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venerdì 1 giugno 2012

Dimmi come vuoi che io sia per farti felice



MILANO 2012. APPUNTI DI VIAGGIO 1 giugno - 2
   
Dimmi come vuoi che io sia per farti felice

Dimmi come vuoi che io sia per farti felice… così santa Gianna Beretta Molla ha parlato al suo sposo nel giorno del matrimonio. Ieri a Varese abbiamo avuto il piacere e la grande commozione di rileggere la vita della santa lombarda dialogando con i suoi tre figli, tutti presenti in sala.
Certo fa effetto sentire parole come quelle, che suonano perfino strane in un mondo come il nostro in cui tutto si gioca sulle rivendicazioni, sui diritti, sul pretendere dall’altro.
Quante volte abbiamo sentito “mio marito deve”, mia moglie DEVE, e così via. Ci siamo inquinati e abbiamo dimenticato che l’essenza dell’amore non è chiedere, ma dare, non è vantare diritti ma offrire, offrire tutto di noi stessi per scoprire che in tal modo ci si ritrova integralmente, che nulla di noi va perduto ma ci viene restituito migliorato, depurato.
Ho discretamente chiesto a una delle figlie della santa se mamma si inquietasse mai in casa, anche perché stavo pensando di essere un caso disperato. “Qualche volta sì”, mi ha risposto, confortando così le mie speranze di santità.
L’essenza della famiglia è proprio questa, un sottilissimo filo rosso che lega un uomo e una donna che si promettono amore per la vita. Un filo tanto resistente quanto fragile, un legame che può portare in cielo due sposi, trasferendo il loro amore da questo mondo direttamente all’altro mondo.
Gli sposi che amano in questa prospettiva sono capaci ancoro oggi di “cose dell’altro mondo” come accogliere figli disabili, oppure semplicemente il terzo, il quarto, il decimo, magari col conto corrente in rosso.
La sua forza ma anche la sua fragilità: quante troppe separazioni, quanti divorzi. E’ un legame sotto un attacco che non possiamo più trascurare. La relazione genitori – figli, la relazione di adozione e di affido, la relazione con gli anziani, con i disabili, la stessa vedovanza sono radicalmente condizionate nel loro successo integrale dalla qualità della relazione coniugale.
Vera e Stefano Zamagni, da lunga data sposi, genitori e nonni oltre che docenti universitari, ci hanno ricordato proprio questo: il lavoro non può mai entrare in conflitto con la famiglia, con la coniugalità. L’era contemporanea postula un necessario intervento di armonizzazione tra queste due realtà profondamente umane che per loro natura non sono in conflitto. Da sempre l’uomo e la donna collaborano per crescere e sostenere la loro unione. Solo negli ultimi centocinquant’anni vuote ideologie hanno postulato una contrapposizione tra famiglia e lavoro. Compito dei cristiani, e in particolare dei professionisti cristiani è mostrare una nuova armonia possibile tra lavoro e famiglia. In fondo – aggiungo io – sono i due comandamenti che Dio ha dato all’uomo quando è uscito dall’Eden per diffondersi su tutta la terra: andate e moltiplicatevi, e soggiogate la terra. Comandamenti dati non certo come punizione ma come via maestra per ritornare a Lui.
Sono convinto che occasioni come queste ci diano la possibilità di mostrare a questa generazione, affannosamente ripiegata su sé stessa dalla crisi, che è invece possibile amare. Imparare ad amare nella famiglia, per poi a ricaduta amare nel lavoro, nella vita di tutti i giorni, ovunque siamo.
La testimonianza del famoso calciatore dell’Inter Zanetti, sposato e padre di tre figli, profondamente credente e fedele al suo matrimonio anche in un mondo pieno di occasioni di ogni sorta come quello delle star, ci ha trasmesso la consapevolezza che abbiamo davvero una grande vocazione.
Questo messaggio di speranza vorrei raggiungesse tutte le coppie in crisi, gli sposi che stanno pensando di lasciarsi, di gettare la spugna. E’ vero che è difficile amare, che a volte costa caro, ma chi l’ha provato sa che ne vale sempre la pena. Coraggio!

