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domenica 22 novembre 2020

"Davanti a lui saranno radunati tutti i popoli" (Mt 25,32)





 "Davanti a lui saranno radunati tutti i popoli" (Mt 25,32)

Non so se questa promessa mi alletta come quando la lessi nel giorno della commemorazione dei defunti. Mi commosse l'omelia di don Ermete su quel "li radunerà" che sapeva di casa, di buono, di famiglia, di un ritrovarsi intorno alla fiamma di un focolare.

Oggi le parole di Gesù mi inquietano perchè si parla di una separazione tra buoni e cattivi, di una condanna per quelli che non l'hanno riconosciuto nell'affamato, nell'asseteato, nell'ignudo...

Ci va giù duro Gesù sulla sorte di quelli che hanno pensato solo a se stessi e se ne sono altamente infischiati degli altri.

Le letture di questo ultimo scorcio dell'anno liturgico del resto ci avevano preparato ad un finale di questo tipo.

Quando prego mi concentro sull'amore di Dio e mi sembra che qualsiasi peccato lui è disposto a perdonarmi. Ogni notte mi stringo a Loro, Padre, Figlio e Spirito Santo, lamia famiglia originaria e mi sento in una botte di ferro perchè chi più di loro hanno a cuore la mia salvezza, la mia salute, il mio bene?

E mi dimentico degli affamati, degli assetati, degli ignudi...

Amare Dio è facile, poerchè non lo vedi e sai che ti vuole bene a prescindere, che è morto per te. 

Amare il prossimo, mettere la mano al portafoglio che in questi ultimi tempi è reduce da un energica cura dimagrante non è poi così scontato, nonostante le buone intenzioni.

Gesù non ci illude, fa sul serio quando parla di amare il prossimo come noi stessi.

Per amare  bisogna farsi prossimi agli altri ma adesso sono di moda le case con ingresso autonomo, le villette massimo bifamigliari o le ville per chi se lo può permettere. Così ci possiamo fare rumore e nessuno ci scoccia o ci disturba con comportamenti a noi non graditi.

Viviamo appartati, negli appartamenti che non è un caso si chiamino così perchè una volta chiusa la porta di casa ci sentiamo finalmente padroni del nostro destino.

E i poveri li guardiamo in televisione, tanto basta per essere informati.

Giovanni il mio nipotino un giorno, era molto piccolo, mi chiese chi erano i poveri e dove poteva trovarli.

Mi spiazzò non poco perchè ero all'inizio di questo cammino e francamente non ne conoscevo o almeno non pensavo di averli mai incontrati.

Poi nella nostra vita è entrata Dubrinka, la bulgara del piano di sotto attraverso i suoi nipotini e poi Sergio il cugino barbone e poi una schiera sempre più numerosa di persone in cui ho cercato il volto di Cristo.

Almeno di loro voglio ricordare quello che scrissi....

SFOGLIANDO IL DIARIO...

"In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. (Mt 25,40)

I poveri

Per questa Pasqua avevamo deciso, io e mio marito, di invitare un povero, uno che aveva bisogno di calore, di famiglia, di amore.

Poi mi sono ammalata.

Quando sono uscita dall' ospedale stavo peggio, per la diagnosi e per i problemi da affrontare, vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che mi togliesse almeno il dolore, con l'impossibilità di provvedere a me stessa e agli altri.

I poveri sono entrati a far parte della nostra famiglia il giorno in cui, non essendoci nessun parente disponibile ad assistermi, ho chiamato Dubrinka, per farmi aiutare anche solo a prendere l'acqua sul comodino.

Lei, la bulgara del piano di sotto, si è fatta attendere giusto il tempo di accompagnare a scuola Christian e Denise, i nipoti di cui si prende cura a tempo pieno, mentre la figlia è al lavoro.

Dopo aver timidamente girato la chiave appositamente lasciata nella toppa, si è presentata con gli occhi lucidi al mio capezzale, disposta a qualsiasi cosa, pur di non vedermi ridotta a quel modo.

Da quel giorno ogni mattina è salita per sapere di cosa avevo bisogno e per portarmi qualcosa di cucinato.

L'appuntamento del mattino pian piano è diventata una dolce abitudine, un'occasione per conoscere meglio quella nonna "speciale" che aveva suscitato la mia ammirazione, il giorno in cui sentii consolare Giovanni, il mio nipotino di tre anni, che era caduto, con queste parole:"non piangere, perchè la nonna dice che, quando si cade, si diventa grandi".

A parlare era stata Denise, una bimba poco più grande di lui, che con il fratellino stava giocando nel cortile condominiale, mentre la nonna e la mamma traslocavano al piano di sotto dei mobili da un camioncino.

Pensai alla fortuna di quei bambini che avevano una nonna che parlava così saggiamente.

Poi seppi che di fortuna ne avevano avuta ben poca quei bimbi, che avevano perso da poco il papà e che dovevano fare a meno anche della mamma, costretta a lavorare lontano da casa.

Ci siamo presentate allora e, sempre, in seguito, salutate con un sorriso, ogni volta che frettolosamente guadagnavo il sedile dell'auto, e lei si offriva di portarmi la borsa o qualunque cosa poteva ai suoi occhi, sembrarle pesante per me.

Come poi venni a sapere, Dubrinka aveva lasciato in fretta la sua casa in Bulgaria, ed era venuta in soccorso della figlia e dei suoi due cuccioli, sbattuti in un guscio di noce nel mare in tempesta di un paese che non era il loro.

Il marito, che l'avrebbe dovuta seguire in un secondo tempo, lo hanno trovato morto dopo tre giorni. Chissà se si sarebbe salvato, con qualcuno vicino, quando il cuore ha lanciato il segnale d'allarme!

A Natale, perchè Giovanni avesse amici con cui giocare, li abbiamo invitati in campagna.

Ma, solo dopo due mesi, mi sono accorta che, mentre dormivo, Dubrinka mi aveva pulito tutta la casa, infissi e vetri compresi.

..............

Volevamo invitare un povero, dicevo, per questa Pasqua e avevo pensato a loro, per sdebitarmi di tutte le volte che Dubrinka si era fatta sguardo, mani, piedi, forza dell'amore di Dio,specie in questi ultimi tempi, in cui la malattia mi ha tenuto inchiodata ad un letto.

Ma il Signore ha avuto compassione di noi, della nostra impossibilità a provvedere ai bisogni degli altri, del nostro essere rimasti soli, per via di una festa che sempre più si consuma al ristorante.

Domenica i poveri siamo stati noi, che ci siamo fatti lavare i piedi da questa piccola famiglia scampata al naufragio, noi, gente perbene che assolve il precetto, se si confessa una volta all'anno e si comunica almeno a Pasqua.

La comunione ce l'hanno fatta fare loro, i diversi, gli extracomunitari, che ci hanno invitato a far festa a casa loro, per celebrare la Pasqua ortodossa, che, guarda caso, quest'anno coincide con quella nostra. Loro non si confessano, ma ci hanno fatto riflettere su quanti peccati ci siamo dimenticati di confessare.

8 aprile 2007

mercoledì 25 dicembre 2019

"Non c'era posto per loro". (Lc 2,7)





SFOGLIANDO IL DIARIO...

25 dicembre 2009
Natale del Signore
ore 6:59.

