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lunedì 28 settembre 2020

Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande. (Lc 9,48)



Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande. (Lc 9,48)

La parola di oggi mi fa tornare indietro, agli anni della mia infanzia, quando noi bambini giocavamo nelle piazze e i vecchi ci stavano a guardare mentre condividevano ricordi, speranze, certezze.

Era bello correre spensierati con gli amici, inventando giochi,  ripetendo quelli che ci avevano insegnato. ... campana, nascondino, acchiapparello, rubabandiera, uno..due...tre...stella ...

Sentirsi liberi di muoversi senza pericolo di rompere qualcosa, sporcare la casa, fare rumore e disturbare i vicini, libertà di muoversi all'aria aperta,  sicuri sotto lo sguardo di chi vigilava sulla nostra incolumità, anche se doveva appoggiarsi ad un bastone.

Questo passo della scrittura mi ha ricordato i tempi della spensieratezza, quando c'era chi provvedeva al cibo e al vestito e al resto, quando la nostra unica preoccupazione era quella di fare presto i compiti senza macchiare il foglio con l'inchiostro, perchè durasse più a lungo il tempo del gioco.

I bambini sono oggi anche protagonisti del vangelo, simbolo di  ogni persona creata per accogliere ed essere accolta.

La grandezza di cui i discepoli discutono è contraddetta da Gesù che vede nei piccoli racchiuso il mistero dell'amore di Dio, il mistero del regno dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, perchè la grandezza sta nel servire e non nell'essere serviti.

Bambini non si nasce ma si diventa, ritornare bambini, vivere l'infanzia spirituale è la meta che dobbiamo cercare di conquistare,  perchè solo se ti fai bambino Dio ti può abbracciare, solo se ti fai bambino gli altri sono portati a prendersi cura di te, solo se guardi con gli occhi di un bambino non hai paura anche se a prenderti in braccio è una nonna malata e malferma sulle gambe, solo se ti fai bambino capisci quanto bisogno hanno le persone di essere abbracciate e amate da te.

Questa è la lettera che ho scritto a Giovanni( il mio primo nipotino), il libro di carne inviatomi da Dio per spiegarmi il vangelo.

21 gennaio 2003

A Giovanni che gioca sul tappeto

Giovanni stai battendo le mani, seduto sul tappeto tra i tuoi giocattoli.

Gli occhi ti ridono, il piccolo corpo è percorso da un fremito di gioia, guardando le immagini che appaiono sullo schermo della televisione.

Non capisci, Giovanni,come sono belli questi momenti, come irripetibili quelli in cui non ti preoccupi e non pensi a ciò che accadrà nel futuro.

Non hai problemi, Giovanni, tranne quello di tirarti su il naso che cola, riuscire a prendere il giocattolo che in questo momento attrae la tua attenzione.

Ti guardo, Giovanni, sei affidato a me, questo pomeriggio.

Le ossa mi scricchiolano, i nervi, i muscoli del collo sono tesi come corde di uno strumento, mi fanno male, tanto male da chiedermi come io possa badare a te, mentre sto così male.

Il sudore esce dalle mie mani, dagli occhi, da tutta la pelle cui sono sottese le corde dei tendini impazziti.

Mi chiedo come sia possibile che io sia qui con te, piegata perché tu non ti faccia male, impegnata a distrarti e a farti sorridere, ad insegnarti qualcosa di più di quanto finora abbia appreso.

Tu tendi a me le manine, mi sorridi e mi accarezzi, affondando le dita nelle mie guance, aggrappandoti ai capelli fino a farmi male.

Io rido, Giovanni, e godo di te, del tuo essere così maldestro, incapace, indifeso, piccolo, godo della tua pelle morbida e vellutata, godo delle fossette che interrompono la carne tenera delle tue mani, godo dei tuoi piedini costretti in due paia di calzini, perché fa freddo, dei tuoi pochi capelli distribuiti in modo difforme sulla testa tornita da un artefice sommo, godo della tua bocca disegnata da un maestro mirabile, godo delle tue orecchie, del suono della tua voce balbettante sillabe che solo l’amore capisce.

Giovanni sei piccolo, ancora tanto piccolo da poterti tenere stretto e coprirti con le mie braccia.

Sei tanto indifeso che io, la nonna malata ti può difendere.

Ora Giovanni ti basta il mio occhio vigile, la mia mano dolente ma ferma, le mie braccia stracciate nelle più intime fibre per darti sicurezza e conforto.

Ti basta la mia voce che ancora persuade e comunica amore e tenerezza..

Fino a quando?

Giovanni oggi voglio godermi questo momento e ne ringrazio il Signore.

Quando sarai grande, ricorda di osservare i bambini.

Sono la più grande ed efficace scuola d’amore.

venerdì 18 settembre 2020

"Cristo è risorto dai morti"(1Cor 15,20)



 "Cristo è risorto dai morti"(1Cor 15,20)

