Visualizzazione post con etichetta esperienze.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta esperienze.. Mostra tutti i post

sabato 14 marzo 2020

Quale Dio è come te?




SFOGLIANDO IL DIARIO...

Misericordioso e pietoso è il Signore"(Salmo 102)

7 marzo 2015
Non c'è che dire Dio ci stupisce sempre, con le sue soluzioni inaspettate e non proprio canoniche. 
La parabola del padre misericordioso che un tempo chiamavamo del figliol prodigo, ci disorienta per il modo con cui questo genitore educa il figlio che non ci sembra poi tanto pentito dei suoi errori, quanto spinto a riconoscerli per suo esclusivo vantaggio. 
Quando hai fame, hai sete, non hai un tetto che ti ripari, quando sei costretto a fare un lavoro da bestia per sbarcare il lunario senza trarre vantaggi per la tua vita, senza salute, amici, decoro, relazioni, è normale tornare sui propri passi, ricordando la casa di tuo padre dove non ti mancava niente.
Quanti di noi, io per prima, non tornano a casa, non si rivolgono a Dio per orgoglio, perchè non riescono a perdonarsi il fatto di essersi così tanto allontanati da Lui e aver dilapidato tutte le sostanze che generosamente ci aveva dato. 
Questo figlio non è pentito, ma riconosce di aver sbagliato, allontanandosi da casa.
Il primo passo della conversione è desiderare quello che si è perso allontanandosi da Dio e riconoscere che l'inferno non l'ha creato Dio per la nostra dannazione, ma ce lo creiamo noi, quando ci allontaniamo dalla fonte della vita.
Per anni mi sono rifiutata di chiedere a Dio la guarigione, mi sono rifiutata di rivolgermi a Lui, perchè, dicevo, che non è giusto che uno si ricordi di Lui quando è nel bisogno.
"Quando sarò guarita pregherò" rispondevo a quelli che mi volevano convincere del contrario e ci fu una persona che esclamò: "Quanta superbia!". 
Parole che non capii, perchè a me non è mai piaciuto usare le persone, figuriamoci Dio!
Dicevo all'inizio che Dio ci sconvolge con i suoi comportamenti e agisce molto meglio di quanto noi sappiamo fare o pensare.
Certo è che per fare esperienza di quanto grande sia la sua misericordia devi toccare il fondo, perchè quando l'orgoglio non ti serve a procurarti il cibo necessario per vivere, gli amici, il denaro, la salute, gli affetti, abbassi la testa e tendi la mano.
Così è avvenuto per me che, strada facendo, ho fatto esperienza di quanto conti poggiare sulle forze, sulla grazia di Dio per affrontare qualunque nemico.
Dio è in ciò che ci manca, ho letto da qualche parte ed è straordinariamente vero.

La giornata di ieri, se la racconto è da incubo con la corrente elettrica che è andata via dall'una della notte e ci ha lasciato senza acqua, luce, riscaldamento, telefono, televisione, connessione internet, ascensore(che sarebbe il meno, se io camminassi con le mie gambe).
A questo si aggiunga la chiusura delle scuole con i bambini che non sapevano, oltre i compiti, come passare il tempo, visto che anche la batteria e il basso che sono i loro inseparabili compagni di viaggio, vanno a corrente, come computer, telefonini, smartphone che nessuno aveva provveduto a mettere in carica.
Giovanni mi ha detto che era tutto morto, non funzionava niente e l'unica cosa da fare era ...
Ci siamo inventata una giornata alternativa, parlando del tempo passato, quando tutte queste cose non c'erano. 
Abbiamo avuto modo di giocare a indovina città, di ricordare i momenti belli e brutti della nostra vita, abbiamo letto e scritto pesie, abbiamo condiviso passioni, bisogni, ricordi, speranze.
Tutto questo in una giornata no da tutti i punti di vista, quasi tutti, perchè Dio sa di cosa abbiamo bisogno e la necessità ci fa stringere gli uni agli altri per non sentire la sferza del freddo.
E pensare che solo domenica, quando Giovanni mi è stato affidato perchè aveva la febbre , mi sono tanto arrabbiata con lui che gli ho detto parole che mai gli avevo detto, parole come spade che ti tagliano in due e ti dilaniano. 
Gli ho chiesto scusa dopo, gli ho chiesto di perdonarmi perchè, se lui si era comportato male chattando con il telefonino e guardando con il terzo occhio la TV, mentre gli chiedevo cosa gradiva mangiare, io ero stata una cattiva educatrice, rispondendo al male con un male più grande che è quello di ritirare da lui ogni benedizione.
Un giorno di digiuno dalla follia mediatica e consumistica che ha avvicinato il cuore e ci ha ridato speranza.
Alla sera, stremata sarei andata volentieri a letto, nascondendomi sotto mille strati di coperte. 
Ma avevamo un impegno grande: quello di incontrare i genitori dei fidanzati. 
Ogni volta che c'è questo appuntamento si scatenano le forze del male e i sintomi dolorosi si accentuano a tal punto da venire meno. 
Succede, è successo sempre così.
Ma il Signore è la nostra forza e questa volta ha messo tutto Lui, perchè eravamo proprio con le batterie a terra. 
Neanche un foglio abbiamo potuto stampare delle cose da dire, ma alla rinfusa nel cassetto ho trovato ciò che forse mi sarebbe servito.
Nè con Gianni avevamo avuto modo di metterci d'accordo su come condurre l'incontro.
Ero così convinta che non sarebbe venuto nessuno che avevo pregato padre Vincenzo di rimandare tutto, ma non ne ha voluto sapere. 
Dio ha provveduto a far venire numerose  le coppie e a renderle attente, interessate a quello che Lui ci avrebbe ispirato. 
Abbiamo per l'ennesima volta sperimentato che , quando non hai niente da portare porti Cristo nella sua interezza. 
Io spero che se non proprio tutto, un frammento della Sua luce, sì da far venire loro la voglia di incontrarlo di persona, l'abbiamo portato.
Per questo voglio ringraziare lodare e benedire il Signore che tiene sempre aperte le porte della sua casa perchè non ci facciamo problemi a ritornarvi nei momenti cruciali.