"Non c'era posto per loro". (Lc 2,7)

Chissà se scartando i regali, tra le scatole, i fiocchi, le buste, i sacchetti dorati, luccicanti e splendenti ci siamo persi Gesù, non l'abbiamo trovato e non ci siamo accorti che c'era!
Chissà dov'è andato a finire ieri sera, nella frenesia di aprire quei pacchi che facevano bella mostra di sé ai piedi dell'albero e del presepe!
Alla tastiera di Emanuele mancavano le pile e noi non ce ne siamo accorti quando l'abbiamo comprata, dando per scontato che andava a corrente.
Emanuele c'è rimasto male, perché aveva un giocattolo muto, inservibile, senza le pile.
Giovanni si è messo a piangere perché il fratello aveva ricevuto quello che desiderava e lui no, anche se c'era la chance di questa notte che prevede il passaggio di babbo Natale nella casa dei piccoli.
Sì perché babbo Natale il giro lo fa prima dai nonni e dagli zii e per ultimo va dai bambini, altrimenti si stanca troppo.
Giovanni questa mattina troverà il Nintendo agognato ed Emanuele il cane che parla e si muove, Samby, ma dovrà fare attenzione perché le pile a disposizione sono solo tre: o fa funzionare la tastiera o fa muovere il cane.
Non si può pensare a tutto e nella vita babbo Natale riserba sempre qualche sorpresa, perché è vecchio e smemorato o perché ha ricevuto istruzioni precise in merito dal committente, Gesù bambino, di lasciare un piccolo spazio anche per lui attraverso una preghiera, perché le pile o il gioco preferito non sono scontati per niente.
Ricordo un anno che ai bambini arrivarono tutti i giochi che andavano a pile, ma nessuno di noi si fece carico di comperarle.
Mi viene da pensare al carburante che non si esaurirà, a quel "venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi io vi ristorerò, venite senza denaro."
Il carburante ce l'ha portato Gesù, ma bisogna attraversare il deserto per riconoscerlo.
"Non di solo pane vive l'uomo ha di ogni parola che esce dalla bocca di Dio."
A me Gesù ha portato il messale festivo e feriale, un dono che mi ha fatto molto felice e poi la macchinetta del caffè a corrente che puoi programmare e mettere sul comodino.
Attrezzatura per quando (sempre) mi sveglio di notte e mi metto a meditare la parola di Dio.
"Non c'era posto per loro."
Mi ha colpito questa frase, perché mi interrogo sullo spazio che riesco a fare al Signore.
È sempre uno scampolo, un pezzetto del mio tempo, della mia vita che gli offro, che lascio che lui rigeneri, disinquini, ravvivi, punisca, un piccolo spazio che vorrei non si restringesse mai, anzi vorrei che si dilatasse all'infinito se, bontà sua, il mio cuore diventa capace di infinito.
Quest'anno ho continuato a frequentare Maria, la figlia, la madre, la sposa.
Ho imparato tante cose da lei e tante ancora mi aspetto di imparare.
Mi ha portato sempre nel posto giusto, per farmi incontrare Gesù.
È stata e continua ad essere maestra di silenzio.
A me che parlo troppo ha insegnato che solo la parola di Dio salva.
Perciò ho regalato i calendari liturgici, perché l'oroscopo gli amici e non solo lo traggano dalle parole che ogni giorno vi trovano scritte.
Parola di Dio, parola di vita, parola di verità, parola di gioia, di pace, di perdono, di eterna comunione con Dio.

L'anima mia magnifica il Signore e il mio cuore esulta in Dio, mio Salvatore, perché ha guardato alla mia miseria, al mio peccato, alla mia inadeguatezza, alla mia sete e alla mia fame e l'ha colmata di infinito.
Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente e Santo è il suo nome.
Ha abbattuto i muri dell'orgoglio, del giudizio, dell'egoismo, gettato a terra gli idoli in cui mi ero rifugiata, mi ha spogliato di tutto ciò che ritenevo importante, a cui ero saldamente attaccata, mi ha aperto le mani perché lasciassi cadere gli appigli su cui contavo, perché potesse riempirle della sua grazia.
Mi ha teso la mano e mi ha sollevato alla sua altezza.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata e Santo è il suo nome.

Grazie Maria di questa scuola di umanità, di meditazione, di silenzio nell'accettazione gioiosa della volontà di Dio.
Si faccia di me quello che vuoi, Signore.
Non permettere che mi allontani da te.
Ieri ho acquistato la Micra nuova, pensando che vuoi bene anche a me che non lo merito.
Chissà perché mi è venuta quest'idea!
Sono partita con il proposito, questo Natale, di aiutare i poveri, di invitare un povero, di usare i soldi dell'invalidità per Miriam e Joseph, la coppia di nigeriani senza permesso di soggiorno e senza lavoro, per  la famiglia di mio figlio o per chi ha bisogno.
Ricordo quello che pensai quando mi dettero l'accompagnamento.
Mi sembravano soldi rubati che io non meritavo, a cui non avevo diritto.
Pensavo che, se era andata com'è andata, forse tu volevi che ne facessi dono ad un bisognoso.
Poi ieri ho deciso di usarli per me, capovolgendo tutti i ragionamenti (pacco dono alla famiglia dei bulgari che ci abitano sotto, alla casa in campagna, al suo completamento o alla ristrutturazione della casa dove viviamo.)
Ho pensato alla coincidenza che quei soldi, arrivati nel momento in cui ho fatto un danno rilevante alla macchina vecchia, non era casuale.
Chi avrebbe immaginato che li avrei spesi per ricomperare una macchina nuova, quando fino a poco tempo fa la patente pareva che me la togliessero definitivamente?
Signore quanto sei grande!

Partire, mettersi in cammino, trovare Gesù in una mangiatoia.
L'incarto dorato non c'è, non c'è fiocco, coccarda o altro che renda più appetibile il dono.
Il dono è scoperto e nudo, posato su un piatto, il piatto dei maiali, degli asini e dei buoi, il piatto dove mangiano le bestie.
Noi siamo gli asini, e il bue, siamo la pecora, il pastore, il deserto.
Quante cose possiamo essere nel presepe approntato da Dio!
Oggi mi sento tanto la capanna, la paglia, la mangiatoia, un luogo maleodorante, povero, umile che accoglie Gesù.
Una stalla piena di spifferi, una stalla scomoda e fredda.
Sono io quella che accoglie Gesù?
Non so fino a che punto sia capace di farlo, certo è che sento una grande luce illuminarmi, un calore che mi scalda il cuore e mi fa sentire felice.
Gesù quanto ti amo, Signore quanta strada per arrivare alle porte del paradiso!

domenica 29 luglio 2018

" Ne mangeranno e ne faranno avanzare" (2Re 4,43)

L'immagine può contenere: una o più persone

" Ne mangeranno e ne faranno avanzare" (2Re 4,43)

Molto spesso Signore ci alziamo da tavola sazi, colmi, nauseati di cibo che questa civiltà consumistica ci propone in tutte le salse, in tutte le sue mistificazioni.
Un tempo, quando eravamo poveri davvero, non era così.
Ci mancava sempre qualcosa e il nostro pensiero, alzati da tavola, era che arrivasse presto la sera per sederci e riempire lo stomaco.
Molti oggi fanno l'esperienza del digiuno, perchè la fame nel mondo e nelle case esiste, eccome! ma noi stiamo alla larga dai poveri, e ci teniamo stretto quel poco o quel tanto che abbiamo con la scusa che a malapena basta per noi, per i nostri figli, per la nostra vecchiaia.
Facciamo fatica a pensare, noi che abbiamo una modesta ma sicura pensione, che sarebbe giusto e opportuno privarci di qualche cosa per persone che neanche conosciamo, fatta eccezione delle grandi catastrofi che con un SMS ti metti a posto la coscienza.
Un giorno Giovanni mi chiese chi erano i poveri e dove poteva trovarli.
Mi ha lasciato spiazzata, perchè in effetti nella nostra cerchia di parenti ed amici non c'è nessuno che muore di fame, nonostante la crisi.
Se si eccettuano i questuanti davanti alle chiese, ai supermercati e ai semafori, per me che mi sposto solo su ruote o rotelle, non saprei come incontrare e far del bene ad un povero.
Ricordo con nostalgia il tempo in cui non avevamo problemi a tenere aperta la porta di casa e la naturalezza con cui mamma condivideva con il povero di turno il nostro pasto frugale, coinvolgendoci tutti in quella azione del tutto naturale che noi vivevamo come una festa.
A Giovanni, non potendo farglieli vedere dal vivo, ho cercato su Internet le foto di bambini denutriti, con la pelle attaccata alle ossa, la pancia gonfia, la faccia piena di insetti anche loro in cerca di cibo.
Ma le foto anche se ti commuovono, non ti fanno cambiare posizione, perchè quella gente è lontana e chi la conosce e come raggiungerla?
Se ti avanza un po' di minestra o un pezzo di pane non puoi certo organizzare un volo per portarli a destinazione per chi ne ha bisogno.
Così la televisione i giornali ci fanno sentire la povertà come problema a cui non possiamo noi porre rimedio, problemi dei grandi, degli stati, dei governanti, dei magnati di turno.
Certo è che il miracolo della moltiplicazione dei pani non è un invenzione dei 4 evangelisti e San Giovanni addirittura, a differenza degli altri, ne ricorda due.
San Giovanni è quello che descrive poco i miracoli e, se questo ce lo ripete due volte avrà avuto i suoi buoni motivi.
Non dimentichiamo che è vissuto alla scuola di Maria, una volta che il Maestro Gesù è tornato in cielo e Maria, come tutte le mamme e le nonne ripetono spesso i fatti salienti della vita di chi ha lasciato un segno nel loro cuore.
Dunque oggi San Giovanni ci dà la sua versione dei fatti.
Gesù sale sulla montagna, vuole rimanere solo con i suoi discepoli, è stanco, umanamente comprensibile dopo tanto camminare, parlare, agire.
Ma la sosta è breve, perchè la folla ha fame e sete di Lui e lo raggiunge.
Gesù si chiede (è vero uomo non dimentichiamolo), dove poter andare a comprare il pane per una folla così numerosa.
Chiede dove, non si pone il problema con quali soldi.
Gesù cerca il luogo dove è nascosto il tesoro.
Già perchè ognuno di noi ha un tesoro nascosto di cui magari non è neanche consapevole, oppure lo sa e se lo vuole tenere tutto per sè.
Ai discepoli il compito di far venire alla luce ciò che è nascosto e che passa inosservato.
Quante cose abbiamo a cui non diamo importanza, perchè sono scontate, perchè sono nostre, perchè non c'è nessuno che ce le faccia vedere.
Gesù ha bisogno di luoghi dove trovare il pane, il cibo da dare alle folle affamate, ha bisogno di discepoli che comincino a svuotare le proprie tasche ad aprire le loro borse, a dare il buon esempio perchè altri siano portati a fare comunione, a mettere in comune quello che hanno.
Gesù benedice quel poco che durante la celebrazione eucaristica riusciamo ad offrirgli, se ci riusciamo, tra caldo, sbadigli e fretta di tornarsene a casa o al mare o in montagna per chi è in vacanza.
Noi da tempo non andiamo in vacanza per cui dalla televisione apprendiamo che si sono accorciate un po' per tutti, ma questo non significa che non riusciamo a gustare più e meglio quel pane e quel pesce che ogni giorno il Signore moltiplica per noi e siamo contenti.
In fondo la vacanza è un vivere la mancanza di qualcosa per apprezzare più e meglio ciò che qui e ora Dio ci sta donando.
Il luogo dove trovo il pane è su questo terrazzo a cui il vento ha divelto il tendone, assolato il pomeriggio, straordinariamente fresco e accogliente nelle prime ore del mattino, un terrazzo che sembrava non servisse più a nessuno perchè i bambini si sono fatti grandi e usano il loro che è più bello, più grande e costruito da poco per allargare la loro casa.
Chi l'avrebbe detto che questo era il luogo che Gesù cercava per donarmi la Sua Parola?
Penso a quello che oggi gli avrei offerto.
Mi è venuto in mente tutto ciò che non amo e che non benedico: persone, malattie, ostacoli, sacrifici, rifiuti, povertà, ricalcoli.
Nella lettera agli Efesini (Ef 4,1-6) San Paolo oggi ci dice:
"Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti."
Il miracolo della moltiplicazione dei pani allora può essere possibile e rinnovabile ogni volta che al Signore diamo da benedire ciò che noi non siamo capaci di fare, di apprezzare, di riconoscere come dono.
Gesù cambia la maledizione in una benedizione e i primi a beneficiarne siamo noi che possiamo gratuitamente e spontaneamente condividere con gli altri ciò che abbiamo.

lunedì 16 luglio 2018

Un bicchiere di acqua fresca




SFOGLIANDO IL DIARIO...
12 luglio 2010
lunedì della XIV settimana del Tempo ordinario
ore 9:00

"Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli ... non perderà la sua ricompensa"(Mt 10,42).

Al mare.
"Un bicchiere di acqua fresca".
L'omelia di Don Carlino a Radio Mater si è soffermata su quel bicchiere d'acqua fresca che ognuno di noi deve dare all'orfano, alla vedova, a chi non ha nessuno che si prenda cura di di noi, che lo assista, che lo curi, che paghi per lui.
Un bicchiere di acqua fresca.
Tutti siamo più o meno capaci di dare un po' di acqua a chi ha sete e ce lo chiede.
L'acqua costa poco, la cosa che almeno nei nostri paesi industrializzati scorre nei tubi e arriva ai rubinetti delle case, depurata, limpida, potabile.
Dei servizi che ci fornisce lo Stato, il Comune, la Regione, il Quartiere è quello più a buon mercato.
Per questo, quando pensiamo all'acqua da dare non ci sembra che il Padreterno ci chieda un grande sforzo.
Ma non è così per tutti gli uomini.
Ci sono quelli che l'acqua se la devono conquistare scavando con le mani nella sabbia, rompendo la roccia, aspettando che dal cielo arrivino aiuti umanitari o succhiandola attraverso cannucce dai pantani di piogge rade che di tanto in tanto scendono come manna dal cielo.
Ricordo il Sahel e il e il Kalahari, luoghi studiati sui libri, quando non c'era la televisione a mostrarceli nei documentari.
Un'acqua che anch'io mi sono dovuta sudare, quando appena finita la guerra, le condutture erano rotte e arrivava solo la notte qualche ora, seppure... a fare la veglia, stare di sentinella, aspettando il gorgoglio festoso che ci riempiva di gioia.
Noi eravamo piccoli e non eravamo addetti ai lavori pesanti, però ricordo il razionamento dell'acqua di giorno, specie quando faceva caldo e volentieri ci avremmo sguazzato nell'acqua, come oggi fanno Giovanni ed Emanuele nella piscina in campagna.
Un bicchiere d'acqua fresca.
Se uno ti dà un po' d'acqua fresca capisci che si è preoccupato di te, che ti ha dato di più di quello che tu gli hai chiesto e di più di quello che speravi e lì riconosci il Signore che si sta chinando su di te, che ti sta curando le ferite e ci sta versando l'olio della sua tenerezza.
“Sono sazio degli olocausti di montoni
e del grasso di pingui vitelli.
Il sangue di tori e di agnelli e di capri
io non lo gradisco...” lo detesto, come detesto ciò che mi dai senza metterci il cuore, senza che quell'offerta risponda, corrisponda ad un sacrificio reale e non virtuale, un sacrificio che impegni e coinvolga tutta la tua persona....
"La sera in cui fu tradito prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiate… Prendete e bevete…"
Gesù ci dà il suo sangue che non è limpido, nè fresco, quello di una persona sgozzata come un agnello condotto al macello.
Eppure quel sangue ci toglie la sete e ci rigenera e ci dà vita.
Un bicchiere di acqua fresca.
È quello che detti a Nuccio mio fratello negli ultimi tempi della sua malattia, negli ultimi tempi della sua vita, è quello che detti a papà quando lo andavo a trovare e parlavamo di Dio e della Madonna e della pianta che, man mano che cresce, va travasata in un vaso più grande per poi tornare nel grande Giardino, lì dove può espandersi e crescere e fare ombra e dare frutti dolci e maturi.
Acqua fresca.
Nuccio me ne dette quando cominciò ad accorgersi che io cucivo e che mi avrebbe fatto piacere avere dei fili ( che gli avanzavano dal campionario di rappresentante di filati), ma l'acqua più fresca me la diede comprandomi ( nella sua ultima uscita, prima di morire) una sedia reclinabile perchè stessi più comoda quando andavo a trovarlo.
A volte, anzi sempre non ci accorgiamo che quello che abbiamo dagli altri è fresco ed è anche buono, perché siamo voraci, perché siamo sempre proiettati sul dopo e non siamo abituati a ringraziare.

