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martedì 17 dicembre 2019

Genealogia




" Non sarà tolto lo scettro da Giuda" (Gn 49,10)

Le letture di oggi mi confermano che non vieni meno alle tue promesse e che il bene vince sul male, nonostante la nostra inadeguatezza, imperfezione, infedeltà.
Le tue vie non sono le nostre vie Signore, i tuoi pensieri non sono i nostri pensieri.
Leggendo la tua genealogia non posso fare a meno di pensare all'albero genealogico del mio sposo dove i maschi non si sono distinti in virtù.
Oggi Franco nostro figlio, per tua grazia, compie 47 anni.
Giovanni ed Emanuele sono i suoi figli.
Tutti maschi con il pericolo che la colpa di qualche antenato ricada su di loro.
In effetti tutti hanno corso il rischio di morire prima durante o poco dopo la nascita.
Giacobbe benedisse il figlio e profetizzò per la sua discendenza un regno che non gli sarebbe stato tolto.
Noi non vogliamo arrenderci al pensiero che il male vinca sul bene.
Abbiamo sbagliato e continuiamo a sbagliare, anche se oggi siamo consapevoli di quale sia il nostro compito, la nostra parte in questa storia di peccato e di salvezza.
Per questo Signore oggi ti prego affinchè questo figlio generato nella carne non lo abortiamo, dopo averlo messo al mondo, cosa che ha contraddistinto la sua storia prenatale e non solo.
Quando era nella mia pancia ho avuto tante minacce di aborto contro le quali non abbiamo combattuto con le armi della preghiera, ma con bisturi, medicine e tanta rabbia.
Quando nacque io non lo riconobbi perchè non era come lo avevo immaginato e non portava il nome che avevamo scelto, ma quello odiato del nonno paterno che doveva farsi perdonare tanti peccati, tante sofferenze che ci aveva procurato.
Nè il nome quindi che ereditò da suo nonno senza che potessi o sapessi oppormi, nè la faccia, nè i suoi orari, il suo pianto, me lo fecero amare come te che ami ogni creatura, prima ancora che noi genitori lo pensassimo, lo desiderassimo, lo concepissimo.
Io, per la vergogna e la paura che qualcuno dicesse che era brutto, lo nascosi nella camera d'ospedale e poi sotto un cappello di pelliccia perchè non si vedessero le irregolarità del volto.
Non sapevo allora che i bambini nascono brutti quando hanno molto sofferto nel tavaglio del parto, cosa che avrebbe dovuto farmelo amare di più.
Ignoravo queste cose, nonostante avessi avuto l'esperienza di mia sorella che mi sembrò un mostro, quando la vidi appena nata, anche lei avendo rischiato la vita, insieme a mia madre che volle, nonostante le difficoltà preannunciate, partorirla in casa.
Anche lei fu un miracolo che nascesse e porta il nome di tua madre perchè fu battezzata prima che uscisse tutta dall'utero che l'aveva nutrita.
Mi viene in mente un'altra bruttezza di cui venni a conoscenza avanti negli anni: la mia.
Ero tanto brutta e nera che papà disse: " peccato che sia femmina!" aggiungendo poi " questa qui guai a chi me la tocca!"
La seconda esclamazione sicuramente è stata quella che mi ha salvato, perchè è equivalsa ad una benedizione potente, un suggerimento dello Spirito.
E così è stato.
Ripensando quindi alla bruttezza che caratterizza molti bambini alla nascita, vorrei chiedere perdono per i peccati che io ho fatto non ringraziandoti per il dono che mi hai mandato prima del tempo ( 8 giorni a Natale), il primo presepe dove mi invitavi ad entrare.
E poi quelle minacce di aborto che nel tempo si ripetettero, minacce di morte per quel figlio che non riuscivamo a tenere in vita con la nostra alleanza nuziale continuamente in pericolo.
Sei tu Signore che hai salvato questo figlio da morte sicura, perchè ci hai ripreso dalle grandi acque che ci stavano sommergendo e hai voluto che, nonostante la nostra incapacità a fare comunione, ad allearci , a essere un cuor solo e un'anima sola, vivesse e desiderasse una famiglia unita nell'amore.
Ti ringrazio Signore che ci hai fatto capire dove stavamo sbagliando e ci fai desiderare di correggerci perchè non solo Franco, ma anche i suoi figli e i figli dei figli beneficino della tua e nostra benedizione per mille generazioni.

lunedì 4 novembre 2019

Gratitudine




SFOGLIANDO IL DIARIO...
4 novembre 2013
Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXXI settimana del Tempo ordinario.
5:36.
"Chi ha mai ha conosciuto il pensiero del Signore?"
"Dio ha infatti rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!"