giovedì 8 agosto 2019

Domande


"Voi chi dite che io sia?(Mt 16,15)

Di te ci siamo fatti le idee più disparate, salvatore o sbruffone, illusionista, guaritore, bugiardo e presuntuoso, incapace di fare i miracoli a comando, perdente su tutta la linea, imbroglione e mistificatore quando non solo non hai salvato il tuo popolo ma neanche te stesso dalla persecuzione e la morte.
Certo che la tua vita contraddice così spettacolarmente ciò che noi ci aspettiamo, che per convincerci che non hai mai mentito e che sei veramente il Figlio di Dio venuto a salvarci, ci vuole un cammino di fede severo, duro, pieno di insidie e di tentazioni, di dietrofront e di ritorni, un cammino per niente liscio, in pianura, con tutti i confort.

" Voi chi dite che io sia?"
Io sapevo chi volevo che fossi, ce l'avevo bene in mente quando cominciai la ricerca del TU che mi avrebbe cambiato i la vita.
Ti avrei inventato se non ti avessi trovato, tanto grande era il desiderio di uscire dalla mia solitudine. Tu dovevi essere un Dio che non mi doveva risolvere i problemi dopo la morte, della quale non m'importava un gran che, visto che neanche la conoscevo, ma mi dovevi insegnare come vivere bene qui e ora questa vita piena di contraddizioni, di angosce, di solitudine.
Tu mi dovevi dare consigli su come sopravvivere alle tempeste della vita.
Il dopo era un optional.
E poi scopro che per te e con te il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l'infinito è nei nostri cuori, che la vita è eterna da subito e che non dobbiamo aspettare la morte per farci un pensierino.
Scopro che quel Dio che celebro nelle mie carte io lo vedo presente ovunque e se non lo vedo lo cerco specie quando è inverno e la terra è priva di fiori e il cielo è coperto di nubi e il freddo mi impedisce di muovermi.
Volevo delle regole a cui uniformarmi per vivere bene senza troppi problemi.
La filosofia studiata al liceo mi ha dato una grossa mano a scartare ideologie precostituite, perché tutte avevano un punto debole che non appagava la mia ansia di soluzione perfetta e inattaccabile.
Attraverso le parole del profeta dici che porrai la tua legge nel nostro animo e la scriverai nel nostro cuore.
Allora sarai il nostro Dio e noi il tuo popolo.
Se avessi saputo, letto, conosciuto che c'era un libro contenente la chiave per risolvere il problema che non riuscivo a risolvere!
Se qualcuno mi avesse detto che ti sei mosso a compassione e sei venuto a visitarci!
La tua Parola, il giorno in cui per caso entrai in una chiesa a cercare una sedia, mi conquistò a tal punto che azzerò tutte le certezze acquisite.
Ti rendo lode Padre perché hai nascosto ai grandi i misteri del regno e li hai rivelati ai piccoli.
In effetti mai ti avrei trovato se non fossi stata costretta a spogliarmi dei paludamenti della cultura di cui ero maestra e di cui avevo fatto una professione.
Da allora è cominciato il viaggio con te e non mi sono scandalizzata quando ho letto il passo del vangelo di oggi perché non ti ho incontrato in una culla ma in un crocifisso.
La croce fu ciò che all'inizio unì le nostre storie, una croce che diventa, man mano che proseguo il viaggio in tua compagnia, il luogo del mio riposo.
Quante volte devo urlare più forte e più a lungo perché mi risponda, quante volte devo rimanere in silenzio per tempi interminabili mostrandoti solo le mie ferite, il mio bisogno di amore, nella certezza che non mancherai all'appuntamento!
A volte mi viene di ribellarmi, di darti consigli, a volte non ti capisco, non riesco ad entrare nelle tue logiche ma continuo a fidarmi di Te, perché tu sei l'unico di tutte le persone che ho conosciuto che non mi dimentica, che non mi mette da parte, che mi fa esistere, che ogni giorno mi dona la speranza che niente accade invano e che l'attesa è strumento privilegiato per gustare ciò che tu ci hai preparato dall'eternità.
Uniti nella vita e nella morte , innestati al tuo albero santo, di cosa dovremmo avere paura? "Sono qui per salvarti, non temere! "
Lo dici e lo ripeti tante volte.
Basta aprire il libro della vita quando ci vengono i dubbi

mercoledì 6 febbraio 2019

Patria




Ed era per loro motivo di scandalo (Mc 6,3)



