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sabato 24 luglio 2010

Eredità



(Gen 23,1-4.10.19; 24,1-8.62-67)
Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli
anni della vita di Sara. Sara morì a Kiriat-Arba, cioè Ebron, nel paese
di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla.
Poi Abramo si staccò dal cadavere di lei e parlò agli Hittiti: "Io sono
forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un
sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via la salma e
seppellirla".
Dopo, Abramo seppellì Sara, sua moglie, nella caverna del campo di
Macpela di fronte a Mamre, cioè Ebron, nel paese di Canaan.
Abramo era ormai vecchio, avanti negli anni, e il Signore lo aveva
benedetto in ogni cosa.
Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che
aveva potere su tutti i suoi beni: "Metti la mano sotto la mia coscia e
ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che non
prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo
ai quali abito, ma che andrai al mio paese, nella mia patria, a scegliere
una moglie per mio figlio Isacco".
Gli disse il servo: "Se la donna non mi vuol seguire in questo paese,
dovrò forse ricondurre tuo figlio al paese da cui tu sei uscito?".
Gli rispose Abramo: "Guardati dal ricondurre là mio figlio! Il Signore,
Dio del cielo e Dio della terra, che mi ha tolto dalla casa di mio padre
e dal mio paese natio, che mi ha parlato e mi ha giurato: Alla tua
discendenza darò questo paese, egli stesso manderà il suo angelo davanti
a te, perché tu possa prendere di là una moglie per il mio figlio. Se la
donna non vorrà seguirti, allora sarai libero dal giuramento a me fatto;
ma non devi ricondurre là il mio figlio". Il servo si mise in viaggio e
andò nel Paese dei due fiumi. [Di là condusse Rebecca, figlia di Betuel
parente di Abramo].
Un giorno Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roi; abitava infatti nel
territorio del Negheb. Egli uscì sul far della sera per svagarsi in
campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi
anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello. E disse al servo:
"Chi è quell'uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?". Il
servo rispose: "È il mio padrone". Allora essa prese il velo e si coprì.
Il servo raccontò ad Isacco tutte le cose che aveva fatto. Isacco
introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese
in moglie Rebecca e l'amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della
madre.




La terra promessa ad Abramo e alla sua discendenza comincia con un piccolo pezzo di terra, a Canaan, chiesto agli Ittiti, per costruirvi un sepolcro, dove seppellire Sara.
Abramo ne aveva fatta di stada da Ur, la terra dei due fiumi, la terra fertile, dove aveva lasciato tutte le sue sicurezze... per ottenere cosa? Un sepolcreto.
Si entra nel regno di Dio attraverso una morte, ma non ci si può fermare a piangere un passato che non ritorna. Bisogna guardare oltre e cercare in quel passato ciò che ci aiuta a dare vita ad una terra straniera, ad un luogo di lutto, di pianto e di morte.
Ed ecco la richiesta, apparentemente incomprensibile di Abramo al suo servo, perchè torni nel luogo da cui è partito, a prendere la donna con cui suo figlio, Isacco, dovrà rendere feconda la terra promessa.
Rebecca, la sposa, venuta da lontano, è quella con la quale Isacco avrebbe potuto dare vita a quel luogo, perchè anche lei, aveva imparato fin da piccola a mettere Dio al primo posto, dalla sua famiglia.
La condivisione di un valore così importante fa sì che un matrimonio sia benedetto da Dio e non rimanga sterile.

martedì 23 giugno 2009

23 giugno 2001-23 giugno 2009









 Quando Franco e Monia, il 23 giugno del 2001, coronavano il loro sogno d'amore, pensavamo che la nostra casa sarebbe rimasta  deserta e vuota senza  il nostro unico figlio. 

Oggi vogliamo ringraziare il Signore perchè quelle nozze le ha benedette e  rese feconde.

Salmo 126

Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia la sentinella.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
voi che mangiate un pane di fatica:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.
Ecco, dono del Signore sono i figli,
è sua grazia il frutto del grembo.
Come frecce in mano a un eroe
sono i figli della giovinezza.


