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sabato 17 marzo 2007

Gli scintillanti


C'è il mio nipotino che, d'estate, quando vede il sole al mattino  rifrangersi sulla superficie increspata del mare, chiama " gli scintillanti" le  gocce d'acqua che accolgono e immillano la sua luce.

La settimana scorsa, quando sono entrata in ospedale, ho deciso di non occuparmi di me, perchè c'era già chi lo avrebbe fatto, ma di cercare "gli scintillanti" in quel mare di sofferenza, di solitudine, di non senso  in cui la malattia spesso fa piombare.

Così ho riempito il mio scrigno con le storie delle persone incontrate, con le loro paure e i loro sorrisi, i ricordi di quelli che avevano lasciato a casa, le foto dei figli, l' affetto dei nipoti, la paura e l'incoscienza dei giovani, la tenerezza di mani intrecciate nella gioia e nel dolore, la tristezza degli abbandoni, la consolazione della fede, le pecore , l'urlo o il rosario a contare le ore della notte, la speranza di chi non ha smesso di credere che dopo la Quaresima c'è la Pasqua del Signore.

Ora che sono tornata a casa, voglio riaprire lo scrigno e immergermi nella contemplazione del mare increspato del mattino, quando i raggi del sole lo impreziosiscono con gli "scintillanti".

17 marzo 2007

martedì 24 ottobre 2006

3 ottobre 2005



Da una settimana il reparto Geriatria, ala est dell'Ospedale Civile della mia città è diventato luogo di osservazione e meditazione. Non per mia scelta, perché avrei desiderato che mia madre non avesse avuto bisogno di quella struttura per stare bene. Ma l'ospedale è luogo d'incontro: incontro con la sofferenza, prima di tutto. La sofferenza dipinta sui sui volti dei ricoverati, la sofferenza di chi sta al capezzale dei malati.


Ma è principalmente luogo d'incontro con l'amore di Dio che si manifesta nelle parola gentili degli infermieri, che, nonostante la stanchezza, a fine giornata, hanno ancora la forza di sorridere e di tranquillizzare con una carezza o una stretta di mano il malato che si lamenta.


Il volto di Cristo sofferente l'ho visto in mia madre la sera del ricovero, quando la febbre impediva al sangue di affluire al cervello o in mia sorella che vive con lei, che senza tregua, si adoperava per rianimarla.


Ho contemplato il Signore, l'ho adorato in quei volti, in quella relazione d'amore che stava per rompersi, agli occhi degli uomini.


Io guardavo e la tenerezza e il pianto hanno cancellato ogni altro pensiero, che non fosse di apertura alla grazia che Dio mi stava donando, in quella manifestazione d'amore fedele e disinteressata.


Di fronte al letto di mamma per tre giorni ho contemplato le mani di due anziani coniugi, quella di lei inerte, nonostante i tubi e le macchine a cui la sua vita era attaccata, e quella di lui, perennemente poggiata sopra la sua, mano tremante e calda di un vecchio che non voleva staccarsi dalla sua sposa. Due novantenni con le mani intrecciate a dire che l'essere famiglia è questo: restare fedeli al patto di non separarsi mai, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, “finché morte non ci separi”.Così dice la formula, pronunciata il giorno del matrimonio.


Poi ho visto nipoti assistere i nonni, anche di notte, accudirli con amore, con dedizione, con rispetto, ho visto anziani che, pur se con la mente confusa, mostravano la loro gratitudine con un sorriso a chi riusciva ad infrangere il silenzio in cui erano piombati.


Ho visto anche persone sole, abbandonate, senza famiglia, che l'hanno trovata in quelli che, per l'occasione, sono diventati il braccio, gli occhi, la tenerezza di Dio, trovandosi lì ad accudire un loro vicino di letto.


Nell'ospedale ho contemplato il progetto di Dio sulla famiglia umana e me ne sono innamorata ancora di più; ho contemplato il progetto di Dio su tutti gli uomini, chiamati a diventarere suoi famigliari: figli,fratelli, sposi a Lui promessi.






3 ottobre 2005