"Rinfrancate le mani cadenti, e le ginocchia infiacchite" scrive Paolo nella lettera agli Ebrei, perchè ieri come oggi è facile scoraggiarsi, non capire perchè tante cose ci succedono che ci lasciano sconcertati.
"Non avete resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato."
Il peccato a cui allude Paolo non è solo quello personale, ma quello le cui conseguenze ricadono su tutti i membri della comunità, pur non essendo tutti peccatori allo stesso modo o non essendolo per niente.
Guardiamo cosa è successo a Gesù, il figlio di Dio durante tutta la sua vita.
Pur essendo senza colpa, si caricò sulle spalle i nostri peccati per liberarci dalla schiavitù del peccato che porta alla morte.
E che dire di Maria, anch'ella concepita senza peccato a cui non una ma sette spade trafissero l'anima, con tutto quello che dovette soffrire come madre di Gesù e come madre nostra, come donna e come sposa di Cristo,come figlia di Dio e sorella in Gesù?
Le vicende della vita di Gesù ce lo presentano, da un lato osannato e cercato per quello che diceva e faceva, per la speranza che aveva riacceso negli animi in attesa di un liberatore, dall'altro rifiutato, perseguitato e messo a morte per paura di perdere i propri privilegi.
Gesù viene rifiutato prima di tutto dai suoi, le persone che lo conoscevano da quando era andato con la sua famiglia ad abitare a Nazaret.
Il carpentiere figlio di... fratello di...come faceva a dire e a fare cose così diverse da quelle che ci si sarebbe aspettati da uno cresciuto in quel luogo con quella famiglia e quella cultura?
E si scandalizzavano di lui.
Lo scandalo è la pietra d'inciampo e, fuor di metafora, significa che ogni novità, ogni cosa che si presenta diversa da quella che ci aspettiamo, ci disorienta e ci irrigidiamo , alziamo i paletti per paura di perdere la nostra posizione.
Cambiare posizione non è facile, specie se ci stai da molto tempo e ci stai comodo.
Gesù scomoda tutti, non c'è dubbio, fino a quando non ci mettiamo sulla traiettoria giusta per raggiungere l'obbiettivo.
Così Gesù limitò i miracoli a Nazaret solo a pochi che lo accolsero senza pregiudizio.
Il rifiuto della novità di Gesù portò i suoi compaesani ad essere privati della grazia.
Se noi non riusciamo a spostarci, Dio ci ha dato l'esempio per primo, scendendo dal cielo su questa terra, incarnandosi e diventando un uomo come noi.
Come potè sentirsi Maria, la madre, quando il figlio si allontanò da casa?
Il rifiuto dei compaesani e dei famigliari fu la prima spada che le trafisse l'anima.
Ma quanto ancora doveva soffrire la madre che, come noi sperimentiamo nella nostra esperienza umana, è quella che si carica sopra le spalle tutti i dolori del figlio.
Non c'è dubbio quindi che la sofferenza non sia riservata solo a chi pecca, che la lotta sia solo per il peccato commesso personalmente.
Tutti prima o poi sperimentiamo che per essere felici dobbiamo diventare fecondi, capaci di dare vita, di uscire dalla nostra terra e andare incontro a Gesù.
Il passo del Vangelo di oggi mi conferma ciò che vivo nel quotidiano.
Nessuno è profeta in patria.
Lo sperimentiamo ogni giorno il fatto che a casa tua, nella tua parrocchia, nel tuo movimento nessuno ti sta a sentire, mentre gli sconosciuti pendono dalle tue labbra, se così si può dire.
Per tanto tempo questo è stato il mio cruccio, ma ora cerco di affidarmi al Signore e ogni mattina gli dico: "Parla, il tuo servo ti ascolta. Cosa posso fare per te?"
Mi sono liberata da tanti pensieri da quando cerco non in me ma in Lui la luce che illumina il cammino.
Maria è la mia consigliera, il mio esempio costante nelle cui mani depongo la mia preghiera.
La mia patria è la sua casa, dove ho nostalgia di tornare.

domenica 26 agosto 2018

"Signore, da chi andremo?" (Gv 6,68)




"Sceglietevi oggi chi servire" (Gs 24,15)
"Anche voi volete andarvene?"(Gv 6,67)

Gesù chiede ai suoi discepoli, come anche Giosuè al popolo di scegliere. Molti se ne andarono e, anche tra chi rimase, ci fu chi poi lo tradì.
Pietro di fronte alla domanda: "Ve ne volete andare anche voi?" risponde: "Signore dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna".
Pietro non aveva capito tutto di Gesù, né gli altri discepoli che davanti alla croce fuggirono e si nascosero.
Però Pietro come gli altri aveva sperimentato che Gesù è l'unica alternativa valida per non morire.

Oggi penso che Gesù rivolga anche a me questa domanda.
Le esigenze della fede si fanno sempre più intransigenti, dure, incomprensibili a volte, ma io penso a quando stavo alla base di questa montagna, quando credevo che il punto dove ero arrivata era il più alto che potesse essere raggiunto.
Penso a questa scalata che dura da diciotto anni, in compagnia della Parola, al percorso accidentato, agli ostacoli, agli smarrimenti, alle improvvise schiarite, ai luoghi nascosti improvvisamente illuminati dal sole dove ho visto spuntare i fiori più belli.
Penso alla consolazione, alla gioia di tante piccole soste nel cammino in cui Dio mi ha dato da mangiare e da bere, mi ha curato, mi ha preso in braccio.
Sono molto affaticata, perché la montagna è alta e ripidi e stretti i suoi sentieri, ma penso che non solo chi ha le gambe può godere del meraviglioso panorama che la natura ci offre.
Le cime di Lavaredo si possono gustare e vedere solo se percorri lo stretto e lungo sentiero che costeggia i tre giganti dell'aria, ma anche chi è preso per mano dal Figlio, è sollevato alla sua altezza, ha chi lo porta sopra le spalle e, come un bambino, vede più in alto del genitore, perché  sta più in alto della sua testa.
Signore ti ringrazio di ciò che mi doni attraverso gli infiniti canali della tua grazia
Elisabetta, mentre faceva la passeggiata in alta quota, davanti alle cime di Lavaredo, pensava a me che non posso camminare.
Probabilmente ne aveva più bisogno più di me, vista la vita frenetica che spesso impedisce di mettersi in contatto con te, attraverso le grandiose opere d'arte della tua creazione.
Io ho tanto tempo a disposizione per esplorare l'universo che hai messo nelle mie mani, un universo d'amore, di pace, di gioia, di perdono.
Ora sono qui su questa montagna e mi smarrisco, ma non posso tornare indietro, perché so cosa mi sono lasciata alle spalle e so che in te ho trovato un alleato potente.
No Signore, anche se a volte il tuo linguaggio è duro, anche se non lo capisco subito, non me ne voglio andare.
Voglio rimanere con te.
Sempre.
Solo tu hai parole di vita eterna.

