domenica 16 luglio 2017

Pazienza



E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada (Mt 13,4)

“Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto? 
Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra” recita il Salmo 121
Tu Signore hai creato la terra, quella terra da cui plasmati il primo Adamo, terra su cui soffiasti il tuo spirito perchè prendesse vita.
La tua parola è spirito e vita se l'accogliamo nel nostro grembo, se permettiamo a te di rovesciare le nostre zolle, se ci lasciamo lavorare sì da diventare terra feconda.
Non permettere Signore che pruni e rovi invadano il santo suolo, che la nostra terra si indurisca per mancanza di acqua e del lavoro paziente della zappa e dell'aratro.
Aiutaci a non fuggire da te, a non lasciarci attraversare dai carri e dai cavalli dei pensieri mondani, dai piedi di chi cammina senza meta offuscato da vani miraggi.
Tu Signore rendi feconda la nostra terra se come argilla ci lasciamo lavorare dalle tue mani.
Le prove, le difficoltà della vita spesso non ci allontanino da te e non ci chiudano alla tua opera salvifica.
Aiutaci Signore a vivere la tua paternità come dono, a non dimenticare che siamo nati da seme corruttibile ma in Cristo trasformati in seme incorruttibile.
Aiutaci a imparare dalla natura il segreto della vita che nasce sempre da una morte, la morte del seme, da una ferita, uno squarcio, una sofferenza.
La parabola della natura si apra ai nostri occhi sì che, mentre guardiamo un fiore sbocciare non ci sfugga lo squarcio che produce all'involucro che lo conteneva.
Signore mio Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra! Non voglio dimenticare tanti tuoi benefici.
Il colore dei fiori, il loro profumo, i frutti succosi che subentrano quando i petali appassiscono e cadono e poi i semi...
Signore tutto questo non ci faccia fermare a ciò che vediamo quaggiù, che spesso ci delude e non ci sfama, ma ci porti ad aprire le nostre zolle per accogliere il tuo seme.
C'era un tempo che io ero strada, tempo in cui mi attraevano le cose del mondo e non conoscevo le tue vie.
Carri e cavalli sono passati sulla mia carne, hanno affondato le ruote e gli zoccoli sul mio terreno rendendolo impercorribile.
Crepe e smottamenti, dissesti di ogni tipo hanno favorito la disgregazione di ciò che rimane del mio corpo mortale.
Sono stata pietra dura ad ogni sollecitazione, chiusa in me stessa, timorosa di tutto e di tutti, in me cercando il fine, il mezzo con l'arroganza di potere tutto se lo volevo.
Sono stati gli anni bui della paura, paura di rimanere sola, paura di scoprire la parte più nascosta di me, quella di cui mi vergognavo, paura di riconoscermi nella mia inadeguatezza, nel mio limite,nel mio bisogno d'aiuto.
Tu non ti sei stancato di bussare alla mia porta. Con il piccone e con l'aratro, con tutti i mezzi hai cercato di creare un varco al mio cuore di pietra per trasformarlo in cuore di carne.
Ho lottato con te tanti anni, ti ho impedito di lavorarmi, modellarmi come docile creta nelle mani del vasaio, ti ho impedito di parlare mettendoti un bavaglio alla bocca, coprendo il tuo grido di dolore con tanti tovaglioli che ti pressavo sulla bocca.
Così mio zio, quando ero piccola, metteva fine al mio pianto, così avevo imparato a fare per mettere a tacere il mio corpo che è il tuo corpo, il mio dolore che è il tuo dolore.
Tardi ti ho amato Signore mio Dio, tardi mi sono arresa al tuo piccone, tardi ti ho fatto entrare nella mia casa perchè mi aiutassi a mettervi ordine. 
Tardi e non è detto che ci riesca sempre anche oggi che sei il mio interlocutore privilegiato, sei il mio aiuto, il mio alleato, il mio salvatore. 
Questa mattina mi chiedevo che senso avessero le parole del vangelo tante volte lette riguardo a te, divino Seminatore.
Ho pensato a Maria terra fertile e dissodata che tu hai scelto per accogliere il nuovo Adamo, la terra promessa rigenerata dal tuo Spirito dalla tua eterna misericordia.
Ho creduto che per vivere e portare frutto dovevamo morire come il seme che non è nulla fino a quando non spacca la terra per mostrare il suo germoglio.
Ma questa mattina che, dopo qualche giorno di tregua, si sono ripresentati i dolori che mi sconvolgono, mi dilaniano, mi bruciano viva, ho distrattamente letto ciò che la liturgia propone alla nostra riflessione.
Distrattamente. 
Perchè cosa avresti potuto dirmi di nuovo?
La parabola del seminatore mi faceva pensare a te che semini ma mai mi è venuto in mente che non ti limiti solo a questo.
Tu continui a gettare il seme sulla strada, sul terreno sassoso, sulla terra invasa dai rovi a differenza del contadino che non ama rischiare e prepara la terra, la dissoda, la pulisce, la ara, la appiana e fa tante cose ancora per essere certo che il suo lavoro vada a buon fine e il seme attecchisca e non venga portato via o soffochi accerchiato da erbe infestanti e velenose.
Ho chiuso gli occhi e mentre mani, piedi e tutto il corpo si contorcevano dal dolore mi sono trovata a ringraziarti perchè continui a lavorare la mia terra perchè non si aggrumi, perchè ne vuoi fare un lussureggiante giardino dove brillano tutti i colori dell'arcobaleno.

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