Queste parole appena lette mi hanno provocato disgusto, rifiuto e ho pensato che quello che diceva San Paolo fosse esagerato, ma anche inesatto.
Come può Dio rinchiudere, vale a dire rendere le persone disobbedienti, come può impedire all'uomo di essere buono, bravo, santo?
Certo è che questo non è possibile, perché Dio vuole che noi seguiamo i suoi precetti, lo ascoltiamo e agiamo di conseguenza, perchè ci ama e vuole che viviamo non un giorno solo ma in eterno.
Ma il pericolo più grande è proprio quello di sentirci capaci di fare il bene, di cavarcela da soli, di meritarci con le nostre buone opere il paradiso.
Questa presunzione dell'uomo cozza con ciò che siamo, vale a dire creature malate per via del peccato originale, incapaci da soli di salvarci.
L'affermazione un po' forte di San Paolo non fa che ribadire un concetto fondamentale della nostra fede.
La fede è un dono, non è il frutto di preghiere, rosari, pellegrinaggi eccetera eccetera.
La fede è una risposta a Dio che in un certo momento della tua vita hai sentito operare in te per la tua salvezza.
Quando ti incontri con la misericordia di Dio, vale a dire con il suo amore, non perché hai letto tutta la Bibbia, o hai imparato a memoria tutto il catechismo o perché obbedisci a tutti i comandamenti, nasce spontanea la gratitudine, che è tanto più grande quanto più non te l'aspetti e non la meriti.
Ogni giorno faccio i conti con la mia disobbedienza, con la mia incapacità di aderire completamente, visceralmente al Vangelo.
Ogni giorno faccio il male non voglio e mi devo riconoscere peccatrice.
Ogni giorno sento l'indegnità di meritare tanto amore da parte di Dio, sento la mia inadeguatezza, il mio limite. 
2w3Ma quanto più vivo l'imperfezione, tanto più Dio opera in me la conversione. Proprio ieri riflettevo su questa contraddizione e ne parlavo con mio marito.
Com'è possibile che mi accada tutto questo? Da un lato sento di appartenere a Cristo Gesù, sento che mi ha stregato, mi ha presa, coinvolta in modo totale in questo cammino di rigenerazione, di vita nuova.
Sento che gli appartengo, che senza di lui non posso fare niente, che lui è il mio unico vero punto di riferimento, la roccia che mi sostiene.
Eppure continuo a desiderare le cose del mondo, continuo a parlare troppo di me e ad ascoltare troppo poco, continuo a gloriarmi dei miei successi, a compensare le mie frustrazioni con il cibo e i vestiti.
Continuo a sentirmi migliore degli altri, più brava, ma quello che più mi angustia, sempre più tirchia, avara.
Vale a dire che faccio fatica a espropriarmi di ciò che ho materialmente, mentre non mi succede mai di sottrarmi ad un servizio spirituale, come per esempio consolare, donare il mio tempo per chi è malato, senza amici.
Ma questa cosa, l'unica che riesco a fare, parlare di Gesù, portare Gesù, so che non è frutto del mio giardino.
E' il Signore che guida i miei passi, che dosa le parole, che suscita in me il desiderio di farmi prossima a chi è solo e abbandonato.
La contraddizione che vivo è molto evidente sì che, se prima passavo il tempo a glorificare me stessa per tutte le cose che riuscivo a fare, oggi mi sembra di fare poco o niente.
Per quel poco o quel niente ringrazio il Signore, perché è lui che rende fecondo il seme che getto quando lo getto.
È bello vivere in un rendimento di grazie, vivere nella riconoscenza verso chi ti solleva alla sua altezza, rende sicuri i passi, ti guida per il giusto cammino.
Chi può conoscere i disegni di Dio?
Troppo profondi suoi pensieri, chi può misurarli?
Ma io godo della sua amicizia, godo del suo pane che ogni giorno mi aiuta a superare l'avvilimento di non essere come vorrei.
Ma il Signore è grande e misericordioso, lento all'ira e grande nell'amore.
Il Signore è come ombra che mi copre , rende saldi i miei passi, non posso vacillare.
Il vacillare non è riferito l'incapacità di essere perfetto, di aderire ai suoi comandamenti e metterli in pratica, ma il dubbio sulla sua fedeltà.
Ti lodo ti benedico e ti ringrazio Signore, perché non sono degno che tu entri nella mia casa, ma di' solo una parola io sarò salvato.
So Signore che non sono capace di fare il bene che vorrei, di agire in modo conforme al Vangelo, ma ti amo, ti adoro, ti desidero, chiedo a te aiuto ogni giorno con più ardore, attenzione, speranza, certezza che non mi farai mancare il tuo perdono.
Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l'aiuto. Il mio aiuto viene dal Signore e gli ha fatto cielo e terra.
Ti voglio lodare benedire e ringraziare Il Signore, perché mi hai liberato dalle catene del dover essere, mi hai sciolto dai lacci che mi hanno impedito per così tanto tempo di volare fino a te.
Ti ringrazio perché hai concesso che io liberassi anche chi mi sta vicino dall'obbedienza farisaica.
Grazie perché ci hai affidato il ministero della riconciliazione, perché il perdono è possibile solo se facciamo esperienza tangibile della nostra debolezza, dell'ingratitudine, dell'incapacità di volare alto, se riusciamo ad ammettere che le ali le metti tu e non noi, che tutto è grazia se ci lasciamo da te trasformare, portare lì dove tu regni incontrastato sovrano.
"Domine non sum dignus "disse il centurione a te, perché era consapevole di non meritarti, ma tu spiazzi ogni nostro pensiero, agendo in modo imprevedibile.
Così hai fatto con Zaccheo, scomodandoti e andando a casa sua.
Tu entri lì dove c'è bisogno di te. 
A te non piacciono gli autosufficienti, gli autoreferenti, ma guardi la purezza del cuore e il sincero desiderio di incontrarti.
Il Vangelo di oggi non sembrava mi riguardasse in quanto in questi ultimi tempi, quando faccio degli inviti, cerco di privilegiare le persone che non possono o non sanno come ricambiare.
In genere l'ho fatto sempre, ma un tempo l'invito era più dettato dalla mia esigenza che da un effettivo bisogno dell'altro di sedersi alla nostra mensa.
Pensavo che questo fosse un discorso concluso, ma tu Signore mi spingi a fare sempre un passo più avanti.
Così è avvenuto sabato che insieme con Gianni abbiamo deciso di invitare la famiglia di nostro figlio senza aspettare che lo facessero loro.
“Siamo quello che siamo”, ho detto a loro, “e non siamo più in grado di preparare grandi pranzi o cene ma possiamo comperare le cose già fatte. Diteci cosa gradite e se volete stare con noi.”
Partendo dalla nostra inadeguatezza, senza aspettarci niente in cambio ci ha reso felici sabato perché la famiglia di nuovo si è riunita attorno allo stesso tavolo con uno spirito rinnovato.
Così mi sono, ci siamo commossi quando ci hanno raccontato della loro visita ai cimiteri, delle coroncine di carta attaccate alle tombe su cui Giovanni aveva scritto una poesia ed Emanuele qualche piccola frase, doni preparati con l'aiuto dei genitori da deporre sopra ogni tomba.
Peccato che non abbiamo potuto fotografarli, ma mi sono commossa, pensando al fatto che, anche se a nostro figlio non abbiamo mai parlato di Dio e non lo abbiamo portato mai a visitare le tombe dei nostri cari, Dio ci ha donato la gioia di vedere che altri lo hanno portato a Lui.

giovedì 2 maggio 2019

Il Dio di Gesù Cristo



Meditazioni sulla liturgia di
giovedì II settimana tempo di Pasqua

" Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo"(At 5,32)