venerdì 24 novembre 2017

" Devi profetizzare ancora su molti popoli" ( Ap 10,11)





SFOGLIANDO IL DIARIO...
18 novembre 2016
venerdì XXXIII TO

" Devi profetizzare ancora su molti popoli" ( Ap 10,11)

Quante volte sono giunta allo stremo e ho pregato, ho chiesto che il mio compito su questa terra avesse termine e che era giunta l'ora di ricongiungermi ai miei cari e godere finalmente della pace riservata ai tuoi servi che hanno profuso la vita per annunnciare il tuo regno, rendendoti presente e vivo in mezzo alla desolazione di tante vite provate duramente nel corpo e nell'anima.
In questi ultimi tempi i picchi di dolore sono diventati insostenibili e farmaci sempre più potenti non riescono a mettere a tacere il martirio del corpo.
Signore se tu squarciassi i cieli e scendessi, se tu aprissi per me la pagina del libro della vita in cui io potrei trovare pace e ristoro! 
Guardo sul comodino la piccola statua di Maria, che fu di Sergio, il cugino barbone che ce la lasciò in eredità insieme alle sue cose ammassate nella terra degli avi seppellita nella sporcizia, Maria che per tante notti con le sue mani giunte ha garantito la preghiera che spesso veniva meno sulle mie labbra.
La sua immagine mi rassicurava che lei almeno non si stancava di pregare e di intercedere per me.
Il rosario è stato tante volte il ponte che mi traghettava nel mio mistero bagnato dal tuo sangue, rigenerato e venuto alla luce per il tuo sacrificio.
Sono stati momenti di paradiso, specie quando, attraverso le mani di Maria, ho potuto toccare il tuo cuore trafitto, immergermi nel tuo sangue benedetto e benedire tutto ciò che rendeva possibile l'impossibile.
Poi sono arrivate le medicine potenti che mi hanno ridato il sonno ma diminuito le occasioni d'incontro con te.
Me ne sono rammaricata e ho cercato di giorno spazi e occasioni per ritrovare l'intimità perduta.
Ma ho sperimentato solo il silenzio e la paura quando le voci del mondo hanno coperto la tua e la piccola statua della Madonna è stata dimenticata, mischiata tra i libri.
Mi sono chiesta perchè solo il dolore, il silenzio, il buio della notte fossero strumento per vivere il tuo amore, le tue consolazioni,ma anche e soprattutto l'offerta del corpo sul tuo altare.
Così sono ricominciate le veglie come risposta al mio lamento, veglie non cercate, veglie associate a nuovi e più potenti dolori. 
Mi hai lasciato senza parole e senza consolazioni, Signore, sola a scalare il monte su cui pensavo di essere già arrivata.
Notti tormentate e buie, notti non di ribellione, ma di stupore e di silenzio straziante, notti in cui ho solo aspettato che parlassi.
Non avevo la forza di aprire bocca di fronte a tanta ferocia nè tantomeno di scrivere.
Le parole per testimoniarti agli amici le ho cercate in quelle che mi avevi suggerito negli anni, meravigliandomi di quanto profondi fossero i pensieri che il dolore aveva partorito.
Ora sono qui dopo l'ennesimo attacco a leccarmi le ferite, con la testa in fiamme, stanca e desiderosa di trovare il senso a tanta sofferenza.
Maria nell' ombra continua a pregare, mentre io cerco in questa meditazione strade per incontrarti che non siano così dolorose ma non ne trovo.
Sul calendario liturgico c'è scritto: " Devi profetizzare ancora su molti popoli" e un brivido ha percorso la mia schiena . 
Non mi ero resa conto che la Parola era rivolta a me all'inizio di questa meditazione.
Il libro è dolce e amaro c'è scritto e io sto sperimentando quanto siano vere queste parole.
Maria esca dall'ombra e mi copra con il suo manto perchè non perda la speranza in questa battaglia senza quartiere, in questa agonia senza fine, in questa morte che sto scontando vivendo per te, Signore Dio mio.

domenica 15 febbraio 2015

“lo toccò”



bergoglio malato aids lo toccò


VANGELO (Mc 1,40-45)
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Sfogliando il diario...
Quando Gianni non si presentò alla radio quel lunedì, tirai un sospiro di sollievo, perché era arrivato il momento che si scoprissero le carte e si vedesse chiaramente chi faceva e chi non faceva.
Ci eravamo impegnati con don Remo, il direttore di Radio Speranza, a portare avanti una trasmissione (“Famiglia oggi: riflessioni di coppia”), in cui comunicavamo agli ascoltatori l’esperienza, faticosa e nello stesso tempo esaltante, del camminare insieme a Cristo, che avevamo scoperto potente alleato.
Pian piano il peso del lavoro si era riversato sulle mie spalle a tal punto che Gianni dava per scontato che, massimo la domenica mattina, lo Spirito Santo faceva il miracolo di rimettere in ordine tutta la mole di appunti che io ero andata prendendo durante la settimana, limitandosi a mettere in bella copia il testo sopra il computer.
Non c’è che dire, un bel sodalizio; ma il suo comportamento negli ultimi tempi mi stava dando sui nervi, perché mi sentivo sola in quella battaglia e non vivevo ciò che dai microfoni volevo passasse.
Mi ero gettata in quell’avventura un po’ per fede un po’ per scommessa, sperando che Gianni si svegliasse dal sonno. Ma niente era cambiato.
Quel lunedì, quando uscii dagli studi, ero soddisfatta per come erano andate le cose, perché il discorso sulla solidarietà, che deve partire da valori vissuti nella famiglia, mi aveva dato lo spunto per parlare della nostra esperienza personale, scaturita da una preghiera fatta insieme per una coppia in crisi: l’inizio di una dolce abitudine che continua ad accompagnarci, condizione imprescindibile per abolire le distanze che ci dividono.
Mentre io disquisivo alla radio sulle distanze colmate e da colmare, Gianni, con salto da atleta, alla stessa ora, aveva superato tutti gli ostacoli, per essere vicino a suo cugino in cerca di aiuto, che il padrone di casa non vede l’ora di sfrattare, perché non si lava e puzza.
Solo da poco ho imparato ad apprezzare ciò che naturalmente Gianni fa da sempre, nonostante nei lunghissimi anni della mia malattia non abbia mai fatto lo schizzinoso, accudendomi in ogni genere di necessità, quando l’immobilità mi teneva inchiodata ad un letto o ad una poltrona.
L’incontro con un Crocifisso e con chi da Lui prende luce, mi ha portato a vedere, rispettare e servire i crocifissi messi sulla mia strada..
 
