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martedì 5 novembre 2019

"Non siate pigri nel fare il bene"(Rm 12,11)



"Non siate pigri nel fare il bene"(Rm 12,11)

Spesso Signore non riusciamo a distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è e, pur non essendo pigri, ci affatichiamo invano per cose che non sono importanti o meno importanti di altre che ti stanno a cuore e che ci farebbero stare bene.
Riconosco Signore la mia incapacità, il mio limite nel testimoniare la misericordia la giustizia e la verità.
Signore tu mi vedi, non voglio nè posso nascondermi ai tuoi occhi, ma sono molto turbata dalle conseguenze dei miei comportamenti, che pur essendo nelle intenzioni finalizzati al bene, spesso provocano divisioni, separazioni che io non amo e a cui non riesco a porre rimedio.

Signore tu hai detto che un giorno misericordia giustizia e verità s'incontreranno e si baceranno.
Come vorrei che venisse presto, che fosse ora, perché p mi tormenta la conseguenza del mio operato.
Tu solo puoi aiutarmi, tu solo puoi darmi la pace che viene meno ogni volta che si incrinano i rapporti con i miei fratelli.
Io non voglio che questo succeda, sto male quando la divisione apre la strada al demonio, il tuo e nostro nemico.
Così oggi ti voglio pregare perchè riesca a vivere nella fiducia in te ogni conflitto, che io possa pensare che non io ma tu solo apri le strade della riconciliazione, saldi i fili spezzati dal nostro egoismo, dalla nostra superficialità, dalla nostra incapacità di ascoltare.
Nella lettera di San Paolo ( (Rm 12,5-16) questa mattina ho trovato le istruzioni per procedere

Ma senza il tuo aiuto niente è possibile, tu lo sai, tu l'hai detto.
Voglio nutrirmi della tua Parola Signore, voglio accogliere il tuo invito a partecipare al tuo banchetto, senza cercare scuse, anzi con entusiasmo e gratitudine perchè mai dimenticherò il giorno in cui tu mi costringesti ad entrare in una chiesa perchè ascoltassi la tua parola.
Cercavo quel giorno solo una sedia per sedermi, perchè faccio fatica a stare in piedi. Ti sei servito della mia infermità per farmi ascoltare che "i fiumi battono le mani".
La gioia che mi trasmise la tua parola mi fece desiderare di tornare ad ascoltarla per conoscere chi parlava.
Ora Signore ripeti il miracolo di donarmi la pace,non quella che dà il mondo, concedimi che la tua pace mi porti a non essere pigra nel fare il bene, anche se mi pesa e se il risultato mi fa soffrire.
Maria guidami nel cammino che porta a Gesù.

lunedì 17 giugno 2019

ESAGERAZIONI?



SFOGLIANDO IL DIARIO...

15 giugno 2015
Meditazioni sulla liturgia di

lunedì della XI settimana del TO
ore 6.52

Letture; 2 Cor 6,1-10; Salmo 5; Mt 5, 38-42

"Afflitti, ma sempre lieti"(2 Cor 6,10)

Certo che le cose che troviamo scritte nel Vangelo sembrano esagerazioni, cose dell'altro mondo.
Questa mattina leggevo su un sito cattolico la diatriba tra quelli che non vogliono che i disperati in fuga dalla guerra, dalla fame, dalle torture ci vengano a rubare il pane di bocca, cristiani convinti, credenti e praticanti che a colpi di sciabola rintuzzavano le timide ed educate parole di quelli che il vangelo lo vogliono incarnare nella propria vita.
Non è un caso che la parola di Dio ci raggiunga quando sembra impossibile anche solo provvedere a noi stessi, sbarcare il lunario noi e la nostra famiglia.
"Da' a chi ti chiede, porgi l'altra guancia e se uno ti chiede il mantello dagli anche la tunica."
Le parole di Gesù rimettono in discussione la maggior parte dei nostri comportamenti abituali che escludono gli altri dal godimento di ciò che a malapena basta per noi.
Mi viene in mente la testimonianza di una persona povera a cui un giorno decisi di regalare una somma di denaro ricavata dalla vendita di vestiti che non mettevo.
Il superfluo era la prima volta che decidevo di darlo a chi ne avrebbe fatto un uso migliore.
Ciò che non ci serve non ci appartiene, mi dicevo, mentre le chiedevo se si offendeva a prendere da me quell'elemosina.
Mi rispose con un sorriso disarmante e una gioia che le fece brillare gli occhi.
"Lieti , anche se afflitti" dice  San Paolo.
Ho visto che è una cosa possibile in quella persona che mi benedisse, perché la Provvidenza, attraverso di me, non si era fatta attendere.
Quella mattina era entrata in chiesa anche se era in ritardo per il lavoro di sguattera sottopagata.
A Dio voleva presentare la sua giornata e i suoi scarsi e inadeguati mezzi per provvedere a se e alla famiglia.
Mi disse che era povera e che viveva di carità.
I suoi vestiti a volte firmati non mi dovevano trarre in inganno perchè niente era suo, tranne una giacca di pelo sdrucita e lisa di quando le cose andavano bene e il marito lavorava, prima che un alluvione gli facesse marcire la merce ammassata in cantina, tappeti costosi di cui faceva commercio.
Mi raccontò, mentre in sagrestia le consegnai la busta con il mucchietto di soldi, che una volta aveva sentito forte l'esigenza di dare le uniche 10.000 lire ad un povero,  nonostante il parroco l'avesse dissuasa, conoscendo la sua situazione.
Ma lei non volle sentire ragioni, certa che Dio non le avrebbe lesinato ciò di cui aveva bisogno.
Infatti, appena uscita le si fece incontro una persona che le mise in mano il doppio della sua elemosina,  per le preghiere che aveva fatto per lei e la sua famiglia.
Bisogna crederci, anche se sembra follia, bisogna farne esperienza e raccontare a tutti quanto è grande il Signore che ci soccorre in ogni nostra tribolazione.
Avrei tante cose da raccontare a proposito che non basterebbe un libro, cose successe a me e ai miei cari, miracoli scintillanti che ti appaiono solo quando smetti di voler spostare le montagne perchè le vedi al posto giusto.

mercoledì 19 settembre 2018

L'utero di Dio


“La carità non avrà mai fine “. (1Cor 13,8)