"Se Cristo non è risorto vana è la vostra fede."
Questa mattina mi trovo a riflettere quanto importante sia questa parola che interessa tutti.
La resurrezione della carne non sembra interessare tutti perchè anche i cristiani non ne sono del tutto sicuri specie quando le prove della vita ci trovano a lottare con le unghie e con i denti per non esserne sopraffatti.
Desideriamo vivere e la morte ci fa paura.
Anche se nel Vangelo leggiamo che Gesù è venuto a salvarci dalle conseguenze del peccato e quindi anche dalla morte fisica ci crediamo fino ad un certo punto.
Ricordo che all'inizio di questo cammino la cosa mi sconvolse perchè fino a quel momento mi ero fatta l'idea che la resurrezione riguardasse solo l'anima e non il corpo.
Il mio corpo lo odiavo perchè era la causa di tutti i miei mali, un corpo non accettato perchè ritenuto brutto e causa di peccato, un corpo che ho nascosto con ogni genere di coperture perchè ne provavo vergogna.
Un corpo non degno di esistere che io avevo condannato a morte da quando avevo cominciato a pensare.
Mia madre mi raccontava che nessun medico era mai riuscito a visitarmi quando stavo male perchè io facevo l'africa per non permettere che mi spogliassero.
Il mio corpo si è ribellato e ha cominciato a gridare con quanto fiato aveva in gola perchè mi accorgessi di lui.
Ad accorgermene non ci ho messo più di tanto, ma ho passato la vita a mettergli il bavaglio per evitare che il suo pianto si sentisse.
Come faceva mio zio quando ero piccola che per non sentirmi piangere mi tappava la bocca infilandoci dei tovaglioli.
Ma il mio corpo ha urlato sempre più forte infischiandosene dei tovaglioli, delle coperture, della vergogna, di tutto quello che io avevo escogitato per non mostrare la sua verità.
Era naturale quindi che, quando pervenni alla fede, l'idea della rersurrezione non mi fosse gradita.
Infatti ciò che mi consolava del dopo era che la morte avrebbe messo fine al mio calvario e avrei potuto libera con l'anima danzare nella casa di Dio.
Chiesi a don Gino se era obbligatorio credere alla resurrezione dei corpi, se era un dogma disposta a cambiar religione in caso affermativo.
Don Gino si scandalizzò e me ne disse di tutti i colori e io rimasi frastornata dalla sua reazione.
Mi misi quindi d'impegno a studiare le scritture e alla fine mi convinsi e mi misi l'anima in pace.
Ma questo fu il primo passo per arrivare a gustare la verità che sta a monte della nostra resurrezione: la resurrezione di Cristo.
Che significava per me che Gesù è risorto?
Un fatto accaduto 2000 anni fa come poteva interagire sulla mia vita presente? Per assaporare la gioia di un Dio con noi, che vive nella storia che opera nella nostra storia, è passato del tempo, molto tempo in verità.
E' dono sentirlo vicino, vivo e presente, è dono vederlo in ogni fratello affamato, assetato, ignudo, è dono sentirlo alleato nelle battaglie quotidiane, è dono trasalire quando ti accorgi attraverso un segno che è lì dove mai avresti pensato di trovarlo.
Sono gli scintillanti di cui riempio la mia bisaccia per tirarli fuori in tempo di carestia.
Il digiuno è quando Lui si nasconde, non parla, non risponde, il digiuno è quando lo senti lontano estraneo ai tuoi problemi.

sabato 14 marzo 2020

Quale Dio è come te?




SFOGLIANDO IL DIARIO...

Misericordioso e pietoso è il Signore"(Salmo 102)

7 marzo 2015
Non c'è che dire Dio ci stupisce sempre, con le sue soluzioni inaspettate e non proprio canoniche. 
La parabola del padre misericordioso che un tempo chiamavamo del figliol prodigo, ci disorienta per il modo con cui questo genitore educa il figlio che non ci sembra poi tanto pentito dei suoi errori, quanto spinto a riconoscerli per suo esclusivo vantaggio. 
Quando hai fame, hai sete, non hai un tetto che ti ripari, quando sei costretto a fare un lavoro da bestia per sbarcare il lunario senza trarre vantaggi per la tua vita, senza salute, amici, decoro, relazioni, è normale tornare sui propri passi, ricordando la casa di tuo padre dove non ti mancava niente.
Quanti di noi, io per prima, non tornano a casa, non si rivolgono a Dio per orgoglio, perchè non riescono a perdonarsi il fatto di essersi così tanto allontanati da Lui e aver dilapidato tutte le sostanze che generosamente ci aveva dato. 
Questo figlio non è pentito, ma riconosce di aver sbagliato, allontanandosi da casa.
Il primo passo della conversione è desiderare quello che si è perso allontanandosi da Dio e riconoscere che l'inferno non l'ha creato Dio per la nostra dannazione, ma ce lo creiamo noi, quando ci allontaniamo dalla fonte della vita.
Per anni mi sono rifiutata di chiedere a Dio la guarigione, mi sono rifiutata di rivolgermi a Lui, perchè, dicevo, che non è giusto che uno si ricordi di Lui quando è nel bisogno.
"Quando sarò guarita pregherò" rispondevo a quelli che mi volevano convincere del contrario e ci fu una persona che esclamò: "Quanta superbia!". 
Parole che non capii, perchè a me non è mai piaciuto usare le persone, figuriamoci Dio!
Dicevo all'inizio che Dio ci sconvolge con i suoi comportamenti e agisce molto meglio di quanto noi sappiamo fare o pensare.
Certo è che per fare esperienza di quanto grande sia la sua misericordia devi toccare il fondo, perchè quando l'orgoglio non ti serve a procurarti il cibo necessario per vivere, gli amici, il denaro, la salute, gli affetti, abbassi la testa e tendi la mano.
Così è avvenuto per me che, strada facendo, ho fatto esperienza di quanto conti poggiare sulle forze, sulla grazia di Dio per affrontare qualunque nemico.
Dio è in ciò che ci manca, ho letto da qualche parte ed è straordinariamente vero.

