lunedì 22 giugno 2009

Sicurezze


“Parla solo se sei sicuro che le tue parole valgono più del silenzio che stai per infrangere”.
(Proverbio arabo)

domenica 21 giugno 2009

Passare all'altra riva

Marco 4,35-41 -In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».


Visto che i problemi alle gambe mi impediscono di andare dove voglio, ieri con Gianni abbiamo deciso di prendere una sedia a rotelle, perchè io potessi godere del sole, del mare, delle bellezze del creato e degli incontri con le persone.


Con tutto ciò che mi parla di Dio.


Ma oggi il cielo si è coperto di nuvole spesse e grigie, il vento ha cominciato a soffiare e una pioggia violenta si sta abbattendo sul pezzetto di mondo che vedo solitamente dalla finestra e che volevo esplorare più da vicino.


Per fortuna che abbiamo fatto salire il Signore sulla nostra barca.


Anche se dorme, siamo certi che le onde non ci sommergeranno, perchè è Lui che ci tiene in vita.



2Corinzi 5,17
Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.

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lunedì 15 giugno 2009

La spada



Matteo 5,38-42 - In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle”.


"Da’ a chi ti domanda "


Non credo sia da prendere alla lettera.


Dipende da cosa ci viene chiesto.


Se quello che diamo è dono gratuito, esigenza insopprimibile per rispondere all'amore di Dio con l'amore per i suoi figli, nostri fratelli in Gesù, ben venga anche il martirio.


La testimonianza deve portare a ringraziare il Signore per le meraviglie che compie, innestandosi nella nostra umanità imperfetta.


Quando il fine dell'agire è Lui, a Lui la gloria e l'onore per quello che riusciamo a fare, a dire ad essere.


Ma quando chi ci chiede vuole diventare il nostro padrone, annullando la nostra volontà, allora è il nemico che ci tenta.


Per queso tipo di nemico Gesù consiglia di comprare la spada «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla».Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine».(Luc 22,35-36).


E di se stesso dice:"Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada"(Matteo 10,34).


E che dire della profezia del vecchio Simeone?
Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima».(Luca 2,34-35).


 
Chiediamo al Signore di poter sempre annunciare il Vangelo dell'amore, la spada a doppio taglio, che lì dove ferisce fa sgorgare l'acqua pura che ci fa creature nuove, abitate dallo Spirito






domenica 14 giugno 2009

Il messaggio


Mc 14,12-16.22-26 -Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.







Oggi, festa del Corpus Domini, ho affidato a Giovanni, il compito di commentare il Vangelo.

Gesù ci invita a parteciparte alla sua festa, che è anche la nostra, nella sua casa grande dove c'è posto per tutti: maschi e femmine, grandi e piccini.

Le immagini in alto, lo confermano.

Il piccolo a sinistra in basso con il palloncino è lui, il tredicesimo apostolo, che non poteva mancare.

Le femmine indossano i pantaloni perchè stanno più comode per ballare.

 Così me l'ha spiegato



sabato 13 giugno 2009

Il nome




Il mio nome, Antonietta, mi era sempre sembrato un dispetto di chi me l’aveva affibbiato, con la scusa che non ci si poteva sottrarre alla tradizione di imporre i nomi dei nonni, prima paterni e poi materni.
E siccome io ero la seconda, mi toccò quello di una nonna che non mi aveva allevato e che avevo avuto modo di conoscere poco, visto che morì quando io ero ancora  molto piccola. La parola di Dio mi aiutato a dare valore a ciò che pensavo non ne avesse

Isaia, 43, 1-3 a.4-5
“Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome:tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare;
poiché sono il Signore tuo Dio,
il Santo d’Israele, il tuo salvatore.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo


Queste le parole che mi portarono a riflettere su quanto sia importante il nome che ci viene dato, perché nel nome Dio ha scritto tutta la nostra storia, presente passata e futura, inserendola nel suo progetto di salvezza.
Così, illuminato dall’alto, è venuto alla luce, per risplendere tutto, il tesoro prezioso che questa nonna aveva lasciato in eredità, a tutti, figli e  nipoti che godiamo oggi della consolazione di una famiglia unita e in pace,una famiglia che la vide madre di cinque figli a cui insegnò l’arte di amarsi, comprendersi e aiutarsi sempre, in ogni circostanza, pur essendo nati da padri diversi
Nonna Antonietta me la ricordo con un rosario in mano quando scoppiavano i temporali e lei ci chiamava a raccolta sul suo lettone a recitare le avemarie.
Alla Madonna affidava le sue paure, a lei si rivolgeva perché il Padre celeste non facesse distinzioni nel salvare tutti quelli che le erano stati affidati.
Nel mio nome è scritto un passato che deve diventare presente, nel rispetto per gli anziani, nella testimonianza che la famiglia è un valore imprescindibile, nell’essere operatrice di pace, nella devozione alla nostra Mamma celeste perché ci aiuti a sentirci figli di un unico Padre e fratelli in Gesù.
Il 13 giugno, festa di S.Antonio da Padova, non sono mancati mai gli auguri da parte di tutti quelli che attraverso di me  volevano ricordarla.
Non potendo cambiare quel nome. che continuava a non piacermi,  pensai almeno di cambiare il santo di riferimento, scegliendo S.Antonio abate, monaco, che si confaceva meglio al mio desiderio di vivere il mio rapporto con Dio in solitudine, staccata dalle cose del mondo.
Solo più tardi ho capito che non a caso il mio santo protettore è quell’Antonio da Padova, divenuto santo per la sua infaticaticabile opera di evangelizzazione per la quale non si risparmiò, fino a minare fortemente la sua salute sì da morirne.
Nel mio nome c’è quindi scritto anche l’invito a scendere nella mischia, a non aver paura di contaminarmi, a mettere la luce sopra il lucerniere confidando solo in Lui che mi dà forza.
Dimenticavo. Come secondo, ho il nome di Maria, come anche le mie sorelle.
Le nostre mamme non avevano paura ad ammettere che da sole non ce l’avrebbero fatta a provvedere ai bisogni dei figli, così li affidavano, anzi li consacravano alla Madonna.
Questo pensiero mi commuove e mi consola, perché ho una grande famiglia in cielo che fa il tifo per me.

martedì 9 giugno 2009

L'augurio



Oggi Emanuele compie tre anni.


Nella ricerca faticosa e deludente di un dono da fargli, ho ripensato alle parole che gli rivolgemmo il giorno del suo Battesimo.



"Emanuele, cosa possiamo offrirti, che Dio non abbia già provveduto a darti senza misura?


Cosa possiamo prometterti che non sia già stato preparato per te da Lui, prima che tu nascessi, prima ancora che i tuoi genitori pensassero a te?




Avremmo almeno voluto trovare belle parole per esprimere i sentimenti che in questo momento ci riempiono il cuore.


Di gratitudine verso Dio, che continua a fidarsi di noi, perché continua ad affidarci i Suoi figli, i fiori più belli del suo giardino.


Di stupore e di meraviglia per il miracolo della vita che ogni giorno mostra i suoi tesori, belli e nascosti.


Di inadeguatezza di fronte al compito che sentiamo troppo alto per noi.


Ma anche di grande consolazione, perché tu ti chiami Emanuele "Dio con noi", e ogni giorno ci ricordi che non dobbiamo aver paura, perché mai saremo lasciati soli.


Le parole le abbiamo trovate già scritte.


Tu che abiti al riparo dell'Altissimo
e dimori all'ombra dell'Onnipotente,
di' al Signore: "Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido.
Egli ti libererà dal laccio del cacciatore;
ti coprirà con le sue penne
sotto le sue ali troverai rifugio.
la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;
non temerai i terrori della notte
nè la freccia che vola di giorno.
Poichè tuo rifugio è il Signore
e hai fatto dell'Altissimo la sua dimora,
non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutti i tuoi passi.
Sulle loro mani ti porteranno
perchè non inciampi nella pietra il tuo piede."
(Salmo 90)


 


domenica 7 giugno 2009

sabato 6 giugno 2009

L'obolo

Marco 12,38-44 - In quel tempo, Gesù diceva alla folla mentre insegnava: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”.
E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.