“Dio è amore”, scrisse Giovanni, sotto un disegno che mostrava una famiglia felice, una coppia con un bambino a lato, preso per mano, con tanti raggi gialli luminosi. 
Giovanni ad ogni colore dava un significato e il giallo per lui esprimeva la felicità, come il verde l'odio, il viola l'invidia.
Straordinari questi bambini che ti aprono le porte del Paradiso!
Ai piccoli infatti sono svelati i segreti del regno. 
“Quante cose si possono fare con Gesù!” aveva detto Marco, un altro bambino speciale speciale, non perché l'ho conosciuto io, ma perché tutti i bambini sono speciali quando li osservi, li ascolti e ti fai guidare da loro. 
Quando mi sono sposata non pensavo che avere dei figli comportava fatica come quella che mi è rimasta impressa di insegnare a Franco a scrivere nelle  righe, passando dallo stampatello al corsivo.
Ma non sapevo che dai bambini impari a guardare il mondo con altri occhi.
Per fortuna che il Signore mi ha dato un'altra chanche affidandomi i miei nipotini per fare gli esami di riparazione.
Bisogna veramente osservarli i bambini, anzi  diventare bambini e rientrare dell'utero di chi ti ha generato, per vedere svelati i misteri del regno.
Solo così puoi capire i discorsi di Gesù, farli tuoi, diventare come lui  ci ha promesso.
Questa notte, meditando i misteri gloriosi del rosario, non riuscivo a staccare la mente dal pensiero che, per poter contemplare il mistero non lo dovevi guardare da fuori, ma lo dovevi guardare da dentro, da dentro la pancia, dall'interno dell'utero di chi ti ha generato. 
Così questa notte ho fatto un trasloco e invece di pensare che dalla terra guardavo il cielo, ho capovolto la cosa e ho pensato che dal cielo guardavo la terra, più che altro dal cuore di Dio guardavo Antonietta e guardavo tutti i suoi figli.
Io galleggiavo leggera nel suo utero.
Dal liquido amniotico mi sentivo cullata, nutrita, amata da Dio Padre, Eterno Amante, dal Figlio Eterno Amato e dallo Spirito Santo, Eterno Amore.
L'accordo della mia famiglia d'origine, la loro comunione, il loro amore facevano sì che mi sentissi al sicuro.
Era una sensazione bellissima perché  finalmente ero felice.
Le parole del Vangelo “ Vi ho suonato il flauto e non avete ballato, vi ho cantato un lamento e non avete pianto” mi sembravano appartenere un passato che non ritorna. 
Ero arrivata nella casella del Cristo morto e risorto in quell'assurdo gioco dell'oca dove i dadi mi rimandavano sempre al punto di partenza.
La  meta che mi si prospettava all'inizio come una croce che nessuno ama e che tutti vorrebbero rigettare il mittente, si era  trasformata  in un grande utero accogliente, dove mi sentivo amata, protetta e nutrita per essere portata a perfezione.
Ricordo, quando mi sono sposata, la soddisfazione di cambiare il cognome (allora la legge lo imponeva) perchè dalla mia famiglia mi ero sentita poco amata.
Pensavo che nella famiglia di mio marito quell'amore l'avrei trovato nella sua interezza. 
Quanto mi sbagliavo! 
Ma nè nella prima nè nella seconda ho trovato l'amore perfetto.
Per questo, senza sapere di stare a cercarlo, ho incontrato il Signore,perché io cercavo l'amore e non Dio.
Ma Dio è amore.
E' l'amore  che ti riempie la vita, ti dà il coraggio di andare avanti, alimenta la speranza, dà un senso a tutto quello che fai. 
Sentirsi amati è sentirsi vivi, in quel caldo e sicuro rifugio che è la Sua casa di carne.
Attingendo alla fonte non puoi non desiderare di fare altrettanto, perché quello che impari nella Sua casa, sei capace di farlo anche tu per le persone che Gli stanno a cuore, tutti i figli che formano il Suo Corpo, la Chiesa.
“La carità non abbia finzioni”, dice San Paolo.
Ad una bimba che assisteva all'incontro prebattesimale dei genitori ho chiesto se sapeva cos'era l'amore e se l'aveva imparato dalla televisione.
Mi ha risposto che l'amore lo vedeva nei suoi genitori perchè anche quando litigano si riappacificano.
Le ho chiesto allora cosa i genitori dovevano insegnare ai figli.
“A fare la pace!”, la sua risposta.

George Edmund Street,Decorazione a piastrelle della navata, 1875 circa.
 Roma, San Paolo Dentro le mura.




martedì 18 settembre 2018

“Voi siete il corpo di Cristo”(1Cor 12,27)


“Voi siete il corpo di Cristo”(1Cor 12,27)

Gesù risuscita il figlio della vedova di Naim perché è mosso a compassione delle lacrime della madre. 
La morte non lo tocca, non è per lui un problema, perché l'ha vinta per sempre, offrendosi in sacrificio per noi.
Gesù in questo passo viene chiamato il Signore per la prima volta dall'evangelista Luca che gli dà il titolo che gli spetta, nel momento in cui mostra il suo potere sulla morte
Sant'Ambrogio ha visto nel pianto della donna prefigurato il pianto della Chiesa per la morte di Cristo.
Quel “Non piangere!” ci fa venire in mente il “Donna perchè piangi?”, parole rivolte da Gesù alla Maddalena che lo cercava in un cimitero. 
“Non cercare tra i morti colui che è vivo “dicono i due angeli alle donne sconcertate davanti al sepolcro vuoto.
 Gesù è Signore della vita.
Luca mette questi due miracoli, quello della resurrezione del giovanetto e quello della guarigione del servo del centurione, a sostegno della risposta di Gesù sulla sua identità, agli inviati di Giovanni Battista.
«Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
“Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” gli avevano chiesto.
I discepoli di Giovanni Battista non so se ne furono convinti fino in fondo e certe volte viene pure a noi il desiderio di sapere se è vero che Gesù è Cristo, il padrone della morte o se ne dobbiamo aspettarne un altro, visto che a morire continuiamo a morire tutti e nessuno è tornato a dirci il contrario
Ciò che affligge l'uomo di tutti i tempi è proprio il pensiero di dover morire, per cui si cerca in tutti i modi di anestetizzarsi perché non si accetta di dover lasciare prima o poi la propria vita con tutto ciò a cui si è legati.
La vita è un dono, ma  non tutti la ritengono tale, quando la malattia o la morte vengono a visitarci.
“Donna ecco tuo figlio!”
Lo dice Gesù sulla croce alla madre consegnandogli Giovanni un altro figlio da amare e a cui trasmettere tutto ciò che lui aveva insegnato,
"Figlio ecco tua madre!"
Lo dice al discepolo perché si prenda cura di lei, della Chiesa  di tutti i fratelli che la costituiscono, che formano il Suo Corpo mistico.
Tanti Gesù a cui dare vita..questo è il compito di ogni cristiano.
In punto di morte Gesù si preoccupa della sua Chiesa che non può reggersi se non c'è chi si prenda cura l'uno dell'altro
Noi siamo corpo di Cristo con il Battesimo, siamo innestati in Lui e da Lui attingiamo la fede, la speranza e l'amore, vale a dire quella predisposizione dell'anima ad anteporre ai nostri interessi gli interessi dell'altro. 
Come  serbatoi veniamo riempiti dalla Sua linfa vitale e ci svuotiamo per irrigare le terre deserte e infruttuose di tanti fratelli lontani.

domenica 29 luglio 2018

" Ne mangeranno e ne faranno avanzare" (2Re 4,43)

L'immagine può contenere: una o più persone

" Ne mangeranno e ne faranno avanzare" (2Re 4,43)