La giornata di ieri, se la racconto è da incubo con la corrente elettrica che è andata via dall'una della notte e ci ha lasciato senza acqua, luce, riscaldamento, telefono, televisione, connessione internet, ascensore(che sarebbe il meno, se io camminassi con le mie gambe).
A questo si aggiunga la chiusura delle scuole con i bambini che non sapevano, oltre i compiti, come passare il tempo, visto che anche la batteria e il basso che sono i loro inseparabili compagni di viaggio, vanno a corrente, come computer, telefonini, smartphone che nessuno aveva provveduto a mettere in carica.
Giovanni mi ha detto che era tutto morto, non funzionava niente e l'unica cosa da fare era ...
Ci siamo inventata una giornata alternativa, parlando del tempo passato, quando tutte queste cose non c'erano. 
Abbiamo avuto modo di giocare a indovina città, di ricordare i momenti belli e brutti della nostra vita, abbiamo letto e scritto pesie, abbiamo condiviso passioni, bisogni, ricordi, speranze.
Tutto questo in una giornata no da tutti i punti di vista, quasi tutti, perchè Dio sa di cosa abbiamo bisogno e la necessità ci fa stringere gli uni agli altri per non sentire la sferza del freddo.
E pensare che solo domenica, quando Giovanni mi è stato affidato perchè aveva la febbre , mi sono tanto arrabbiata con lui che gli ho detto parole che mai gli avevo detto, parole come spade che ti tagliano in due e ti dilaniano. 
Gli ho chiesto scusa dopo, gli ho chiesto di perdonarmi perchè, se lui si era comportato male chattando con il telefonino e guardando con il terzo occhio la TV, mentre gli chiedevo cosa gradiva mangiare, io ero stata una cattiva educatrice, rispondendo al male con un male più grande che è quello di ritirare da lui ogni benedizione.
Un giorno di digiuno dalla follia mediatica e consumistica che ha avvicinato il cuore e ci ha ridato speranza.
Alla sera, stremata sarei andata volentieri a letto, nascondendomi sotto mille strati di coperte. 
Ma avevamo un impegno grande: quello di incontrare i genitori dei fidanzati. 
Ogni volta che c'è questo appuntamento si scatenano le forze del male e i sintomi dolorosi si accentuano a tal punto da venire meno. 
Succede, è successo sempre così.
Ma il Signore è la nostra forza e questa volta ha messo tutto Lui, perchè eravamo proprio con le batterie a terra. 
Neanche un foglio abbiamo potuto stampare delle cose da dire, ma alla rinfusa nel cassetto ho trovato ciò che forse mi sarebbe servito.
Nè con Gianni avevamo avuto modo di metterci d'accordo su come condurre l'incontro.
Ero così convinta che non sarebbe venuto nessuno che avevo pregato padre Vincenzo di rimandare tutto, ma non ne ha voluto sapere. 
Dio ha provveduto a far venire numerose  le coppie e a renderle attente, interessate a quello che Lui ci avrebbe ispirato. 
Abbiamo per l'ennesima volta sperimentato che , quando non hai niente da portare porti Cristo nella sua interezza. 
Io spero che se non proprio tutto, un frammento della Sua luce, sì da far venire loro la voglia di incontrarlo di persona, l'abbiamo portato.
Per questo voglio ringraziare lodare e benedire il Signore che tiene sempre aperte le porte della sua casa perchè non ci facciamo problemi a ritornarvi nei momenti cruciali.

lunedì 9 marzo 2020

Compleanno




9 marzo 2020
ore 6.42
Chiedete e vi sarà dato (Mt 7,7)

Chissà cosa stava chiedendo mia madre a quest'ora mentre io mi accingevo ad iniziare la mia avventura nel mondo!
Sicuramente dopo quei nove mesi di fuoco voleva sentirsi liberata di quel pesante fardello, che aveva dovuto portare nella pancia in un periodo di lupi, luci sinistre, fughe, paura, lotta per la sopravvivenza.
Costretta a traslocare tante volte dal sicuro rifugio, si era dovuta allontanare in estate quando i foschi bagliori di guerra minacciavano la città di Pescara.
Era riuscita con sacrificio e con tanto amore a trovarsi una camera ammobiliata dove vivere gli incontri con mio padre, quando tornava in licenza.
Il primo figlio era nato da poco, a gennaio, e finalmente potevano godersi un po' di pace in una casa tutta loro.
Non si erano uniti il giorno delle nozze, perchè rimanesse illibata nel caso non fosse più tornato, godendo comunque della pensione di guerra.
Quello fu il primo di tanti atti d'amore perchè si accontentò solo di fare con lei, a cerimonia finita, una passeggiata per poi subito ripartire.
L'anno dopo decisero di mettere su casa e nacque mio fratello, ma intanto il cielo si faceva sempre più fosco per i venti minacciosi di guerra.
Così, dopo la sua nascita a gennaio del 1943, mamma si convinse a trasferirsi a Paglieta dove faceva scuola, portandosi dietro tutti quelli della famiglia d'origine che non aveano impegni lavorativi...ed erano tanti.
Mio padre le aveva lasciato un regalo a giugno, prima di ripartire, un piccolo seme che doveva custodire, alimentare e portare alla luce.
Furono mesi duri quelli che vennero dopo, per il piccolo seme, sottoposto a prove che lo fortificarono per reggere le dure battaglie della vita.
Cosa dire di quello che dentro l'antro buio dell'utero di mia madre io pensai, senza vedere e neanche immaginare?
Certo mia madre non poteva tenersi tutto per sè e a quel frugolino dentro la pancia non potè fare a meno di comunicargli la sua paura, quando un soldato gli puntò un fucile sul petto, mentre
prendevano mio padre per scavare trincee,
Non poteva non comunicarmi lo smarrimento e la fatica di scappare quando il banditore avvertì che il fronte stava avanzando, quando dormirono in 5000 dentro un teatro, quando papà si ripresentò dopo lo scioglimento dell'esercito, con i vestiti a brandelli e non solo, e tanti chilometri sulle spalle da La Spezia, la maggior parte percorsi a piedi.
Mi trasferì la fatica, i digiuni, le ansie ma soprattutto le preghiere che era solita rivolgere alla nostra Madre celeste.
Quelle sì che me le ricordo perchè tante volte mi ha raccontato del miracolo della  supplica alla Madonna di Pompei, mentre in cento si sono ritrovati in un casolare preso di mira dalle bombe amiche o nemiche non so, che tacquero all'Amen finale. 
Di tutti quei viaggi per scappare e per tornare mi è rimasta la forza e la speranza, la morte e la vita,  ma soprattutto il sodalizio di due sposi che avevano fatto una scommessa sul loro amore...
Sono nata a cavallo, nel passaggio dalla notte al giorno, a cavallo della linea di demarcazione tra oppressori e liberatori, tra la guerra e la pace, tra la Quaresima e la Pasqua.
Sono nata proiettata in un futuro di speranza, ma sto ancora calpestando la sabbia del deserto.
Questa mattina non volevo mancare all'appuntamento della mia nascita e ci sono riuscita.
Mi sono collegata con mamma e papà e con loro ho detto grazie a Dio perchè non mi hanno abortita nè prima, nè dopo la mia nascita, stringendomi in vincoli d'amore, mostrandomi la tenerezza di Dio attraverso il loro sentimento che ha superato i confini del tempo e dello spazio, amore da cui ancora oggi mi sento garantita, perchè poggia sulla fedeltà, sulla promessa che non delude, un arcobaleno che affonda nella pozza rigenerata dallo spirito della nostra umanità imperfetta.
Grazie Signore della vita, grazie di questa straordinaria avventura fatta in tua compagnia, grazie per i genitori che mi hai dato, una madre e un padre responsabili, che non su loro ma su te hanno fondato la loro unione, grazie per la fede che in Maria li ha resi saldi e perseveranti nella speranza che non delude, grazie perchè a Maria hanno presentato sempre i loro progetti perchè li portasse a te.


