venerdì 17 aprile 2009

Io sono quel Giovanni che tu ami

Giovanni 21,1-14 -In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci.
Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la sopravveste, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso or ora”. Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore.
Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.


Signore, io sono quel Giovanni che tu ami.


Lo siamo tutti, Signore, perchè tu non fai preferenze.


Eppure non tutti ci accorgiamo della tua presenza.


Ti cerchiamo lontano, mentre tu sei vicino, accanto a noi.


Continuiamo a gettare le reti dalla parte sbagliata e non prestiamo ascolto alla tua voce.


Signore, anche se sei risorto, continuiamo a cercarti in un cimitero, tra le tombe dei nostri idoli infranti, delle nostre speranze naufragate, dei nosrti sforzi vanificati dall'imprevedibilità di un evento o dalla cattiveria degli uomini.


Signore, come vorrei potermi fidare di te, sempre!


Come vorrei non avere paura!


Come vorrei sentirmi amata da te, specie quando è notte e non ho nulla da offrirti che il mio fallimento.


lunedì 13 aprile 2009

Braccia e ricostruzione

 
Gesù è risorto! Alleluia!



Avrei potuto postare un'altra immagine, scegliendola tra quelle più appropriate per un evento siffatto.



Ma dal luogo che ho lasciato per qualche giorno, l'Abruzzo, ho portato con me queste braccia, che mi sembrano le più adatte per cercare la vita tra le macerie.



Don Tonino Bello ha detto che la Pasqua è la festa dei terremoti, dei macigni rotolati.



Ognuno, dopo una settimana di passione, come quella che la maggior parte degli abbruzzesi ha sperimentato e vissuto, deve fare i conti con ciò che ha seppellito o scoperto il terremoto.



Le donne, come anche Pietro, pensano che il corpo di Gesù sia stato trafugato, quando arrivano sul posto.



Solo Giovanni, " vide e credette".



Giovanni, "il discepolo che Gesù amava", la dice lunga sulla capacità del giovane di percepire fino in fondo l'amore appassionato e fedele del Maestro.


Egli vide la stessa scena e non ebbe dubbi.



Non aveva mai avuto dubbi sul suo amore.



Non lo aveva mai perso di vista, specie quando Gesù s' inerpicò faticosamente sulla strada che porta al Calvario.



Il peso delle braccia di legno, a cui dovevano essere inchiodate le sue... il suo abbraccio eterno, infinito non potè dimenticarlo, neanche quando emise l'ultimo respiro.



Le braccia di Aronne sostennero quelle di Mosè, finchè i nemici non furono completamente sconfitti.



Le braccia della croce continuano a sostenere quelle del Crocifisso, perchè chiunque vi si rifugi, ritrovi una casa.



Gesù non ha smesso di portare assi per dare stabili dimore agli uomini.



L'augurio a tutti è quello di poter partecipare all'opera di ricostruzione, caricandoci sulle spalle l'asse giusto.

venerdì 10 aprile 2009

Uomo dei dolori che ben conosce il patire




Is 52,13- 53,12 
Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.
Come molti si stupirono di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –,
così si meraviglieranno di lui molte nazioni;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli. 







Crocifisso ( Chiesa di San Giovanni a Celano )

mercoledì 8 aprile 2009

Farò la Pasqua da te con i miei discepoli


Matteo 26,14-25 -In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.
Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?”. Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”. I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”. Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”. Ed egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”.



"Farò la Pasqua da te con i miei discepoli"

Queste parole sono rivolte ad ognuno di noi, sia a chi si sta preparando a festeggiare la Pasqua con una bella vacanza, sia a chi, invece, si trova davanti ad un cumulo di macerie con la devastante sensazione di essersi affaticato invano, a chi piange i suoi cari e a chi ancora è attaccato alla speranza di trovarli in vita, a chi non ha il diritto di rendere pubblico il suo dolore perchè è un clandestino e ha paura.

Il dolore innocente ci turba e inevitabilmente ci pone di fronte ad una domanda: "Chi è per me Gesù?".

Quando tutti nostri sforzi sono vanificati da un evento imponderabile, quando le persone più care ci lasciano, quando gli amici più intimi ci tradiscono è il momento di rispondere all'invito di Gesù, per celebrare la Pasqua con Lui e i suoi discepoli.

" Non ci lasciate soli!" è stata la più toccante e disperata richiesta d'aiuto delle persone intervistate dopo il terremoto.

La più grande paura è rimanere soli.