domenica 22 ottobre 2017

Il corpo e lo spirito



SFOGLIANDO IL DIARIO...
23 ottobre 2009
venerdì XXIX TO

"Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?"(Rm 7,24)
Delle letture di oggi non riesco a fare mie se non le parole della lettera di San Paolo, quando esprime il desiderio di essere liberato dal corpo votato alla morte.
Il mio corpo è fonte di grande sofferenza e spesso il desiderio della morte ha alleviato la mia pena, perché il dolore avesse fine.
Ho desiderato morire perché la malattia non mi dà tregua, perché mi limita in tutto ciò che vorrei fare, dire pensare.
La mia vita è una perenne battaglia con questo corpo mortale che per fede devo desiderare continui a vivere, ma istintivamente vorrei buttare al macero.
La lotta a volte è strenua, estenuante, inutile, devastante negli effetti come questa notte che ho urlato per il dolore che mi attanagliava spalle, braccia, collo, testa e arrivava fino alle mani.
Non trovavo una posizione per riposare e ripensavo alla mistificazione di questa vita dove non coincidono mai l'essere e l'apparire.
È arrivata proprio ieri la notifica dell'esito della visita collegiale per l'invalidità civile.
La dicitura che mi dà il massimo dell'invalidità è motivata dal fatto che non posso provvedere da sola a miei bisogni.
Ho pensato a ieri, a quante cose ho fatto per provvedere ai bisogni altrui, a cominciare dal pantalone bucato di Giò, che ho accomodato, a tutto quello che ho fatto con Ela per rimettere a posto la roba del cambio di stagione, a quante volte ho sollevato le braccia, aperto, chiuso, stretto le mani per piegare, cucire, ordinare, stirare, cucinare, accudire Emanuele, un bimbo di tre anni.
Mani, braccia per provvedere ai bisogni di Gianni che tornava dal lavoro, di Franco, nostro figlio che non sa a chi lasciare i bambini, ai bisogni della sua famiglia che la sera, dopo una giornata passata fuori casa, accoglie con gioia un cibo caldo preparato con amore.
Questa notte devo dire che è stata un inferno, pagando le conseguenze di un uso sconsiderato di questo corpo che ho sentito gravare sulle mie spalle per tutto il tempo del riposo.
E oggi io ho la riabilitazione in acqua e questa sera dovrò prendermi cura di Giovanni il nipotino più grande e poi, dopo cena, l'incontro con i fidanzati.
Nel lavandino c'è un cavolo che aspetta di essere lavato, tagliato e cucinato, un bucato da mettere in lavatrice e poi il pranzo per me e Gianni prima di andare in piscina per la rieducazione.
Il mio corpo è protagonista di tutto questo e del resto...
Come ogni mattina, mi chiedo se sopravviverò alla giornata che mi aspetta.
Ieri ho fatto fatica a vestirmi per quanto stavo male, ma volevo andare alla messa.
Avevo tolto ciò che potevo togliere di mezzo perché Ela non si confondesse e pulisse ciò che doveva pulire.
A messa, l'unica cosa che non mi crea problemi quando arrivo a sedermi, non sono potuta andare, perché il cancello era rotto e io non potevo uscire con la macchina.
L'agitazione, il salire e scendere le scale, l'affacciarmi affannoso alla finestra per vedere se c'era qualcuno che aveva la chiave per aprire manualmente il cancello mi ha crepato, come anche l'aver cercato invano di contattare la persona che abita sotto il mio appartamento per un suo problema urgente da risolvere, confidando nella forza delle mie gambe e del Signore…
E poi Dubrinka che mi ha obbligato a scendere sotto tardi (ero allo stremo) per farmi vedere la siringa di un drogato infilzata nella fioriera.
E che dire dei piatti che Gianni non aveva fatto la sera prima perché era andato alla preghiera (io no, perché ero distrutta, pur desiderandolo molto) e quelli di ieri a mezzogiorno perché sempre Gianni, la mia unica alternativa, si è bruciato tre dita cuocendo la carne?
"Incapace di provvedere autonomamente a se stessa…"
Questa notte ho pagato la presunzione di farcela, ma non è cambiato nulla, perché oggi si prospetta una giornata altrettanto pesante, impegnativa, senza aiuto che non sia quello del Signore.
Ecco il Signore fa la differenza.
Chi va a dire alla Commissione di Sanità che, se provvedo a me stessa e agli altri, non sono io che vivo, ma Cristo vive in me?

lunedì 20 marzo 2017

IL NOME



" Tu lo chiamerai Gesù"(Mt 1,20)
Dare il nome è un compito importante e impegnativo perchè nel nome si realizza la storia, nel nome troviamo le tracce per scoprire il disegno di Dio su di noi.
A Giuseppe non fu concesso di scegliere il nome per questo figlio non suo, ma suo per la legge, ma gli fu suggerito in sogno dall'angelo.
" Lo chiamerai Gesù, colui che salva."
E come poteva chiamarsi altrimenti?
I compaesani in seguito lo chiamarono figlio di Maria, del carpentiere, ma mai figlio di Dio, perchè Colui che salva è solo Dio e a Gesù non fu riconosciuta in vita questa prerogativa dai suoi.
La scelta del nome quindi è importante.
Anche a Zaccaria fu suggerito il nome da dare al figlio concepito in tarda età, tanto che gli tornò la voce quando lo scrisse su una tavoletta, una volta venuto alla luce dopo mesi di assoluto silenzio.
Era dventato muto perchè aveva messo in dubbio le parole dell'angelo.
Giseppe era un uomo giusto dice il Vangelo, ma secondo quale criterio?
Se lo giudicassimo con i nostri criteri certo che non ci verrebbe in mente di chiamarlo giusto, ma un po' rimbambito, pensando all'età che poi l'iconografia ce l'ha fatta sempre immaginare avanzata.
Invece se Maria aveva 15/ 16 anni, lui ne aveva 23/24 che non si può dire siano tanti per un padre, un marito. Adesso a questa età troviamo solo bambini viziati che viono ancora attaccati alle gonne della madre e in casa del tutto dipendenti dalla famiglia d'origine senza rispettarne le norme , quando ci sono, per i vantaggi di cui continuano ad usufruire.
I genitori oggi mantengono i figli e li viziano e non li fanno crescere fino ad età matura e c'è da chiedersi se arriverà la maturazione, oppure i figli di questa generazione rimarranno eterni bambini.
Oggi è un giorno particolare perchè San Giuseppe non può non farci rcordare i nostri papà e quanto da loro abbiamo ricevuto.
Man mano che vado avanti e penso a mio padre mi rendo conto che mi ha plasmato, mi ha insegnato ad essere onesta, seria, rispettosa, mi ha con l'esempio della sua vita insegnato a vivere nella giustizia e nella verità, facendomi carico dei bisogni degli altri.
Lui era sempre in servizio, così chiamava il suo lavoro di ferroviere e si sarebbe potuto credere che quando era di riposo non lo fosse.
Ma il servizio a tempo pieno e gratuito era la famiglia.
Si ritagliava il tempo per leggere in ore impensate, quando nessuno aveva bisogno di lui e aveva fatto tutto quello che poteva fare per noi.
Voglio ringraziare il Signore perchè mi ha dato un padre giusto, un padre che si è assunto fino in fondo la responsabilità della sua famiglia di origine, e quella che poi lui si formò con mamma, da cui nascemmo noi quattro figli, a cui si aggiunse nonna, la madre di mia madre, che salvò dall'ospizio dove gli altri suoi quattro figli volevano metterla, offrendosi lui di prenderla in casa.
Papà mi ha dato radici forti e robuste, mi ha consegnato la fede, mentre stava per andarsene, mi ha dato il nome di sua madre che venerava,
Nonna Antonietta io non ricordo di averla avuta come educatrice, ma ho sperimentato quanti frutti buoni sono usciti dalla sua pianta. il migliore, mio padre.

