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mercoledì 16 dicembre 2020

"Stillate cieli dall'alto"

 

"Stillate cieli dall'alto"

Questa è la settimana  della gioia, inaugurata domenica, quella gioia che mi conquistò quando entrai per la prima volta (in verità non era la prima, visto che avevo frequentato per 16 anni un istituto di suore, che a messa bene o male c'ero andata sempre, salvo gli ultimi anni) eppure mi viene di dire la prima volta che entrai in una chiesa.

Si entra con il corpo ma non con il cuore tante volte in una casa, in una storia, in una situazione.

Ecco quel giorno il corpo e il cuore erano sintonizzati se ne ricordo esattamente la data e le parole che ascoltai.

Era giunto il momento di accontentarsi di quello che la vita ti dava, di quello che riuscivi a vedere, sentire, fare.

Quel giorno era importante per me cercare una sedia al riparo dai rigori dell'inverno,in un luogo appartato e silenzioso, per starmene per conto mio.

Fu la gioia prorompente delle lodi del mattino che erano recitate in quella chiesa che mi svegliarono dal sonno e mi fecero tendere le orecchie.

Fu un giorno memorabile quello di una gioia scoperta lì dove mai avrei pensato.

La gioia nella Parola di Dio che non conoscevo e quella dei fedeli che la proclamavano con convinzione..

Erano pochi ma a me bastarono per invidiarli e desiderare di nutrirmi dello stesso cibo.

La mia vita è stata avara di gioie solevo dire fino a poco tempo fa e l'unica cosa che mi invidiano le persone è il marito che mi segue e mi accompagna.

Anche se sto in punto di morte sono una persona fortunata, a detta degli altri.

Anche io penso la stessa cosa... basta accontentarsi, come dice la Scrittura.

Ma io sono una che non si è mai accontentata, che ha sempre guardato non a quello che aveva ma a quello che mi mancava.

Non l'ho preteso dagli altri, però, ma da me stessa e ho cercato di rimediare cercando dentro di me tutto ciò che mi serviva per non soccombere.

Dio in questa storia dell'Antico Testamento, non ce l'ho fatto entrare e le mie gioie erano frutto di sudore, fatica, bravura mia e solo mia.

Oggi la liturgia da un lato ci pone la gioia annunciata a Sion, a Israele, a noi, uno per uno, perchè è finita la condanna, il dolore, il martirio, la persecuzione, la morte.

Ma la cosa sconvolgente è che Dio esulta di gioia per la sua sposa.

Mai abbastanza mi sazierò di questo Dio che si commuove, che soffre e che gioisce, che è vicino a noi nella gioia e nel dolore nella salute e nella malattia.

La perfezione non sta nell'impassibilità davanti ai nostri problemi, ma la sua partecipazione in anima e corpo a tutto ciò che ci affligge o ci fa stare bene.

" La gioia del Signore sia la nostra forza!"...Quando sentivo il sacerdote concedarci con queste parole non ho mai pensato alla sua, al suo cure di carne che esultava per la sua sposa.

Sono sempre più innamorata di questo Dio dal volto umano, un Dio che parla, che ama, che soffre, che spera.

Un Dio che ogni anno ci ripropone il mistero dell'incarnazione, la bellezza del nostro credo in una Persona viva che cammina con noi e che porta la parte più pesante del nostro bagaglio.

" Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te!" disse l'angelo a Maria, annunciandogli il concepimento del Figlio di Dio destinato ad essergli Sposo per sempre.

Il cammino dell'Avvento è un cammino nuziale, perchè non puoi amare lo Sposo se non l'hai prima partorito, e non puoi essere madre se non hai fatto esperienza di essere figlia amata sopra ogni altra cosa dal tuo Creatore.

Il Natale è possibile se viviamo nell'ascolto della Parola che era in principio, che era presso Dio che era Dio come dice Giovanni.

Il cammino per partorire Gesù è quello di un'infinita miseria presentata a Dio perchè la trasformi in utero fecondo di gioia senza fine.


giovedì 6 aprile 2017

Ascolto



"Se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte"(Gv 8,51)