Lo Sprito Santo , questo sconosciuto a cui non riusciamo a dare una sembianza di persona ricorrendo a simboli che ce lo facciano sentire vivo e operante nella nostra storia.
Eppure, anche se pensavo fosse un optional, quando Annamaria e Graziellina vennero ad annunciarne la potenza a casa mia, durante il mandato missionario a loro affidato nel 2000, mi sono dovuta ricredere non poco, come è accaduto per Gesù Cristo, altro optional, di cui avevo sentito parlare senza sentirmi minimamente coinvolta in quello che si diceva di lui.
La verità è che il vangelo non lo avevo mai neanche sfogliato, ad eccezione di quando dovetti fare gli esami di greco all'università, attenta alle regole, ma non ai contenuti.
Eppure, anche se il Dio che conoscevo, di cui mi avevano parlato era quello dell'Antico Testamento, un Dio giustiziere implacabile di chi trasgredisce le regole, pure nella ricerca di una religione personale e alternativa mi ero andata convincendo che se c'era un Dio era un Dio Amore, quell'amore che per quanto mi sforzassi non aveva trovato riscontri nella mia esperienza personale.
Più andavo avanti e più sentivo l'esigenza di essere amata per quello che ero, di essere capita, accettata, di essere guidata , consigliata in tutto quello che continuava    a succedermi, senza peraltro essere esonerata dal fare, collaborare, condividere tutto con Lui.
Non so come mi sia nata questa idea, come sia maturata dentro di me.
Una cosa è certa: la solitudine, il non senso della vita senza punti di riferimento stabili, l'amore imperfetto degli uomini mi avevano fatto pensare che Dio era tutto quello che mancava alla mia vita.
Certo mi mancava la salute, ma non mi pesava questa situazione che si protrae ormai da tantissimi anni, quanto il portare il peso della croce ( allora non sapevo si chiamasse così) da sola, senza consolatori, senza nessuno che mi si sedesse accanto e parlasse al mio cuore.
Certo è che se mi sono intestardita sull'idea che Dio è amore, sicuramente non potevo inventare una cosa di cui non avevo fatto esperienza.
Come si può desiderare ciò che non si è mai conosciuto?
L'amore della madre, dello sposo, del figlio, delle amiche più care, avrebbero dovuto farmi desistere da questa idea, ma niente da fare.
Le esperienze mi mettevano sempre di fronte ad amori ingannevoli, imperfetti, amori incapaci di darmi gioia duratura.
"Chi mi vuol seguire prenda la sua croce, e mi segua"dice Gesù.
La croce intesa come capacità di amare l'ha suggerita don Carlino, profeta di Dio, che mi ha fatto riconciliare con tutte le mie malattie, perchè ho capito che la malattia più grande è quella di non essere capaci di amare.
Certo è che se uno cerca l'amore non si sogna di cercare qualcuno da amare, ma qualcuno che lo ami.
Così è successo a me che cercando l'amore come cosa da ricevere, ho trovato l'amore come cosa da dare.
E' successo con mio fratello, segnato da una malattia incurabile, a cui pensavo poter dare scienza, intelligenza, consigli, ma poi alla fine ho capito che di fronte alla morte certa l'unica cosa che potevo dargli era il mio amore incondizionato, standogli accanto, attenta a tutti i suoi bisogni.
Il suo bisogno più grande, capii era non solo quello di non essere lasciato solo, ma soprattutto di non rimanere a digiuno dell'Eucaristia che lui aveva preso l'abitudine di ricevere ogni giorno, da quando il male lo aveva costretto a fermarsi.
La sua casa era vicina ad una chiesa.
Così l'ultimo gesto che feci per farlo contento fu quello di cercargli un sacerdote che gli portasse la Comunione, pur non essendo convinta che lì ci fosse Gesù, ero certa che per lui era importante e gli avrebbe fatto bene per la sua fede.
Mio fratello aveva smesso di alimentarsi quando padre Clemente gli portò la Comunione, e forse fu l'ultima cosa che riuscì ad ingoiare.
Ripensando a tutto questo non posso che affermare che non io ma lo Spirito di Dio ha agito sì da portarmi poi a cercare ancora l'amore, una volta morto mio fratello e a riconoscerlo in un crocifisso.

Lo Spirito di Dio  ha guidato i miei passi, mi ha fatto proclamare ciò che ancora dovevo sperimentare, a Champoluc, dove il prete scomunicato s'indignò fortemente quando osai contraddirlo sull'identità di Dio.
Amore e mistero a confronto in quella discussione che mise fine ai miei pellegrinaggi quotidiani alla baita  dove celebrava la messa mischiando la Parola di Dio con quella degli uomini saggi.

Il mistero dell'amore di Dio lo svela Gesù Cristo, che è venuto a mostrarcelo e a darne testimonianza morendo sulla croce per noi.
Con Gesù il mistero è svelato e, se gli crediamo fino in fondo, attraverso lo Spirito effuso sulla chiesa  risaliamo al Padre, rinasciamo con il Battesimo dall'alto, sì da fare esperienza piena di un amore che genera figli amanti perchè amati.

Grazie Gesù che ci hai mostrato il mistero della nostra identità, perchè quello che importa ad un Padre non è la sua felicità, ma la felicità dei suoi figli, qualunque sia il prezzo. E tu sei Dio, come lo è lo Spirito Santo che ci guida alla verità tutta intera, come lo è il Padre, creatore e Signore di tutto il creato, il Figlio, il Verbo incarnato, lo Spirito Santo l'amore fecondo.


sabato 5 gennaio 2019

Dio è amore



Meditazione sulla liturgia del 5 gennaio 
letture: 1 Gv 3,11-21;Salmo 99/100 Il nostro Dio è grande nell'amore; Gv 1, 43-51

" Dio conosce ogni cosa" (1 Gv 3,20)

Quante volte ho letto il vangelo che oggi la liturgia ci propone, quante volte la lettera di Giovanni in cui si ribadisce che Dio è amore!
Sicuramente più di 19 volte, tanti quanti sono gli anni della mia conversione, perchè queste letture le ritroviamo anche durante l'anno, ma mai mi sono soffermata sul fatto che sono proprie del 5 gennaio.
Oggi voglio riflettere su questa straordinaria coincidenza, sulla Parola che ha segnato, senza che ne fossi consapevole, il mio cammino.
Nella prima lettera di Giovanni trovo scritto" noi siamo passati dalla morte alla vita" come conseguenza dell'amore vicendevole "questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri" e così è stato.
L'apertura ai bisogni degli altri mi aveva portato tante inimicizie e suscitato tante invidie nell'ambiente di lavoro sì da costringermi ad andare in pensione anzitempo "Non vi meravigliate se il mondo vi odia".
L'esercizio dell'amore l'avevo poi continuato in privato, prendendomi cura di mio fratello, condannato a morte da una malattia incurabile.
La sua malattia ci fece incontrare, dopo anni di incomprensioni e di lontananze, di interessi distanti e opposti
La malattia fu il comune denominatore che ci fece scoprire il nostro essere fratelli non solo di sangue ma figli di un unico Padre in Cristo Gesù.
Fu un percorso non liscio né scontato, ma propedeutico a entrare nella logica dell'amore donato, della vita che dà vita mentre si sta spegnendo, come la candela che, mentre si consuma, dona la sua fiamma per accendere un'altra candela.
Così è accaduto che, dopo la sua morte, il bisogno di trovare il giardino dell'Eden, la terra promessa, la possibilità di tenerlo in vita attraverso il dono del corpo trasformato continuamente dallo Spirito è diventato un'esigenza insopprimibile.
Il cammino di fede cominciato 19 anni fa, è un cammino di amore, di piante che con l'aiuto di Dio mi sforzo di coltivare, far crescere, non usare per il mio compiacimento ma perchè ad altri venga il desiderio di vivere in quel giardino in cui Dio ci pose all'inizio e che è destinato a noi quando, abbandonato questo corpo mortale, andremo definitivamente ad abitavi.  Lui ne è il custode e non permette che vi entri il serpente e lo distrugga.
Oggi, 19 anni fa sono nata in acqua e spirito, sono venuta alla luce perché le tenebre non hanno vinto la luce e io ne sono stata illuminata.
Voglio ringraziare il Signore di questa nuova vita che mi ha donato senza che ne avessi merito, che stava aspettando di comunicarmi gratuitamente da tanto tempo.
Era importante che mi fermassi un po' con lui, che mi sedessi, che andassi a vedere dove abitava.
Lo avevo tanto cercato negli ultimi e convulsi anni di sconvolgimenti fisici e psichici, di dolore che non si misura, di buio e di deserto in strade senza indicazioni.
Sperduta in un mare in tempesta ero un punto piccolo piccolo che nessuno avrebbe potuto vedere la mia mano che sventolava il fazzoletto del pianto.
In quell'assenza, in quell'abbandono, in quel mare senza confini, in quel cielo di piombo pesante, in quella paralisi di un mondo che si era fermato, in quell'urlo strozzato e ignorato ho incontrato il Signore.
L'ho trovato inchiodato ad una croce, seguendo le indicazioni di una preghiera che al mattino mi aveva aperto il cuore alla speranza nella liturgia delle lodi dove anche i fiumi battevano le mani .
La gioia di quel luogo in festa mi aveva fatto desiderare di tornarvi per conoscere chi con quelle parole poteva far rinascere la speranza.
" L'uomo crede di essere Dio ma non è Dio!" le parole che mi spinsero a sollevare lo sguardo al crocifisso issato sopra l'altare.
"Pure tu! " esclamai non pensando a ciò che nel tempo avrei capito, come lo straordinario di Dio, di un Dio Amore che per salvare la sua creatura ne condivide lo spazio, il tempo, la condizione, il limite, la fragilità, la persecuzione e la morte.
Quel Crocifisso che 19 anni fa incontrai, che mi insegnò la forza e la debolezza di Dio è ora al centro dei miei pensieri, al centro della mia vita e vigila perché nessuna richiesta di aiuto rimanga senza risposta, essendo Lui il principio e il fine di tutte le cose, lui che scruta da lontano il ritorno a casa dei figli che se ne sono allontanati.