Gesù sa cosa significa e vuole condividere con noi i momenti più tristi e più bui della nostra vita.

Se accoglieremo il suo invito, potremo gustare la gioia del mattino di Pasqua.



lunedì 6 aprile 2009

Lettera d'amore

Giovanni ed Emanuele, i nostri nipotini,  sono i libri di carne, su cui il Signore ci ha dato il compito di rivedere la nostra storia personale e di coppia.


Sono loro, i figli che ci ha chiamato a generare nello Spirito.


Noi, coppia sterile, stiamo sperimentando la fecondità che viene dall'aver accolto Gesù nella nostra vita, anche se con ritardo.


Oggi Giovanni compie 7 anni.


Mentre gli preparavo la torta, pensavo alla lettera d'amore che gli scrissi in occasione del suo primo compleanno.


Non sapevo che quello era solo l'inizio di una splendida avventura alla scoperta del mistero nascosto in ogni vita di cui decidi di farti carico.


 


6 aprile  2003


A Giovanni

Quando sei nato, avevi un viso spaventato, gli occhi sgranati, fissi, immobili come se avessi visto tutto il male del mondo e fossero incapaci di chiudersi ancora, di battere, palpitare sul tuo tenero e dolce faccino.
Volevi venire al mondo da tanto tempo.
Da tempo spingevi, scalciavi, per uscire dal tuo caldo e sicuro rifugio, ma una corda ti teneva attaccato a tua madre.
Avvolta al collo due volte, ti si stringeva sempre di più, ogni volta che volevi provare a respirare con i tuoi polmoni, pure se l’aria era inquinata e il panorama non era quel granché che ti aspettavi.
Sei nato con un numero cucito sulla tutina e un braccialetto al piedino, con su scritto il cognome di tua madre, per paura che ti perdessi.
Il tuo sguardo smarrito diceva che eri scampato ad un naufragio, a tutti i naufragi del mondo, che avevi lottato con una forza che non era la tua.
Un angelo con te aveva lottato perché venissi al mondo, sciogliendo quei lacci di morte che te lo impedivano.
Forse gli occhi spauriti erano quelli dello stupore di avercela fatta,
Non ci credevi, non ci avevi creduto, con quei due cordoni attorcigliati al collo, che ti soffocavano, ogni volta che ti muovevi.
E tua madre te ne aveva fatte sentire di musiche...
e noi abbiamo pensato che stavi ballando, mentre ti muovevi nella sua pancia …chissà se la corda l’avevi anche prima… tutto il tempo in cui le cuffie appoggiate alla pancia ti facevano le coccole, che noi, tua madre, tuo padre, non potevamo farti più da vicino…oppure una piroetta più ardita, un salto acrobatico, di cui ti sentivi capace, vista l’ora che si avvicinava, per conoscere i volti delle tante voci, che ti avevano tenuto compagnia, amandoti senza vederti.
Il mondo ti aspettava e tu aspettavi il mondo e con impazienza scalciavi, aprivi, chiudevi le manine, stendevi i piedi, le gambe e le braccia, perché eri ansioso di venire alla luce.
Poi quella notte, era notte, la notte lunga, buia, angosciosa, senza fine, degli urli, dei gemiti, del rantolo, dell’agonia di una madre che non può far nascere suo figlio, perché lo avrebbe fatto morire.
Così, Giovanni, sei stato trattenuto ancora, per un tempo che a noi è sembrato eterno, perché non soffocassi del tutto.
Il grido spasmodico di tua madre mi è rimasto nell’anima, ha scavato dentro chissà quanti chilometri, giù nel profondo abisso della memoria. Era un grido, era un pianto, era una richiesta d’aiuto, era l’impotenza dell’uomo che chiamava l’onnipotenza di Dio.
Con le mani strette ad una corona, ad un rosario, ho pregato, abbiamo pregato, perché vi ci aggrappaste anche voi, tu, tua madre, perché usciste dal gorgo e vi salvaste dai flutti di morte.
Le parole non le ricordo, ricordo lo sguardo fisso a Dio, Dio di misericordia, a Sua madre perché provasse compassione di quella titanica lotta con il serpente, che ti avvinghiava la gola.
Così sei venuto alla luce n. 43, figlio di tua madre, figlio di mio figlio, ma dono di Dio.
Giovanni, il discepolo che Gesù amava, così ti ha voluto chiamare tuo padre, Giovanni, l’amore di Dio, questo sei tu per me.
A questo penso, mentre batti le mani , seduto sul tappeto tra i tuoi giocattoli.
Gli occhi ti ridono, il piccolo corpo è percorso da un fremito di gioia, guardando le immagini che scorrono veloci sul teleschermo. Non capisci, Giovanni,come sono belli questi momenti, come irripetibili quelli in cui il tempo mostra generoso i suoi doni.
Ti guardo, Giovanni. Non hai problemi, tranne quello di tirarti su il naso che cola e riuscire a prendere il giocattolo che in questo momento attira la tua attenzione.
Sei affidato a me, questo pomeriggio.
Le ossa mi scricchiolano, i nervi, i muscoli del collo sono tesi come corde di uno strumento .
Mi chiedo come sia possibile che io sia qui con te, piegata perché tu non ti faccia male, impegnata a distrarti e a farti sorridere, ad insegnarti come si diventa grandi, pur rimanendo bambini.
Tu tendi a me le manine, mi sorridi e mi accarezzi, affondando le dita nelle mie guance, aggrappandoti ai capelli fino a farmi male.
Io rido, Giovanni, e godo di te, del tuo essere così maldestro, incapace, indifeso, piccolo, godo della tua pelle morbida e vellutata, godo delle fossette che interrompono la carne tenera delle tue mani, godo dei tuoi piedini costretti in due paia di calzini, perché fa freddo, dei tuoi pochi capelli distribuiti in modo difforme sulla testa tornita da un artefice sommo, godo della tua bocca disegnata da un maestro mirabile, godo delle tue orecchie, del suono della tua voce balbettante sillabe che solo l’amore capisce.
Giovanni sei piccolo, ancora tanto piccolo da poterti tenere stretto e coprirti con le mie braccia.
Sei tanto indifeso che io, la nonna malata ti può difendere.
Oggi, Giovanni, ti basta il mio occhio vigile, la mia mano dolente, le mie braccia stracciate nelle più intime fibre per darti sicurezza e conforto.
Ti basta la mia voce che ancora persuade e comunica amore e tenerezza.
Fino a quando?
Giovanni oggi voglio godermi questo momento e ne ringrazio il Signore.
Il tuo nome, Giovanni, era già scritto, sulle palme delle Sue mani, prima ancora che fossi intessuto nel grembo di tua madre, prima ancora che tua madre e tuo padre pensassero a te.
Il tuo nome era Giovanni, è Giovanni, perché la misericordia di Dio non si misura e tu, tutta in te la manifesti.
Quando sarai grande, ricorda di osservare i bambini. Sono la più grande ed efficace scuola d’amore.