Signore mio Dio sono qui.
Mi vedi, mi senti, mi hai visto e mi hai sentito, ieri, oggi, sempre.
Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivano intessute nel grembo di mia madre, tu mi scruti e mi conosci, tu mi hai creato, tu hai pensato a me come ad un prodigio che ti desse onore e gloria.
So Signore che ci hai creati, non perchè ti mancasse qualcosa da possedere, non per sentirti realizzato e importante.
So Signore che nel pensarci tu hai desiderato solo fare partecipi di tutto quanto avevi anche noi, perchè anche noi entrassimo a far parte della tua famiglia e diventassimo eredi del tuo patrimonio di amore, di gioia, di pace, di luce, di tutto ciò che noi vorremmo, desideriamo si attui nella nostra vita, quella che oggi stiamo vivendo, quella che abbiamo imparato ad apprezzare da quando tu ce ne hai mostrato la bellezza e la grazia.
Signore mi piace ascoltarti e alla tua scuola ho imparato tante cose che prima non sapevo, ho imparato a distinguere con sempre più consapevolezza il bene dal male, a chiarificare il mio desiderio, a pregare perchè il mondo apra le orecchie e il cuore a te che parli attraverso tutto ciò che è uscito dalle tue mani, attraverso ciò che è uscito dalla tua bocca, attraverso tutto quello che è uscito dal tuo costato.
Signore se guardo la mia vita non posso che convenire che tu non permetti il male se non per ricavarne un bene.
Tante volte Signore mi sono trovata davanti muri invalicabili sulla strada che io volevo percorrere, e strade spianate che mai avrei pensato potessero esistere.
La mia vita è piena di ricalcoli, di forti delusioni, di lotte titaniche fallite miseramente, di desideri non realizzati, di cadute sempre più rovinose.
All'inizio pensavo che la salvezza dipendesse da me, dalle mie conoscenze, dalla mia bravura, dalla capacità acquisita di arrangiarmi e di uscire indenne e vittoriosa su tutte le prove.
Ho lottato con te Signore, tanto tempo, ne sono uscita sciancata, come Giacobbe e ora porto sul mio corpo i segni di questa impari lotta.
Ti ringrazio Signore per tutto quello che attraverso il dolore, la sofferenza ho percepito, ho avuto, per grazia, tutto quello che mai avrei capito e metabolizzato se tu non mi avessi permesso di appoggiare la scala di Maria alla croce e arrivare a bere direttamente dal foro del tuo costato la bevanda divina che ci rende santi.
Ogni giorno il sacerdote consacra il pane e il vino.
Il nostro corpo diventa il tuo, il nostro dolore il tuo dolore, sì che cibandocene, siamo certi di fare le cose che tu hai fatto.
Perchè noi di ciò che non funziona, fa male o è inadeguato, insufficiente non sappiamo che farcene e ne faremmo volentieri a meno.
Io farei volentieri a meno di questo busto che mi obbliga ad una posizione molto scomoda, farei a meno di questo crollo vertebrale che non mi aspettavo e che mi provoca dolori così intensi.
Ho imparato l'arte di accontentarmi, di farmi piacere le cose, anche quando le avrei vomitate, perchè niente a mio parere doveva andare sprecato.
Sono stata una campionessa del riciclo, utilizzando tutto ciò che avevo per fare una cosa nuova e migliore.
Tu hai visto cosa la vita mi aveva insegnato a fare e mi hai chiesto di collaborare.
Io pensavo che potevo mettere a tuo servizio la mia scienza e la mia conoscenza, le esperienze che mi avevano aiutato ad arrangiarmi, a risolvere i problemi a trovare le soluzioni.
Pensavo che potevo mettere a tuo servizio anche il modo come poter risolvere umanamente il problema del dolore, della malattia, del rifiuto ecc ecc.
Ma quando ti incontrai avevo ancora tante cose da darti Signore, oggi, che sono passati 15 anni, mi ritrovo sempre più povera di argomenti, povera di tutto, e l'unica cosa che mi è rimasta è questo corpo straziato giorno e notte da attacchi sempre più invalidanti.
Tu so che accetti tutto Signore e non ho difficoltà a credere che se io riesco a consegnarmi completamente a te non avrò a pentirmene.
Lo so, sono certa che tu mi aiuterai.
Lampada ai miei passi è la tua parola, sempre, per tua grazia Signore che non ti stanchi di ascoltarmi e apri un varco alla speranza quando sembra che l'orizzonte si chiuda.
Ma questa mattina Signore, se è tua volontà, voglio chiederti il miracolo di liberarmi da questa tortura che si è aggiunta a tutte quelle sevizie a cui sono stata sottoposta da 40 anni.
Come hai fatto il miracolo con la radio della macchina, che ha ripreso a funzionare, ma solo sulle frequenze di Maria, la madre che ci hai donato, concedimi la grazia di funzionare sulle stesse frequenze e vivere la mia vita con le parole del magnificat sempre sulla bocca

venerdì 10 marzo 2017

Priorità



" Va prima a riconciliarti con tuo fratello" ( Mt 5,24)

Questa parola è sempre quella che più mi colpisce, quando la liturgia ci invita a riflettere sulla vera giustizia, sull'osservanza dei comandamenti come Dio la vuole.
Non credo che ci siano tanti che si pongono questo problema prima di partecipare alla messa, altrimenti le chiese sarebbero vuote, molto più vuote di quanto lo siano ora.
Siamo un popolo duro di orecchi, non c'è dubbio e tendiamo a separare la vita dal culto per riposarci un po' dalle beghe che ci affliggono ogni giorno.