Molto spesso Signore ci alziamo da tavola sazi, colmi, nauseati di cibo che questa civiltà consumistica ci propone in tutte le salse, in tutte le sue mistificazioni.
Un tempo, quando eravamo poveri davvero, non era così.
Ci mancava sempre qualcosa e il nostro pensiero, alzati da tavola, era che arrivasse presto la sera per sederci e riempire lo stomaco.
Molti oggi fanno l'esperienza del digiuno, perchè la fame nel mondo e nelle case esiste, eccome! ma noi stiamo alla larga dai poveri, e ci teniamo stretto quel poco o quel tanto che abbiamo con la scusa che a malapena basta per noi, per i nostri figli, per la nostra vecchiaia.
Facciamo fatica a pensare, noi che abbiamo una modesta ma sicura pensione, che sarebbe giusto e opportuno privarci di qualche cosa per persone che neanche conosciamo, fatta eccezione delle grandi catastrofi che con un SMS ti metti a posto la coscienza.
Un giorno Giovanni mi chiese chi erano i poveri e dove poteva trovarli.
Mi ha lasciato spiazzata, perchè in effetti nella nostra cerchia di parenti ed amici non c'è nessuno che muore di fame, nonostante la crisi.
Se si eccettuano i questuanti davanti alle chiese, ai supermercati e ai semafori, per me che mi sposto solo su ruote o rotelle, non saprei come incontrare e far del bene ad un povero.
Ricordo con nostalgia il tempo in cui non avevamo problemi a tenere aperta la porta di casa e la naturalezza con cui mamma condivideva con il povero di turno il nostro pasto frugale, coinvolgendoci tutti in quella azione del tutto naturale che noi vivevamo come una festa.
A Giovanni, non potendo farglieli vedere dal vivo, ho cercato su Internet le foto di bambini denutriti, con la pelle attaccata alle ossa, la pancia gonfia, la faccia piena di insetti anche loro in cerca di cibo.
Ma le foto anche se ti commuovono, non ti fanno cambiare posizione, perchè quella gente è lontana e chi la conosce e come raggiungerla?
Se ti avanza un po' di minestra o un pezzo di pane non puoi certo organizzare un volo per portarli a destinazione per chi ne ha bisogno.
Così la televisione i giornali ci fanno sentire la povertà come problema a cui non possiamo noi porre rimedio, problemi dei grandi, degli stati, dei governanti, dei magnati di turno.
Certo è che il miracolo della moltiplicazione dei pani non è un invenzione dei 4 evangelisti e San Giovanni addirittura, a differenza degli altri, ne ricorda due.
San Giovanni è quello che descrive poco i miracoli e, se questo ce lo ripete due volte avrà avuto i suoi buoni motivi.
Non dimentichiamo che è vissuto alla scuola di Maria, una volta che il Maestro Gesù è tornato in cielo e Maria, come tutte le mamme e le nonne ripetono spesso i fatti salienti della vita di chi ha lasciato un segno nel loro cuore.
Dunque oggi San Giovanni ci dà la sua versione dei fatti.
Gesù sale sulla montagna, vuole rimanere solo con i suoi discepoli, è stanco, umanamente comprensibile dopo tanto camminare, parlare, agire.
Ma la sosta è breve, perchè la folla ha fame e sete di Lui e lo raggiunge.
Gesù si chiede (è vero uomo non dimentichiamolo), dove poter andare a comprare il pane per una folla così numerosa.
Chiede dove, non si pone il problema con quali soldi.
Gesù cerca il luogo dove è nascosto il tesoro.
Già perchè ognuno di noi ha un tesoro nascosto di cui magari non è neanche consapevole, oppure lo sa e se lo vuole tenere tutto per sè.
Ai discepoli il compito di far venire alla luce ciò che è nascosto e che passa inosservato.
Quante cose abbiamo a cui non diamo importanza, perchè sono scontate, perchè sono nostre, perchè non c'è nessuno che ce le faccia vedere.
Gesù ha bisogno di luoghi dove trovare il pane, il cibo da dare alle folle affamate, ha bisogno di discepoli che comincino a svuotare le proprie tasche ad aprire le loro borse, a dare il buon esempio perchè altri siano portati a fare comunione, a mettere in comune quello che hanno.
Gesù benedice quel poco che durante la celebrazione eucaristica riusciamo ad offrirgli, se ci riusciamo, tra caldo, sbadigli e fretta di tornarsene a casa o al mare o in montagna per chi è in vacanza.
Noi da tempo non andiamo in vacanza per cui dalla televisione apprendiamo che si sono accorciate un po' per tutti, ma questo non significa che non riusciamo a gustare più e meglio quel pane e quel pesce che ogni giorno il Signore moltiplica per noi e siamo contenti.
In fondo la vacanza è un vivere la mancanza di qualcosa per apprezzare più e meglio ciò che qui e ora Dio ci sta donando.
Il luogo dove trovo il pane è su questo terrazzo a cui il vento ha divelto il tendone, assolato il pomeriggio, straordinariamente fresco e accogliente nelle prime ore del mattino, un terrazzo che sembrava non servisse più a nessuno perchè i bambini si sono fatti grandi e usano il loro che è più bello, più grande e costruito da poco per allargare la loro casa.
Chi l'avrebbe detto che questo era il luogo che Gesù cercava per donarmi la Sua Parola?
Penso a quello che oggi gli avrei offerto.
Mi è venuto in mente tutto ciò che non amo e che non benedico: persone, malattie, ostacoli, sacrifici, rifiuti, povertà, ricalcoli.
Nella lettera agli Efesini (Ef 4,1-6) San Paolo oggi ci dice:
"Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti."
Il miracolo della moltiplicazione dei pani allora può essere possibile e rinnovabile ogni volta che al Signore diamo da benedire ciò che noi non siamo capaci di fare, di apprezzare, di riconoscere come dono.
Gesù cambia la maledizione in una benedizione e i primi a beneficiarne siamo noi che possiamo gratuitamente e spontaneamente condividere con gli altri ciò che abbiamo.

giovedì 9 novembre 2017

"Non sapete che siete tempio di Dio?" (1Cor 3,16)

LA CASA DI CARNE

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE
letture: Ez 47,1-2.8-9.12; 1Cor 3,9c-11.16-17; Sal 45; Gv 2,13-22

"Non sapete che siete tempio di Dio?" (1Cor 3,16)