Luciana
Luciana è una di questi, la più importante per la mia storia personale, perché in lei e con lei ho scoperto il potere rigenerante e salvifico della croce portata con i fratelli.
La prima volta che l’incontrai, ricordo, mi fermai alle mani sporche, alle unghie ingrommate di roba marrone, ai jeans lisi, ai neri scarponi ricoperti di polvere.
Cosa avevo io da spartire con una che, a mezzogiorno, nei pressi del centro, va in giro conciata a quel modo?
Quando si fermò a salutare la mia accompagnatrice, non alzai neanche lo sguardo, tutta presa a cercare una sedia per porre fine al mio inseparabile dolor di schiena. Se l’avessi fatto subito, mi sarei imbattuta nel suo inusuale copricapo, un foulard che le fascia la testa, legato alla maniera dei corsari, e mi sarei posta qualche domanda, che andava oltre il vestito e lo sporco.
Solo quando mi decisi a guardarla negli occhi, mi specchiai in due polle di acqua sorgiva..
Ci ritrovammo a parlare come se ci fossimo conosciute da sempre, io che di lei non sapevo niente, lei che di me aveva intuito tutto, perché “dove hai gli occhi hai il cuore” e Luciana gli occhi e il cuore li ha aperti alla sofferenza del mondo, anche se passa i suoi giorni chiusa in un garage, senza che luce e aria vi circolino liberamente.
Lì restaura mobili per la gente perbene che, pur amandoli, non ama la gommalacca che penetra nelle unghie quando devi restaurarli, né la gente che se ne porta appresso l’odore.
Cominciai a frequentarla quando mi mise a disposizione una sedia, l’unica cosa che mi faceva decidere di fermarmi a parlare lontano da casa mia. E ci si mise d’impegno per farmene trovare sempre una, che non traballasse, cosa non facile nel suo negozio.
Mi piaceva ascoltarla perché mi faceva entrare nelle storie delle persone, raccontandomi ciò che non appariva allo sguardo dei frettolosi passanti. Attraverso i suoi discorsi mi accorsi che esisteva un mondo sommerso , invisibile, di cui i pochi accattoni incontrati non erano che la punta dell’iceberg.
Luciana sembrava un giocoliere che ogni giorno dal cappello faceva uscire qualcosa di straordinario. Erano le persone che, grazie al suo abbigliamento poco ortodosso, si lasciavano avvicinare e delle quali scopriva preziosi tesori da esplorare.
Il restauro migliore, mi accorsi che lei lo faceva alla persona, restituendole la dignità che Dio dà ad ogni uomo.
Luciana è stata la battistrada che mi ha portato a concepire la solidarietà non come un gesto grandioso ed emblematico, fatto una volta per tutte, ma un insieme di piccoli gesti gratuiti, ripetuti ogni giorno, nei riguardi di chi il Signore ci mette di fronte. Mi colpì il fatto che pregava per gente che non conosceva, che accoglieva nella sua casa senzatetto ed emarginati, che si adoperava affinchè quelli che non hanno cittadinanza nella nostra società opulenta, avessero di che mangiare e vestirsi, privandosi spesso del necessario per loro.
Fino a quel momento la carità che conoscevo era quella che non mi scomodava, neanche per andare a fare un vaglia alla posta, con la scusa che non potevo stare in piedi, quella che era garantita dalla riconoscenza di chi aveva effettivamente bisogno, quando i bisogni degli altri li misuravo sui miei, quando la carità non nasceva dalla rinuncia e dal sacrificio.
I bisogni degli altri, Luciana, m’insegnò a vederli nelle storie anonime di tanta gente con cui si fermava a parlare. I poveri, i veri poveri, poi costatammo insieme, non erano quelli a cui manca il tetto, il cibo o il vestito, ma quelli che avendo tutto questo e tanto di più, non hanno nessuno che gratuitamente gli doni un sorriso o una carezza.
Man mano che procedevano le nostre conversazioni in mezzo alla polvere, all’odore acre delle vernici, mi sono resa conto che il tempo, il bene più prezioso che Dio ci ha dato, dopo la vita, era quello che dovevamo essere disposti a donare agli altri, senza avarizia, quello sottratto al riposo, allo svago, a volte anche al lavoro.
La compassione è un sentimento che ci siamo dimenticati o non abbiamo mai conosciuto, riflettevamo insieme, in una di quelle mattine che ci vedevano parlare fitto fitto, mentre lei era intenta al lavoro, è un sentimento divino, è il sentimento che Dio ha provato quando ha deciso di mettersi nei nostri panni e di traslocare nel nostro mondo, abolendo le distanze che ci dividevano da Lui.
Frequentando Luciana, le parole ascoltate ogni giorno durante la Celebrazione Eucaristica: ”Fate questo in memoria di me”, non mi sono sembrate poi così tanto scontate come credevo, e mi hanno fatto capire che servire Cristo non significa andare tutti i giorni alla Messa, ma servirlo nei poveri, nei sofferenti, nei bisognosi, anche se sono sporchi e mandano cattivo odore.
Gesù non ha avuto paura di sporcarsi, quando ha deciso di venirci in aiuto, non disdegnando di nascere in una stalla ed essere deposto in una mangiatoia, riscaldato dal fiato di un bue e di un asino, mentre gente senza fissa dimora andavano ad adorarlo.
Quanto cattivo odore intorno a Gesù, il figlio di Dio fatto uomo, ma quale messaggio d’amore ci ha trasmesso attraverso quelle che sono state le sue preferenze!
Tutta presa a riflettere su come ero e come sono, non senza un certo compiacimento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio articolo sullo tsunami che mi ha fatto ricordare Dominicus, il seminarista indonesiano che, grazie all’interessamento di Luciana, ha trovato persone che s’interessassero a lui. Mi ero dimenticata di Dominicus quest’anno, e ci voleva l‘articolo per prendere coscienza che in Indonesia c’è stato lo tsunami.
Chissà se Dominicus è ancora vivo! Quando ha scritto gli auguri di Natale sicuramente lo era. E dire che ci sentivamo la coscienza a posto, Gianni ed io, dopo aver, con la carta di credito, mandato una bella sommetta a chi di dovere, per finanziare gli aiuti.
Se le immagini che scorrono sul teleschermo avessero il potere di sporcarci di terra, di tingerci con il sangue di tante vittime che abbiamo visto morire insieme alle speranze dei pochi sopravvissuti, potremmo rispondere di sì.
Eppure Gesù, per guarire il cieco nato, "Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe” parole che ci interpellano proprio su quello sporcarsi di Gesù che per guarire il cieco nato prende della terra e l’impasta con la saliva, per metterla sugli occhi del malato che cerca la guarigione.
L’amore, adesso ne sono più che convinta, passa attraverso un contatto fisico con ogni fratello che incontriamo sulla nostra strada e presuppone la nostra docilità a sporcarci e ad essere sporcati, toccare ed essere toccati.
Il lunedì successivo, con Gianni, di tutte queste cose abbiamo parlato alla radio, contenta, questa volta, di avere accanto chi, come Luciana, non ha mai avuto paura di usare il corpo per avvicinarsi alla gente, al contrario di me che, dimenticando di averlo, spesso uso solo la mente.
Abbiamo raccontato di quella passeggiata di fine agosto, quando, bighellonando tra le bancarelle di un mercatino, verso il tramonto, ci siamo imbattuti in Luciana che dalla mattina stava in piedi a vendere le cianfrusaglie, di cui volentieri anche noi ci eravamo liberati, per i poveri della città.
Abbiamo ripercorso il sentimento che ci ha portato a guardare con altri occhi chi sta dietro un banchetto, per guadagnarsi la vita o strapparne un poco per gli altri, che tutto ciò comporta sacrificio e fatica, che il contrattare, specie per ciò che è destinato alla beneficenza, è peccato mortale, che alla sera i banchetti bisogna che ci sia uno che se li carichi sopra le spalle o su un furgone e che la roba rimasta va incartata e messa per bene in ordine, da parte, perché la prossima volta non ci si impazzisca, anche solo a cercarle, le cose.
Abbiamo ringraziato il Signore per le tante storie nelle quali Luciana ci ha fatto entrare.Abbiamo ricordato quanto ci ha regalato il batticuore di Monica, che abbiamo accompagnato a Roma ad incontrare il marito, sposato da meno di un anno, che si era fatto tre giorni di pullman, senza dormire per riabbracciarla, dalla Bulgaria; il sorriso sdentato di Ovidio e la puzza sui suoi vestiti di chissà quanti pacchetti di sigarette, fumate durante il tragitto; la tenerezza e il pudore dell’abbraccio dei due giovani, quando si sono rivisti. E che dire della solidarietà che si è accesa intorno al pancione della piccola albanese rimasta all’agghiaccio, dopo che le avevano chiuso, in pieno inverno, le porte della stazione, e che avrebbe abortito, se il passa parola delle piccole e silenziose formiche e la generosità di Luciana, che non si è arresa neanche di fronte all’irreperibilità della donna, non gli avessero fatto recapitare una coperta?
Ci siamo chiesti dove avevamo la testa, in che mondo vivevamo, quando ai vestiti da regalare staccavamo i bottoni, quando ci sentivamo a posto con la coscienza, dopo aver largheggiato nel fare l’elemosina al disgraziato che suole sostare davanti alla chiesa, o al lavavetri, che con quei soldi volevamo levarci di torno.
Ma accanto a questi ricordi sono emersi quelli legati ai volti di chi non ci ispira simpatia, di chi non lo merita, degli scorbutici, di quelli che non ci fanno pietà ma solo rabbia, perché potrebbero darsi una “smossa”, come si dice dalle nostre parti, e prendere per i capelli la propria vita invece di buttarla e di lamentarsi, aspettando che qualcuno venga a salvarli.
Abbiamo pensato che il difficile sta proprio lì, dove la compassione fa fatica a farsi largo e non ti fa aprire il cuore, a causa di un giudizio che ne tiene chiuse le porte.
Come si fa, c’è da chiedersi, ad imporre ad un uomo di amare? Se non c’è attrazione, come può nascere l’amore? Come può perpetuarsi, se l’altro cessa di essere amabile?
La risposta ci è arrivata, mentre, uniti nella preghiera, contemplavamo il Crocifisso.