Simone Pillon

venerdì 12 novembre 2010

Vita comunitaria


-Ogni uomo è una storia sacra

La vita comune può diventare una vera scuola in cui si cresce nell'amore; è la rivelazione della diversità, anche di quella che ci da fastidio e ci fa male; è la rivelazione delle ferite e delle tenebre che ci sono dentro di noi, della trave che c'è nei nostri occhi, della nostra capacità di giudicare e di rifiutare gli altri, delle difficoltà che abbiamo ad ascoltarli e ad accettarli.
Queste difficoltà possono condurre a tenersi alla larga dalla comunità, a prendere le distanze da quelli che danno fastidio, a chiudersi in se stessi rifiutando la comunicazione ad accusare e a condannare gli altri; ma possono anche condurre a lavorare su se stessi per combattere i propri egoismi e il proprio bisogno di essere al centro di tutto, per imparare a meglio accogliere, comprendere e servire gli altri.
Così la vita in comune diventa una scuola di amore e una fonte di guarigione.
L'unione di una vera comunità viene dall'interno, dalla vita comune e dalla fiducia reciproca; non è imposta dall'esterno, dalla paura.
Deriva dal fatto che ciascuno è rispettato e trova il suo posto: non c'è più rivalità.
Unita da una forza spirituale, questa comunità è un punto di riferimento ed è aperta agli altri; non è elitista o gelosa del proprio potere.
Desidera semplicemente svolgere la propria missione insieme ad altre comunità, per essere un fattore di pace in un mondo diviso.(Jean Vanier)


http://www.qumran2.net/ritagli

venerdì 6 novembre 2009

La porta aperta



Quando una porta della felicità si chiude, se ne apre un'altra; ma tante volte guardiamo così a lungo quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.

(Paulo Coelho)

martedì 11 agosto 2009

Felicità




Ballate come se nessuno vi guardasse



Per tanto tempo ho avuto la sensazione che la vita sarebbe presto cominciata, la vera vita!
Ma c'erano sempre ostacoli da superare, strada facendo qualcosa di irrisolto, un affare che richiedeva ancora tempo, dei debiti che non erano stati ancora regolati, in seguito la vita sarebbe cominciata.
Finalmente ho capito che questi ostacoli erano la mia vita.
Questo modo di percepire le cose mi ha aiutato a capire che non c'è un mezzo per essere felici, ma che la felicità è un mezzo.
Di conseguenza, gustate ogni istante della vostra vita, e gustatelo ancora di più perché lo potete dividere con una persona cara, una persona molto cara per passare insieme dei momenti preziosi della vita, e ricordatevi che il tempo non aspetta nessuno.
E allora smettete di pensare di finire la scuola, di tornare a scuola, di perdere 5 chili, di prendere 5 chili, di avere dei figli, di vederli andare via di casa. Smettete di aspettare di cominciare a lavorare, di andare in pensione, di sposarvi, di divorziare.
Smettete di aspettare il venerdì sera, la domenica mattina, di avere una nuova macchina o una casa nuova.
Smettete di aspettare la primavera, l'estate, l'autunno o l'inverno.
Smettete di aspettare di lasciare questa vita, di rinascere nuovamente, e decidete che non c'è momento migliore per essere felici che il momento presente.
La felicità e le gioie della vita non sono delle mete, ma un viaggio. Lavorate come se non aveste bisogno di soldi.
Amate come se non doveste mai soffrire. Ballate come se nessuno vi guardasse.

 (Alfred Souza)

giovedì 5 marzo 2009

Il rumore


Oggi i miei vicini di casa, sposati, ma senza figli, hanno traslocato, perchè non sopportavano più il rumore di Emanuele e Giovanni, che abitavano sopra.


Giovanni, stanco di giocare sul letto, di camminare a piedi scalzi, di vedere i cartoni a basso volume, per evitare che "il signore di sotto " incendiasse la casa, come più volte ha minacciato di fare,  ha traslocato  anche lui.


La casa: quella dell'altra nonna, perchè è più grande e " ci si può fare il rumore".


Il mio pensiero va a quando vivevamo con la porta aperta e il rumore della vita circolava indisturbato nelle nostre case.  


Quando i vicini di casa era naturale, per noi bambini, chiamarli zii.