Certo che se non ci si abitua al linguaggio di Gesù, è difficile capire quello che dice.
Gli apostoli, i discepoli, rispetto a noi erano svantaggiati, perchè la sua missione su questa terra doveva trovare compimento con la sua morte e resurrezione.
Ma anche oggi che tutto quello che Gesù, il Figlio di Dio ha detto si è avverato, non sembra che siano in tanti quelli che credono alla sua parola, che la comprendono, che ne fanno un alimento vitale.
Certo è che per capire una persona non basta parlare la stessa lingua, quando questa non è collegata con il cuore.
Le parole fluttuano nel vuoto e non si aggregano se non c'è un catalizzatore, un verbo che dia loro senso e compimento.
Gesù è questo catalizzatore in un mondo di bla...bla...bla..., rumori, suoni senza senso, disarmonie senza vita.
Ebbene per capire Gesù bisogna frequentarlo, e più lo frequenti e più lo capisci.
Quando il mio nipotino Emanuele mi venne affidato per la prima volta, io non capivo i suoni scomposti e disarticolati dei suoi lunghi discorsi misti a pianto.
Poi , a forza di stargli vicino, di prendermi cura di lui, le cose cambiarono a tal punto che lui scriveva pagine di scarabocchi, poi me le dava da leggere.
Io, cercando di entrare nel suo mondo, gliele leggevo e lui era sempre affascinato da ciò che emergeva da quei fogli.
" Ma nonna, mi diceva, tutte queste cose ho scritto?" meravigliandosi non poco di aver imparato a farsi capire senza neanche andare a scuola, come il fratello più grande.
Questi sono i miracoli dell'amore di cui possiamo fare esperienza, pur non essendo maestri ufficialmente riconosciuti.
Oggi il protagonista è il tempio come luogo in cui Dio può entrare, uscire, rimanere, a seconda di come è costruito.
Un tempio, una Chiesa noi ce la immaginiamo sempre fatta di mattoni, un luogo dove riunirsi per dare a Dio quello che è di Dio e prendere da lui quello che ci manca.
Mi ha colpito l'immagine della prima lettura in cui dal tempio esce acqua che va a irrigare terre lontane dando vita a tutto ciò che incontra sul suo percorso.
Inevitabile l'accostamento alla ferita inferta al fianco di Gesù dalla lancia del soldato, da dove uscì sangue e acqua, simbolo dello Spirito Santo effuso su tutta la Chiesa.
Quella Casa di carne ci ha dato la vita e mi viene da chiedermi se continua a darcela nelle case di pietra costruite per contenerlo e distribuirlo a chi vi si reca.
Dello Spirito non si fa mercato, questo è ciò che ho capito.
Lo Spirito, l'amore non si compra, ma si accoglie unendo le mani e chiedendo pietà e misericordia per i nostri peccati.
L'indegnità è caratteristica di chi va in chiesa, ma non ne siamo mai abbastanza consapevoli.
Perciò ogni celebrazione eucaristica comincia con il Confiteor.
Siamo piccoli, siamo fragili, siamo bisognosi di tutto e in chiesa ci andiamo per attingere alla fonte quell'acqua che ci risuscita, ci ridà la vita.
"Quante cose possiamo fare con Gesù!" sono le parole di un bimbo che rispondeva così alla domanda rivoltagli dalla maestra di religione sull'idea che si era fatta di Gesù.
Sembrerebbe risposta non pertinente ma a me piace ricordarla perchè mi ridimensiona, quando penso che la salvezza del mondo dipenda da me, dai miei meriti, dalle preghiere, le sofferenze, le messe, i rosari, i pellegrinaggi e via dicendo.
Senza di Lui non possiamo fare niente, questo è un punto fermo.
Con Lui tutto è possibile, anche trasformare queste nostre chiese dove si sta così larghi da permetterci di inginocchiarci a debita distanza dalle persone che non conosciamo.
E per darsi il segno della pace poi si fanno dei veri e propri pellegrinaggi, creando scompiglio in tutta la celebrazione.
Per questo i vescovi hanno detto che il segno della pace deve essere circoscritto a chi ci è vicino. Penso al cuore e ai lontani dal nostro cuore a cui va il mio pensiero quando il sacerdote ci invita a fare un segno di riconciliazione.
E' allora che devo fare i conti con le distanze e mettermi in viaggio per sentirmi un cuor solo e un'anima sola con i lontani da me, ma in Cristo tutti uniti.
E' bello che oggi la Chiesa romana ricordi la sua prima chiesa, simbolo dell'unità dei cristiani di quel tempo
E' bello che ci parli di tempio, luogo dove due o più si riuniscono nel suo nome, ma anche della casa di carne in cui ogni nostra casa può affondare le fondamenta.
Penso a quanta responsabilità abbiamo a far sì che la Chiesa diventi la sposa di Cristo, carne della sua carne, ossa delle sue ossa.
Che la gratitudine per tutto ciò che riceviamo da Lui, attraverso la chiesa non ci faccia inorgoglire e non ci induca nella tentazione di farne commercio.
Signore perdonaci quando ci dimentichiamo che ognuno di noi è tempio dello Spirito e fa' che mai lo trasformiamo in una spelonca di ladri.
Aiutaci a credere che siamo stati creati per accoglierti nella nostra vita personale, nel nostro corpo di carne, nelle relazioni che fanno della nostra casa una piccola chiesa domestica.
Aiutaci a colmare le distanze affidando a te il compito di saldare, colmare i vuoti che ci separano. Fa' Signore che le nostre piccole chiese diventino il tempio luminoso dell'Amore condiviso con i fratelli.
L'immagine può contenere: spazio all'aperto

mercoledì 16 agosto 2017

AC-COR-DO

"Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io"(Mt 18,20)

La parola che oggi unisce la prima con la seconda lettura è "ac-cor-do" che racchiude nel suo seno il cuore (cor, cordis latino) come miseri-cor-dia, cor-aggio, cor-doglio e via dicendo.
La misericordia, il cordoglio, l'accordo presumono una relazione tra un io e un tu, tra un io e Dio, io e l'altro, io e gli altri.
Per coraggio mi viene in mente quello che don Abbondio disse al Cardinale Federico Borromeo che lo redarguiva per il suo comportamento pusillanime.
" Uno il coraggio non se lo può dare" rispose, ed è vero.
C'è solo uno che può darti coraggio, cuore, da sfidare qualunque avversità o pericolo: Dio.
Mosè era un uomo che mite proprio non era, ma aveva un cuore generoso sì da mettere a repentaglio la sua vita per vendicare l'oppressione subita dai suoi fratelli.
Così uccise l'Egiziano e fu costretto a nascondersi perdendo la stima del faraone, il potere a lui dato e tutti i privilegi di cui godeva.
Mosè attraverso questo ricalcolo doloroso della sua vita, costretto a nascondersi per evitare le conseguenze del suo gesto, imparò a diventare umile e a fidarsi solo di Dio. Tanto umile che Dio lo mise a capo della più grande ed eroica impresa che si ricordi; quella di far uscire il suo popolo dall'Egitto, con il Suo aiuto affrontando e superando ostacoli inimmaginabili, per portarlo nella terra promessa, che lui vide però solo da lontano.
Mosè è considerato con Elia un profeta tanto grande che sul monte della trasfigurazione Gesù li scelse come suoi interlocutori per manifestare a Pietro, Giacomo e Giovanni la continuità della storia dell'alleanza tra Dio e l'uomo.
Il coraggio Mosè non lo mostrò uccidendo l'Egiziano, ma nell'abbandono fiducioso nelle mani di iDio a cui chiedeva sempre consigli ma che non ebbe paura di contraddire in una pagina rimasta memorabile.
Mosè messo alla prova da Dio che lo rimproverava perchè il popolo a lui affidato si comportava male, osò controbattere le sue ragioni, ricordandogli che il popolo prima di essere suo( di Mosè) era suo ( di Dio).
Il passo del vangelo di oggi parla allo stesso modo di coraggio e di accordo.
"Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo".
Ci vuole coraggio per andare a dire ad una persona che sbaglia, ma il cuore se è sintonizzato con quello di Dio il coraggio non manca.
Così anche il chiamare altri in aiuto presuppone che ci sia accordo sulle cose da dire, ma anche sulla motivazione che spinge a correggere chi sbaglia.
L'accordo deve esserci non solo con il fratelli ma principalmente con la Parola di Dio che è Dio stesso e che unisce ciò che l'uomo non riesce a fare.
Così di seguito è importante questa sincronizzazione di cuori con Dio e con i fratelli per salvare un'anima.
Perchè di questo si tratta.
Se un fratello sbaglia e rischia di perdersi, noi come farebbe un medico, da solo o consultandosi con i suoi colleghi, dobbiamo fare di tutto per suggerire le terapie giuste.
Da soli non possiamo fare niente, con Dio tutto è possibile.
Per questo Gesù conclude il discorso della correzione fraterna dicendo che perchè Lui si manifesti e operi con noi e per noi è necessario che ci mettiamo insieme e ci accordiamo.

mercoledì 9 agosto 2017

SANTA TERESA BENEDETTA della CROCE PATRONA D'EUROPA

"Ti farò mia sposa per sempre" (Os 2,21)
Ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)

Il regno dei cieli, la beatitudine massima è quando la sposa si unisce allo Sposo.
L'attesa è dolce e carica di aspettative. Quando ci si sposa bisogna preparare la casa, il luogo in cui vivere insieme e invitare gli amici.
L'olio è proprio quella preparazione condivisa che rende magica e unica la preparazione alla festa di nozze.
Tutto questo se non lo si è sperimentato, uno non se lo può inventare, nè può comprarlo da un mercante.
L'abitudine a consultarsi degli sposi promessi rende il matrimonio segno dell'alleanza tra Dio e l'uomo.
Signore aiutaci ad aspettarti insieme a te!

Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace. (Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo)

lunedì 24 ottobre 2016

Carità

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“Camminate nella carità”(Ef 5,2)
Certo che non finiremo mai di imparare i confini della carità, perchè la carità è un oceano che non si può misurare e anche quando ti sembra di averlo tutto scandagliato, c’è sempre un temporale, un tifone o qualche altro sconvolgimento atmosferico che ne aumenta la dimensione o anche, perchè no?ne diminuisce la portata.
La carità di Dio è infinita e infinite sono le gocce dell’acqua contenute nell’oceano, nell’aria, nelle piante, negli esseri viventi.
La verità è che non ne possiamo essere padroni, ma solo usarla perchè è il nostro elemento vitale. Pare che all’inizio noi fossimo animali di acqua e solo in un secondo tempo siamo diventati terrestri, vale a dire abbiamo respirato non con le branchie ma con i polmoni, e siamo quindi divenuti dipendenti dall’aria, anche se non abbiamo potuto cancellare la nostra primigenia, originaria esigenza di acqua.
Animali di terra dipendiamo dall’acqua, perchè siamo fatti di acqua in massima percentuale e la morte sopravviene per la sete più che per la fame.
Gesù non a caso ci ha dato dalla croce un rifornimento continuo che ci permette di non morire di sete, solo se lo vogliamo.
Ma quell’acqua che è uscita dal suo costato è mista a sangue, vale a dire che per amare non basta solo sacrificarsi, ma morire, versare il sangue.
La carità non abbia finzioni, dice san Paolo, ma è che noi spesso non ci rendiamo conto che la nostra è carità pelosa, ingannevole, non volta al bene dell’altro, ma al nostro tornaconto.
Perciò oggi leggiamo e meditiamo questa parola: “Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.”( Ef 5,2)
Ringrazio il Signore che mi ha dato consiglio e che mi istruisce ogni giorno.
La perfezione della carità non la raggiunsero, forse neanche i santi in tutti i momenti della loro vita. Non so se sto dicendo una bestemmia, ma penso che sia difficilissimo su questa terra raggiungere la perfetta conoscenza dell’amore, pechè significherebbe la perfetta conoscenza di Dio.
Mi tranquillizza e mi rallegra il fatto che non dipende da me la possibilità di realizzare la carità perfetta, ma la volontà di raggiungere e realizzare il progetto di Dio sì.
Così confido in Lui che non mi fa neanche desiderare ciò che non è possibile a me oggi, con i miei limiti, ma mi fa essere certa da un lato che Lui provvede a tutti servendosi anche di quella piccola goccia che sono riuscita a trattenere nel cavo della mano, prima che il sole l’asciughi, dall’altro mi fa sperare che un giorno il mare e il cielo potranno riflettersi nel mio cuore, senza peraltro poterli contenere nella loro interezza.
Ma a me cosa importa?
Sentirsi sazi, pieni di te Signore, questo è il mio desiderio e se la mia brocca è troppo piccola dilatala, forgiala sì che aumenti sempre più la misura per accogliere e distribuire il tuo amore.

domenica 16 ottobre 2016

Pregare sempre

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MEDITAZIONI sulla liturgia di Domenica della XXIX settimana del T.O. anno C
Letture: Es 17.8-13; Sal 120; 2Tm 3,14-4,2; Lc 18,1-8
“Disse una parabola sulla necessità di pregare sempre”.
La prima lettura ci presenta Mosé sull Oreb che prega per il suo popolo impegnato in una dura battaglia. Aronne e Cur gli tengono alzate le braccia perché non smetta fino a quando l’esercito degli Amaleciti non viene sconfitto.
Nella seconda lettura a Timoteo Paolo dice: “Annuncia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con magnanimità e dottrina”.
In precedenza aveva detto che la Sacra Scrittura istruisce in merito alla salvezza che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù.
Quindi la fede in Gesù passa attraverso un desiderio di conoscerlo.
Le Scritture sono un mezzo efficace perché sappiamo a cosa siamo chiamati.
Il fine ultimo della nostra fede, che è dono gratuito, è quello di annunciare agli uomini la buona novella dell’amore che salva.
In questa lettera a Timoteo si parla quindi degli effetti della fede che porta ad essere testimoni, martiri.
Anche nella prima lettura si vede l’effetto della fede, quello di sconfiggere gli avversari di Dio, che ama il suo popolo e lo vuole salvare.
Mosé è un mediatore come anche Paolo e poi Timoteo.
Ma mediatori sono anche Cur e Aronne che aiutano Mosé nell’impresa.
Nel fare il bene si ottiene di più se non si è soli.
Dietro Timoteo c’è Paolo,dietro Mosè Cur e Aronne.
Ma nella parabola della vedova insistente e del giudice ingiusto non ci sono mediatori.
Infatti la vedova, essendo priva di tutto, usa l’ arma che Signore predilige: il bisogno fondamentale di vivere.
Allora è Dio che diventa direttamente il suo alleato nella persona di Gesù, suo figlio.
Gesù è il mediatore, quello che annuncia la parola, quello che agisce in sintonia con il Padre, attraverso lo Spirito e dà soddisfazione alla vedova.
Dio scrive, si dice, sulle righe storte.
Qui è sottolineata, come negli altri passi che la liturgia oggi ci propone, la necessità di insistere nella preghiera, che significa rimanere costantemente collegati con Dio in un rapporto di estrema fiducia.
Le risposte arriveranno sicuramente, anche se spesso non sono quelle che ci aspettiamo.
Il silenzio di Dio è in qualche modo pedagogico, perché vuole che la nostra fede impronti il nostro modo di vivere, tenendo come Mosé, sempre le braccia alzate, metafora per dire che non c’è situazione che ci esoneri dal tenere gli occhi fissi in Gesù, non c’è nulla che possa giustificare il nostro allontanamento, perchè è in gioco la nostra vita e quella delle persone a noi affidate.
“Rimanete nel mio amore” dice Gesù.
Rimanere nell’amore di Dio e tenere costantemente alzate le nostre braccia al cielo, non per ottenere vantaggi personali (Dio sa di cosa abbiamo bisogno), ma perché non solo noi ma anche la nostra comunità tragga beneficio dalla nostra perseveranza, dalla nostra fede radicata nel cuore di Dio.
Avere fede perché gli altri abbiano fede è compito di ogni cristiano che con il Battesimo è consacrato re, profeta e sacerdote, inviato in missione per convertire il mondo.
Il mondo si converte se vede persone che vanno controcorrente e vivono nella pace, nella gioia e nell’amore.
Avere come unico punto di riferimento il cielo, dove Gesù è asceso e da dove tornerà per giudicare i vivi e morti.
Gesù che ascende ha creato un’attesa.
L’attesa è ciò che caratterizza la nostra vita cristiana, quando guardiamo oltre, quando i beni del mondo gettano la maschera.
L’attesa è sempre fondata sulla fede in Colui che deve venire, nella certezza che Dio non mente.
Ma Gesù non ci vuole fermi.
Infatti mentre aspettiamo la sua venuta ci esercitiamo ad amarci come Lui ci ha insegnato.
L’amore è una scuola di fede
Attraverso l’amore conosciamo e godiamo dell’amore divino.
Signore aumenta la mia fede!
Fa’ che non mi scoraggi quando la mia preghiera non trova risposta, quanto il tuo silenzio diventa insostenibile, quando la misura è colma.
Non abbiamo che te, Signore, per difenderci dai nemici che attentano alla nostra stabilità fisica e psichica, non possiamo tornare indietro perché conosciamo l’inferno che ci siamo lasciati alle spalle.
I tuoi aiuti spesso ci sembrano intempestivi e a volte neanche li capiamo perché sono il contrario di quello che ci aspettiamo, e ti abbiamo chiesto.
Ieri nella preghiera di coppia riflettevamo sul fatto che quando ci succede qualcosa, non dobbiamo avere fretta di capire il perché.
Il nostro pensiero è andato alla macchina, che adesso per mancanza di soldi dobbiamo condividere.
Sicuramente è una fatica, una lotta, ma alla fine chi ci guadagna è la nostra comunicazione, il dialogo che spesso abbiamo trascurato, vivendo come se fossimo soli.
Il nostro patto di alleanza ora è sottoposto a verifica continua.
Non ci sono cose che l’uno non sappia dell’altro, percorsi, intenzioni, organizzazione del tempo…
Certo che è un bel risultato, quando ci riusciamo.
In fondo l’Eucarestia ha lo scopo di guarirci dall’incapacità di comunicare, di aprire il cuore all’altro.
Mai avremmo pensato che un guasto ad una macchina e l’impossibilità per ora di ripararla ci avrebbe portato a tanto.
Bisogna fidarsi, questo è il punto, a prescindere.
Pensare senza ma è senza se…
E poi essere custodi, responsabili, nel Tuo nome dell’altro, sì che possiamo esportare questa modalità alla nostra famiglia, ai figli, ai nipoti, ai fratelli, agli amici, alla comunità….
Signore ti ringrazio perché ci stai dando l’opportunità di rivedere il nostro rapporto coniugale senza rassegnarci a passare la nostra vita soli, in silenzio e lontani da Te.