giovedì 13 dicembre 2018

"Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista". (Mt 11,11)



Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della II settimana di  Avvento
Letture: Is 41,13-20; Sal 144;  Mt 11,11-15


"Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista". (Mt 11,11)

Delle letture di oggi mi ha colpito la graduatoria di Dio, dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi.
E' consolante comunque, per chi non è abituato a stare sulla cresta dell'onda, ad essere riverito e rispettato, applaudito e sicuro, sapere che ci sarà o è già in atto un capovolgimento delle sorti, e arriverà per tutti il giorno del giudizio, dove non contano le monete contraffatte o anche solo le monete che non portano impressa l'immagine e la somiglianza di Dio.
Sembra un'impresa impossibile quella di somigliargli, di fargli da specchio, sembra impossibile che la sporcizia non ci si attacchi addosso sì da rimandare all'esterno un'immagine deformata di Lui.
Ma nella Bibbia 365 volte, tanti quanti sono i giorni è ripetuta la frase"Non temere!", frasi di incoraggiamento, di speranza, per tutti gli affaticati, stanchi, depressi, sfiduciati, tutti noi, che faticosamente portiamo sulle spalle bagagli troppo pesanti a prescindere se li abbiamo noi scelti o qualcuno gode a metterceli addosso e a renderceli più pesanti.
Ebbene nell'Antico e nel Nuovo Testamento Dio non fa che ripetere che non dobbiamo avere paura perchè Lui ha fatto un patto con noi che non dimenticherà mai.
I suoi incoraggiamenti passano attraverso la bocca dei profeti o la vita di quelli che si sono fidati di Lui fino in fondo e ne hanno visto i frutti.
Giovanni Battista di cui oggi Gesù fa l'elogio, non è stato tenero con i suoi , ma ha predicato fino a morire per questo la necessità di pentirsi, di convertirsi al Signore.
Giovanni Battista ci ha rimesso la testa solo perchè ha segnalato al potente di turno che non gli era lecito tenersi la moglie di suo fratello.
Le parole del precursore a Gesù fanno dire di lui che tra i nati di donna non è mai sorto uno più grande di lui, ma da chi si è sentito giudicato, scomodato, irritato dalle sue parole è stato condannato a morte.
Molti pensano che  la morte a cui condanniamo le persone scomode ci  restituisca la libertà di fare quello che ci pare e piace.
Ma purtroppo non è così perchè  da  morti le parole incidono sulla coscienza molto di più e alla colpa si aggiunge altra colpa con conseguente appesantimento della soma che portiamo sopra le spalle.
Alla fine dei conti moriamo tutti, buoni e cattivi e la differenza la fa proprio la coscienza pulita o sporca, quella che ci salva o ci condanna.
Giovanni Battista rispetto agli altri profeti ha avuto la grazia di conoscere Gesù quando era nella pancia di sua madre e di annunciarlo con  la vita.
La conversione è il primo passo, ineludibile per incontrare il Signore.
In questo tempo di Avvento da un lato si moltiplicano le parole di speranza, dall'altro parole di incoraggiamento e di invito a costruire le strade per arrivare alla grotta.

Quante cose ci dici Signore in questo periodo forte dell'anno, in cui siamo tutti presi da pensieri che con te hanno poca o nessuna attinenza!
Anzi  (cosa che a me come a molti succede), il Natale è fonte di angoscia per via dei regali da fare, per i soldi, per il traffico e la confusione delle idee, per gli inviti, per tutto ciò che ci toglie dalla routine e ci stressa.
Ci piacerebbe riposarci Signore, non pensare a nessuno se non a te, a noi stessi, da te amati, consolati, rassicurati, guariti.
Mi piacerebbe che il Natale fosse confuso tra altre feste, venisse in sordina, arrivasse inaspettato, mi piacerebbe poterti ospitare Signore nella mia povera e disadorna casa, nella mia stalla, nella mia mangiatoia, senza preoccuparmi di nulla che non sia accoglierti e prendermi cura di te.
Da tempo non riesco a fare inviti che presuppongano un preavviso, perchè tutto mi mette ansia, ma gradisco enormemente le improvvisate.
Perciò il mio frigorifero è sempre pronto per soddisfare le necessità di chi bussa inaspettato alla mia porta.
Consapevole dei miei limiti, ho sperimentato che quando il protagonista della festa è la persona godo più profondamente il senso del tuo Vangelo.
Ti chiedo quindi di poter perseverare in questa gimkana di luci, di addobbi, di circolazione caotica, di mancanze fisiche e spirituali nella fede che tu verrai lo stesso a visitarmi anche questo Natale, come hai sempre fatto, so che tra un pacco, un impegnativa, una visita, il dolore, la stanchezza, i ricalcoli continui, busserai alla mia porta per cercare un luogo dove venire alla luce.
San Giovanni non ti aveva preparato regali splendidamente confezionati, ma ti riconobbe attraverso la gioia che la madre Elisabetta gli trasmise quando vide Maria che ti portava in grembo.
Quanta semplicità e quanta gioia in questo incontro di cui Luca ci parla!
Ecco vorrei un Natale così, un Natale che riconosco dal trasalimento del cuore.
Gesù dice di Giovanni che è il più grande nati prima di lui, ma nel regno dei cieli non si seguono le graduatorie del mondo e il più grande su questa terra non è detto che lo sia anche in cielo.
A me non piace essere la prima, come un tempo, lo sai Signore. Vorrei solo la perseveranza di aspettarti con i fianchi cinti e i calzari ai piedi, perchè non voglio perdere l'occasione di ospitarti in casa mia.

mercoledì 7 novembre 2018

Discepoli



"Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo".(Lc 14,27)

Il discepolo è colui che impara dal maestro.
Il maestro porta alla conoscenza di ciò che uno ignora.
Gesù è venuto a parlarci, a mostrarci, a testimoniarci l'amore del Padre.
Gesù è la strada che porta a Dio.
Mettere Gesù al primo posto e anteporlo a qualsiasi pensiero, desiderio, azione, e fidarsi di lui, e seguirlo fin dove è impensabile per la mente umana, è la follia della croce che redime e salva il mondo, è la porta stretta che ti apre all'Oltre, al totalmente Altro, all'amore infinito, eterno, misericordioso, fedele di Dio.
Mettere Gesù al primo posto è la stessa cosa che mettere Dio al primo posto?
Me lo chiedo questa mattina, mentre scrivo e medito la Parola.
Quando parlo di Gesù penso più ad un uomo che a Dio.
Del resto Gesù stesso, quando parla, rimanda sempre al Padre, dirige i nostri occhi, la nostra mente, il nostro cuore al Padre che lo ha mandato.
Gesù se chiede attenzione, sequela, scelte irrevocabili, dolorose, difficili, addirittura scandalose, se parla di sé come “la testata d'angolo di una costruzione”, se dice “Io sono la via, la verità, la vita” è perché ha sempre davanti agli occhi la missione da compiere, che è quella di riportare a casa i figli che con il peccato originale si sono allontanati dalla casa dove sono nati e si sono persi per il mondo.
Gesù è venuto a portarci la vita, quella vita che viene meno ogni volta che interrompiamo il flusso d'amore che sgorga da Dio.
Dio è amore, Dio è l'acqua pura, zampillante da ogni cuore visitato da lui, da ogni cuore aperto al bisogno dell'altro.
Gesù è la via che porta al Padre, ma anche l'unica verità che non delude, che supera le barriere del tempo e dello spazio, è la vita che ci viene data attraverso il suo corpo e la sua parola.
La vita viene a noi, quando decidiamo di metterla a servizio di Gesù, di non anteporla lui, ma di perderla per lui.
Le parole del Vangelo sono esigenti, incomprensibili, se non si fa esperienza di Gesù, della storia come unico luogo di incontro con l'amore di Dio.
Cercare Dio nei libri, nelle straordinarie manifestazioni di potenza, di grandezza, di gloria, nei ragionamenti teologici, non serve se non a constatare l'impossibilità di una relazione con lui.
Perché è facile ammettere che Dio esiste, che c'è qualcuno al di sopra di noi, più grande, intelligente, potente ...
Ma quand'anche riusciamo a fare nostro questo pensiero di creaturalità, di limite, certo non troviamo ciò che ci serve per accettare, superare il limite, per dare un senso alla nostra vita, per uscire dalla noia, dalla tristezza, della delusione, dalla rabbia, da tutti quei sentimenti che ci rendono la vita impossibile, sentimenti che ci portano alla morte.
Un Dio lontano è un Dio che non serve all'uomo, perché la vita è piena di problemi e l'uomo sente forte il bisogno di qualcuno che lo aiuti a non esserne sommerso e a superarli.
Meraviglioso è scoprire ogni giorno la sua presenza, il Dio con noi che porta la nostra tenda, che ha trasformato il nostro corpo in un santuario dove lui abita.
Straordinario questo Dio con noi che ci chiede di mettere il suo giogo perché solo lui sa dove mettere i piedi, sa dove dobbiamo arrivare.
Che questa certezza non mi abbandoni mai, che il giogo non pesi più di tanto, che con gioia ogni giorno io possa dirgli di sì, con la certezza che è l'unica sottomissione che mi rende libera.
"Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi, io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi. Il mio giogo è leggero."
Il tuo giogo è leggero, Signore, è vero.
Tutti gli altri gioghi sono diventati per me insostenibili, anche se non riesco a liberarmene.
Ogni volta che ci riesco, sento la forza liberante della tua parola, della tua amicizia, della tua misericordia, della tua presenza, della forza che mette le ali ai miei limiti che tu assumi su di te.
Non ho rimpianti Signore e di questo voglio ringraziarti.
Non rimpiango la passeggiate che non ho fatto, non rimpiango i luoghi che non ho visitato, non rimpiango ciò che non ho più.
Rimpiango le occasioni perdute per amare di più e meglio, rimpiango il fatto che per tanto tempo ho voluto camminare senza giogo, senza che mi portasse qualcuno, nella continua frustrazione di sbagliare strada, nella ricerca continua però della strada giusta da percorrere da sola, della meta da raggiungere da sola.
Ho cercato le strade in vista di mete che mi deludevano ogni volta che le raggiungevo.
Sono stata una cercatrice di strade prima di tutto, adattando le le mete che mutavano nel tempo a seconda delle situazioni che stavo vivendo.
Mi sono specializzata in percorsi adattabili ad ogni obiettivo.
Poi è arrivata la malattia di mio fratello.
Quando Nuccio si ammalò pensai che avesse bisogno di esperienza per muoversi nel campo della sanità.
Ma lui era malato perso.
Allora pensai che aveva bisogno di di qualcuno che gli stesse accanto, che si prendesse cura di lui.
Non potendo essere sempre presente al suo capezzale mi misi a fare collette per pagare un'infermiera per la notte.
Ma il suo bisogno era un altro e quando ne presi coscienza mi detti da fare per soddisfarlo.
Aveva bisogno di te, Signore.
A me non interessava credere, ma era importante esaudire il suo desiderio, per renderlo felice.
Io non ti conoscevo, lui si.
Ho pensato che poteva fargli piacere.
Ricordo quel giorno.
Quando ci misi a trovare un prete disposto a portargli la comunione!
Così sei arrivato e io mi sono commossa.
Ho sentito un brivido attraversarmi la schiena, ho percepito una presenza, ma dovevo ancora toccare il fondo…

venerdì 12 ottobre 2018

Vegliate e pregate


 Meditazione sulla liturgia di
venerdì della XXVII settimana del T.O.

VANGELO (Lc 11,15-26)
In quel tempo, [dopo che Gesù ebbe scacciato un demonio,] alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde.
Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».

La Parola di oggi ci invita a stare svegli, ad essere vigili e attenti perchè il nemico le studia tutte per impadronirsi della nostra casa.
Noi da un lato non vogliamo che il diavolo vi entri e ci tormenti e ci schiavizzi, che il male imperversi sì da renderci la vita impossibile, ma dall'altra non permettiamo al Signore di entrarvi e dimorarvi, perchè la difenda dai nostri nemici.
La verità è che non vogliamo essere sotto nessun padrone e vorremmo decidere da soli ciò che ci piace fare senza intrusioni di sorta.
Vogliamo vivere liberi da qualsiasi condizionamento, in modo autonomo, egoistico, separati da tutti, isolati dal male, non contaminati da nulla .
Insomma vorremmo tenere la nostra casa in ordine, senza la fatica di pulirla ogni giorno e non permettendo a nessuno di entrarvi e di viverci.
Quanti cristiani vivono con il piede in due staffe, non volendo compromettere la propria vita con una scelta radicale!
Io, anche se mi ci metto d'impegno, mi ritrovo sempre a confessare lo stesso peccato di tradimento, idolatria, di mancanza di coraggio nel denunciare il male o nel chiudere gli occhi davanti a ciò che offende il Signore, per paura, per pigrizia, per distrazione, per quieto vivere.
Questa mattina mentre meditavo i misteri dolorosi, ho pensato al tradimento di Giuda. 
Quante volte io ho tradito il Signore, non mettendolo al primo posto, non permettendogli di abitare nella mia casa?
E poi ho pensato al sonno di quei discepoli fidati che Gesù aveva chiamato nell'Orto degli ulivi perchè si unissero alla sua preghiera e non lo lasciassero solo a combattere l'estrema battaglia contro il male?
"Vegliate e pregate" dice Gesù e questo non è avvenuto per Pietro Giacomo e Giovanni che pure erano stati scelti per assistere alla sua trasfigurazione, perchè avessero un'anticipazione di paradiso,  che azzerava ogni tipo di previsione funesta.
Non ci riuscirono a stare svegli i più intimi amici e lo lasciarono solo.
Quante volte lasciamo sole le persone, negando loro anche solo uno sguardo di misericordia, un gesto di tenerezza, il dono di un frammento del nostro tempo, che sembra sfuggirci di mano! 
Viviamo in modo convulso e abbiamo sempre tante cose da fare, da pensare, cose che ci distolgono dal pensare ai bisogni degli altri, dei piccoli di Dio.
In questi ultimi giorni ho fatto esperienza di quanto il tempo si dilati se lo si vive nella grazia del Signore.
Solo due giorni fa volevo mandare in frantumi il cielo, rinnegando i buoni propositi.
Mi sentivo braccata da ogni parte nel fisico, negli affetti e nei beni materiali, colpita come accade durante un bombardamento mirato o uno tsunami.
Volevo, volevo, volevo, non so cosa volevo, ma ero molto arrabbiata e sicuramente un urlo al cielo compresso ce l'avevo da indirizzare, sperando di svegliare Dio che non ascoltava la mia preghiera.
Avrei voluto urlare BASTA!!! ma le ruote della macchina mi hanno portato in un confessionale, dove c'era ad aspettarmi il Signore che, attraverso padre Carlo, mi ha accolto e rassicurata, mi ha dato la pace e riacceso la speranza.
Ho capito chi voleva esasperarmi e da lì ho ricominciato il cammino, riprendendo in mano la candela del battesimo e con la piccola luce che da essa si sprigionava ho cercato di fare un passo alla volta, ringraziando per quel passo e non preoccupandomi del successivo. 
Era ancora tutto buio ma io avevo riacceso alla luce di Cristo quello strumento indispensabile per non impazzire di paura e per orientarmi in un paese pieno di macerie.

martedì 3 luglio 2018

" Perchè mi hai veduto, tu hai creduto".(Gv 20,29)




SAN TOMMASO
Meditazioni sulla liturgia

" Perchè mi hai veduto, tu hai creduto".(Gv 20,29)

Per credere bisogna stare insieme, questo ho capito dalle letture di oggi.
Una casa è fatta di mattoni, tanti mattoni, e altro ancora.
Ferro, malta, cemento, ghiaia, esperienza, fatica, lavoro materiale e mentale, studio, impegno prima dopo e durante.
Durante la costruzione dico, prima e dopo che la casa ottiene l'abitabilità e ci vanno ad abitare le persone.
Quanta fatica per costruire una casa!
Gesù fa questa similitudine quando vuol parlare del regno, la casa costruita sulla roccia, la casa di cui lui è testata d'angolo, la casa che non noi costruiamo a Lui ma Lui a noi, il Suo corpo, di cui noi siamo membra vive.
"La mia casa diventerà casa di preghiera" dice Gesù, dopo aver scacciato i venditori dal tempio, una casa che contiene altre case, una casa cuore accogliente dell'umanità inquieta e sofferente.
"Io sto alla porta e busso"...
Incredibile questo Dio che ci costruisce la casa, la nuova casa, perchè la prima l'abbiamo distrutta in men che non si dica, un Dio che ci chiede il permesso di entrare, nonostante tutto quello che abbiamo è suo dono, è roba sua che ci ha regalato e su cui non accampa più nessun diritto, perchè rispetta la nostra volontà e ci vuole liberi, liberi di scegliere se accoglierlo o chiudergli la porta in faccia.
Senza Cristo lo sappiamo che fine fanno le famiglie, le chiese domestiche, teatri di rabbia, violenza, divisioni e morti annunciate.
Oggi è la festa di san Tommaso che non ci fa una gran bella figura a dubitare di quello che gli raccontano gli amici più intimi, ma noi al suo posto non avremmo fatto di meglio.
Spesso le persone, quando sentono che abbiamo incontrato il Signore si allontanano da noi: a me è capitato con gli amici più intimi, che non hanno accettato il mio cambiamento. E me ne dispiace.
Ma ci sono quelli che invece ne sono stati incuriositi, attratti dalla serenità e dalla pace che prima non avevo.
Il primo mio marito che ha voluto sapere cosa andavo a fare quando uscivo presto al mattino per rubarmi una messa o la sera quando ci riunivamo per lodare benedire e ringraziare il Signore.
Vieni e vedi, gli dissi.
Così è cominciato un cammino a due non facile, perchè c'è sempre uno che corre più in fretta o cade, o si ferma, c'è sempre la necessità di non perdersi di vista perchè entrambi possiamo godere dell'incontro con il Signore.
I miei occhi sono diventati i suoi e viceversa, ma il bello è che solo grazie al terzo occhio, come Giovanni il nostro nipotino, chiama il cuore, vediamo Gesù e ci lasciamo guidare da lui.
Non nascondo che ogni giorno dobbiamo chiedere a Dio la grazia di poter toccare le sue ferite nel corpo straziato di ogni fratello che incontriamo sulla nostra strada.

sabato 5 maggio 2018

" Vieni in Macedonia e aiutaci!" (At 16,9)



" Vieni in Macedonia e aiutaci!" (At 16,9)