La nonna

domenica 5 aprile 2009

Domenica delle palme


(Mc 11,1-10) Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”».
Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare.
Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano:
«Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Osanna nel più alto dei cieli!».





Anch'io, Signore, oggi mi voglio unire al giubilo della folla che ti acclama, agitando rami d'ulivo, voglio unirmi cantando le tue lodi a coloro che in quel gesto salutavano il Re della pace, il Messia, il Salvatore.


Voglio anch'io vederti, mentre procedi a fatica attraverso le ali della folla in delirio per Te, voglio essere trasportata in quelle strade affollate di Gerusalemme, sotto i raggi del sole di primavera che illumina ed esalta il mistero nascosto in quell'ingresso trionfale di amore e di morte.


Pigiata, in un angolo, stretta da ogni parte, con il corpo proteso allo spasimo, non voglio lasciarmi sfuggire l'occasione di incrociare il tuo sguardo, prima che il tuo destino si compia.


Fa', Signore, che quell'asinello su cui tu procedi, mi richiami alla mente l'umiltà del mezzo che tu hai usato per venire in mezzo a noi, la discrezione con la quale ti manifesti.


Fa' che ti veda passare anche quando non ci sono folle ad osannarti, quando non sei coperto di gloria,come quel giorno a Gerusalemme, fa' che ti riconosca in ogni uomo affamato, assetato, tradito, perseguitato, offeso, crocifisso.


Signore, oggi a Gerusalemme voglio esserci anch'io, con la promessa che non ti perderò di vista, con l'impegno di rimanere sveglia quando ti apparterai nell'Orto degli ulivi per pregare, con il desiderio di non cedere alla tentazione di lasciarti solo a morire.


Fa' che ti possa accompagnare in tutti i momenti della tua passione, fa' che possa salire sulla tua croce per condividere la tua sofferenza.


Concedimi, Signore, di esserti fedele sempre, ogni giorno della mia vita, nel servizio all'uomo, anche quando porta nel volto tua immagine sfigurata, quando la sua resurrezione dipende da uno sguardo, una parola, da una persona che si faccia carico della sua sofferenza e te la presenti, perchè tu la trasformi in straodinaria occasione di grazia.






foto©Duccio di Buoninsegna. Ingresso di Cristo a Gerusalemme ( Siena, Museo dell'Opera)



domenica 29 marzo 2009

La vita



Giovanni 12,20-33 -In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.


“Vogliamo vedere Gesù” chiedono alcuni Greci presenti a Gerusalemme per la festa delle Capanne.


Sicuramente l'averlo visto, mentre faceva il suo ingresso trionfale nella città, attraverso le ali di una folla osannante, suscita in loro il desiderio di incontrarlo personalmente.


Il tempo per incontrare il Signore non è uguale per tutti.


Ma il luogo è sempre lo stesso: la terra dove dobbiamo accettare di essere seppelliti insieme alla presunzione, all' autosuficcienza, all' egoismo che ci tengono separati gli uni dagli altri.


E' allora che lo spazio e il tempo finito dell'uomo si dilatano, sconfinando nell'eterno amore di Dio.


Attingere direttamente da Lui è l'unica modalità possibile per avere vita e dare vita.




mercoledì 25 marzo 2009

Guarigioni


Oggi pomeriggio, quando è arrivato Giovanni, stavo a letto, in preda a dolori lancinanti alla schiena.

Cerco sempre di evitare che mi veda, quando sto molto male, perchè Giovanni è un bambino sensibile e non voglio farlo soffrire.

Quando mi ha chiesto se mi lamentavo perchè nessuno mi credeva, ho pensato che forse aveva ragione; ma con fermezza gli ho detto che non c'entrava nessuno. Era solo che mi faceva troppo male e non sapevo cosa fare.

" Hai bisogno forse di un po' di amore!" ha esclamato, salendo sul letto.

Mi ha abbracciato da dietro, aderendo con tutto il suo corpo al mio, sì che potessi percepirne il calore.

Non so quanto tempo è stato così, ma a me è sembrato che il tempo si fosse fermato, perchè facessi esperienza di paradiso.

martedì 24 marzo 2009

Vuoi guarire?


Giovanni 5,1-3.5-16 - Sull'istante quell'uomo guarì
Era un giorno di festa per i Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Vi è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzata, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo disteso e sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: "Vuoi guarire?". Gli rispose il malato: "Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me". Gesù gli disse: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina". E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all'uomo guarito: "È sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio". Ma egli rispose loro: "Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina". Gli chiesero allora: "Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?". Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: "Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio".
Quell'uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Spesso capita di attribuire agli altri la responsabilità dei nostri fallimenti.

Il guardare a ciò che non ci viene dato, ci porta ad essere scontrosi e infelici, ad isolarci dal mondo e a precluderci qualsiasi possibilità di vita.

" Vuoi guarire?" chiede Gesù al paralitico.

Sembra una domanda paradossale, rivolta ad un uomo che da 38 anni (il tempo in cui il popolo d'Israele vagò nel deserto, senza ascoltare la voce del Signore) giace paralizzato sul suo lettuccio.

Eppure la risposta ci mostra che l'uomo ha perso di vista il suo obbiettivo: quello di muoversi.

Infatti risponde accusando gli altri del proprio stato.

Gesù, invitandolo ad alzarsi, a farsi carico della sua infermità, non fa che metterlo di fronte alla sua responsabilità di scegliere, senza aspettare che altri lo facciano al suo posto.

La prima esperienza che fa il protagonista del racconto è quella di uno sguardo, di una vicinanza, di una parola che lo invita a cambiare posizione.

Chi gli parla è Gesù, il figlio di Dio, che non conosce, come vedremo, ma che gli comunica l'amore dal quale si sentiva escluso.

L'esperienza dell'amore di Dio trasforma la nostra inadeguatezza paralizzante in occasione per accogliere la grazia rigenerante che, togliendoci dall'isolamento, ci rende fecondi.

sabato 21 marzo 2009

RISVEGLI


Descrivi il tuo risveglio
(Compito per casa)
...
La mattina mi sveglia quasi sempre papà.


Mi chiama:Giovanni, Giovanni! E'tardi.
Io mi stiracchio, scendo dal letto e vado in cucina per fare colazione.