martedì 20 settembre 2016

Beni

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“Rendi conto della tua amministrazione, perchè non potrai più amministrare”( Lc 16,2)
Arriva prima o poi per tutti il momento di riconsegnare a Dio, volenti o nolenti le cose che ci ha affidato.
Spesso penso che il cammino alla sequela di Cristo è un cammino in salita e come ben si sa, più sali, più devi essere leggero, non avere bagagli, perchè non ti appesantiscano e ti impediscano di arrivare alla meta.
Gerusalemme sta in alto, ma il monte Calvario è ancora più in alto.
Gesù non ebbe paura a lasciare tutto, per consegnarsi alla follia degli uomini che lo avrebbero traghettato nella gloria di Dio, nelle braccia del Padre.
La sua missione è quindi stata segnata da uno spogliamento progressivo fino a morire per noi.
” Chi vuol essere mio discepolo , dice Gesù, rinunci a tutti i suoi averi, i suoi affetti, prenda la sua croce e mi segua”
Ciò che Gesù portò sul Calvario furono le braccia della croce, a cui doveva essere inchiodato il suo abbraccio, il suo amore eterno, incorruttibile, santo e benedetto.
E se vogliamo entrare nella sua gloria anche a noi chiede di salire sul monte che nella morte rivela la vita portando il nostro piccolo o grande pezzo di legno, la nostra capacità di amare, perchè con Lui possiamo inchiodare il nostro piccolo amore, il nostro abbraccio e guadagnarci un posto in paradiso.
Noi siamo forse l’ultima generazione che è nata da un abbraccio e questo è davvero sconfortante perchè significa che il mondo ha avuto la meglio con le sue lusinghe.
Ma io credo che Gesù è il più forte, ha già vinto il mondo e continua a parlarci perchè collaboriamo alla sua salvezza, combattiamo con Lui, con Lui amiamo, per Lui viviamo, con Lui moriamo, grazie a Lui risuscitiamo.
Oggi il Vangelo ci parla di un cattivo amministratore a cui il padrone vuole togliere l’incarico, perchè ha usato i beni affidatigli per il suo tornaconto.
Questo peccato penso lo facciamo tutti, anche se siamo persone di chiesa, ci confessiamo e comunichiamo, siamo i cosiddetti credenti praticanti.
Quante cose usiamo male, o addirittura le sciupiamo, non diamo loro il giusto valore, quanta disonestà c’è nelle nostre azioni piccole e grandi!
L’egoismo è duro da estirpare ed è difficilissimo separarsi da beni che crediamo solo nostri che non siamo disposti a condividere con nessuno.
La porta del paradiso è stretta ma noi continuiamo ad accumulare beni deperibili.
L’amministratore disonesto manifesta una furbizia che dovrebbe farci scuola.
Conquistarsi l’amicizia delle persone facendo loro del bene è veramente l’unica strada per rendere quel pezzo di legno forte e grande abbastanza perchè possiamo tenere le braccia allargate a comprendere il mondo in Gesù, con Gesù, per Gesù, quando ci sarà chiesto il conto della nostra amministrazione.
La fede e la speranza spariranno, l’unica cosa che rimane è la carità, l’olio delle lampade per andare incontro allo Sposo.