“ Ha messo tutto quello che aveva.”


Molto spesso non diamo, perchè non sappiamo di avere, perchè guardiamo sempre a quello che ci manca, non a quello che c'è.


Perciò siamo così parsimoniosi.


Ci accorgiamo dei tesori che Dio ci ha consegnato tra le mani solo quando li perdiamo.


Il più grande dei doni, insieme alla vita, è il tempo.


Ne abbiamo sempre troppo poco per gli altri, per uno sguardo, un sorriso, una parola che li renda visibili, li faccia esistere, restituisca la dignità a chi l'ha perduta.


Uno sguardo che faccia uscire dalla solitudine, dall'isolamento, dalla non vita chi si trova a vivere situazioni di disagio e di sofferenza.


Oggi voglio meditare su come impiego il mio tempo e chiedere al Signore di poterlo gettare nel tesoro del Suo Corpo, il Tempio di pietre vive, dal quale sono nutrita, anche quando non me ne accorgo.


Il Tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l'infinito è nei nostri cuori.

martedì 2 giugno 2009

La moneta di Dio





Marco 12,13-17 -In quel tempo, i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani mandarono a Gesù alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. E venuti, quelli gli dissero: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. È lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?”. Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: “Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda”. Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Gesù disse loro: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. E rimasero ammirati di lui.


Noi, la moneta inestimabile e preziosa, a cui Gesù ha ridato dignità e bellezza, siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, dono d'amore a noi stessi e al mondo.


Il nostro corpo è l' unico strumento per nutrire ed essere nutriti dal cibo di vita eterna ed entrare nella Sua immortalità.


Il Battesimo ci consacra re , profeti e sacerdoti, perchè diamo a Dio quello che è di Dio, consacrandolo a Lui e mettendolo al Suo servizio.


Isaia 55,1
O voi tutti assetati venite all'acqua,
chi non ha denaro venga ugualmente;
comprate e mangiate senza denaro
e, senza spesa, vino e latte.

domenica 31 maggio 2009

Risposte

L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito, che ha stabilito in noi la sua dimora. 


 (Rm 5,5; 8,11)



Oggi, giorno di Pentecoste, Dio mi comunica che  ha deciso di abitare stabilmente la mia casa.


Bisogna che gli faccia spazio, perchè, se ho ben capito, questa è una vera e propria proposta di matrimonio.


 Allora mi ama davvero!


 


sabato 30 maggio 2009

Domande

"Mi ami tu?" Ha chiesto Gesù a Pietro per tre volte.

Ho pensato che l'interpellato potevo essere io . La domanda era impegnativa.


Cosa dire che non risultasse falso?

Intanto gli chiedo se Lui mi ama, mi sono detta...


E' tanto che m'interrogo su ciò che umanamente non è più sostenibile.




Oggi, vigilia di Pentecoste, sono qui che aspetto il Postino del cielo con la risposta.



Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam.