venerdì 23 maggio 2008

I nonni


Ho chiesto a Giovanni che cosa rende felice un bambino, dopo un pomeriggio da incubo, dedicato a scartare i regali ricevuti al suo compleanno il giorno prima. Quando me l'ha detto, sua madre, che gli avevano dato il permesso di scartare tutti i regali, riicevuti il giorno prima per il suo compleanno, ho tirato un sospiro di sollievo. "Oggi mi riposo!" ho pensato, ma mi sbagliavo.  


Un malumore sempre crescente si è impadronito di lui, man mano che si rendeva conto che bisognava avere pazienza per poter utilizzare ciò che gli era stato regalato. Ma lui la pazienza non l'aveva, ad aspettare che qualcuno gli spiegasse con calma come doveva fare. Mi è venuto spontaneo chiedergli alla fine della giornata, mentre se ne stava triste e muto in un cantuccio, insoddisfatto e mortificato per il macello che aveva fatto.


”Ma i giochi rendono felici i bambini?”


” No” mi ha risposto.

“E allora cosa li rende felici?"

”Un bacio e  un abbraccio...uno che gli voglia bene!”

Giovanni ha le idee chiare su questo.Non a caso Gesù chiama a modello i bambini , quando deve spiegare qualcosa di molto difficile.


Domenica, giorno di Comunioni,  i bambini  li abbiamo visti vestiti di tuniche candide, accompagnati dai genitori disporsi ordinatamente nei banchi preparati per loro attorno alla mensa eucaristica, che per l'occasione era stata allestita a piedi dell'altare.


Che bello vedere Gesù, senza gradini che lo separassero, mischiarsi alla folla festante, che bello ascoltare i bambini che per la prima volta facevano la Comunione cominciare la celebrazione eucaristica con un canto gioioso di ringraziamento, che bello vedere le famiglie riunite intorno ad un unica mensa!
Abbiamo pensato che non accade tutti i giorni che la famiglia si riunisca intorno ad un unica mensa, perché gli orari non coincidono, che il più delle volte i figli mangiano soli o dai nonni a seconda dell'età, che i genitori trangugiano un tramezzino al bar nella pausa pranzo.
E anche quando è possibile non si condivide un unico pane, perché sempre più il malcostume di poter scegliere ciò che più piace ha la meglio sulla sana educazione di mangiare ciò che un tempo era messo nel piatto senza alternative di sorta. E poi c'è chi parla nelle nostre case, quando è apparecchiata la tavola. L'immancabile televisore che ci risparmia anche la fatica di pensare a quello che dobbiamo dire, ci dice di cosa abbiamo bisogno e come senza fatica possiamo ottenerlo. E' maestra anche nell'inventare bisogni inesistenti ma che noi poi riconosciamo reali.




La mensa eucaristica è chiamata Mensa del Pane e della Parola. E noi ce l'avevamo di fronte la mensa più bella, la migliore, domenica, giorno di comunione, della Prima Comunione per 20 bambini.
Dietro, assiepati c'erano i nonni, che conosciamo, perché hanno la nostra stessa età e li vediamo spesso in chiesa e ai giardini con i piccoli che ci sono affidati.



Quando don Achille ha parlato nell'omelia di cosa diamo da mangiare e da bere ai nostri figli, riferendosi agli episodi di violenza e di bullismo che vedono protagonisti tanti giovani adolescenti, molti genitori hanno storto il muso, ritenendo che non era quello il momento di parlare di queste cose, mentre noi nonni al contrario( ce lo siamo confidato a quattr'occhi, a messa finita) abbiamo plaudito a quelle parole, parole di Vangelo, se interpellano, scuotono, spingono a cambiare direzione di marcia.



Dubrinka ci ha invitato alla comunione di Cristian e Denise come fossimo della famiglia, domenica. Era tanto che non ci invitavano ad una festa del genere. Data l'età, ci toccano solo matrimoni e funerali in questi ultimi tempi.
I funerali dei matrimoni sono i più dolorosi , anche se non si celebrano in chiesa ma in tribunale.
“Le colpe dei padri ricadono sui figli è scritto” e non è un caso che i matrimoni sgretolati sgretolano i figli.


Dubrinka è una nonna speciale che rende speciali le persone che trova sul suo cammino. Su di lei avevo fatto un post l'8 aprile del 2007 dal titolo

I poveri

Per questa Pasqua avevamo deciso, io e mio marito, di invitare un povero, uno che aveva bisogno di calore, di famiglia, di amore.
Poi mi sono ammalata.
Quando sono uscita dall' ospedale stavo peggio, per la diagnosi e per i problemi da affrontare, vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che mi togliesse almeno il dolore, con l'impossibilità di provvedere a me stessa e agli altri.
I poveri sono entrati a far parte della nostra famiglia il giorno in cui, non essendoci nessun parente disponibile ad assistermi, ho chiamato Dubrinka, per farmi aiutare anche solo a prendere l'acqua sul comodino.
Lei, la bulgara del piano di sotto, si è fatta attendere giusto il tempo di accompagnare a scuola Christian e Denise, i nipoti di cui si prende cura a tempo pieno, mentre la figlia è al lavoro.
Dopo aver timidamente girato la chiave appositamente lasciata nella toppa, si è presentata con gli occhi lucidi al mio capezzale, disposta a qualsiasi cosa, pur di non vedermi ridotta a quel modo.
Da quel giorno ogni mattina è salita per sapere di cosa avevo bisogno e per portarmi qualcosa di cucinato. L'appuntamento del mattino pian piano è diventata una dolce abitudine, un'occasione per conoscere meglio quella nonna "speciale" che aveva suscitato la mia ammirazione, il giorno in cui sentii consolare Giovanni, il mio nipotino di tre anni, che era caduto, con queste parole:"non piangere, perchè la nonna dice che, quando si cade, si diventa grandi".
A parlare era stata Denise, una bimba poco più grande di lui, che con il fratellino stava giocando nel cortile condominiale, mentre la nonna e la mamma traslocavano al piano di sotto dei mobili da un camioncino.
Pensai alla fortuna di quei bambini che avevano una nonna che parlava così saggiamente.
Poi seppi che di fortuna ne avevano avuta ben poca quei bimbi, che avevano perso da poco il papà e che dovevano fare a meno anche della mamma, costretta a lavorare lontano da casa.
Ci siamo presentate allora e, sempre, in seguito, salutate con un sorriso, ogni volta che frettolosamente guadagnavo il sedile dell'auto, e lei si offriva di portarmi la borsa o qualunque cosa poteva ai suoi occhi, sembrarle pesante per me.
Come poi venni a sapere, Dubrinka aveva lasciato in fretta la sua casa in Bulgaria, ed era venuta in soccorso della figlia e dei suoi due cuccioli, sbattuti in un guscio di noce nel mare in tempesta di un paese che non era il loro.
Il marito, che l'avrebbe dovuta seguire in un secondo tempo, lo hanno trovato morto dopo tre giorni. Chissà se si sarebbe salvato, con qualcuno vicino, quando il cuore ha lanciato il segnale d'allarme!
A Natale, perchè Giovanni avesse amici con cui giocare, li abbiamo invitati in campagna.
Ma, solo dopo due mesi, mi sono accorta che, mentre dormivo, Dubrinka mi aveva pulito tutta la casa, infissi e vetri compresi.