Oggi papà ti voglio fare gli auguri.Chissà se in cielo ne hai bisogno!
Ma te li faccio lo stesso, perchè se ti manca una piccola spinta per entrare in paradiso, voglio contribuire a farti arrivare al più presto alla meta del tuo percorso.
Sono certa che non sei lontano e mentre scrivo mi viene in mente che i nomi che noi portiamo fanno riferimento a valori fondamentali e forti che ci hanno sostenuti in questo pellegrinaggio terreno.
A me hai dato il nome di tua madre, a Ida quello di nonna Ida la madre di mamma; a Nuccio , Martino quello di tuo padre che non hai fatto in tempo a conoscere, a Mariadina il nome della Madonna preceduto da quello di un altro componente la famiglia di origine.
Per te papà la famiglia era un punto saldo e ci hai trasmesso questo valore dal quale il Signore non ha permesso ci discostassimo.
Ho scoperto tardi che eri un uomo di preghiera, che avevi una fede salda, e ringrazio il Signore perchè l'abbiamo potuta condividere gli ultimi anni della tua vita.
Ogni cosa che di me so, me l'hai rivelata tu con le tue battute, il tuo sorriso, la tua ironia benevola, anche se solo ora ne sto pienamente prendendo coscienza.

Grata al Signore che mi ha affidato ad un padre siffatto, chiedo oggi a San Giuseppe di insegnare alle nuove generazioni che anche il Figlio di Dio ha avuto bisogno di un padre che gli desse un nome e gli trasmettesse la fede insieme alla madre

lunedì 6 febbraio 2017

Inverno




"La gente subito lo riconobbe"(Mc 6,54)

Cosa dirti o Dio che non ti abbia già detto con le parole o con il silenzio, con il trasalimento dell'anima o con lo smarrimento e la paura?
Ogni mio sentimento, ogni mio pensiero, ogni respiro, ogni lacrima,ogni dolore o gioia porta a te mio Signore.
"Questo Dio che celebro nelle mie carte, io lo vedo presente ovunque.
Lo vedo nei fiori del mio giardino,
dalla luce che sprizza sulle mie pupille,
nell’aura che m’imbalsama la vita,
lo tengo in quest’anima mia."
(F. BACONE)
Il tema che davo ai ragazzi ogni anno e che solo quando ho smesso di insegnare ho visto realizzarsi nella mia vita...
Era bello Signore, entusiasmante scoprire tutto ciò che di bello mi circondava e che tu avevi creato.
I bambini a me affidati, i nipotini, sono stati lo strumento per accorgermi del cielo, del mare, dei fiori, della luna e delle stelle, del soffio del vento leggero....
Ogni giorno una scoperta, ogni giorno un grazie a te che avevi fatto bene ogni cosa.
Mi sentivo felice nonostante il peso del corpo che trascinavo a fatica, nonostante le notti insonni alle prese con il dolore.
Ma c'era spazio per gioire e dirti grazie da sola e con loro perchè il tanto che mi davi mi faceva dimenticare la mia vita divisa a metà tra lo spirito e la materia, tra spiragli di luce che illuminavano e azzeravano l'oscurità della notte.
Lo spazio per stupire si è sempre più ristretto e l'angoscia sta prendendo il posto dell'entusiasmo dei primi tempi.
E' come quando le giornate si accorciano e devi accendere la luce se vuoi vedere.
La tua parola è stata sempre la mia luce, che non conosce alternanza di stagioni, ma ora si è fermata sull'inverno, freddo, sui rami scheletriti degli alberi, sullo scempio delle mie piante che mi sorridevano al mattino.
La tua parola si è fermata sul crocifisso in cui ti incontrai, compagno di viaggio insostituibile, di tanti giorni faticosi, di tante notti passate nel pianto e nel dolore.
Tu Signore camminavi con me schiodato da quella croce e la tua voce leniva il mio lamento, asciugava le mie lacrime, mi riscaldava il cuore.
Eri il Risorto, il Dio con noi, l'Emanuele di cui io ero un microscopico frammento, una piccolissima cellula del tuo corpo mistico.
E mi bastava.
Mi bastava saperti accanto, mi bastava, quando non ti vedevo, ascoltare Maria tua madre che ti rendeva presente, raccontando la storia che ci ha reso figli, amati a prescindere, figli di Dio, figli di re.
Sempre meno mi sono soffermata sul crocifisso, a collocazione provisoria come diceva don Tonino Bello.
E ora te ne sei andato. Mi hai lasciato sola come quel venerdì santo in cui si spensero tutte le luci e il tabernacolo rimase sinistramente vuoto.
Ogni anno succede, ma il trauma della prima volta che non sapevo che eri andato agli Inferi a liberare i prigionieri, sperimentando la massima distanza dal Padre, l'Inferno, mi ha segnato.
E ieri è successo di nuovo, guardando il crocifisso che è stato spostato più in basso nella parete laterale, vicino ai banchi. Ti sei mischiato tra la gente e ora non c'è più bisogno di alzare il capo per incontrarti, ora ti possiamo toccare e vedere, adorarti e pregarrti, sentirti prossimo alle nostre infermità.
Hanno messo al tuo posto sopra l'altare, il quadro di San Giuseppe nella sua bottega di falegname.
Scalzato da San Giuseppe, ti sei fatto da parte mischiandotl alla folla dei tuoi fedeli.
Ti guardavo nella tua immobilità, in quella posizione che ti contraddistingue da secoli, a braccia aperte, il capo reclinato trafitto da spine.
Ho pensato che il tempo si era fermato sul tuo dolore come sul mio, un dolore che non si misura, un dolore che supera le barriere dello spazio e del tempo e traghetta nel mistero insondabile del tuo amore.
Non voglio camminare con un Dio morto, ma risorto.
Non voglio rimanere attaccata alla croce più del tempo necessario, voglio venire con te mio Signore che non dimori nei cimiteri ma nella storia dei tuoi figli, nel mio giardino sfiorito, nel tumulto dei miei pensieri, nella paura e nello smarrimento di questa stagione senza germogli di speranza..

