domenica 5 giugno 2016

Compassione





” Il Signore fu preso da grande compassione” (Lc 7,13)

La compassione è virtù divina, è lasciarsi toccare, penetrare fin nelle più profonde viscere dal seme della vita, è un anelito che sfocia nella vita di un’altra persona che ti entra dentro attraverso questo sentimento di luce e che poi esce fuori da te formato e vitale, miracolo di Dio che ogni volta ci sorprende con i fiori che continua a far spuntare nel nostro giardino.
Ho pensato a quante donne hanno la grazia di poter dare vita ad un bambino, e non sono consapevoli del miracolo di cui si fanno strumento e segno.
Oggi la liturgia ci fa assistere a due funerali, quelli a cui mai vorremmo partecipare, perché quando una madre perde un figlio non ci sono parole che consolano, presenze che attenuano la pena, a meno che non sia quella di nostro Signore che ci risuscita ogni volta che andiamo dietro ad una bara, ogni volta che ci portiamo in chiesa il nostro bagaglio di morte, i nostri fallimenti, il nostro orgoglio, le nostre divisioni, la nostra incapacità di commuoverci e perdonare.
Gesù ci aspetta anche oggi nella mensa eucaristica per darci ciò che ci serve per rialzarci, camminare spediti, per annunciare che eterna è la sua misericordia.
Ci sono morti chiusi in casse di legno e morti che camminano, morti di cui incrociamo lo sguardo triste, sconsolato, arrabbiato, sfiduciato, morti con gli occhi spenti, che da noi aspettano la resurrezione e la vita.
Ma che possiamo fare noi, poveri cristi, con tutti i problemi che ci affliggono a questa gente, tanti, troppi in verità, che ha perso la gioia di vivere isolandosi dal mondo, tagliando la rete di comunicazioni vitali per evitare il peggio?
Sono arrabbiati con gli uomini e con Dio queste persone che dimorano nei cimiteri.
Sicuramente se in chiesa ci vanno, non trovano quello che vogliono, non cercano quello che c’è, arrivano in ritardo e saltano la parte iniziale, la più importante, quella in cui si chiede perdono a Dio e ai fratelli per i propri peccati.
Perché la messa non è valida, ma meglio dire non porta frutto, se arrivi in ritardo e ne perdi un pezzo.
Contrariamente a quanto ci avevano fatto credere, che il precetto era assolto e non facevi peccato, se arrivavi prima che si scoprisse il calice.
Dicevo della messa e dei funerali.
“Annunciamo la tua morte o Signore e proclamiamo la tua resurrezione in attesa della tua venuta” lo dice il sacerdote insieme all’assemblea dopo la consacrazione.
In ogni celebrazione eucaristica ci confrontiamo con la morte, anche se non c’è un carro funebre.
Ma il Signore ha compassione di noi, del nostro pianto dietro le bare in cui abbiamo rinchiuso le cose inutili che ci sono venute a mancare.
Ci fa sedere e non ci chiede cosa ci manca ma cosa abbiamo. E’ quello che dobbiamo offrire, mettere nelle sue mani perché lo benedica.
Si può benedire la morte, la perdita del lavoro, un tradimento, la malattia, la solitudine?
Sembra impossibile, ma se lo fa Dio,( ci ha salvato attraverso il suo sacrifici), ci renderà capaci di fare altrettanto se mettiamo in comune quel poco che abbiamo, provando compassione per chi ha la morte nel cuore.
La chiesa anche durante funerali si trasformerà in una straordinaria festa di nozze dove da invitati scopriamo di essere i festeggiati, i risorti, sposi di Cristo che non smette mai di farci proposte d’amore, inviti a risorgere, diventare suoi coniugi, prendendo sopra di noi il suo giogo leggero.

“” (Lc 7,13)

La compassione è virtù divina, è lasciarsi toccare, penetrare fin nelle più profonde viscere dal seme della vita, è un anelito che sfocia nella vita di un’altra persona che ti entra dentro attraverso questo sentimento di luce e che poi esce fuori da te formato e vitale, miracolo di Dio che ogni volta ci sorprende con i fiori che continua a far spuntare nel nostro giardino.
Ho pensato a quante donne hanno la grazia di poter dare vita ad un bambino, e non sono consapevoli del miracolo di cui si fanno strumento e segno.
Oggi la liturgia ci fa assistere a due funerali, quelli a cui mai vorremmo partecipare, perché quando una madre perde un figlio non ci sono parole che consolano, presenze che attenuano la pena, a meno che non sia quella di nostro Signore che ci risuscita ogni volta che andiamo dietro ad una bara, ogni volta che ci portiamo in chiesa il nostro bagaglio di morte, i nostri fallimenti, il nostro orgoglio, le nostre divisioni, la nostra incapacità di commuoverci e perdonare.
Gesù ci aspetta anche oggi nella mensa eucaristica per darci ciò che ci serve per rialzarci, camminare spediti, per annunciare che eterna è la sua misericordia.
Ci sono morti chiusi in casse di legno e morti che camminano, morti di cui incrociamo lo sguardo triste, sconsolato, arrabbiato, sfiduciato, morti con gli occhi spenti, che da noi aspettano la resurrezione e la vita.
Ma che possiamo fare noi, poveri cristi, con tutti i problemi che ci affliggono a questa gente, tanti, troppi in verità, che ha perso la gioia di vivere isolandosi dal mondo, tagliando la rete di comunicazioni vitali per evitare il peggio?
Sono arrabbiati con gli uomini e con Dio queste persone che dimorano nei cimiteri.
Sicuramente se in chiesa ci vanno, non trovano quello che vogliono, non cercano quello che c’è, arrivano in ritardo e saltano la parte iniziale, la più importante, quella in cui si chiede perdono a Dio e ai fratelli per i propri peccati.
Perché la messa non è valida, ma meglio dire non porta frutto, se arrivi in ritardo e ne perdi un pezzo.
Contrariamente a quanto ci avevano fatto credere, che il precetto era assolto e non facevi peccato, se arrivavi prima che si scoprisse il calice.
Dicevo della messa e dei funerali.
“Annunciamo la tua morte o Signore e proclamiamo la tua resurrezione in attesa della tua venuta” lo dice il sacerdote insieme all’assemblea dopo la consacrazione.
In ogni celebrazione eucaristica ci confrontiamo con la morte, anche se non c’è un carro funebre.
Ma il Signore ha compassione di noi, del nostro pianto dietro le bare in cui abbiamo rinchiuso le cose inutili che ci sono venute a mancare.
Ci fa sedere e non ci chiede cosa ci manca ma cosa abbiamo. E’ quello che dobbiamo offrire, mettere nelle sue mani perché lo benedica.
Si può benedire la morte, la perdita del lavoro, un tradimento, la malattia, la solitudine?
Sembra impossibile, ma se lo fa Dio,( ci ha salvato attraverso il suo sacrifici), ci renderà capaci di fare altrettanto se mettiamo in comune quel poco che abbiamo, provando compassione per chi ha la morte nel cuore.
La chiesa anche durante funerali si trasformerà in una straordinaria festa di nozze dove da invitati scopriamo di essere i festeggiati, i risorti, sposi di Cristo che non smette mai di farci proposte d’amore, inviti a risorgere, diventare suoi coniugi, prendendo sopra di noi il suo giogo leggero.

Nessun commento: