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giovedì 10 novembre 2016

IL REGNO DI DIO

MEDITAZIONI sulla liturgia
di giovedì della XXXII settimana del T.O. anno pari
letture: Fm 7-20; Sal 145/146; Lc 17,20-25
"Il bene che fai non sia forzato, ma volontario" (Fm 7,14)
Oggi la liturgia ci fa riflettere su cosa sia il regno di Dio, del quale abbiamo qualche idea , ma almeno io , spesso confusa.
Nel Padre nostro, Gesù ci invita a chiedere al Padre che venga il suo regno.
Noi nella nostra vita chissà quante volte abbiamo recitato la preghiera che ci ha insegnato Gesù, senza renderci conto di ciò che chiedevamo.
Molto spesso associamo la venuta del regno con la realizzazione dei nostri desideri, con l'esaudimento delle nostre preghiere di liberazione, di guarigione ecc ecc .
Forse , anzi sicuramente è una delle preghiere che ci hanno insegnato da piccoli insieme all'Avemaria e All'angelo di Dio.
Nella messa domenicale è d'obbligo dopo la consacrazione eucaristica.
Ma se penso a me, mi fermo più sull'ultima parte che sulla prima, quella dove si dice" Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori" e ogni volta penso che quel "come" io lo abolirei, perchè se Dio mi trattasse come io tratto gli altri, certo la mia sorte sarebbe segnata.
Ma il Padrenostro comincia proprio con presentarci il regno come la cosa più importante da chiedere.
Ma cos'è il regno di Dio? Dove sta? Quando verrà?. Si vede, si tocca?
Oggi la prima lettura ci parla di un atto di estrema liberalità, di un rapporto non formale, ma sostanziale con persone che in comune non hanno titoli, beni , fama, condizione sociale, prestigio, ma hanno Cristo nel cuore.
La lettera di Paolo ad Filemone, il padrone di Onesimo , lo schiavo fuggito a Roma e convertitosi al Cristianesimo, è una lettera dettata da sentimenti profondi di carità, di amore, di liberalità, di fiducia, di gratitudine, di pace.
Nella lettera respiriamo leggendole il soffio dello Spirito, ciò che invisibilmente tocca sfiorando tutti gli innamorati di Dio.
Nella lettera è illustrato non un luogo, non un tempo, ma una relazione nuova basata non sul dovere ma sulla scelta libera di aderire ad un progetto d'amore.
Il regno di Dio è forse questa adesione a vivere nella libertà di figli di un unico padre, una libertà che ti porta a fare cose incomprensibili per il mondo ma infinitamente appaganti per chi sta dentro, chi ha come unico ed eterno riferimento Gesù.
Il regno di Dio quindi è una condizione, uno stato di dipendenza e di libertà, termini che per il mondo sono contrapposti, ma che il Signore nostro Gesù Cristo è venuto a conciliare sì da farne le facce di un unica medaglia.
Dipendenza e libertà sono per il mondo completamente opposte l'una all'altra.
Siamo creature, imperfette; come i bambini non possiamo fare nulla da soli, abbiamo bisogno di chi si prenda cura di noi, altrimenti moriremmo.
La nostra incompletezza, i nostri limiti mettono in evidenza l'amore di chi ci nutre, ci guida, ci aiuta a diventare grandi, autonomi, autosufficienti.
Ma se il diventare grandi nella nostra economia significa poter dimenticare chi si è preso cura di noi e metterlo in un ospizio quando non serve a niente, nell'economia di Dio il diventate grandi, significa essere in grado di prendersi cura gli uni degli altri, non per dovere, ma per amore.
Il regno di Dio è quando si instaurano all'interno della comunità umana rapporti, relazioni di gratuità totale, come se tutti fossero nostri figli, come figli siamo stati e continuiamo ad essere nei confronti di Dio.
Quando viviamo il regno di Dio, viviamo l'amore gratuito e scambievole, viviamo relazioni feconde e felici, viviamo la pace che tanto manca a questo mondo che si vuole svincolare da Dio e vuole ridurre in schiavitù gli uomini.
Allora oggi con più consapevolezza, forza, fede chiediamo al Signore" venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra"
Chissà perchè mi viene in mente l'immagine dell'arcobaleno che, lungo la strada di ritorno dall'ultimo viaggio fatto, invano abbiamo cercato di catturare con la macchinetta fotografica, che congiungeva il cielo alla terra, partendo da una polla d'acqua su cui il sole si specchiava e dopo essere salita in alto toccava un'altra polla d'acqua qui su questa terra.
Il regno di Dio è come quell'arcobaleno che non si lasciava prendere, ma era possibile solo se due pozze d'acqua lasciavano che il sole vi affondasse i suoi raggi.