venerdì 26 agosto 2016

Tenetevi pronti

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“Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora”.(Mt 25,13)
Invece di rimanere attaccati al televisore per avere notizie aggiornate sul numero dei morti e dei sopravvissuti, sull’efficienza dei soccorsi, sui danni al patrimonio artistico e culturale, sulle responsabilità di chi ci governa e ci ha governato, apriamo il vangelo. Incredibilmente la liturgia di questi giorni ci mette sull’avviso, prospettandoci la triste fine degli impreparati.
Bisogna tenersi pronti, vegliare e pregare, ma non basta per non morire sotto le macerie di un terremoto.
Bisogna avere l’equipaggiamento adatto perché le nostre lampade rimangano accese all’arrivo dello sposo.
La fede, la speranza, la carità, i doni che ci sono stati dati il giorno del Battesimo, non possiamo permetterci di tenerli nello scaffale o in un ripostiglio senza usarli per vivere al meglio la nostra vita e non essere colti impreparati nel momento decisivo.
L’olio delle lampade non si può pensare di andare a comprarlo all’ultimo minuto, perché è frutto di una relazione intessuta con noi, con Dio e con i fratelli, una relazione che parte da un riconoscersi inadeguati, fragili, incapaci.
Dove comprare quell’olio profumato che ci consacra re, profeti e sacerdoti, che trasforma la nostra vita mortale in vita immortale, che ci fa rinascere dall’alto e ci immette nel tempo di Dio?
La lampada rimane sempre accesa se ad alimentarla è l’amore, non di un attimo, un fuoco di paglia, ma l’amore costruito giorno per giorno con mattoncini di gratitudine e benedizioni, con tanti piccoli e grandi sì detti a Dio e al fratello che ha bisogno di noi.
Non ci possiamo inventare le buone opere da scrivere sul necrologio, perché le bugie hanno le gambe corte.
Per fortuna a Dio non servono sermoni di vescovi o di politici emergenti o di grandi personalità della cultura per convincersi che sei stato bravo, buono, meritevole del paradiso.
Lui sa tutto bene e meglio prima ancora di noi e non aspetta che moriamo per darci la ricompensa,
Lui ci immette nella sua eternità, nell’ottavo giorno, nella Pasqua che non ha mai fine, senza scomodare troupe televisive o amplificatori mediatici.
Ce lo ha detto e continua a ripetercelo:” Siate pronti, vegliate e pregate, perché non sapete né il giorno, né l’ora” .
E noi continuiamo a meravigliarci che succedano all’improvviso catastrofi come quelle degli ultimi tempi, né ci adoperiamo a che non si ripetano, dimenticando che le istruzioni per la salvaguardia del creato il Padreterno ce le ha date, ma noi solo in occasione dei funerali le riesumiamo per dare la colpa agli altri però, quando non la diamo a Lui, l’innocente che continuiamo a mettere in croce.

giovedì 28 gennaio 2016

Doni, Dono



Meditazioni sulla liturgia di
 giovedì della III settimana del TO anno pari


"Con la misura con la quale misurato sarà misurato a voi"(Mc 4, 24)

Questa parola sembra minacciosa , risposta alla preghiera del Padre nostro quando diciamo ( a denti stretti, per la verità): "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".
In effetti sembra impossibile salvarsi senza l'aiuto di qualcuno più forte, potente e capace di noi, con doti soprannaturali, perchè lo sappiamo di quale pasta siamo fatti.
Infatti non credo che su questa terra ci sia persona o ci sia stata, ad eccezione di Maria, che sia esente da questa conseguenza del peccato originale, che ci ha allontanati e divisi, ci ha tolto il giardino, la relazione, che ci dava da vivere nella bellezza e nel rendimento di grazie a chi fa piovere e fa crescere.
Gesù Cristo è venuto a darci una mano, veramente è venuto a mettersi a servizio delle nostre difficoltà, inadeguatezze, incapacità o volontà debole e incostante,dando il suo corpo, tutto intero, perchè si compia ciò che è promesso.
Nell'Antico Testamento vediamo in controluce, attraverso i vari passi , la nostra storia fatta di errori e di smarrimenti, di peccato e di condanna senza appello, storia che diventa storia sacra se ci facciamo illuminare dalla luce di Cristo.
Illuminare non basta però, perchè la salvezza non può ridursi ad una fede a cui non consegua un comportamento adeguato.
Non si può vivere dicendo di avere fede, se non si è disposti ad ascoltare e fare tutto quello che Lui ci dice.
Maria alle nozze di Cana ci indica la strada da seguire per prolungare la festa e far tornare la gioia come protagonista della comunione fraterna, attorno al banchetto di grasse vivande che Dio ha imbandito sull'alto monte per tutte le genti.
I passi della Scrittura che oggi la liturgia ci propone mi hanno fatto pensare che senza Gesù non possiamo fare niente mentre  con Lui tutto è possibile.
Non a caso il Battesimo segna l'ingresso nella terra promessa, una terra da coltivare perchè ne traggano nutrimento e vita i fratelli che accogliamo nella casa , giardino che Dio ci ha ricostruito perchè ci vivessimo bene noi e i nostri parenti, amici, conoscenti e tutti quelli a cui noi per sua grazia lo concederemo.
Il Battesimo ci fa re, profeti e sacerdoti, che sembrano parole grosse e incomprensibili, che non ci riguardano.
Davide il più piccolo dei figli di Jesse sicuramente non immaginava di essere scelto per essere re, ma la sua storia ci mostra come quell'incarico attribuitogli fu, per grazia di Dio e per volontà del suo eletto, fecondo.
Nella pagina che oggi leggiamo vediamo Davide che con umiltà risponde a Dio e con l'autorità conferitagli da Dio si mette a servizio del suo progetto di salvezza per tutto il popolo.
Nel corpo mistico ognuno di noi può svolgere la sua funzione con lo spirito di un re , che non considera un tesoro geloso essere figlio di Dio, ma ne fa partecipe tutto il corpo, perchè viva e funzioni bene.
Oltre che re, il Battesimo ci consacra profeti, voce di colui che grida nel deserto: "Preparate la via del Signore!".

Che grande responsabilità abbiamo Signore, quando apriamo la bocca!
Non ci rendiamo conto di quanto danno facciamo se prima non ci consultiamo con te o meglio se non siamo connessi con te che ci suggerisci le parole da dire!
Tu sei Parola che porta la luce e non ti possiamo tenere nascosto.
Tu ci aiuterai Signore a diventare tuoi sacerdoti, ad offrire ogni giorno, in ogni situazione, nella nostra quotidianità il nostro corpo come serbatoio d'amore che da te riceve l'acqua e il fuoco e il soffio dello Spirito per dispensarne a chiunque se ne senta attratto.

Grazie Signore di tutti i tuoi doni, che (la croce con i due bracci ce lo ricorda) sono non solo per noi ma per abbracciare tutti i fratelli ovunque dispersi, e attirarli tutti a te che sei la luce, il faro che ci porta nel porto sicuro.

lunedì 25 gennaio 2016

Preghiera




"Io sono Gesù Nazareno che tu perseguiti"(At 9,5)