Invece la mamma mi chiama:Giovanni, vieni a fare colazione.
Io vado in cucina e la mamma mi abbraccia forte.
....

venerdì 20 marzo 2009

L'inizio della storia

Emanuele ieri, a bruciapelo, mi ha chiesto dove sta Gesù.

Quando me lo chiese Giovanni, non fu necessario che trovassi una risposta, visto che gli venne subito in mente che, se gli metteva una sedia, quando si apparecchiava la tavola, si sarebbe seduto con lui e lo avrebbe seguito ovunque. Se gli avesse fatto spazio.

Ma Giovanni è stato con me da sempre. Gli ho dato da mangiare e da bere, l'ho accompagnato in ogni sua scoperta, ho vigilato su di lui quando dormiva e quando era sveglio, quando smontava la casa con la sua esuberanza o in preda alla febbre rimaneva accucciato nel letto.

Mi sono presa cura di lui in tutto, provvedendo a rendergli presente Gesù attraverso il sole, la luna, le stelle, i fiori, il mare, i giochi, la pappa, il parcheggio e le persone che mi aiutavano a farlo stare bene.

Abbiamo cominciato con un grazie a Gesù “per le patate e per i colori”, dopo che Babbo Natale gli aveva recapitato una montagna di regali.

Era inevitabile, vista la dimensione degli striminziti zainetti in cui i pastorelli custodivano i doni da portargli.

Sicuramente i suoi non ci sarebbero entrati in quei contenitori, e per giunta aveva anche fatto il cattivo.

Emanuele è stato allevato dall'altra nonna, fino a quando non è cresciuto tanto da non dover essere più preso in braccio.

A settembre del 2008( aveva poco più di due anni) , quando venne la prima volta a stare con me, voleva scappare, perchè aveva paura del lupo.

Gli dissi che a casa mia non c'è il lupo, ma solo Gesù.

Grazie a Dio questa paura è scomparsa con il tempo, e sempre più spesso ripete che a casa mia c'è Gesù.

Ma delle storie del Vangelo, che tanto hanno appassionato Giovanni, non si cura.

A lui non interessa la storia di nessuno e ama addormentarsi in silenzio, possibilmente abbracciato a qualcuno.

Per entrare in relazione con un bambino è necessaria una storia che ti accomuni.

Perciò, quando mi ha chiesto dove sta Gesù, mi sono sentita spiazzata, perchè dovevo ancora costruirla, la storia.

Ho alzato gli occhi al Crocifisso nella ricerca di una risposta chiara e convincente.

E la risposta è arrivata come una folgore che squarcia le tenebre, come un terremoto che solleva e porta alla luce un tesoro.

Ho abbracciato Emanuele e gli ho detto.

" Vedi, Gesù è in questo abbraccio, nella gioia che provi e che provo.

Quando qualcuno ti fa una carezza, ti prepara una pappa buona, gioca con te, ti consola: è' li' che devi cercare Gesù.

Gesù non lo vedi, se fai un dispetto al fratellino o ad un compagno di scuola, se fai i capricci, se pensi solo a te e ti dimentichi che ci sono persone che aspettano che tu li abbracci".

Voglio ringraziare il Signore perchè mi ha ricordato che ogni storia comincia con un abbraccio.

sabato 14 marzo 2009

Il cucchiaio lungo

Luca 15,1-3.11-32 In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”.
Allora egli disse loro questa parabola: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.
Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.
Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo.
Egli si indignò, e non voleva entrare.
Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.
Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

“Io qui muoio di fame! “

La fame porta il giovane figlio a desiderare la casa del Padre.

Eppure se n'era andato con metà delle sostanze che avrebbero dovuto, a rigor di logica, esere sufficienti per non farlo morire di fame.

Ma così non è stato.

Che il Padre gli abbia dato monete false, assegni scoperti, beni ipotecati?

Mi viene in mente il racconto molto istruttivo, trovato sul web, riguardo alla differenza tra gli abitanti dell'inferno e quelli del paradiso.

La tavola imbandita, il cibo, i lunghi cucchiai.

Tutto uguale.

Ma se nell'inferno i lunghi cucchiai impediscono di portare il cibo alla propria bocca, in paradiso il problema non esiste, perchè ognuno si preoccupa di portare il cibo nella bocca dell'altro. 


mercoledì 11 marzo 2009

Malattia profetica

Il giorno del mio compleanno, staccando il foglietto del calendario liturgico , gli occhi mi sono andati alla frase messa in bella evidenza, tratta dal libro del profeta Daniele (Dn 9,10).