Eppure il sacerdote prima della comunione ci invita a scambiarci un segno di pace che in fondo è uno scambio di strette di mano con gente pressochè sconosciuta con la quale non abbiamo nessun conto in sospeso.
Nel rito ambrosiano la pace si scambia all'Offertorio che mi sembra più logico e coerente con il dettato evangelico.
Prima di offrire il dono a Dio è necessario offrirlo agli uomini che ne hanno estremamente più bisogno.
Il PER-DONO è il super dono, il donissimo che Dio ci chiede di dare agli altri, perchè a noi ha affidato la parola della riconciliazione.
Non si può nutrire il corpo di Cristo se non siamo connessi gli uni agli altri, se i canali sono ostruiti e la grazia non può passare.
Ci saranno altre strade attraverso cui Gesù arriva a vivificare i rami secchi, tagliati, ma sicuramente noi non abbiamo meriti in questo senso e risponderemo del nostro peccato.
Perhè il peccato è la divisione, la separazione che se fa male agli altri, i primi a subirne le conseguenze siamo noi.
Siamo canali che solo se assolviamo alla funzione che Dio ci ha dato, realizziamo noi stessi, diventiamo parte integrante del Corpo di Cristo e possiamo godere di tutti i benefici che comporta far parte di Lui.
Questa mattina voglio riflettere su tutte le persone a cui non ho dato la possibilità di riconciliarsi con me, a quelli che ho evitato, ignorato, non fatto esistere.
Voglio chiedere al Signore un cuore mite e umile, un orecchio attento e uno sguardo di misericordia verso i fratelli che si sono sentiti da me offesi, scavalcati, non amati abbastanza, ignorati.
Voglio chiedere a Maria di tenere in esercizio la mia memoria perchè non ricordi i torti subiti, ma le occasioni che non ho colto per riavvicinarmi ai fratelli lontani.
Vorrei tanto vivere la messa ogni momento, specie quando non posso parteciparvi fisicamente, perchè voglio sentirmi partecipe delle sofferenze di Cristo per poter gioire con Lui della sua resurrezione.

venerdì 17 giugno 2016

Il tesoro




“Non accumulate per voi tesori sulla terra” (Mt 6,19)
Sono qui Signore davanti a te che sei Padre e conosci tutti i miei i limiti, i miei errori, i dubbi, le paure, i tentennamenti della fede, i naufragi della speranza, l’orgoglio di poter fare a meno di te.
Mi vedi, mi conosci, mi ami.
Non posso metterlo in dubbio se mi guardo indietro e vedo tanti tuoi benefici che al momento non sono stata in grado di apprezzare.
Tu dici di non accumulare tesori sulla terra dove tignola e ruggine e ladri sono in agguato per vanificarli nelle nostre mani.
Per comprendere le tue parole bisogna fare un percorso a ritroso e lasciarsi illuminare dalla tua luce.
Apprezzeremmo e crederemmo a ciò che ci dici, guardando dove ci hanno portato le nostre strade, i nostri appetiti, le nostre paure, il nostro orgoglio.
Tu sei il Signore della storia e scrivi dritto sulle righe storte, non permetti che l’uomo vanifichi la tua promessa, distrugga il tuo progetto, cancelli i segni della tua presenza operante nella storia.
Tu mi hai fatto sperimentare la povertà senza che la scegliessi, subendola, in un periodo in cui anche i ricchi videro andare in frantumi i loro imperi di soldi, di case, di potere, di vanagloria.
Sono nata in tempo di guerra dove tesoro era anche un osso di ginocchio per fare il brodo a mia madre che mi aveva appena partorito, perchè le scendesse il latte, tesoro un cesto per mettere i pochi indumenti della famiglia o un carretto su cui caricare le masserizie.
Ma anche quando la situazione si evolse al meglio ho sempre avvertito la mancanza di ciò che non c’era, non avevo, la difficoltà a condividere con i miei fratelli lo spazio, il cibo, i vestiti, tutto.
In quel tempo non accumulavo tesori ad eccezione delle conchiglie che raccoglievo sulla spiaggia o le mie bambole di stracci avanzati dai ricicli dei vestiti dei grandi.
Ma non avevo un posto sicuro dove conservarli così che si persero.
Poi arrivò il tempo in cui diventammo più ricchi e ci potevamo permettere qualcosa in più ma niente durò tanto a lungo.
In noi rimaneva sempre il desiderio di avere quello che ci mancava non apprezzando ciò che avevamo.
Abbiamo costruito la nostra vita cercando fuori di noi, lontano la felicità.
Quanta strada, quanta fatica per prendere, afferrare ciò che ci scivolava dalle mani, che mostrava il suo volto beffardo di non gioia, non luce, non pace quando pensavo di poterne disporre a mio piacimento.
Tu mi hai fatto sperimentare la povertà e la ricchezza e hai guardato cosa ne ho fatto.
Sei stato in attesa, hai avuto pazienza, mi hai amato anche quando dilapidavo patrimoni e quando sputavo nel piatto che mi veniva gratuitamente presentato.
Non ti conoscevo Signore quando ho comperato case per contenere i miei armadi, quando non mi preoccupavo di nessuno se non di me stessa.
Oggi sperimento la ricchezza di averti incontrato, la ricchezza di aver trovato un posto dove custodire il mio tesoro.
Ti ringrazio Signore perché ci sei sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, ti lodo e ti benedico perché ti trovo in tutto ciò che mi manca.
Tu , racchiudendo il cielo, per me troppo lontano, nel mio piccolo e povero cuore, hai creato il posto sicuro perchè nulla delle cose che mi doni vada perduta.