giovedì 26 gennaio 2017

SANTI TIMOTEO E TITO


"Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore" (2Tm 1,8)

Questa mattina voglio meditare su questa parola rivolta a me che ho giudicato sempre in modo inclemente le persone che fuori della chiesa si facevano il segno di croce o semplicemente pregavano.
Ricordo, quando mio fratello cominciò ad andare a messa tutti i giorni il pensiero che mi attraversò la mente: "Si vede che ha un tumore al cervello!" ed era purtroppo vero. 
Ricordo come stigmatizzai la sua novena a padre Pio affermando con convinzione che si era aggravato, cosa purtroppo vera, visto che di lì a poco ci lasciò con tanti perchè a cui solo il Signore poteva dare risposta. 
E lo ha fatto e continua a farlo ancora con me, visto che la mia conversione avvenne di lì a poco il giorno del suo compleanno.
Eravamo lontani io e mio fratello prima che si ammalasse, lontani da Dio, ma anche tra noi per le tante incomprensioni che avevano minato il nostro rapporto di sangue.
Ciò che mi aveva fatto decidere di farlo cuocere nel suo brodo, prima di scoprire il male incurabile che lo avrebbe in poco tempo portato alla morte era il suo non dirmi mai "Grazie!" quando per il suo compleanno andavo a fargli gli auguri e a portargli il regalo.
Le tue vie Signore non sono le nostre vie e tu ti fai trovare proprio dove mai ce lo aspetteremmo.
Così mio fratello che non ebbe vergogna di rivolgersi a te quando ne sentì il bisogno e non si nascose mi mandò il suo Grazie dal cielo, introducendomi nella grotta per farmi vedere Gesù, il giorno del suo compleanno, nella messa dell'Epifania .
Ricordo anche quanto mi scandalizzavano le persone che prima di mangiare facevano un segno di croce, non parliamo di quelle che si riunivano in casa con qualche amica o vicina per dire il rosario.
Oggi si celebra la festa di due grandi collaboratori di San Paolo, Tito e Timoteo a cui scrisse due lettere piene di gratitudine, appassionate nel comune sentire la chiesa opera di uomini fondati sulla fede e l'alleanza di Cristo.
In San Paolo troviamo una forza contagiosa che portò altri a testimoniare il vangelo senza paura a viso scoperto.
Oggi mi chiedo che cosa è rimasto di quell' Antonietta che criticava i testimoni della fede, che li disprezzava addirittura, pensando che fossero fuori di testa.
Certo che oggi accade il contrario e non mi sembra di riconoscermi in quella che criticava chi si privava di uno svago per osservare il precetto festivo.
Ricordo quando mia sorella, che vive a Milano e veniva a fare le vacanze al mare da noi, la domenica ci lasciava sul più bello perchè doveva andare alla messa.
Io questa cosa non l'ho mai capita, anche se mi adoperai per cercarle in una chiesa vicina l'orario in cui veniva celebrata.
Anche questa ricerca si rivelò strumento di salvezza, perchè, guarda caso, m'imbattei in quella che poi seppi essere la mia parrocchia, ma che criticai aspramente perchè era vuota e non c'era nessuna indicazione attaccata alle pareti sugli orari.
In quella stessa chiesa entrai per cercarvi una sedia, il giorno dell'epifania....
Dio non si vergogna se intorno a lui le cose non sono a posto, se il luogo è freddo, buio, inadatto ad ospitare il re dei re. 
Lui in quella chiesa era nel gigantesco crocifisso che campeggia sopra l'altare.
Nudo, al freddo al gelo, in una stalla o sulla croce il Signore copre le nostre vergogne, le assolve e si mostra in tutta la sua luminosa verità di amore donato fino alla fine.

sabato 19 novembre 2016

Morte e vita



" Dio non è dei morti ma dei viventi"( Lc 20,38)