martedì 24 dicembre 2019

LA CASA





Mi ha sempre affascinato il discorso che Dio fa a Davide attraverso Natan, il profeta.

"Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa."

Ora che è Natale mi chiedo se sono riuscita a costruire  una casa dove ci si possa riunire tutti intorno ad unico focolare.
Quando Giovanni all'età di 5 anni, disse che non gli piaceva stare nella mia casa perchè non ci si poteva fare rumore e preferiva andare dall'altra nonna che aveva un televisore megagalattico con la play station e abitava a pianterreno, mi sono sentita morire.
Un bimbo che mi aveva detto :"Nonna tu mi dai il paradiso, quando mi abbracci e mi consoli!"...
Non ci potevo credere, perchè era stato sempre con me e avrei giurato che mai se ne sarebbe andato.
Ma ho pianto in segreto e ho aspettato che tornasse.
Qualcuno mi aveva detto che noi siamo il campo base, un luogo non fatto per rimanere, ma per partire, un luogo dove torni  per fare rifornimento o quando ti si rompe qualcosa.
E così è stato e continua ad essere la mia casa..deserta ma sempre aperta quando arrivano alla spicciolata per fare rifornimento o per farsi medicare una ferita del corpo o dell'anima.
Forse Dio quando ha pensato alla sua chiesa ha pensato a questo. 
Il papa ha detto che la chiesa è un ospedale da campo ed è vero.
Ma mi piace di più pensare che è un campo base perchè la solitudine non azzeri tanti ricordi e io non smetta mai  di benedire il Signore.

lunedì 23 dicembre 2019

Lotta



SFOGLIANDO IL DIARIO...
23 dicembre 2016
venerdì della IV settimana di Avvento
ore 7,29

"Giovanni è il suo nome"(Lc 1,63)


Cosa può dirmi oggi questa parola pronunciata da un uomo  che ritrova la voce quando dà il nome al figlio ?
Uomo del dubbio, nei mesi che lo separarono dalla realizzazione della promessa di Dio, nel silenzio imparò a trovare segni di vita.
Zaccaria, fu costretto a chiamare il figlio della vecchiaia,  Giovanni (Dio ama), perché Dio non viene mai meno alle sue promesse.
 Non è facile dire :"Dio ama" se si è impegnati. a difendersi dagli attacchi del nemico, un nemico subdolo, sfuggente, che si nasconde e di notte sferra i suoi colpi più feroci, un nemico a cui non piace la luce, difficile da sconfiggere con i metodi tradizionali.
Da mesi per non dire da anni le mie sofferenze si concentrano la notte, in un tempo che difficilmente è sotto lo sguardo dei medici, ma anche dei miei amici o più stretti famigliari. 
L'unico che può testimoniare i casini che racconto è mio marito che mi dorme vicino, a fianco, e che, pur avendo il sonno pesante, a  volte viene inevitabilmente svegliato dai miei movimenti che non conciliano un riposo tranquillo. 
A volte mi ci addormento, si fa per  dire, con i casini, ed è lui che chiamo  a darmi un bicchiere dove sciogliere l'ennesimo antidolorifico, a farmi un'iniezione, un massaggio o a dire una preghiera.
Ma tutto si riduce ad un tempo molto limitato, perchè il resto me la vedo io e la bestia, io e il mio Creatore, il mio Salvatore.
Questa notte è stato  come quando una banda di malviventi decide di innescare una serie di incendi in più parti di un vasto territorio, sì  che a spegnerlo è difficile se non impossibile.
In genere dell'atto doloso non rimane che il terreno annerito dal fuoco e molte macerie.
E' stato così tutta  la notte e non sapevo come difendermi, come difendere ciò che appartiene al Signore.
Alla fine stremata ho aperto il Libro e ho trovato la difesa di Giobbe, guarda caso, che si proclama innocente di fronte a Dio e agli uomini.
Il demonio è la bestia contro cui il protagonista di questa storia deve lottare, l'antagonista di Dio e del suo consacrato.
Ho pensato che la storia poteva essere anche la mia.
Poi di nuovo ho cercato nel Sacro Libro, perchè non mi piace portare avanti le mie ragioni...cosa Dio non conosce?
Nella conclusione del libro di Zaccaria dove si parla del combattimento finale e della Gerusalemme nuova ho trovato la pace.
Non c'e dubbio che Dio continui a parlarmi e a dirmi di non avere paura .
"Il Signore uscirà a combattere contro quelle genti" la frase che mi ha colpito.
Mi sono messa l'anima in pace e mi sono accucciata come sono solita fare ai suoi piedi.


