi coscienza dei miei limiti, perché ti ingraziassi per la verità che mi hai mostrato, che rende libere le persone di essere quelle che sono, di andare in carrozzella o camminare, di essere sana o malata, guarita o in via di guarigione, di essere vera, di non ricorrere a mistificazioni per nascondersi agli occhi altrui.
Perché tu sei un padre Signore che ama tutte le sue creature in modo speciale, unico, ma sei anche un Dio che non guarda a quello che faccio ma a quello che sono, ci fai esistere anche quando pecchiamo, un Dio che mi fai ogni giorno, ogni momento, un Dio che cammina con noi, che ogni giorno nutre e rinnova, plasma e riempie le sue creature.
Non ho paura Signore di te, ho paura di me, del male che posso fare e continuo a fare a me stessa e ai fratelli, quando sono giudice severo delle mie e delle altrui debolezze.
Ti ringrazio Signore perché il tuo sacrificio ci ha salvato una volta per tutte, ti lodo e ti benedico perché mi stai pian piano spogliando per scoprire il capolavoro che tu hai fatto con me.
Penso ai capolavori che faccio con Emanuele e un tempo con Giovanni.
Mi entusiasmavano quelli di Giovanni perché mi sorprendeva con le sue intuizioni.
Giovanni voleva mettere una forma alle cose, dare forma, rinserrandole nei suoi schemi mentali.
L'osservazione attenta lo ha portato a fare tanti capolavori che parlavano di te.
Emanuele non sa disegnare.
È un po' come me, ma non me ne cruccio, perché partiamo da scarabocchi, perché poi lui possa vedervi le cose che conosce, che ama, che desidera.
La maggior parte del lavoro lo faccio io, ma lui vede ciò che io non vedo. Lui mi aiuta a vedere e io l'aiuto a rendere visibile l'invisibile.
Alla fine attacchiamo il capolavoro alla porta con due firme, nonna Etta e Emanuele, nonna Etta e Giovanni.
Che bello Signore vedere il mondo sotto il metro d'altezza!
Che bello scoprire ciò che già c'è, basta tirarlo fuori.
Tu Signore così hai fatto con me.
Mi hai spogliato perché mi volevi dare una veste perché risplendesse, attraverso di me, la tua gloria.
Così aiuto Emanuele e Giovanni a scoprire i doni di cui tu li hai colmati.