 AUGURI DA MAMMA ANTONIETTA E PAPA' GIANNI


giovedì 6 dicembre 2007

Il contadino del cielo





Domenica, 2 dicembre è cominciato il nuovo anno liturgico, con il quale la Chiesa ci spinge a riflettere sulle ragioni della nostra speranza, sul senso dell'attendere, come tensione verso quel Quid che dà forza al nostro andare, perseveranza nella prova,conforto e luce nei momenti difficili.
Ci si propone un nuovo inizio.
Nessuno è contento di ricominciare tutto da capo, quando il ricominciare comporta abbattere ciò che faticosamente ci siamo costruiti, abbiamo ammassato, elevato a conferma della nostra traballante autosufficienza, .
Ricominciare è sempre doloroso, faticoso e parte da uno sconforto, da un fallimento, dalla noia di una routine sempre uguale e priva di slancio, dalla cosapevolezza che poi non tutto riusciamo a compattare, disciplinare, programmare, prevedere, dall'impotenza di fronte ad eventi che scalzano le nostre certezze, che mettono in dubbio ciò che ritenevamo indispensabile, che ci toglie il terreno da sotto ai piedi.
Al punto di partenza nessuno vuole tornarci, perchè significa rimettersi in gioco, magari quando le forze e l'entusiasmo sono ormai scemati, per la fatica, per gli anni, che inesorabilmente passano e ci immobilizzano.
"Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l'infinito è nei nostri cuori”, mi disse tanti anni fa una mamma sringendo tra le braccia il corpicino diafano e sofferente del suo bimbo.
L'infinito nel cuore per catturare il tempo e non divenirne schiavi.
Il tempo dell'Avvento ci dà l'opportunità di cercare ancora questo infinito che ci sfugge, che non conosciamo, o che non conosciamo abbastanza.
La Chiesa ci invita a fare piazza pulita e ad attendere ciò che può cambiarci la vita in modo totale ed esclusivo, straordinario, una volta per sempre.
Il pensiero va al contadino che getta il seme sulla terra dissodata e spoglia, e aspetta pazientamente che germogli.
Il seme è la Parola di Dio che ogni anno , ogni giorno dell'anno viene gettato e che non risale senza portare frutto.
Noi non ce ne accorgiamo, presi come siamo ad ascoltare altre parole, quelle che ci arrivano attraverso i nuovi canali della comunicazione.
Il mondo virtuale ha soppiantato quello reale e ci si è dimenticati che il mondo visibile è parabola, segno dell'invisibile presenza di Dio nella storia.
Dio, il contadino del cielo, getta il seme.
Non tutto attecchisce, anche se è Lui a seminare, a parlare.
Noi siamo quel terreno che aspetta il nuovo inizio.
Perchè la pianta germogli e porti frutto, è necessario che siamo terra mossa, le zolle siano rovesciate,spaccate dall'aratro nelle parti più compate e indurite.
Dio in questo tempo di grazia, sparge il suo seme a piene mani, anche se non si stanca mai di gettarlo, per tutto l'anno, per dissodarci, per prepararci all'accoglienza di un Gesù sempre più autentico e vero.


foto:©http://antomilella.files.wordpress.com/2007/12/772.gif

venerdì 4 maggio 2007

Il dono

Lettera inviata ad una coppia, senza figli, incontrata in un corso di spiritualità coniugale, a Loreto.


Carissimi Elisabetta e Sergio,

non ci siamo dimenticati di voi, anzi vi abbiamo sempre tenuto presente nelle nostre preghiere, per la sofferenza che abbiamo visto dipinta nei vostri volti, quando a Loreto abbiamo condiviso le nostre storie, una sofferenza che l’ultimo giorno abbiamo visto attenuarsi nella consapevolezza che il dono che aspettavate da Dio era il compagno che vi aveva messo a fianco il giorno del matrimonio. Vedere nell’altro un dono di Dio, un segno della sua benevolenza è frutto dello Spirito, è grazia che matura e dà frutto. Abbiamo tutti sperato e abbiamo creduto che per voi il tempo dell’attesa volgesse al termine e che Elisabetta non a caso porta quel nome. Ma i disegni di Dio non sono i nostri e i suoi tempi sono misurati non sulle lancette dei nostri orologi, ma sull’infinito del Suo amore. Così, quando abbiamo saputo di voi dai fratelli, che abbiamo conosciuto a Loreto, con i quali ci siamo sentiti in questi giorni e che, come noi, speravano in un miracolo, per ciò che vi sta più a cuore, abbiamo sentito forte il desiderio di metterci in comunicazione con voi. Il computer portatile, che Gianni mi ha regalato a Natale, permette di essere usato in ore e in luoghi compatibili con la vita che conduco da un po’ di tempo questa parte, tra Giovanni, il nipotino profeta, mia madre anziana e malata, rimasta sola a luglio per la morte di papà, Gianni, lo sposo che il Signore mi ha restituito e a cui mi ha restituito, le coppie per le quali ci andiamo formando e alle quali cerchiamo di portare ciò che ci viene donato.

La salute dell’anima, a guardare la pace e la serenità in cui viviamo,. va sempre meglio,quella del corpo un po’ meno, ma non ce ne preoccupiamo, fiduciosi che c’è Chi se ne occupa ogni istante e non dimentica le sue promesse. Stiamo imparando ad aspettare e a cogliere nell’attesa le occasioni di Grazia che Dio ci prepara.

Abbiamo pensato a voi, mentre ci accingevamo a preparare un incontro con i fidanzati che ci sono stati affidati sul tema: “Abramo e Sara. Difficoltà di vivere la fede nella vita matrimoniale”e vi vogliamo fare partecipi delle riflessioni che abbiamo fatto in quell’occasione.