Sono qui, in questa casa immersa nel silenzio, seduta sulla mia solita sedia, la mia abituale dimora, testimone di gioie e dolori, mia seconda pelle, da qualche mese.
A me non piace stare ferma, nè stare seduta. Mi piaceva camminare, muovermi, cambiare posizione, curiosa di sperimentare il mondo, la vita da tutte le sue angolazioni.
Non mi ero mai posta il problema che potesse arrivare il giorno in cui non mi sarebbe più stato consentito spostarmi più di tanto.
Quando accadde che fui costretta a fermarmi la prima volta, 40 anni fa, non dubitai che sarebbe tornato il tempo in cui potevo decidere autonomamente cosa fare e dove andare.
I rimedi purtroppo mostrarono i loro limiti, man mano che procedevo nei viaggi della speranza in cui investivo tutti i miei sogni.
Per me la resurrezione allora era stare in piedi o anche seduta, purchè potessi liberamente decidere dove andare.
La vita è beffarda, si prende gioco di noi e ogni volta che pensavo di aver trovato un rimedio, un lasciapassare per tornare a stare con i vivi la mazzata ancora più grande, la delusione  di constatare che volere non è potere.
Così  mi sono costruita cucce sempre più piccole in cui ho portato tutto quello che mi poteva servire nei tempi diventati interminabili del dolore e della disabilità.
Non c'è dubbio che in questo percorso di ridimensionamento da quando il mondo ce l'avevo in mano, ho dovuto fare tante rinunce, molto sofferte e dolorose, ma necessarie.
Il Signore ha bussato alla mia porta per molto tempo, ma per convincermi che avevo bisogno di Lui ci sono voluti anni, molti anni, perchè la presunzione di farcela da sola era dura a morire.
Sedici anni fa  gli ho aperto la porta, senza pensare chi fosse, con chi avevo a che fare.
La solitudine mi spinse a quel gesto quando già vivevo con le chiavi attaccate alla porta in attesa che venisse qualcuno.
Non pensai che quell'ospite era speciale e mi avrebbe cambiato la vita.
Il silenzio da nemico è diventato amico, perchè mi permetteva di ascoltare la sua voce, appassionarmi alle sue soluzioni, ai suoi messaggi di vita.
 E da allora non posso più vivere senza di Lui, senza la Sua Parola che per paura di dimenticarla, mi porto dietro, racchiusa nella piccola Bibbia rossa che in occasione di una data importante mi sono fatta comprare da Gianni al posto dei costosi monili che in passato  era scontato mi regalasse.
Grazie a lei mi sento viva, con lei ho affrontato momenti molto difficili, riconsegne dolorosissime, grazie a lei sono ancora nella terra dei viventi, anche se mi sento smarrita.
Ci sono momenti di morte, che non vorremmo sperimentare, momenti in cui ti viene chiesto non solo la tunica, ma anche il mantello, momenti in cui senti che il Signore vuole che tutto, proprio tutto tu riconsegni nelle sue mani....e hai paura, tanta paura.
Non ci si abitua a morire purtroppo, nè la preghiera è una medicina a effetto istantaneo.
La fede è ......a rilascio prolungato, come è scritto sulla confezione della medicina che avrebbe dovuto abbattere tutti i miei dolori.
Ma così non è stato per i dolori.
La fede potrà, oggi mi chiedo, supportare quest'ennesima delusione?
Potrà traghettarmi nell'oltre senza che io senta lo smarrimento, il panico, la paura di lasciare il certo per l'incerto?
Oggi che il vangelo parla di resurrezione mi chiedo fino a che punto credo che il mio Dio è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe.
Mi chiedo se credo alla resurrezione dei morti o questo è un argomento che affronterò quando sarà ora.
Non posso vivere in questo dubbio, in questo tormento, ho bisogno oggi di sapere in cosa consista non tanto il risorgere, quanto il rimanere vivi.
Non voglio pensare che la vita si spezzi, che ci sia una divisione tra il prima e il dopo.
Questa idea mi fa impazzire.
Penso a Gesù, alla sua presenza costante nella mia vita, penso che la mia fede è basata su Cristo morto e risorto e che Dio non è dei morti ma dei vienti.
Mi basta?
Vorrei tanto trovare consolazione dalle parole della Scrittura, ripescare nel mio sacco gli "scintillanti" che me lo hanno reso presente, tangibile, in tanti momenti scuri della mia vita, vorrei vedere, gustare, ubriacarmi della bellezza di un trasalimento dell'anima, quando avverti che la Sua vita scorre nelle tue vene e nelle vene dell'universo.
Mi perdo in questo caldo e tenero abbraccio del Padre che mi ha generato e che non mi lascia sola....sento che c'è un velo che deve essere ancora alzato perchè possa godere per sempre della Sua presenza... il sangue ha ripreso a scorrere nelle vene, linfa di Cristo che arriva fino al più piccolo tralcio.
E la gioia esploderà, quando tutte le anfore saranno riempite del vino della gioia, nella contemplazione di un amore senza tramonto.

mercoledì 13 aprile 2016

Pane






" Io sono il pane della vita"(Gv 6,35)

C'è un pane della vita e un pane della morte. Il pane è per la società e i tempi di Gesù l'alimento base, indispensabile per non morire.
Ricordo quando ero piccola, subito dopo la guerra, quanto era difficile e raro trovare un companatico accettabile e se ci volevamo saziare aumentavamo la dose di pane che grazie a Dio non costava molto a quei tempi e ce lo potevamo permettere.
Ricordo la sproporzione tra la quantità di pane che nonna mi metteva dentro al cestino e la sottilissima fetta di mortadella ritagliata perfettamente perchè combaciasse con la forma delle fette sovrapposte nelle quali si perdeva.