 “ Non abbiamo ascoltato la voce del Signore”.




Ho pensato alla strana coincidenza che proprio quella mattina avevo fissato l'appuntamento con l'otorino, per definire una volta per tutti chi è sordo: io o mio marito.


Io perchè tengo sempre troppo alto, a suo parere, il volume della radio o della Tv, o lui che non sta mai a sentire quello che dico.



Era giunto il momento di fare un serio esame di coscienza, visto che siamo in Quaresima e che, se il giorno del tuo compleanno il Signore dice che siamo stati sordi, avrà avuto i suoi buoni motivi.


 
Mi sono chiesta in quel momento se quello che andavo a fare era sufficiente per risolvere il problema e porre fine alle dispute.



“Spero sia un tappo di cerume” ho detto alla dottoressa .


“Tutti lo sperano; ma non c'è nessun tappo"ha risposto.


" L'abbassamento dell'udito, rivelato dall'esame,  non è preoccupante.


Dipende quanto questo limite ostacola la sua vita di relazione”



Certo che problemi me ne pone, anche perchè, se voglio capire quello che mi si dice, devo guardare in faccia le persone , devo cambiare posizione.



Malattia profetica, non c'è che dire.




domenica 8 marzo 2009

LA DONNA

Voglio ringraziare il Signore perchè ha affidato a Maria, donna concepita senza peccato, il compito di accogliere, custodire e coltivare il Seme, che avrebbe  dato  nuova ed eterna vita al mondo.


Lo voglio benedire perchè ha scelto Maria di Magdala, donna guarita dai suoi peccati, per annunciare al mondo la resurrezione, mostrandosi per primo a lei, nel cimitero trasformato in un giardino. 


Voglio, in questo giorno in cui tutti i giornali parleranno dei diritti della donna, invitare a leggere la più straordinaria, folle e appassionata lettera d'amore mai scritta: la Bibbia.


Dove la donna, icona della Chiesa, "casta e peccatrice ", è destinata a essere sposa del Suo Creatore. 

sabato 7 marzo 2009

Perfezione

VANGELO (Mt 5,43-48)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
La perfezione è prerogativa di Dio.
Sembra un'esagerazione che Gesù ci inviti ad essere come Dio.

Ma se a chiedercelo è un pazzo, allora abbiamo ragione a pensarlo, ma se è il Figlio di Dio in persona che ce lo chiede o non è il figlio o ha tutti i motivi per farlo.

La perfezione sta nell'amare i nostri nemici.

A ragione non è umano pensare che ne possiamo essere capaci. Da soli non ce la faremmo mai.

Il Deteuronomio ci mostra un Dio fedele che rende fedeli attraverso i suoi comandamenti.

“Tu hai sentito oggi il Signore dichiarare che egli sarà il tuo Dio, ma solo se tu camminerai per le sue vie e osserverai le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e obbedirai alla sua voce.
Il Signore ti ha fatto oggi dichiarare che tu sarai per lui un popolo particolare, come egli ti ha detto, ma solo se osserverai tutti i suoi comandi”(Dt 26,17-18)
I comandamenti infatti, sono parole di amore e di vita, non condizioni per avere la vita.
Nel Salmo 18, è proclamata la beatitudine di chi osserva i comandi del Signore.
La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l'anima;
Gli ordini del Signore sono giusti,
fanno gioire il cuore;
i comandi del Signore sono limpidi,
danno luce agli occhi.
Lasciamoci perfezionare da Dio, attingendo da Lui, fonte dell'amore, la capacità di amare come Lui ci ha amato.

La nostra anima si rinfrancherà, il nostro cuore si riempirà di gioia, i nostri occhi risplenderanno di  luce, quando liberamente sceglieremo di obbedire alla Parola che salva.

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giovedì 5 marzo 2009

Il rumore


Oggi i miei vicini di casa, sposati, ma senza figli, hanno traslocato, perchè non sopportavano più il rumore di Emanuele e Giovanni, che abitavano sopra.


Giovanni, stanco di giocare sul letto, di camminare a piedi scalzi, di vedere i cartoni a basso volume, per evitare che "il signore di sotto " incendiasse la casa, come più volte ha minacciato di fare,  ha traslocato  anche lui.


La casa: quella dell'altra nonna, perchè è più grande e " ci si può fare il rumore".