Ci siamo presi la briga di cercare sul vocabolario il significato della parola felicità e ci siamo sorpresi nel constatare che corrisponde a: essere fecondo, portare frutto. Ci siamo soffermati a riflettere su cosa permise ad Abramo di vedere esauditi i propri desideri, che erano quelli di avere una discendenza numerosa, unica garanzia a quei tempi di immortalità. Un figlio era la condizione perché il nome di Abramo sopravvivesse e entrasse nella storia, un figlio che Dio concesse a lui e sua moglie, dopo che accettarono di lasciare la terra nella quale vivevano agiatamente, la terra di Carran, simbolo di sicurezza economica e di prestigio sociale faticosamente conquistato. Abramo accetta con la sua sposa di mettersi in viaggio verso una terra che non conosce, fidandosi di Dio e della sua promessa, accetta di andare in Egitto, di attraversare il deserto, accetta, una volta arrivato a destinazione, di sacrificargli Isacco, il figlio che Dio gli aveva dato come premio alla sua fede.

Quanti sì dovette dire prima di vedere esauditi i suoi desideri!

La fede di Abramo ci disorienta, ci fa sentire piccoli, piccoli, incapaci di fare molto meno, per il nostro Dio.

Ma la storia di Abramo e di Sara ci ha portato a riflettere su ciò che a volte il Signore ci chiede di donargli, pretese assurde che non ci riesce di comprendere, pretese che solo la Grazia che viene da Lui può farci vedere come strumento di crescita e di salvezza.

Ad ognuno Dio chiede di sacrificare il proprio Isacco, che può essere il progetto più bello e più buono del mondo, la cosa a cui teniamo di più, perché vuole che ci fidiamo di lui e vuole portarci a godere di ciò che non riusciamo ad immaginare neanche nei sogni più belli.

Da quando siamo tornati da Loreto, ci stiamo esercitando a dirgli di sì e, siccome non ci riusciva di farlo insieme e sempre, con serenità e con gioia, abbiamo pensato che dovevamo andare alla fonte per prendere la forza che non trovavamo in noi stessi e nell’altro, cercandola a Lui nella mensa della Parola e del Pane ogni giorno come necessario viatico nell’attraversamento di quello che spesso ci si presenta come un deserto arido e inospitale.

Abbiamo spesso pensato a voi, quando ci siamo imbattuti con storie di sofferenza derivata dall’avere o non avere il figlio che si desidera, come lo si desidera, quando lo si desidera.

Abbiamo pregato senza interruzione perché non abortisse Marta, giovane legata ad un tossico, di cui ci eravamo fatti carico, per un passato di violenza e di malattia personale e familiare, ma non ce l’abbiamo fatta a fermare la mano omicida; abbiamo pregato perché fosse accolto dai suoi genitori il bimbo malformato al sesto mese di gravidanza, ma che, come il primo, è andato ad unirsi al coro degli angeli che pregano perché mamma e papà si convertano e non si sentano soli.

Abbiamo pregato per Simona e Marcello che hanno voluto un figlio a tutti i costi, ricorrendo all’inseminazione artificiale, dopo che la leucemia aveva tolto a lui la possibilità di procreare normalmente.

Continuiamo a pregare per i due piccoli nati dall’esperimento, per i loro genitori, per la vita non facile che si prospetta loro a causa delle gravi malformazioni di cui sono portatori i gemelli.

Continuiamo, perché siamo convinti che solo la preghiera può trasformare il fallimento, la prova, la croce in strumento di resurrezione e di vita.

Da queste storie stiamo vedendo che qualcosa sta germogliando e vi assicuriamo che è erba buona, è vita nuova che sta soppiantando la vecchia.

A voi, sposi, uniti da Dio nel Sacramento del matrimonio, uniti a noi attraverso il Battesimo vogliamo che giunga insieme a tutta la nostra comprensione e compassione evangelica, il nostro affetto nato dalla condivisione di un’esperienza che ci ha fatto contemplare le meraviglie dell’amore di Dio.

Il miracolo non è stato tanto quello di non usare più il bastone, quanto quello di aver capito che il cielo si scala in ginocchio dal giorno in cui fisicamente le mie gambe si sono piegate davanti a Gesù che passava. mentre insieme eravamo riuniti a pregare, nella cappellina della Casa Famiglia che ci ospitava.

Continuiamo a recitare il credo, chiedendo a Dio di potergli consegnare insieme alla nostra vita, anche la nostra volontà, cosa tutt’altro che facile.

Vi invitiamo a farlo anche voi, cercando in ciò che vi è dato la sua volontà che si manifesta.

Il 29 dicembre la liturgia ci parla di Maria e Giuseppe che, dopo otto giorni, si recarono al tempio per offrire il figlio al Signore. Ancora l’offerta ci viene presentata come valore. Ma non poteva essere diversamente, visto che, attraverso l’offerta di se, Dio ha dato al mondo la possibilità di godere per sempre della terra promessa.

Vi vogliamo bene.

Antonietta e Gianni

settembre 2003