Ricordo quando un venerdì le suore buttarono nella spazzatura quel companatico peccaminoso che mamma senza pensarci ci aveva messo contravvenendo alle regole della chiesa.
Ci rimasi molto male, come anche quando mio fratello nel cestino mise il suo pane dopo averci tolto la parte migliore e se ne andò a giocare indisturbato, mentre io rimasi in punizione perchè a giocare le suore mandavano solo quelli che avevano mangiato tutto, senza lasciarci niente.
Il pane quindi lo collego a qualcosa che era importante e necessario per riempire lo stomaco, per placare la fame, un pane che mi serviva per farmi durare il companatico.
Ricordo la polpetta che sbriciolavo in un filoncino di pane perchè non finisse subito. 
Papà mi chiamava"Ho fame" perchè era così che salutavo, quando rientravo da scuola, e ricordo che la fame mi perseguitò tanti anni sì da cercare di placarla in modi leciti o non leciti, quando di nascosto mi andavo a rubare un po' di tonno o qualche altra provvista.
A 14 anni pesavo 100 chili per quanto pane avevo mangiato per compensare ciò che mi mancava.
Oggi il Vangelo parla di pane di vita, non di companatico. 
Gesù è il pane che ci fa vivere e ci toglie la fame. 
A me viene in mente che il valore al pane lo dava quello che c'era dentro, zucchero, olio, tonno, mortadella, polpetta. 
Perchè senza pane tutto finiva in un attimo.
Ora ho capito a cosa allude Gesù, servendosi delle parabole della mia vita. 
Lui è ciò che ci fa durare le cose buone della nostra vita.
Se un tempo pensavo che il companatico era essenziale per dare sapore al pane, ora penso che è il pane che ci fa gustare quello che ci accompagnamo.
Gesù ci offre ciò che non si compra con il denaro ma si riceve gratuitamente da Lui, basta volerlo e credere. 
Io credo Signore che tu solo hai parole di vita eterna, tu divino panificatore, tu fornaio, tu cibo essenziale per vivere e non morire mai.,

mercoledì 13 gennaio 2016

Epifanie



"E' in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova"(Eb 2,18)

In questi giorni opulenti, pieni di confusione, di chiasso, di incarti, addobbi, coperture, tu hai scelto di nascere ancora, di renderti visibile al mondo. 
Ma il mondo ti ha coperto con ogni genere di sporcizia, magari indorata e infiocchettata e noi non ti abbiamo visto, non ti abbiamo adorato, non ti abbiamo riconosciuto nella nostra follia collettiva che, man mano ci facciamo vecchi, percepiamo dannosa, ingiusta, perchè ci isola da tutto ciò che è buono, giusto, bello e salutare.
Nel Natale non c'è niente che ci porti a te, Signore, purtroppo e non vediamo l'ora che finisca lo spettacolo dei saltimbanchi, la follia collettiva che vuole cancellare la tua immagine mite e umile di cuore.
Per fortuna che il tempo nostro è un tempo che passa, un tempo che non si cristallizza sullo sporco che il Natale consumistico produce.
Per questo sono contenta di incontrarti in questa prima settimana del tempo ordinario, che inizia con il tuo Battesimo.
Ti preferisco grande Signore, perchè hai tante cose da insegnarmi e io ti voglio ascoltare con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa.
Certo che di te hanno parlato gli angeli, i pastori, i magi e poi tuo Padre, ma non ti abbiamo visto all'opera.
Vedi Signore di un bambino bisogna prendersi cura e a Natale tu ti mostri tanto piccolo e indifeso che l'unica cosa che può venire in mente di fare è quella di cercarti una copertina, come venne in mente a Giovanni quando ti vide e ti toccò la prima volta, o procurarti un po' di cibo.
Ma quando siamo oppressi da tanti pensieri, un bambino ci può far tenerezza ma certo non ci risolve i problemi, anzi ce ne aggiunge qualcuno in più.
Il Natale,come lo festeggiamo oggi, è una gran brutta festa, perchè sa di finto, di stantio, di quelle cose che si riesumano dalle cantine umide buie e maleodoranti, perchè poco arieggiate.
Ora abbiamo disfatto il presepe e siamo tornati alla normalità, alla routine di un cielo senza comete, di strade senza luminarie, di negozi che svendono torroni e panettoni senza luci, senza colori.
Il bello forse sta nei saldi, negli sconti del fine Feste perchè a tutti piacciono le cose scontate. Sono pochi che vogliono pagare il prezzo per intero, fino all'ultimo spicciolo, e tu sei uno di questi.
Ma se noi cerchiamo lo sconto su ciò che è giusto pagare perchè noi ne traiamo benefici, per te le cose sono al contrario, perchè non solo non cerchi sconti, ma lo fai perchè altri ne abbiano un beneficio.
Mi piace che il primo miracolo riportato da Marco è la guarigione della suocera di Pietro. 
Le battute su questo miracolo si sono sprecate, perchè una suocera è sempre una suocera e se, vogliamo dirla tutta, una rompiballe, che dovrebbe esistere solo quando ci serve senza mai esprimere un giudizio, un pensiero, astenendosi dal dare consigli. Le suocere sono un peso, e io so quanto sia difficile questo mestiere specie se sei madre di un figlio unico, maschio. 
Il cammino di fede è proprio nella relazione tra suocera e nuora. 
Tante volte mi è capitato di dare for-fait, di dire arrangiatevi, io non ci sono per nessuno, ma poi sono tornata a servire, ringraziandoti perchè mi avevi dato persone di cui prendermi cura.
Questa incapacità di servire, quando le relazioni diventano difficili o impossibili solo tu le puoi guarire, e per questo lo hai fatto. 
La maggior parte dei matrimoni fallisce per le intromissioni della famiglia d'origine. Lo diciamo negli incontri con i genitori dei fidanzati, raccontando la nostra esperienza molto significativa.
Quando mamma a tutto campo si sostituì a me per la conduzione della casa, essendomi ammalata gravemente, appena nato il nostro primo e rimasto unico figlio, noi come coppia, non crescemmo nella comunione, anzi si aprirono baratri che ancora oggi ci impediscono di comunicare. 
Tu ti sei ritirato a pregare alla fine della giornata, a parlare con la tua famiglia d'origine, non sei andato da Maria e Giuseppe, ma dal Padre a cui ti univa e ti unisce l'AMORE, lo Spirito Santo.
Dovremmo imparare tante cose da questo vangelo, perchè tutto quello che facciamo se non lo mettiamo ai piedi della croce non sappiamo mai se è buono o cattivo, la croce che unisce con i suoi bracci il cielo con la terra e gli uomini tra loro.