Mai come oggi la tua parola coglie nel segno, Signore. Quand'anche ce ne fossimo dimenticati, tu non dimentichi i tuoi figli a cui oggi, in questi momenti viene sbarrata la via che li potrebbe salvare. 
Ora i luoghi che hanno bisogno del tuo cuore di carne, del tuo vangelo sono aumentati e noi siamo pochi a combattere contro chi ha chiuso le frontiere ai tuoi piccoli, che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla fame, dalla morte sicura.
Tu Signore ci chiedi aiuto, chiedi aiuto a me questa mattina, perché hai bisogno di tutti, hai bisogno che ognuno metta a servizio quello che può, quello che ha perché la salvezza arrivi fino agli estremi confini della terra.
Tu non ti sei sottratto a ciò che ti veniva chiesto dal Padre e hai detto sì per venire a salvarci. Ti sei fatto servo dei servi, sei venuto a lavarci piedi per rimetterci in piedi, sei venuto, agnello senza macchia, addossandoti sopra le spalle tutti i nostri peccati, facendoti peccato perché attraverso uno solo passasse la misericordia di Dio per tutti.
Ma la storia non è finita perché il mondo non vuole ascoltare la tua parola di pace, di giustizia, di amore. Continui a chiedere a noi di completare attraverso le nostre sofferenze ciò che manca alle tue.
Così dice san Paolo e mi sembra scandaloso anche solo pensare che il tuo sacrificio non è bastato per liberarci definitivamente dal male e dalla morte.
C'è un già e un non ancora su cui oggi voglio riflettere.
Io sento che tu sei qui accanto a me a combattere la quotidiana battaglia con il mondo che mi ha tappato la blocca, con la carne che mi ricorda ogni momento la mia precarietà, i miei limiti, l'impensabilità a fare ciò che sarebbe bello, giusto, opportuno per il bene di tutti.
Sono qui a pensare alla mia debolezza che ho messo a tuo servizio, Signore. Nessuno si sognerebbe di assumermi vista l'età, gli handicap e le competenze, nessuno perché sarei un investimento sbagliato.
Tu invece continui a fidarti di me e mi chiedi di spostarmi e di venire in tuo aiuto.
Senza presunzione e vanagloria voglio dirti di sì Signore perché mi hai insegnato che il mio corpo diventa il tuo e non devo temere di nulla perché tu sai cosa fare con quello che ti offriamo.
E' un po' come quando non ho fatto la spesa e cerco nella dispensa qualcosa che serva per preparare il pranzo della famiglia.
Alla fine trovo non quello che vorrei ma quello che serve mischiando ingredienti disparati a cui non avrei dato valore e che non sarebbero bastati se usati singolarmente.
E' sempre una festa constatare che le cose più buone vengono usando ciò che hai, inventando ricette che soddisfano il palato e saziano la fame dei commensali.
Sono le volte che il mio grazie sale a te con più convinzione, perché tu mi hai insegnato a benedire tutto, prima di condividere.
Così questa mattina voglio dirti di sì, e voglio lasciarmi usare come quel rimasuglio di pasta relegato in fondo alla dispensa perché tu lo unisca ad altri e condisca il cibo preparato con gli aromi e i profumi dello Spirito. 
Anche senza spostarci tu darai a tutti, ne sono certa, da mangiare e porrai fine alle ingiustizie.

venerdì 4 maggio 2018

“ Un servo non è più grande del suo padrone”(Gv 15,20)

L'immagine può contenere: una o più persone e persone sedute

“ Un servo non è più grande del suo padrone”(Gv 15,20)

Ci sono momenti, e questo è uno, in cui mi sento combattuta da due forze uguali e contrarie, sento la fatica di far emergere il buono che è in me, sento che nonostante il Suo aiuto , nonostante i sì detti con il cuore alla Sua chiamata, pure rimangono angoli bui nella mia casa difficili da raggiungere per poterli bonificare e quindi abitare.
Questa mattina penso a cosa significhi servire, a chi giova il servizio e se è così importante da occupare tanto spazio negli insegnamenti lasciatici da Gesù.
Penso a quanto sia complicato e difficile far sì che la vita non passi inutilmente, che serva a qualcosa o a qualcuno , assolvendo al suo compito essenziale che è quello di non scomparire, essere messa in cantina o andare in discarica.

Poichè il destino delle cose che non servono è la loro morte,mi chiedo se il criterio per giudicare le cose che ci accadono lo stabiliamo noi o la maggioranza delle persone o la moda o il buon senso o la cultura, la natura, l'età ecc.
Quando ci accadono cose che ci sembrano troppo pesanti per le nostre fragili braccia... quando il terremoto scuote la casa e la fa cadere a pezzi... quando ci sentiamo sommersi dalle macerie e nessuno ci viene a salvare... quando la nostra vita trascorre nella banalità di un agire quotidiano silenzioso e nascosto.... quando l'assenza di parole pesa come un macigno e a parlarti è solo l'apparecchio acustico che ti avverte che è esaurita la batteria... quando le rare gioie e i molti dolori sono vissuti nella solitudine dei tuoi pensieri, nell'impotenza, nella percezione che niente di nuovo accade sotto il sole... è necessario che ci venga incontro la parola di Dio perché la nostra memoria non vada in letargo e ci dia le ragioni del nostro esserci, del nostro esistere e del nostro agire, del nostro vivere del nostro morire.
Uno sguardo al passato tenendo gli occhi fissi è Gesù mentre ci lava i piedi (Un servo non è più grande del suo padrone.... non dimentichiamolo mai. L'uomo crede di essere Dio ma non è Dio)
Ricordo quante volte senza che me ne accorgessi ha indirizzato la storia verso vie di salvezza.
La memoria di tanti suoi benefici può e deve farci risuscitare se siamo morti, se viviamo come molluschi, come invertebrati, se la depressione ci impedisce di provvedere, prenderci cura di noi e degli altri. 
Questa luce illumina la nostra storia come accade quando il sole sorge e scopre le bellezze del creato in cui siamo immersi.

venerdì 20 aprile 2018

" Io sono quel Gesù che tu perseguiti".(At 9,5)



" Io sono quel Gesù che tu perseguiti".(At 9,5)