Il mio pensiero va a quando vivevamo con la porta aperta e il rumore della vita circolava indisturbato nelle nostre case.  


Quando i vicini di casa era naturale, per noi bambini, chiamarli zii.

lunedì 2 marzo 2009

Santità

Matteo 25,31-46 - Ogni volta che avete fatto qualcosa a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà anche a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”

C'è una stretta corrispondenza tra la prima lettura che la liturgia di oggi ci propone ( Lv 19,1-2.11-18) e il passo del Vangelo.


In entrambi è comandato l'amore come via per entrare nella santità di Dio, vale a dire il paradiso.


”Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo.”


La santità sembra una meta irraggiungibile, appannaggio di pochi e a noi sembra presunzione anche solo aspirarvi.


Ma Gesù ci indica la strada per vivere la santità di Dio già da adesso, nella nostra quotidianità, divenendo canali del suo amore.


Staccati dalle cose terrene, come le nuvole che sono nel cielo, facciamo sì che il sole di Dio sciolga i nostri cuori , sì da poter irrigare le terre aride, senz'acqua su cui il vento dello Spirito ci muove.


Che l'essere peccatori non ci impedisca di attingere copiosamente alla fonte della Sua grazia.


Chiunque continua a sentire lo sguardo misericordioso di Dio posarsi sulla propria indegnità è santificato e capace di santificare a sua volta, trasferendo il paradiso su questa terra.

giovedì 26 febbraio 2009

Il vestito



Mentre mi recavo, lunedì scorso, nel gabinetto di fisioterapia e pensavo alla traccia della trasmissione, i coriandoli e le stelle filanti di cui i marciapiedi erano pieni, mi hanno fatto pensare al Carnevale.


Già il Carnevale mi sono detta. Ma ha ancora senso travestirsi, indossare una maschera? Si sente ancora l'esigenza di sconvolgere gli schemi e inventare nuove prigioni? Ho pensato che, almeno da parte mia, l'esigenza non c'era, perché le maschere le ho indossate per tutta la vita e con fatica me le sto togliendo di dosso, man mano che la Verità si fa strada e mi restituisce la libertà.

Anche Emanuele non ha voluto indossare la maschera che con tanto amore l'altra nonna gli ha confezionato. Una maschera da pagliaccio. Ha fatto l'Africa per non mettersela. Del resto a due anni e mezzo che può capire di maschere? Per lui è insensato indossare un vestito nel quale non si riconosce e si muove a fatica.


«Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.”, dice Gesù.

I i bambini non si vergognano ad andare nudi e, specie se piccoli, non indossano volentieri abiti che gli impediscono di muoversi liberamente.

Da quando Adamo usò la foglia di fico per farsene uno, la prima maschera che si ricordi, l'uomo ne ha inventate di nuove e sempre più sofisticate, fino ad indossare la più subdola, quella che non si può togliere neanche quando sei solo. Il nudo contraffatto. Ebbene sì, oggi non è la foglia di fico che fa la differenza, ma un lifting, un tatuaggio, un piercing, una rimodellazione del naso, della bocca degli occhi, del seno, dei glutei, di tutto ciò che serve per dare agli altri un'immagine migliore di sé.

Giovanni, all'età di Emanuele, aveva con grande soddisfazione e gioia accolto il caldo vestito di lana che io gli avevo confezionato, con tanto di coda e di orecchie di pelliccia. Era un vestito da cane e, indossandolo, realizzava un suo sogno: quello di essere uguale a lui, sì da poterci parlare e dormire e mangiare insieme.
Ah se fossi un uccello! Disse quel signore che non credeva che Dio si fosse incarnato, quando si accorse che gli uccelli tramortiti al suolo, trovati davanti alla finestra di casa sua, la notte di Natale, non si lasciavano avvicinare, perchè avevano paura di lui. In quel momento aveva desiderato di essere uno di loro, come aveva fatto Gesù, quando aveva deciso di venirci a salvare.

I bambini capiscono subito la differenza tra l'una e l'altra cosa.

Giovanni, al matrimonio dello zio, colpito dalle inusuali e sfavillanti toilettes degli invitati, mi chiese se si erano travestiti tutti da matrimonio. Aveva poco più di tre anni.

Il primo travestimento lo troviamo proprio adottato da una coppia, la prima, che si coprì agli occhi dell'altro e di Dio per la vergogna di essere nudi.