Oggi si celebra l'incontro tra Paolo e Gesù risorto, Gesù vivo che cammina sulle strade del mondo e si nasconde in ogni fratello .
Con Maria mi voglio rallegrare per la gioia che contraddistinse il mio primo incontro con Lui, la gioia dei fratelli riuniti in preghiera per l'ufficio delle lodi, la gioia che trasudava dai salmi che investiva tutta la natura in festa per la salvezza che era alle porte.
Con Maria ho sgranato il rosario, pensando al mistero dell'incontro con Dio, il Vivente, che mi aveva scalzato dalla cavalcatura per essere aggiogata al suo carro.
Ho ripensato all'entusiasmo dei primi tempi che mi ha portato a ritenermi depositaria della verità tutta intera, che mi ha fatto discriminare i fratelli cristiani che non si comportavano come io credevo fosse giusto.
Nei misteri della gioia ho chiesto a Maria la dovuta e necessaria umiltà per avvicinarmi a qualsiasi persona senza giudizi, nè pregiudizi.
Rispettandoli, amandoli, testimoniando anche in silenzio che Dio era ed è in ogni incontro sollecitato dall'amore, dalla risposta al bisogno di aiuto, le ho chiesto di andare oltre le apparenze, per vedere di cosa l'uomo ha veramente bisogno.
Mi sarei messa in viaggio con lei, facendo un trasloco dall'io al tu, passando per strade accidentate, lunghe, in salita, purchè arrivassi lì dove lei non aveva avuto paura di andare.
Un trasloco a piedi o a bordo di un asino, su cui ho fatto salire Gesù.
Perchè io mi sono sempre sentita quell'asino di cui Gesù aveva bisogno, quando entrò a Gerusalemme la domenica delle palme.
E poi nel terzo mistero mi sono trovata con Maria ad accudire i piccoli che il Signore ha messo sulla mia strada, i poveri, gli storpi, i ciechi, i malati, i soli.
Ho chiesto a lei di aiutarmi a sfamare, prendere in braccio, curare, vigilare su tutti i fratelli con cui vivo fianco a fianco in famiglia, in parrocchia, al lavoro e sulle piattaforme virtuali,specie quelli che danno cattivo odore e non sono amabili.
Poi nel quarto mistero con lei ho presentato al tempio questi fratelli, figli di un unico Padre, ho deposto in pegno il mio corpo, i miei dolori, la mia malattia, la mia vita non separata da Lui, illuminata dallo Spirito di Dio, perchè li benedicesse e li moltiplicasse nell'amore ad un unico e sommo bene.
E poi nell'ultimo mistero ho meditato sulle mie distrazioni, su quante volte mi dimentico di Gesù per continuare il mio viaggio.
Gesù che magari si è fermato per fare una cosa importante, che sta combattendo una grande battaglia che io ignoro e a cui non do peso.
E' stato questa notte il momento più doloroso, anche se il mistero era della gioia, in quanto, nel quinto, si medita il ritrovamento di Gesù nel tempio.
Ma io con Maria ho meditato sulle volte che perdo di vista i miei fratelli, o mi sento da loro abbandonata. E non li cerco e mi dimentico di loro.
E' stato bello accostarmi a Gesù in compagnia della madre, in occasione della festa della conversione di San Paolo.
Gesù è vivo, Gesù è risorto, Gesù vuole che ci prendiamo cura di Lui.

" Forse mi passa se abbraccio qualcuno!" disse Giovanni, il mio nipotino, in piena crisi d'asma.
Da lì sono partita per andare a trovare i fratelli uniti nell'unica fede in Cristo Gesù, figlio di Dio..

sabato 23 gennaio 2016

Unità dei Cristiani


Meditazioni sulla liturgia di
sabato della seconda settimana del TO anno pari

letture :2 Sam1,1-4.11-12.19.23-27;  Salmo 79/80 "Rasserena il tuo volto Signore, e saremo salvi"; Mc 3,20-21

"Perchè  sono caduti gli eroi in mezzo alla battaglia?" (2 Sam 1,25)

La prima lettura ci presenta la disfatta del popolo d'Israele e la morte del re Saul e di suo figlio Gionata raccontata a Davide che con animo commosso intona il lamento funebre, esaltando le virtù del re e di suo figlio.
Tutti sappiamo che i sentimenti di Saul nei confronti del suo successore, unto dal Signore, non erano benevoli, ma ciò non impedisce a Davide di esaltarne le virtù.
E questo lo rende grande.
Non siamo capaci di gioire per la vittoria di un nostro nemico, nè di piangere per la sua scomparsa, specialmente se questa ci apre la strada alla nostra realizzazione piena.
Davide era stato unto per succedere a Saul e quindi essere re d'Israele.
La sua bravura, la sua bellezza, il favore da Dio accordatogli, gli avevano suscitato l'invidia del re.
Davide ne era stato avvertito e, nonostante si fosse trovato nelle condizioni di toglierlo di mezzo,non ne approfittò per ucciderlo.
La grandezza di un uomo si vede quando è capace di anteporre Dio e le sue leggi a se stesso.
Siamo noi capaci di tanto? Le persone le si possono uccidere in tanti modi, non serve la spada o un fucile o qualcos'altro.
Possiamo condannarlo a morte con il nostro silenzio, con il non farlo esistere nei nostri pensieri, parole, opere, omissioni.
Forse le omissioni di soccorso, omissioni di bene sono i più gravi peccati, anche se il non fare ci fa sentire assolti da qualsiasi accusa.
L'invidia è stata il tarlo che ha roso la vita di Saul alla radice e l'orgoglio, come racconta un altro passo della scrittura, lo porterà ad uccidersi.

"Gareggiate nello stimarvi a vicenda" è scritto, ma non ne siamo capaci.
Passiamo il tempo a lamentarci di tutti, vicini e lontani.
Il lamento ci contraddistingue più che la benedizione.
In occasione dei funerali riscopriamo  a fatica la parte migliore del defunto, ma è un obbligo, un dovere, una farsa a volte.
Stimare le persone per quello che sono,  cercando di far emergere la parte migliore che a volte è nascosta, lasciandoci illuminare dallo Spirito di Dio è la stada che ci porta a diventare una cosa sola con Lui.
In questa settimana in cui abbiamo pregato per l'Unità dei Cristiani, vogliamo riflettere su quanto ci sentiamo uguali, figli di un unico Padre, uniti nel comune rendimento di grazie a chi ci ha creato.

I SUOI siamo noi, popolo che lui si è scelto, i battezzati che credono alla vita nuova donata da Dio attraverso Cristo Gesù.
E' incredibile come le più grandi divisioni le troviamo nella Chiesa che Cristo ha fondato, effondendo il suo Spirito su Maria, la madre che consegna al discepolo che più si sentiva amato da Lui, perchè l'accolga nella sua casa.
La nuova chiesa fondata da Cristo ha come punto di riferimento, principio e fine, Lui che ha dato tutto perchè siamo una sola cosa con Lui come Lui è una cosa sola con il Padre attraverso lo Spirito.
Non basta sentirsi suoi, appartenergli solo per un legame che non unisce le braccia al cuore.
Il popolo di Dio è quello che può rivolgersi al Padre come ha fatto Gesù, chiamandolo ABBA', padre di tenerezza, di misericordia, di perdono, lento all'ira e dispensatore di prodigi.
Non possiamo , osservando i nostri fratelli, censurare tutto quello che dicono, prendendoli per pazzi, dall'alto dei nostri studi e delle nostre sicurezze acquisite.
Non possiamo giudicare gli altri in base a quello che non hanno in comune con noi e separarcene e vivere per conto nostro la fede che ci è stata donata con il Battesimo, uguale per tutti.
Invece di guardare a ciò che ci divide, sforziamoci di mettere a fuoco ciò che ci unisce, quell'unico Pane offerto per la salvezza di tutta la famiglia di Dio.
"Tu me li hai dati. Non prego per me, ma per loro, perchè siano una cosa sola  con noi, come noi siamo una sola cosa" "Amatevi gli uni gli altri" dice il Signore. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli"

Gesù quanta fatica facciamo ad amare le persone che non capiamo, che si comportano in modo diverso da noi! Quanta fatica a benedire quelli che maledicono, a gareggiare nello stimarci a vicenda, anche se fanno e dicono cose da pazzi!
Signore le tue richieste ci sembrano tanto folli, esagerate che siamo tentati di pensare che sei fuori di testa.
Ma poi , ed è questa la grande consolazione, la nostra sicurezza, ripensiamo a quanto hai detto : "Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi"
Ci sarà stato un motivo per farlo!
Aiutami a scoprire la bellezza, la forza, la vita del tuo progetto d'amore.

Aiutami a sentirmi sempre più figlia amata e voluta insieme ai miei fratelli nella fede in te che sei l'unico vero Bene.