lunedì 10 ottobre 2016

Libertà

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Cristo ci ha liberati per farci vivere effettivamente nella libertà. (Gal 5,1)
Tutti cercano un segno, una convalida che ciò che stai ascoltando, facendo, usando è una cosa buona,che non ti nuoce, che ti fa bene, che realizza i tuoi più profondi desideri di libertà.
Viviamo infatti costretti da una congerie di regole, divieti, imposizioni, ci sentiamo schiacciati dal dover essere, dalla necessità di compiacere gli altri, quelli che contano, viviamo sempre come se dovessimo rendere conto a qualcuno di quello che facciamo,diciamo, pensiamo.
Tutta la vita a cercare un equilibrio tra ciò che appare e quello che è, tra quello che pensiamo noi e quello che pensano gli altri.
Purtroppo il nostro interlocutore non è Dio che non giudica, ma ama, ascolta, istruisce, guarda i pensieri del tuo cuore e ti abbraccia anche quando sei impiastrato di escrementi fino ai capelli.
Il nostro interlocutore purtroppo è la proiezione dei nostri giudizi e pregiudizi e i primi accusatori di noi stessi siamo noi che non ci assolviamo dal non essere perfetti, onnipotenti.
Quanta fatica per compiacere e quante lacrime quando i nostri sforzi non raggiungono il risultato sperato, l’osanna globale, il trionfo, la stima e l’onore!
Quanta sofferenza quando, scendendo dal piedistallo, ci accorgiamo che a non compiacere riceviamo ancora più rifiuti, abbandoni, sofferenze, solitudini.
Sembra che non ci sia via d’uscita, perchè qualunque cosa fai c’è sempre qualcuno che non gradisce, che non capisce, che non vuole capire, qualcuno a cui sei d’ingombro, di ostacolo alle sue realizzazioni personali.
Bisogna incontrare Gesù per capire cosa significa essere liberi davvero, leggere il Vangelo e farti ammaestrare da Lui.
Gesù non si è mai preoccupato di quello che diceva la gente ma ci teneva a che capisse chi era e a quale prezzo avrebbe pagato la sua carta d’identità.
” La gente chi dice che io sia?”
“E voi chi dite che io sia?”
Bellissimo questo passo in cui Pietro fa la sua professione di fede, illuminato dallo Spirito. “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
Prima di vestirci la mattina, appena svegliati, cerchiamo di rispondere a questa domanda
” Chi sono io?”
Perchè il vestito lo sceglieremo in base alla risposta.
Ma la domanda rivolgiamola al nostro INTERLOCUTORE, a Gesù che ci definisce, ci risponde e ci corrisponde, nella verità, nella giustizia e nell’amore.
Lui ci dirà di cosa ci dobbiamo rivestire per non essere vittime del giudizio del mondo e rimanere sempre noi stessi, figli di un unico Padre, fratelli in Gesù, famigliari di DIO.
Noi saremo il segno che Dio è venuto a salvarci e non è morto invano.
Uomo, ti è stato insegnato ciò che richiede il Signore da te.( Mi 6,8)