giovedì 28 maggio 2009

Emanuele e l'ascolto

Emanuele ha quasi tre anni e non si è ancora rassegnato al fatto che la mamma lo lasci per andare al lavoro. Il suo è un pianto dirotto, disperato e a nulla finora sono valse le rassicurazioni delle persone che ne devono fare le veci: il papà, quando c'è, i nonni, la maestra dell'asilo.
“ La mamma torna presto, la mamma sta tornando, la mamma non è andata via, la mamma è andata a comprarti un gioco ecc. ecc.”.
Se è possibile piange più forte, quando ci sente parlare così.
Dobbiamo aspettare quindi che gli passi e che si distragga.
Ieri è accaduto di nuovo.
La primaria forma dell'amore è l'ascolto, mi sono detta.
Come avrei potuto calmare Emanuele? Come comunicargli l'amore
?
Ho pensato che, se fossi stata Emanuele, non avrei creduto alle fandonie che mi stavano raccontando su dove stava la mamma e su quando sarebbe tornata.
Ho pensato che a me faceva soffrire il fatto che non ci fosse, che non potevo godere delle sue braccia, dei suoi baci, delle carezze, del suo occhio vigile e attento.
“ Piangi perchè la mamma ti manca, vero Emanuele? Piangi perchè vuoi le sue coccole? Le mani della mamma sono calde... le sue braccia ti stringono forte...è bella la tua mamma..è la più bella del mondo...perchè ti vuole bene...perchè non c'è nessuno che ti sappia consolare come lei...”
Non ho avuto bisogno di continuare, perchè Emanuele aveva smesso di piangere per ascoltare come era bella e buona la sua mamma.


Vedi qui:.splinder.com/post/2 laprimaparola0472510/Ascolto

sabato 16 maggio 2009

Servi e padroni



Giovanni 15,18-21 -In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”.

Per possedere tutto bisogna lasciare tutto.

" E' mio!" dice il bambino all'inizio del suo percorso di crescita, che spiega molto di più di tante dispute teologiche sulla colpa originaria che ha allontanato l'uomo da Dio.

Ma Dio non si è allontanato dall'uomo e ha continuato a cercarlo e a parlargli. E' sceso dal suo trono.

Lui, Creatore e Signore del cielo e della terra, voleva incrociare il suo sguardo, che, se ci fai caso, è più facile quando stai più in basso della persona che vuoi guardare.

Questo è il motivo della lavanda dei piedi.

"Io sto come colui che serve"dice il Signore ai suoi amici.

"Quell'è mio" dei nostri bambini del quale ci siamo compiaciuti e che ci ha fatto sorridere, quando è stato pronunciato la prima volta, rimanda ad un possesso, ad un potere che perseguiamo per tutta la vita.

Il sogno dell'uomo è non dover sottostare a nessuno e spendiamo la vita per eliminare i padroni, ma invano.

Allora è giusto chiedersi se ne abbiamo bisogno, interrogandoci su chi dobbiamo servire e a cosa serviamo.

Solo così potremo capire le parole di Gesù:"Un servo non è più grande del suo padrone".

Perchè per guardare il mondo dall'alto e farlo proprio, bisogna che alziamo gli occhi al Signore ( Dominus-padrone), a Colui che hanno trafitto.

Al Gesù che è nascosto in ogni persona, piegando le ginocchia e lavandogli i piedi.

martedì 5 maggio 2009

Ascolto


L'ascolto è la legittimazione ad esistere dell'altro, è la forma primaria dell'amore.
E' come dire:” Io davanti a te mi fermo, perché non so chi tu sia, non pretendo di sapere al posto tuo e mi pongo il silenzio e ascolto come tu ti racconti e ciò che mi dirai di te è ciò che io saprò di te”. 

L'ascolto genera uno spazio protetto dove l'altro può esprimersi e tirare fuori ciò che ha dentro di sé, senza doversi difendere da nessun tipo di valutazione, intrusione o sovrapposizione.
E, nel momento in cui l'altro si esprime, esiste e, se io sono di fronte alla persona che si esprime e accolgo ciò che dice, la amo.
E con l'amore rendo me viva e l'altra persona viva, ed è possibile la relazione.
L'ascolto è come un abbraccio che fa sentire al sicuro e fa sentire anche il calore, l'interesse, il rispetto, l'accoglimento che non giudica, perché l'abbraccio non entra nel merito, lo contiene, dà sicurezza, dà forza, dà vita... permette alla vita di esprimersi.
L'acolto è comunicare all'altro, stando in silenzio:“Io credo in te non perché so chi tu sia, ma perché sono disposto ad accogliere ciò che tu vorrai essere, nella fiducia che sarà una cosa buona comunque, non perchè risponde alle aspettative che ho nei tuoi confronti, ma perché ti appartiene.


lunedì 4 maggio 2009

La porta



 



Giovanni 10,1-10 In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».