lunedì 16 dicembre 2019

Sorprese



SFOGLIANDO IL DIARIO...
12 dicembre 2016
lunedì III settimana di AVVENTO
ore 7.27

"Lo Spirito del Signore fu sopra di lui"(Num 24,2)

Non c'è dubbio che Dio ci faccia annoiare, che non ci riserbi delle sorprese, belle o brutte, dipende dai punti di vista.
I comportamenti omologati, politicamente corretti, sempre uguali non generano meraviglia, stupore, ma a volte anzi spessissimo rabbia e rifiuto.
Siamo abituati a non lasciarci scomodare a non distogliere il nostro sguardo dai teoremi che a nostro parere funzionano sempre.
Se c'è uno che esce dal branco, che si comporta in modo diverso da come ce lo aspettiamo o lo rifiutiamo a priori o lo emarginiamo condannandolo di fatto a morte.
Oggi un profeta di Baal, su cui lo Spirito del Signore si era posato, predice la nascita del Messia, contravvenendo a quello che da lui ci si sarebbe aspettato.
Anche Gesù scandalizza con il suo modo di fare tanto da suscitare negli astanti la domanda" Con quale autorità fai queste cose?" Perchè per mettersi contro la tradizione, contro il comune pensare codificato, contravvenendo alle buone maniere (l'aveva fatta grossa rovesciando i banchi dei cambiavalute dal tempio) ce ne vuole di coraggio, ma soprattutto ci vuole uno che ti garantisca l'ineccepibilità delle tue azioni.
Noi siamo abituati a certificare con altri certificati chi siamo, dove abitiamo, di chi siamo figli ecc ecc.
Non possiamo dimenticare la carta d'identità, la tessera sanitaria, il codice fiscale e la patente se vogliamo essere certi di muoverci senza problemi.
Gesù non aveva dietro nessuna credenziale,(allora non si usavano), ma che era figlio del falegname lo sapevano tutti nel paese e lo stato romano che esisteva, visto che nacque durante il censimento.
Non so se quello che mi è venuto in mente leggendo la parola di Dio che oggi la liturgia ci propone alla riflessione sia corretto, confacente, se insomma ci entri qualcosa con il vangelo.
Perchè sto pensando alle sorprese, i ricalcoli della mia vita che sembra essersi arenata su una nota stonata.
I profeti Dio me li manda a domicilio, l'ho sempre detto da quando mi furono affidati, a me che lo stato aveva prepensionato perchè incapace di deambulare Giovanni prima e poi Emanuele , i bambini di mio figlio.
Una nonna che fa fatica a reggersi in piedi da sola ci vuole del coraggio  per mettergli in braccio i propri figli, in braccio è metaforico s'intende perchè io i miei nipoti non li ho mai presi in braccio.
Eppure è accaduto. Come mi meraviglio ancora io di quello che è accaduto da 15 anni a questa parte. A chi mi chiedeva come facevo, io dicevo che li allevavo a preghiere.
Comunque stavo pensando, dicendo dei profeti a domicilio, alle due piccole adorabili pesti che mi hanno insegnato il vangelo, mi hanno donato la capacità di meravigliarmi, il desiderio di cambiare continuamente posizione, di inventarmi le storie narrando la storia della mia, nostra vita.
La ricerca di scintillanti è stata la strada maestra per imparare a dire grazie per qualsiasi cosa, per le patate, per i colori, per un parcheggio ecc ecc.
Ma ora che si sono fatti grandi le occasioni di trovare schegge di luce si sono rarefatte.
Perciò mi sono inventata, in una notte di quelle ormai dico normali, perchè le eccezioni, sono quelle che dormo e vi garantisco sono molto poche.
Ebbene l'altra notte pensando al Natale, a noi che non siamo più giovani ( Emanuele mi proibisce di dire che siamo vecchi, perchè per lui i vecchi hanno come minimo 100 anni), alle persone che ci hanno preceduto in cielo, a questa terra, a questa casa sempre più vuota, sempre più silenziosa, al fatto che le persone più care che peraltro ci abitano di fronte, nostro figlio, moglie e figli, non avrebbero avuto il tempo di fermarsi con noi, perchè lavorano, studiano, sono scout, e per giunta i piccoli promettenti musicisti e in questo periodo si moltiplicano le occasioni per farsi gli auguri attorno ad un tavolo mi è venuta un'idea.
Quella di farmi un regalo, più regali, per quest'occasione di festa per tutti.
Il regalo sono le persone, mi sono detta e allora perchè non chiedere ad ognuno il dono del tempo per venire con me chiaramente accompagnata da mio marito, a scegliersi un regalo? 
Giovanni, il saggio,m ha detto che era una buona idea anche se penso che sia praticamente impossibile trovare un orario compatibile con la disponibilità di chi mi deve accompagnare,visti gli impegni scolastici, sportivi, musicali e scoutistici che lo tengono impegnato anche i giorni di festa.
Emanuele invece non è stato in se dalla gioia perchè farebbe le carte false per andarsi a comprare qualcosa, infischiandosene degli impegni, specie quelli scolastici.
Mio figlio ha detto che era una cosa molto difficile trovare un tempo da regalarmi, perchè specie sotto Natale non sa dove arrivare prima.
In effetti pur abitando di fronte lo vedo molto raramente perchè a ora di pranzo manda i bambini con il vassoio a prendere ciò che ho preparato e il pomeriggio i bambini per fare i compiti entrano da soli con la chiave che staziona in permanenza nella toppa.
Con tristezza ho pensato che i figli per vederli devono essere disoccupati e senza famiglia, forse, dico, ma non è certo.
Comunque il Padreterno si è inventata una soluzione alternativa, si fa per dire, senza offesa.
Ha fatto venire la febbre al figlio tanto desiderato, sabato in cui tutta la famiglia è impegnata in attività scout e domenica in cui tutti erano stati invitati per un battesimo al ristorante.
Me lo sono trovato in casa, acciaccato e bisognoso di cure, me lo sono coccolato e ho avuto modo di fargli vedere i regali che gli avevamo comprato, perchè li misurasse. La sua taglia infatti è tale che solo la mamma sa scovare dove trovare ciò che gli entra e gli sta bene.
Mi dispiace che per starci un po' insieme quello era l'unico modo, mi dispiace anche ma meno che mi abbia passato l'influenza. 
Di questo supplemento di regalo non ne sentivo il bisogno.
Ma io sono una che non si arrende e che aspetta. 
Sicuramente con questa febbre Dio ci vuol fare una cosa migliore.