venerdì 3 giugno 2016

SACRO CUORE DI GESÙ


“Ho trovato la pecora, quella che era perduta”(Lc 15,6)

Tu Signore sei sempre in cerca dei tuoi figli che vanno scappando da tutte le parti, che pur amando i pascoli erbosi s’illudono di trovarne migliori e a minor prezzo.
Il tuo ovile ci sta un po’ stretto perchè voremmo stare più larghi, comodi e non doverci ogni giorno scontrare con le esigenze e le pretese dei nostri fratelli.
Una casa tutta per noi dove possiamo fare quello che più ci piace, senza controlli e controindicazioni, una casa dove il nostro diritto ha la meglio sul bisogno degli altri.
Vivere gomito a gomito non è per niente bello, condividere quello che hai difficile, sopportare oltre al tuo odore anche quello che emanano le altre pecore.
E’ naturale che la convivenza ci dia dei problemi dai quali vogliamo scappare e per questo ci perdiamo.
Ognuno di noi, la maggior parte sogna una casa per conto suo, una villetta con un piccolo giardino, dove si può fare rumore e nessuno si arrabbia.
Giovanni quando cominciò a crescere mi disse che preferiva andare a stare dall’altra nonna, perché nella mia casa non ci si poteva fare rumore e c’erano troppe curve(regole) e poi io avevo una piccola televisione, mentre nonna Rita aveva uno schermo megagalattico con pure la Play Station.
Giovanni che fino all’anno prima mi aveva detto che gli davo il paradiso !
Ripenso a quanto mi fecero male le sue parole e posso pensare a quanto tu soffri le nostre defezioni, allontanamenti per chi si allontana ..
I figli che hai generato, che hai amato prima di dar loro la vita, i figli per cui sei morto, i figli, carne della tua carne, ossa delle tue ossa.
Anche se Giovanni lo amo come e più forse di mio figlio, certo io non l’ho partorito e poi è un bambino che ha scelto un’altra casa dove c’è chi lo guarda e ha cura di lui.
Ma noi Signore se ci allontaniamo non sappiamo a cosa andiamo incontro e ci perdiamo e ci facciamo male, perciò tu ci vieni a cercare anche a costo di lasciare le altre 99 pecore chiuse dentro l’ovile.
Ricordo quanto mi fecero bene le parole di un sacerdote a cui confidai la mia pena per l’irriconoscenza del piccolo Giovanni quando mi disse che noi siamo il campo base, il luogo dove si prende l’equipaggiamento per partire e dove si torna se si è in panne.
E così è avvenuto ogni volta che Giovanni aveva bisogno di essere consolato, rassicurato.
Molti non sanno che tu sei il campo base, molti dimenticano dove trovare gli strumenti per il viaggio, molti addirittura lo ignorano.
Per questo ti metti in cammino e ci cerchi, per prenderci in braccio e farci sentire il tuo cuore che batte per noi.