Il peccato porta a coprire l'immagine di Dio, riflessa in ogni uomo, porta a travestirsi, a non accettare di essere quello che sei.

Poi Gesù è venuto a parlarci di vino nuovo in otri nuovi e di vestiti nuovi per persone nuove, rinnovate, rigenerate..

Il vestito nuovo l'abbiamo visto domenica, quando don Gino l'ha messo ai piccoli Federico ed Emma dopo il Battesimo.

È stato un caso provvidenziale che ci portassimo dietro Giovanni ed Emanuele, perchè pioveva e non erano potuti andare a festeggiare in piazza il Carnevale.

Così, almeno al grande, abbiamo potuto spiegare le ragioni di quel vestito, di quella candela, accesa dal papà al Cero pasquale, delle litanie ai santi, per invocare il loro aiuto nella lotta titanica contro il serpente, dell'olio spalmato simbolicamente sul collo del bimbo, per sfuggire alla presa del nemico, dell'applauso di tutta la chiesa, a cerimonia finita.

 

lunedì 23 febbraio 2009

Guaritori

Marco 9,14-29 .
In quel tempo, Gesù sceso dal monte e giunto presso i discepoli, li vide circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro.
Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: “Di che cosa discutete con loro?”. Gli rispose uno della folla: “Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti”. Egli allora, in risposta, disse loro: “O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me”. E glielo portarono.
Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando. Gesù interrogò il padre: “Da quanto tempo gli accade questo?”. Ed egli rispose: “Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci”. Gesù gli disse: “Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede”. Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: “Credo, aiutami nella mia incredulità”.
Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: “Spirito muto e sordo, io te l’ordino, esci da lui e non vi rientrare più”. E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: “È morto”. Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.
Entrò poi in una casa e i discepoli gli chiesero in privato: “Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?”. Ed egli disse loro: “Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera”. 

 
Si direbbe che gli apostoli non hanno pregato, prima di intervenire, visto come sono andate le cose.


Il padre, invece, riesce a guarire il figlio attraverso la sua fede imperfetta, ma sincera.


Chi rende possibile il miracolo, infatti è lui che, dopo essersi rivolto alle persone sbagliate, verrebbe da dire, incontra Gesù.


Non lo conosce bene.


" Se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci!"gli dice.


Vuole credere che Gesù sia in grado di guarire il figlio più dei suoi discepoli.


Il miracolo scaturisce dalla consapevolezza del proprio limite.


"Credo.Aiutami nella mia incredulità!".


La fede, piccola come un granellino di senapa, si apre alla preghiera più autentica e vera che troviamo nel Vangelo.


E tocca il cuore di Dio.


sabato 21 febbraio 2009

La tenda

Marco 9,2-13 In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè, che discorrevano con Gesù.
Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!”. Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento.
Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!”. E subito, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti. E lo interrogarono: “Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”.
Egli rispose loro: “Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa; ma come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato. Orbene, io vi dico che Elia è già venuto, ma hanno fatto di lui quello che hanno voluto, come sta scritto di lui”.



“Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!”.


La fede è ascolto,è credere che Dio continua a parlare all'uomo ancora oggi e a farci salire sul monte per essere trasfigurati e risplendere della sua luce.


Pietro voleva fare tre tende sul monte Tabor e rimanerci.


Una per Gesù, una per Mosè, una per Elia, perché non sapeva cosa dire ed era stato con gli altri preso dallo spavento.


Lo spavento viene dalla paura di ciò che non conosciamo, paura dell'imprevedibile incursione di Dio nella nostra storia.


Pietro, come noi, vuole assicurarrsi una vita senza incognite, rischi, bruschi cambiamenti di direzione.


Una vita lontana da ogni pericolo di fallimento, morte, dolore.


La paura condiziona le nostre scelte e ci impedisce di ascoltare la voce che viene dal cielo.


Di riconoscere che Dio è qui, ora, in ogni momento, situazione, incontro, relazione che stiamo vivendo.


E' presente, come lo era nella nube, quando parlò a Mosè, ma anche quando parlò ad Abramo.


Dio è presente nel creato, come quando pronunciò il Fiat per dargli inizio.


Dio continua a dare vita al mondo, continua ad amare anche attraverso i segni contraddittori che appaiono ai nostri occhi.


Non c'è bisogno di piantare una tenda, per vederLo, ma di portarla arrotolata sopra le spalle.


Perchè possiamo piantarla ovunque un uomo abbia bisogno di un altro uomo che gli offra un riparo.