sabato 26 ottobre 2019

Morte e Vita




SFOGLIANDO IL DIARIO...

24 ottobre 2015
Meditazioni sulla liturgia di
sabato della XXIX settimana del TO
Letture: Rm 8,1-11;Salmo 23; Lc 13,1-9
ore6.37

"La carne tende alla morte, lo Spirito alla vita"(Rm 8,6)

Oggi Signore ci parli di cose che non ci fanno piacere, ci atterriscono, contengono minacce inaccettabili da parte di te che sei buono, clemente, lento all'ira, compassionevole.

Quando leggo certi passi della Scrittura rimango sconvolta e voglio illudermi che non fai sul serio, che parli solo per farci paura, ingigantendo il castigo, le conseguenze del nostro peccato.

Quando ero piccola mi hanno insegnato a prenderti sul serio e sono vissuta nella paura. Perché, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a mantenere i buoni propositi che facevo nel confessionale.

Ho quindi cercato vie di scampo, stratagemmi per coprire, nascondere, ingannarti perché tu non ti accorgessi di che pasta ero fatta.

Il pensiero delle fiamme dell'inferno erano diventate la mia angoscia quotidiana.

Le ho studiate tutte per obbedire ai tuoi comandamenti senza pagare lo scotto delle mie piccole e grandi inadempienze, come parlare a bassa voce quando mi confessavo, perché il sacerdote non capisse o anche riassumere approssimativamente i peccati sì da farli sembrare di meno.

E che dire della messa che avevamo scoperto valeva se arrivavamo prima che il calice fosse scoperto?

Ricordo che ci eravamo passati parola, noi bambini su chi diceva la messa più corta e sui tempi delle omelie e tutto ciò che serviva per non prolungare un supplizio obbligato, pena l'inferno.

Cercavamo insomma di salvare la forma, l'apparenza, come eravamo soliti fare con i nostri genitori per nascondere le magagne.

Eppure ho frequentato per 16 anni un istituto di suore dove era ogni mattino obbligatorio andare in chiesa prima di cominciare le lezioni.

Io non ci riuscivo per via di mia sorella che dovevo preparare e portare all'asilo nella stessa struttura alla stessa ora, avendo solo 10 anni più di lei.

Ho fatto la Comunione e la Cresima a 6 anni e non ci ho capito niente, tranne il fatto che dovevo imparare a memoria delle risposte che avrei dovuto dare al Vescovo che mi avrebbe interrogato.

Tu sai Signore tutto questo, sai anche quanta solitudine ha connotato la mia infanzia,  piena di doveri e di complessi di colpa senza nessuno che si prendesse cura di me e mi rispondesse.

In casa eravamo tanti e io ero la più grande dei figli, fatta eccezione di mio fratello che era esonerato da ogni incombenza, perché maschio e di salute cagionevole.

Il diritto ad esistere l'avevano solo i malati e io ero quella che non si ammalava mai o almeno non lo facevo vedere.

Caricata di pesi più grandi di quelli che potevo portare non mi sono ribellata, convinta che fosse giusto così, com'era giusto che tu mi punissi se io contravvenivo alle tue leggi.

Il tuo occhio mi perseguitava, un occhio inscritto in un triangolo e, se i miei potevo imbrogliarli, con te la cosa era più difficile ma io ci provavo sempre.

Non posso dire che la mia sia stata un infanzia infelice, ma un tempo di attesa di vita migliore.

Non ho mai disperato che un giorno le cose si sarebbero rimesse al posto giusto e io avrei raggiunto l'autonomia e la libertà di fare quello che più mi piaceva e ritenevo giusto.

Quando ho incontrato l'amore ti ho messo in un angolo, ti ho imbavagliato, nascosto nella convinzione che ti avrei ridato il posto che ti spettava quando una volta sposata  non potevi più nuocermi, perché non dovevo più ingannare nessuno.

Nella casa futura tutto quello che mi era negato da te e dai miei genitori sarebbe stato lecito, perché su ciò che era mio, nessuno poteva mettere più bocca, nemmeno tu.

Quanto mi sbagliavo Signore!

Ciò che nella casa paterna mi pesava e sentivo come un obbligo nella casa coniugale divenne un impegno continuo, consapevole e gioioso per far stare bene i miei cari.

Ma sul mio volto e su quello di chi si prese cura di me la gioia si spense ben presto quando mi ammalai a un anno di distanza dal matrimonio.