Cosa può dire a noi un pastore che vive lontano dalle nostre mete abituali?




Dobbiamo trasferirci in quelle terre aride e sassose della Palestina, il luogo dove Gesù concretamente spese la sua vita, per capire quanto fosse vitale prendersi cura di un gregge, non destinato al macello, ma a dare latte e lana, quanto diventassero intimi il pastore e le sue pecore tanto da non aver paura di perderle o confonderle, dopo che, di notte, secondo l’usanza palestinese, venivano riunite in un solo recinto.



 
Il vincolo d’affetto, di appartenenza, di intimità, che intercorre tra il pastore e le sue pecore è lo stesso che lega Dio al suo popolo, Gesù ad ognuno di noi.




Gesù è il bel pastore, il buon pastore. Noi siamo ciò che ha di più caro.



Si prende cura di noi e fa in modo che non ci perdiamo.



Lui ci conosce, noi no.



Riconoscere la sua voce è indispensabile per rientrare nell'ovile, dove metterci in salvo.



La sua voce è la porta attraverso la quale entrare nel cuore di Dio, l'ovile dove possiamo vivere con Gesù l'identità di figli di un unico Padre.

sabato 2 maggio 2009

“Forse anche voi volete andarvene?”.



Giovanni 6,60-69 - In quel tempo, molti tra i discepoli di Gesù, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”.
Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono”.
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”.
Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

Dove andare Signore, dopo aver sentito il tuo sguardo posarsi sulle nostre ferite e pian piano l'olio della tua tenerezza scendere sulla sofferenza della carne che tarda a guarire?

Dove rifugiarci se non nel tuo abbraccio inchiodato alla croce.. dove Signore?

Quante volte, Signore, il tuo linguaggio mi sembra duro, inaccettabile, lontano dalla mio concetto di bene, di gistizia, di verità!

Ma quando tutto questo mi porta a prescindere dal tuo sguardo, a tradirti, rinnegarti, cercare altre strade di salvezza, tu mi aspetti e mi parli e mi rialzi, perchè possa sperimentare ancora la tua compassione, il potere sconfinato del tuo amore.

Oggi e sempre ti voglio ringraziare, Signore, perchè a capo della tua chiesa non hai messo Giovanni un mistico, un modello lontano dalla nostra quotidianità, ma Pietro, un uomo come noi, che attraverso i dubbi, le paure, le cadute, non ha mai smesso di cercare il tuo sguardo.


martedì 28 aprile 2009

Sogni di Giovanni


Mentre aspettiamo che venga il bel tempo, Giovanni sogna l'estate e il modo per togliere il broncio al sole.


Alle nuvole, che sono la maggioranza, affida il compito di dare spettacolo, perchè il sole si decida a crescere e i bambini possano tornare a gioire.

lunedì 27 aprile 2009

Motivi

Giovanni 6,22-29 - Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, notò che c’era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti.
Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberiade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. Trovatolo di là dal mare, gli dissero: “Rabbì, quando sei venuto qua?”.
Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”.
Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”.
Gesù rispose: “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”.


I motivi che spingono la folla a cercare Gesù sono i più svariati, ma alla base c'è sempre il desiderio egoistico di ottenere da lui un beneficio tangibile.


Gesù ci invita a cercarlo non per quello che dà, ma per quello che è.


Le opere sono la naturale conseguenza della fede in Lui, fede che è dono di Dio, l'unico strumento per conoscerlo, amarlo e servirlo.


Il passo del vangelo di oggi mi fa riflettere  sul motivo per cui cerco le persone.


Se sento il desiderio d'incontrarle per quello che mi danno o per quello che sono.



domenica 26 aprile 2009

Ferite



Luca 24,35-48 -In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».