..............

Volevamo invitare un povero, dicevo, per questa Pasqua e avevo pensato a loro, per sdebitarmi di tutte le volte che Dubrinka si era fatta sguardo, mani, piedi, forza dell'amore di Dio,specie in questi ultimi tempi, in cui la malattia mi ha tenuto inchiodata ad un letto.
Ma il Signore ha avuto compassione di noi, della nostra impossibilità a provvedere ai bisogni degli altri, del nostro essere rimasti soli, per via di una festa che sempre più si consuma al ristorante.
Domenica i poveri siamo stati noi, che ci siamo fatti lavare i piedi da questa piccola famiglia scampata al naufragio, noi, gente perbene che assolve il precetto, se si confessa una volta all'anno e si comunica almeno a Pasqua.
La comunione ce l'hanno fatta fare loro, i diversi, gli extracomunitari, che ci hanno invitato a far festa a casa loro, per celebrare la Pasqua ortodossa, che, guarda caso, quest'anno coincide con quella nostra. Loro non si confessano, ma ci hanno fatto riflettere su quanti peccati ci siamo dimenticati di confessare.
............................................................



Di Dubrinka, domenica, anche se era rimasta a casa per preparare il pranzo, sentivamo forte la presenza accanto a suoi nipotini e a noi tutti, perchè aveva per due anni non solo assistito alle lezioni di catechismo, ma le aveva arricchite con informazioni preziose circa la religione greca ortodossa che aveva sempre professato.
Ma in chiesa, a rappresentare DubrinKa, c'erano tutti gli altri nonni presenti, ma in disparte, che avevano collaborato a preparare l'incontro dei piccoli loro affidati, con il Signore.


I nonni


Ho chiesto a Giovanni che cosa rende felice un bambino, dopo un pomeriggio da incubo, dedicato a scartare i regali ricevuti al suo compleanno il giorno prima. Quando me l'ha detto, sua madre, che gli avevano dato il permesso di scartare tutti i regali, riicevuti il giorno prima per il suo compleanno, ho tirato un sospiro di sollievo. "Oggi mi riposo!" ho pensato, ma mi sbagliavo.  


Un malumore sempre crescente si è impadronito di lui, man mano che si rendeva conto che bisognava avere pazienza per poter utilizzare ciò che gli era stato regalato. Ma lui la pazienza non l'aveva, ad aspettare che qualcuno gli spiegasse con calma come doveva fare. Mi è venuto spontaneo chiedergli alla fine della giornata, mentre se ne stava triste e muto in un cantuccio, insoddisfatto e mortificato per il macello che aveva fatto.


”Ma i giochi rendono felici i bambini?”


” No” mi ha risposto.

“E allora cosa li rende felici?"

”Un bacio e  un abbraccio...uno che gli voglia bene!”

Giovanni ha le idee chiare su questo.Non a caso Gesù chiama a modello i bambini , quando deve spiegare qualcosa di molto difficile.


Domenica, giorno di Comunioni,  i bambini  li abbiamo visti vestiti di tuniche candide, accompagnati dai genitori disporsi ordinatamente nei banchi preparati per loro attorno alla mensa eucaristica, che per l'occasione era stata allestita a piedi dell'altare.


Che bello vedere Gesù, senza gradini che lo separassero, mischiarsi alla folla festante, che bello ascoltare i bambini che per la prima volta facevano la Comunione cominciare la celebrazione eucaristica con un canto gioioso di ringraziamento, che bello vedere le famiglie riunite intorno ad un unica mensa!
Abbiamo pensato che non accade tutti i giorni che la famiglia si riunisca intorno ad un unica mensa, perché gli orari non coincidono, che il più delle volte i figli mangiano soli o dai nonni a seconda dell'età, che i genitori trangugiano un tramezzino al bar nella pausa pranzo.
E anche quando è possibile non si condivide un unico pane, perché sempre più il malcostume di poter scegliere ciò che più piace ha la meglio sulla sana educazione di mangiare ciò che un tempo era messo nel piatto senza alternative di sorta. E poi c'è chi parla nelle nostre case, quando è apparecchiata la tavola. L'immancabile televisore che ci risparmia anche la fatica di pensare a quello che dobbiamo dire, ci dice di cosa abbiamo bisogno e come senza fatica possiamo ottenerlo. E' maestra anche nell'inventare bisogni inesistenti ma che noi poi riconosciamo reali.




La mensa eucaristica è chiamata Mensa del Pane e della Parola. E noi ce l'avevamo di fronte la mensa più bella, la migliore, domenica, giorno di comunione, della Prima Comunione per 20 bambini.
Dietro, assiepati c'erano i nonni, che conosciamo, perché hanno la nostra stessa età e li vediamo spesso in chiesa e ai giardini con i piccoli che ci sono affidati.



Quando don Achille ha parlato nell'omelia di cosa diamo da mangiare e da bere ai nostri figli, riferendosi agli episodi di violenza e di bullismo che vedono protagonisti tanti giovani adolescenti, molti genitori hanno storto il muso, ritenendo che non era quello il momento di parlare di queste cose, mentre noi nonni al contrario( ce lo siamo confidato a quattr'occhi, a messa finita) abbiamo plaudito a quelle parole, parole di Vangelo, se interpellano, scuotono, spingono a cambiare direzione di marcia.



Dubrinka ci ha invitato alla comunione di Cristian e Denise come fossimo della famiglia, domenica. Era tanto che non ci invitavano ad una festa del genere. Data l'età, ci toccano solo matrimoni e funerali in questi ultimi tempi.
I funerali dei matrimoni sono i più dolorosi , anche se non si celebrano in chiesa ma in tribunale.
“Le colpe dei padri ricadono sui figli è scritto” e non è un caso che i matrimoni sgretolati sgretolano i figli.