Cercando soluzioni trascurammo il percorso e nella vana ricerca della felicità umana ci lasciammo sfuggire le occasioni per riconoscerti in quei tristi bagliori di morte che connotarono gli innumerevoli viaggi della speranza che non portavano a niente.

Ma tu Signore stavi con me senza che me ne accorgessi. Hai vegliato su tutto il percorso accidentato, difficile, catastrofico di una vita che volgeva alla morte, una vita non abitata dalla grazia.

Tu Signore volevi entrare nella mia casa e bussavi sempre più forte, un rumore assordante quei colpi che massacravano il corpo, lo facevano urlare, un corpo che i medici cercavano di mettere a tacere con busti,gessi, fasce e tutori, camicie di forza per impedire che il suo lamento arrivasse fino a te.

Hai bussato Signore e io non ti ho risposto per anni. Eppure vivevo con la porta aperta e le chiavi nella serratura, per chi volesse entrare, visto che io ero imbalsamata in un gesso distesa in un letto  con sotto la pala e il telefono sul comodino.

"Pregherò quando sarò guarita", dicevo e me la prendevo con mamma che aveva aumentato il numero dei suoi rosari giornalieri.

"Prega per un altro" dicevo, stufa che tutte quelle preghiere mi aumentavano le malattie più che guarirle.

Ma tu bussavi alla porta del mio cuore che non è la stessa cosa e quello ce l'avevo blindato.

Quanta pazienza Signore a zappettare intorno al fico sterile perché fiorisse e desse frutto!

Non ho parole per ringraziarti, perché sei entrato dentro di me e mi nutri di un amore che non si misura, di una consolazione che nessuno al mondo mi può dare e mi parli e mi mostri il tuo volto di carne, dove se minacci guai è solo per metterci in guardia dai pericoli delle nostre chiusure, della cecità dei nostri occhi a vederti in ogni uomo che ha bisogno della nostra cura.

"Forse mi passa se abbraccio qualcuno!" disse Giovanni, in piena crisi d'asma.

Me le sono scritte queste parole per non dimenticarle quando mi sento sola e provata dalle vicende della vita.

giovedì 24 ottobre 2019

"Il salario del peccato è la morte" (Rm 12,23)




SFOGLIANDO IL DIARIO...

22 ottobre 2015
Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della XXIX settimana del T.O.
ore 7.13

"Il salario del peccato è la morte" (Rm 12,23)

A quanto pare non esiste libertà senza sacrificio, sottomissione, servizio. 
Qualunque libertà ha un prezzo da pagare, anche la libertà di fare quello che ci pare e piace.
Sembrerebbe, leggendo il vangelo, che non abbiamo vie di scampo, anzi la libertà prospettataci da Gesù è ad un prezzo elevatissimo: la croce.
La croce divide, quella  accettata e accolta per la salvezza di qualcun altro.
Sembra follia vivere in questo modo, per questo obiettivo.
Gesù dice che la verità ci farà liberi e liberi davvero.
Da quando ero piccola mi è pesato sottopormi alle leggi e ai divieti degli adulti e ho sempre sognato di svincolarmi da qualsiasi autorità per fare quello che più mi piaceva, quello che ritenevo giusto per me e per gli altri senza condizionamenti.
Per quanti sforzi abbia fatto non sono riuscita a svincolarmi dalla schiavitù, al padrone di turno, perchè in fondo ho solo cambiato azienda, padrone, ma mi sono sempre sentita schiava di qualcuno o di qualcosa.
Con il tempo ho capito che il più grande tiranno di me stessa ero io che pretendevo da me tutto e il contrario di tutto, vale a dire la botte piena e la moglie ubriaca.
E' un miracolo che non sia impazzita alla ricerca della mia misura in un cimitero di bare vuote.
"Volere è potere", mi dicevo, e così, con pazienza e determinazione, ho affilato i coltelli, ho cercato di scalare la montagna dell'autonomia, dell'indipendenza, ma mi sono ritrovata sempre a ruzzolare in basso, schiacciata dal masso che mi trascinavo sulle spalle, come Sisifo.
Mi chiedevo che senso avesse quell'assurdo gioco dell'oca che mi rimandava sempre al punto di partenza.
Poi ho incontrato il Signore, sollevando gli occhi ad un crocifisso, al Crocifisso.
"Pure tu!" gli dissi, pensando che anche lui era vittima della vana fatica di vivere.
Grazie a Dio che non mi fermai solo a guardarlo un momento, ma volli conoscere quella persona che aveva la mia stessa condizione di sofferenza.
Giorno e notte mi appassionai alla sua vicenda, perchè ero sola e avevo trovato un amico con cui condividere la mia pena.
Ringrazio il Signore che, man mano che procedevo, divorando letteralmente la Sua Parola, aumentava in me il desiderio di verificarla nella mia vita.
Cercavo la verità, anche a costo di perdere la presunta libertà che mi ero illusa di poter trovare con i miei espedienti di giocoliere e illusionista, ingannando me stessa.
L'amore cercato negli altri si trasformò in amore donato agli altri, l'amore che mi consegnò nelle sue braccia perchè solo Lui era capace di morire per me.
La sua signoria mi ha liberato da tante pastoie di morte e mi ha reso completamente libera di seguire ciò che mi fa bene, mi serve, mi piace.
Sembra un paradosso, ma è così.
Solo quando riesci a far felice un altro sei veramente felice.
E io oggi penso a Lui che mi ha dato consiglio e mi ha portato a godere dei frutti del suo sacrificio, facendomi desiderare di fare altrettanto per stargli vicino, il più vicino possibile, come lo sposo la sposa, Lui in me e io in Lui.
Come separarmi senza farmi del male?

martedì 8 ottobre 2019

Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)