“Guardate le mie mani e i miei piedi, sono proprio io!”
Signore, oggi tu ci inviti a guardare le tue ferite, a riconoscerti attraverso i segni della tua passione, inequivocabili prove del tuo amore per noi.
Giovanni un giorno mi ha chiesto dov'eri, dove poterti trovare.
L'idea di mettere una sedia in più per te, quando la tavola è apparecchiata, per darti da mangiare, farsi da parte nel letto per poterti abbracciare, fu sua.
Aveva ben capito, prima di noi grandi, che, per renderti visibile, doveva farti spazio.
Allora pensai che, attraverso le parole di un bimbo, mi stavi invitando ad accoglierti nella mia casa, mettendo a disposizione ogni stanza, anche la più riservata, per entrare in una più stretta comunione con te.
Anche Emanuele mi ha chiesto dove stavi, all'improvviso, senza che me l'aspettassi.
A lui non avevo avuto modo di parlargli di te, come è accaduto per Giovanni.
Troppo poche le opportunità per stare insieme, fino a quando ha avuto bisogno di chi lo prendesse in braccio, senza farlo cadere.
Ma non ho potuto fare a meno di usare le braccia, per stringerlo a me, quando sono stata chiamata a rispondergli.
Gli ho detto che tu eri in quell'abbraccio, nell'abbraccio di quanti si prendono cura di lui.
Che tutte le volte che gioca con il suo fratellino, senza fargli i dispetti, tu sei lì presente in mezzo a loro.
Oggi, pensando a Giovanni ed Emanuele, mi chiedo se sono riuscita a farti spazio, se ho aperto le braccia per farti entrare nel mio cuore, se al tuo abbraccio ho risposto con un altro abbraccio.
L'unico modo per mettere in contatto le ferite: le tue e le mie.

Guardami, Signore.
Portami a riconoscere le mie ferite, a vedere ciò che non vedo.
Solo se tu ci metti il dito, potrò guarire.

lunedì 20 aprile 2009

La ferita


Giovanni 3,1-8-C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui”.
Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Gli disse Nicodemo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”.
Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito, è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”.
Nicodemo non aveva smesso di cercare, nonostante fosse un devoto conoscitore e osservante della legge.


Attento ai segni, aveva capito che Gesù era un maestro, venuto da Dio, ma il senso di quel “rinascere dall'alto” non lo poteva capire.


Gesù doveva morire e mostrare il suo petto squarciato, la ferita, l'ultima e la più crudele, infertagli, da cui continua a sgorgare sangue e acqua, come accade quando nasce un bambino.


Rinascere dall'alto è vivere l'esperienza del Battesimo, come fondamento di una nuova vita.


Il Battesimo è un ritorno a casa, è un rientrare nell'utero di Chi ci ha generato, come ben esprime la parola ebraica "schuf".


Rinascere dall'alto, quindi è un ritornare a casa, come il figliol prodigo che dapprima si era allontanato, pensando di stare meglio senza imposizioni e regole.


Ma un papà, una mamma, quando un figlio si allontana non lo dimenticano, e qiuand'anche se ne dimenticassero, Dio non dimentica mai , perchè ci ha amato per primo, ancora prima che venisiimo al mondo, ancora prima che i nostri genitori pensassero a noi.


Scoprire la paternità di Dio è trovare la pace, la gioia, il senso della nostra vita errabonda alla ricerca di una casa stabile dove abitare.


Gesù ci chiede di passare attraverso il varco del suo petto squarciato, che continua a riversare sulla Chiesa il necessario nutrimento per rimanere nella Sua casa e non morire.


Non sapeva Nicodemo che per avere la vita non basta un utero che ti ha accolto e nutrito, ma un cuore che ti ha scelto e amato per primo.


Oggi voglio entrare nel mistero dell'amore di Dio, un mistero troppo grande per me, che non ancora riesco a spogliarmi di tutto quello che è d'ostacolo a celebrare la Pasqua , entrando attraverso quella ferita.