Dubrinka è una nonna speciale che rende speciali le persone che trova sul suo cammino. Su di lei avevo fatto un post l'8 aprile del 2007 dal titolo

I poveri

Per questa Pasqua avevamo deciso, io e mio marito, di invitare un povero, uno che aveva bisogno di calore, di famiglia, di amore.
Poi mi sono ammalata.
Quando sono uscita dall' ospedale stavo peggio, per la diagnosi e per i problemi da affrontare, vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che mi togliesse almeno il dolore, con l'impossibilità di provvedere a me stessa e agli altri.
I poveri sono entrati a far parte della nostra famiglia il giorno in cui, non essendoci nessun parente disponibile ad assistermi, ho chiamato Dubrinka, per farmi aiutare anche solo a prendere l'acqua sul comodino.
Lei, la bulgara del piano di sotto, si è fatta attendere giusto il tempo di accompagnare a scuola Christian e Denise, i nipoti di cui si prende cura a tempo pieno, mentre la figlia è al lavoro.
Dopo aver timidamente girato la chiave appositamente lasciata nella toppa, si è presentata con gli occhi lucidi al mio capezzale, disposta a qualsiasi cosa, pur di non vedermi ridotta a quel modo.
Da quel giorno ogni mattina è salita per sapere di cosa avevo bisogno e per portarmi qualcosa di cucinato. L'appuntamento del mattino pian piano è diventata una dolce abitudine, un'occasione per conoscere meglio quella nonna "speciale" che aveva suscitato la mia ammirazione, il giorno in cui sentii consolare Giovanni, il mio nipotino di tre anni, che era caduto, con queste parole:"non piangere, perchè la nonna dice che, quando si cade, si diventa grandi".
A parlare era stata Denise, una bimba poco più grande di lui, che con il fratellino stava giocando nel cortile condominiale, mentre la nonna e la mamma traslocavano al piano di sotto dei mobili da un camioncino.
Pensai alla fortuna di quei bambini che avevano una nonna che parlava così saggiamente.
Poi seppi che di fortuna ne avevano avuta ben poca quei bimbi, che avevano perso da poco il papà e che dovevano fare a meno anche della mamma, costretta a lavorare lontano da casa.
Ci siamo presentate allora e, sempre, in seguito, salutate con un sorriso, ogni volta che frettolosamente guadagnavo il sedile dell'auto, e lei si offriva di portarmi la borsa o qualunque cosa poteva ai suoi occhi, sembrarle pesante per me.
Come poi venni a sapere, Dubrinka aveva lasciato in fretta la sua casa in Bulgaria, ed era venuta in soccorso della figlia e dei suoi due cuccioli, sbattuti in un guscio di noce nel mare in tempesta di un paese che non era il loro.
Il marito, che l'avrebbe dovuta seguire in un secondo tempo, lo hanno trovato morto dopo tre giorni. Chissà se si sarebbe salvato, con qualcuno vicino, quando il cuore ha lanciato il segnale d'allarme!
A Natale, perchè Giovanni avesse amici con cui giocare, li abbiamo invitati in campagna.
Ma, solo dopo due mesi, mi sono accorta che, mentre dormivo, Dubrinka mi aveva pulito tutta la casa, infissi e vetri compresi.

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Volevamo invitare un povero, dicevo, per questa Pasqua e avevo pensato a loro, per sdebitarmi di tutte le volte che Dubrinka si era fatta sguardo, mani, piedi, forza dell'amore di Dio,specie in questi ultimi tempi, in cui la malattia mi ha tenuto inchiodata ad un letto.
Ma il Signore ha avuto compassione di noi, della nostra impossibilità a provvedere ai bisogni degli altri, del nostro essere rimasti soli, per via di una festa che sempre più si consuma al ristorante.
Domenica i poveri siamo stati noi, che ci siamo fatti lavare i piedi da questa piccola famiglia scampata al naufragio, noi, gente perbene che assolve il precetto, se si confessa una volta all'anno e si comunica almeno a Pasqua.
La comunione ce l'hanno fatta fare loro, i diversi, gli extracomunitari, che ci hanno invitato a far festa a casa loro, per celebrare la Pasqua ortodossa, che, guarda caso, quest'anno coincide con quella nostra. Loro non si confessano, ma ci hanno fatto riflettere su quanti peccati ci siamo dimenticati di confessare.
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Di Dubrinka, domenica, anche se era rimasta a casa per preparare il pranzo, sentivamo forte la presenza accanto a suoi nipotini e a noi tutti, perchè aveva per due anni non solo assistito alle lezioni di catechismo, ma le aveva arricchite con informazioni preziose circa la religione greca ortodossa che aveva sempre professato.
Ma in chiesa, a rappresentare DubrinKa, c'erano tutti gli altri nonni presenti, ma in disparte, che avevano collaborato a preparare l'incontro dei piccoli loro affidati, con il Signore.


lunedì 9 aprile 2007

I poveri

 
Per questa Pasqua avevamo deciso, io e mio marito, di invitare un povero, uno che aveva bisogno di calore, di famiglia, di amore.

Poi mi sono ammalata.

Quando sono uscita dall' ospedale stavo peggio, per la diagnosi e per i problemi da affrontare, vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che mi togliesse almeno il dolore, con l'impossibilità di provvedere a me stessa e agli altri.

I poveri sono entrati a far parte della nostra famiglia il giorno in cui, non essendoci nessun parente disponibile ad assistermi,  ho chiamato Dubrinka, per farmi aiutare anche solo a prendere l'acqua sul comodino.  

Lei, la bulgara del piano di sotto, si è fatta attendere giusto il tempo di accompagnare a scuola Christian e Denise, i nipoti di cui si prende cura a tempo pieno, mentre la figlia è al lavoro.

Dopo aver timidamente girato la chiave appositamente lasciata nella toppa, si è presentata con gli occhi lucidi al mio capezzale, disposta a qualsiasi cosa, pur di non vedermi ridotta a quel modo.

Da quel giorno ogni mattina è salita per sapere di cosa avevo bisogno e per portarmi qualcosa di cucinato.

L'appuntamento del mattino pian piano è diventata una dolce abitudine, un'occasione per conoscere meglio quella nonna "speciale" che aveva suscitato la mia ammirazione, il giorno in cui  sentii consolare Giovanni, il mio nipotino di tre anni, che era caduto, con queste parole:"non piangere, perchè la nonna dice che, quando si cade, si diventa grandi".

A parlare era stata Denise, una bimba poco più grande di lui, che con il fratellino stava giocando nel cortile condominiale, mentre la nonna e la mamma traslocavano al piano di sotto dei  mobili da un camioncino.

Pensai alla fortuna di quei bambini che avevano una nonna che parlava così saggiamente.

Poi seppi che di fortuna ne avevano avuta ben poca quei bimbi, che avevano perso da poco il papà e che dovevano fare a meno anche della mamma, costretta a lavorare  lontano da casa.

Ci siamo presentate allora e, sempre, in seguito, salutate con un sorriso, ogni volta che frettolosamente guadagnavo il sedile dell'auto, e lei si offriva di portarmi la borsa o qualunque cosa poteva ai suoi occhi, sembrarle pesante per me.

Come poi venni a sapere, Dubrinka aveva lasciato in fretta la sua casa in Bulgaria, ed era venuta in soccorso della figlia e dei suoi due cuccioli, sbattuti in un guscio di noce nel mare in tempesta di un paese che non era il loro.

Il  marito, che l'avrebbe dovuta seguire in un secondo tempo, lo hanno trovato morto dopo tre giorni. Chissà se si sarebbe salvato, con qualcuno vicino, quando il cuore ha lanciato il segnale d'allarme!

A Natale, perchè Giovanni avesse amici con cui giocare, li abbiamo invitati in campagna.

Ma, solo dopo due mesi, mi sono accorta che, mentre dormivo, Dubrinka mi aveva pulito tutta la casa, infissi e vetri compresi.

..............

Volevamo invitare un povero, dicevo, per questa Pasqua e avevo pensato a loro, per sdebitarmi di tutte le volte che Dubrinka si era fatta sguardo, mani, piedi, forza dell'amore di Dio,specie in questi ultimi tempi, in cui la malattia mi ha tenuto inchiodata ad un letto.

Ma il Signore ha avuto compassione di noi, della nostra impossibilità a provvedere ai bisogni degli altri, del nostro essere rimasti soli, per via di una festa che sempre più si consuma al ristorante.

Domenica i poveri siamo stati noi, che ci siamo fatti lavare i piedi da questa piccola famiglia scampata al naufragio, noi, gente perbene che assolve il precetto, se si confessa una volta all'anno e si comunica almeno a Pasqua.

La comunione ce l'hanno fatta fare loro,  i diversi, gli extracomunitari, che ci hanno invitato a far festa a casa loro, per celebrare la Pasqua ortodossa, che, guarda caso, quest'anno coincide con quella nostra. Loro non si confessano, ma ci hanno fatto riflettere su quanti peccati ci siamo dimenticati di confessare.

8 aprile 2007