SFOGLIANDO IL DIARIO...
8 settembre 2013
martedì della XXVII settimana del tempo ordinario
ore 6:20

Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)

Quando Gesù fece la moltiplicazione dei pani e dei pesci disse ai suoi discepoli:" fateli sedere", riferendosi alla folla che da tre giorni lo seguiva.
Per incontrare Gesù, per conoscerlo, per amarlo, per servirlo meglio, è necessario sedersi.
Nell'Equipe Notre-Dame questo dovere di sedersi è alla base di tutta la spiritualità del Movimento, rivolta ai coniugi per i quali questo è il primo dovere per guardarsi negli occhi e ascoltarsi.
Ascoltare l'altro senza interromperlo, ascoltarlo senza pregiudizi, con l'animo sgombro da qualsiasi rivendicazione, mettendo a fuoco solo ciò che ci dirà, e che quello che ci dirà gli appartiene, è suo, e ci mostra come egli è.
Dovere di sedersi, dovere di ascoltare, presupponendo che l'altro abbia ragione perché sta parlando di se stesso, anche quando non sembra.
Il servizio alla persona non può prescindere da una preventiva disponibilità all'ascolto.
Molto spesso pensiamo che sia giusto quello che facciamo e ci lamentiamo della fatica e dell' ingratitudine dei destinatari dei nostri sforzi, senza mai chiederci se veramente è quello di cui hanno bisogno.
Ascoltare è possibile solo se si riesce fare silenzio, far tacere tutte le preoccupazioni che ci attanagliano e ci legano.
Silenzio interiore... è una parola!
Giovanni, quando era piccolo, diceva che pensieri lo disturbavano e si chiedeva perché Dio aveva inventato il cervello.
Allora sorridemmo delle sue domande precoci per un bambino di 5 anni, nelle quali io mi ritrovavo a quasi 70 anni.
Gianni, mio marito, soleva dire, quando cominciarono le vie dolorose, che dovevo farmi la lobotomia, perché solo così sarei guarita, spegnendo il pensiero.
In questi ultimi tempi i pensieri non riesco a fermarli, pur volendolo, pur desiderandolo con tutto il cuore, seduta ai Suoi piedi.
Mi sembra che, come vedo offuscato, così si sono offuscati i pensieri, come è incerto e traballante il mio andare, come è impreciso ciò che faccio con le mani.
Il Signore sa di cosa ho bisogno, ma io non ci capisco più niente.
Penso al riposo, al sonno, al nulla che potrebbero in questo momento porre fine a questa agonia.
Ti chiedo perdono Signore per questi pensieri, perché vorrei riposare, dormire, non ho voglia in questo momento di ascoltarti; a te lo posso dire, tu mi capisci.
Vorrei che tutti stessero zitti, che il mio cervello, ma specialmente il mio corpo cessasse di urlare.
Mentre stavano proiettando il film a Loreto "Una storia vera" mi sono sentita male almeno nella prima ora, tanto che sentivo urgente bisogno di fuggire per andare a distendermi.
Le gambe e i piedi s'erano addormentati e volevo fuggire da quel silenzio , da quella lentezza esasperata che scandisce la storia del film...
Ho pensato quanto mi dà fastidio l'assenza di parole , andare a rilento , sì che io cerco di riempire i vuoti lasciati dagli altri con le mie parole .
È una compulsione fortissima tanto che poi non riesco a smettere, anche se me l'impongo.
Sento la contraddizione tra quanto faccio e quello che desidero fare, mi sento dilaniata, divisa e vorrei riposare nelle tue braccia Signore .
So che sarebbe la cosa migliore ma non riesco a spegnere questo cervello.
Io so che non posso tirarmi indietro , che anche il pomeriggio sarò impegnata che non troverò riposo e probabilmente non sarò in grado di ascoltarti Signore.
Non potrò sedermi davanti a te oggi, anche se ne sento forte il bisogno.
Ripulisci il mio cervello Signore, liberami da tutti i pensieri inutili e dannosi, apri una via dove sembra non ci sia, anche se non ti ho lodato, benedetto e ringraziato.

"Una storia vera" il film che hanno proiettato a Loreto i coniugi Gillini, parlava di un handicappato che comincia un viaggio alla volta del fratello che non vedeva da anni e che stava male.
L'aver litigato ferocemente con lui dopo un periodo dell'infanzia veramente idilliaco (la cosa che ricordava era il cielo stellato su cui convergevano i loro sguardi, quando il sole tramontava, un cielo che li incantava e nel quale si perdevano, un cielo stellato che non appartiene a nessuno e tutti possono goderne)
Nel corso a cui stavamo partecipando (Nonni che fortuna!), una signora della nostra età, ricordando un gesto, un'emozione, un profumo, un gesto... ( ce l'avevano dato come compito) ha detto che il nonno per farle passare la tristezza se la metteva sopra le spalle e le diceva di tirare su le braccia perché così avrebbe toccato le stelle.
Un'altra ha ricordato il velo che avevano messo sulla bara del nonno che non le fece impressione, non la spaventò, perché le sembrò cosa bella per custodire anche in futuro stenderci un velo senza nascondere i tesori.
Non so perché sto dicendo queste cose, visto che volevo fare la relazione sul corso a cui abbiamo partecipato a Loreto.
A me venne in mente, ma non lo dissi, che l'immagine più forte che mi trasmise mio padre, fu la carezza, il buffetto che suo padre, morto a 28 anni, gli dette, mentre stava in braccio a sua madre.
Era l'unico ricordo che gli aveva lasciato, una carezza...
Era un ricordo che non mi riguardava all'apparenza, ma se ci penso, forse è la nostalgia di una Tua carezza che mi aiuta a sperare che ti ritroverò mio Signore e in silenzio mi siederò ai tuoi piedi per farti parlare...