Mi viene da chiedermi se anche io in modo più subdolo e meno palese perseguito Cristo, lo mando a morte.
Si può perseguitare una persona anche omettendo di aiutarla, lasciandola morire, disinteressandosene.
Quante persone non facciamo esistere, condanniamo al silenzio, lo neghiamo nei nostri pensieri, perchè ci disturba, ci indigna, ci rimette in discussione.
Quante persone affamate, assetate, ignude, carcerate, malate avrebbero bisogno di un nostro gesto di misericordia, di un nostro sguardo d'amore!
Ma noi stiamo bene solo quando siamo da soli o con persone che la pensano come noi, che ci applaudono e ci esaudiscono, persone che ci servono per sentirci vivi.
Poi ci sono quelli che non possiamo cancellare dalla memoria, queli con cui condividiamo lo spazio e il tempo della nostra vita abituale.
Sono i nostri più stretti congiunti , i nostri condomini, i colleghi di lavoro, i fornitori di servizi.
Quelli che incontriamo ogni giorno o più di frequente, per necessità o per scelta di vita, sicuramente non li possiamo dimenticare , cancellare dal nostro taccuino, perchè l'impresa è praticamente impossibile.
Sono quelli che ci tolgono la pace, che ci fanno arrabbiare, che non sono e non fanno quello che noi riteniamo giusto, o utile quello che non viene a nostro vantaggio.
Per questi l'unica ricetta per non soffrire è quella di usarli quando ci servono.
Manteniamo le distanze con il nostro giudizio e pregiudizio e tiriamo a campare ricavandoci una piccola cuccia dove possiamo beatamente rifugiarci e fare il comodo nostro senza cher nessuno ci disturbi.
Le parole del vangelo di oggi, per chi si sofferma a decifrarne il profondo e difficile significato, ci destabilizzano.
Fino a quando Gesù ci ha parlato del pane , cibo che conosciamo non abbiamo fatto fatica a seguirlo e nella fede non ci è stato difficile pensare che lui è il nostro cibo, che è Lui che ci fa vivere in eterno.
Ma oggi l'immagine diventa più cruda, più indigesta direi, perchè un conto è mangiare il pane, un conto la carne e il sangue di una persona.
Eppure nella consacrazione eucaristica il Sacerdote ripetendo la formula del sacramento trasforma il pane e il vino in corpo e in sangue di Cristo.
" Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo". Quante volte abbiamo sentito queste parole, quante volte ci siamo accostati all'altare per fare la comunione!
Ci rendiamo conto cosa quel segno significa? Non credo.
Una volta un sacerdote al termine della consacrazione aggiunse. " Vi rendete conto di quello che è avvenuto? Voi siete questa piccola ostia, l'offerta che avete portato all'altare, le vostre mani, i vostri occhi, il vostro tempo, i vostri averi, la vostra fragilità, il vostro limite.
Gesù l'ha benedetto attraverso di me e ha trasformato il vostro corpo nel suo corpo, vale a dire che vi ha immessi in una relazione vitale di un organismo di cui Lui è il capo. "
Facendo la comunione ci mettiamo a servizio gli uni degli altri perchè nessun organo abbia a morire.
Gesù fa ciò che ci manca, ciò che non siamo capaci di fare, ma il nostro impegno è quello di vivere in stretta comunione perchè la vita sia irradiata in tutto il corpo.
L'eucaristia ci rende capaci di uscire dal nostro isolamento, abbatte i muri di divisione, ci aiuta ad amare gli altri non per quello che ci danno ma per quello che sono.
L'eucaristia è dono e offerta, grazia e impegno, vita e gioia nell'impegno condiviso con i suoi santi su cui il Signore non si stanca di effondere il suo Spirito.

venerdì 16 febbraio 2018

Cristo Sposo della Chiesa Sposa



Meditazioni sulla liturgia di
Venerdì della settimana delle Ceneri


letture: Is 58, 1-9; salmo 50; Mt 9, 14-15

" Davanti a te camminerà la tua giustizia"(Is 58,8)

Il protagonista delle letture di oggi è il digiuno, parola che mi privazioni e sofferenza, povertà e obblighi da ottemperare.
Ricordo quando le suore con malagrazia mi strapparono dalle mani un panino con dentro l'odore rivestito di mortadella e lo buttarono nel cestino perchè era venerdì, rimproverandomi aspramente.
Era raro allora che nella nostra famiglia ci fosse da spartire una o due fette di mortadella e quindi si può capire come ci rimasi, vedendo volatilizzarsi il mio piccolo tesoro.
Ma non mi meravigliai, questo è vero, perchè ad aspettarmi, se non l'avessi fatto, ci sarebbero state le fiamme dell'inferno che mi avrebbero divorata viva insieme con l'odore di mortadella, come mi avevano convinta a credere.
Ringrazio il Signore che mi ha fatto capire di cosa abbiamo bisogno e a cosa dobbiamo rinunciare per stare bene e non morire di fame.
Chissà perchè, leggendo le parole che oggi la liturgia ci propone mi è venuta in mente la fetta di mortadella a cui dovetti rinunciare per non andare all'inferno!

Ma grazie a Dio ci sono digiuni e povertà, e questo l'ho capito un po' tardi, che ti portano in paradiso.
" Beati i poveri di spirito, perchè di essi è il regno dei cieli"
Il deserto chiarifica il desiderio e ti porta a desiderare ciò che è essenziale, giusto e buono per noi.
Dio è in ciò che ci manca.
Il digiuno caratterizza l'attesa di essere riempiti di ciò che soddisfa la nostra fame, la nostra sete, il nostro desiderio di essere liberati da qualsiasi bisogno.
Beato è colui che è reso felice non quando ha ottenuto quello che vuole, ma che vuole ciò che gli fa bene.
Il cammino di fede è l'attesa gioiosa della sposa che si prepara alle nozze con lo sposo promesso.
Ma bisogna fargli spazio, questo è il vero ostacolo ad un incontro che ti cambia la vita.
Come la mongolfiera non può alzarsi se non getti via la zavorra, così noi se non liberiamo la nostra casa da tutto il ciarpame che vi abbiamo accumulato, non possiamo sollevarci da terra.
C'è da chiedersi il perchè di questo spogliamento graduale per entrare nelle stanze più riposte del palazzo del Re.
Un serbatoio si riempie di acqua pulita solo se si svuota, se apri il rubinetto e lasci uscire l'acqua sporca.
Ma cosa Dio mette nel nostro serbatoio? Di cosa abbiamo bisogno?
Di pane, di carne, di vestiti, di casa, di soldi ecc ecc?
A me sembra che il primo irrinunciabile bisogno dell'uomo sia l'amore, l'amore che muove tutte le cose.
Dio è amore.
Dio ci dà ciò che è.
La nostra croce è quella di non riuscire ad amare le persone che ci stanno sullo stomaco.
Gesù ci invita a seguirlo portando il nostro piccolo amore( la nostra croce) perchè lui la trasformi nella capacità divina di amare e perdonare sempre, a prescindere.
L'amore di Dio da un lato ci esonera dal digiunare, quando lo lasciamo entrare, facendoci da parte, dall'altro ci spinge a digiunare, aprire il rubinetto del nostro sebatoio per poterne dare anche agli altri.
Non a caso in Quaresima siamo invitati a intensificare le opere di misericordia corporale e spirituale.
Vale a dire aprire i rubinetti del cuore.
Tanto più sei con Lui tanto più puoi digiunare, perchè il vuoto si riempia e l'acqua pian piano purificata possa essere attinta da chi ha una brocca.
Il nostro sebatoio di pietra diventato di carne sarà capace di dilatarsi per accogliere l'amore di Dio e donarlo a quelli che lo cercano con cuore sincero.