martedì 10 luglio 2018

"Vedendo le folle ne sentì compassione" (Matteo 9,36).



"Vedendo le folle ne sentì compassione" (Matteo 9,36).

Signore la tua compassione la invoco, la cerco, ne ho bisogno più dell'aria che respiro, perché sono stanca di soffrire.
Non c'è niente che ti sia nascosto Signore e per questo ancora di più mi lasciano disorientata il tuo silenzio, la tua lontananza.
Signore io non conosco i tuoi pensieri perché non sono Dio, ma mi piacerebbe a volte che tu mi rispondessi senza farmi aspettare tanto, senza che l'acqua m arrivi alla gola e rischi di soffocarmi.
Non ho più gioia dalla vita se non quella di vedere la tua luce brillare in un evento imprevisto, in un incontro, in una scoperta, in un aiuto, un pensiero, una capacità nuova di riprendere il cammino, una chiave per risolvere certe crisi relazionali che mi distruggono.
Signore mi piacerebbe che i tuoi tempi fossero un po' più raccordati a quelli dell'uomo, mi piacerebbe soffrire di meno e vedere soffrire di meno.
Mi piacerebbe purificare la memoria si da ricordare non solo il male subito ma il bene ricevuto e renderti grazie ora e sempre.
Mi piacerebbe Signore dare un senso a questo dolore continuo, dare una svolta a questa vita che si è insabbiata nel deserto...
Mi piacerebbe che l'energia che ho dentro potesse essere incanalata per il bene.
Il dolore non le persone è diventato protagonista della mia vita.
Un tempo lontano mi fermai e pensai, vedendo che la mia vita era senza senso, a ciò che avevo e0 che potevo utilizzare per stare bene e far stare bene.
Ricordo benissimo quella folgorazione.
Di abbondante ho il tempo, il tempo delle attese.
Del tempo dell'attesa, farò qualcosa di speciale, mi dissi.
Fu allora che cominciai a guardare ciò che mi circondava, a osservare con occhi nuovi la natura, a fermarmi ad ogni incontro e a dare valore a tutto ciò che incrociava la mia vita..
Fu in quel periodo che cominciai a scrivere per annotarmi quelle meraviglie.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l'infinito è nei nostri cuori”, la frase che ogni anno scrivevo sulla prima pagina dell'agenda.
Riempire il tempo di te, Signore, mi sembrò cosa buona, perché scoprii ciò che mai mi sarei aspettata esistesse.
Nelle attese ho pregato, ho meditato, ho guardato, ho provato emozioni straordinarie che non sapevo di poter sperimentare.
C'eri tu in ogni cosa, Signore, nel mio tempo dedicato all'attesa di un responso, di una visita, di un ritorno.
Oggi non aspetto più niente e nessuno.
I giorni si arrotolano gli uni sugli altri e ho perso il gusto di attendere, perché già sto con il pensiero, con il corpo e con il cuore lì dove c'è la fonte della vita, dove sei tu.
Almeno così mi sembra.
Eppure questo stare nella cartella del Cristo morto e risorto, senza più aspettare, senza più meraviglia, non mi piace.
È come se mi fossi persa nei meandri di questa grande croce dove non solo io ma tanti fratelli sono inchiodati.
Mi sento al sicuro Signore, ma non sono felice e non trovo gioia nei visi e nelle storie dei miei compagni di viaggio e di sventura.
La croce non piace a nessuno0, quando non è collocazione provvisoria.
Da troppo tempo ormai sono qui inchiodata, troppo per me, e nessuno viene a staccarmi per mettermi nel sepolcro.
Ancora respiro, ancora vivo.
Cos'è successo Signore?
"Ne sentì compassione" dice oggi il vangelo.
La compassione non implica necessariamente un tuo intervento che rimette le cose a posto.. la compassione è il patire con.
Tu soffri con noi, Signore, è vero?
Tu non vorresti che noi fossimo in questa situazione di solitudine e di sofferenza.
Oggi indichi la strada perché questo calvario finisca.
“Pregate il padrone della messe perché mandi operai alla messe”.
Tu ci chiedi di chiedere operai.
Mi viene in mente quello che sto facendo in questi giorni, per vedere cosa ho, cosa posso aggiustare cosa fare di tutte le cose inutilizzate che giacciono negli armadi o delle stoffe o delle trine che ho accumulato nel tempo.
Mi succede così quando non posso risolvere i problemi.
Cerco sempre di aggiustare qualcosa o di utilizzare ciò che ho.
In questo momento di eccessivo, di tanto, ho solo il dolore.
Come un tempo riuscivo a trovare la chiave per non buttarlo via, perché desse frutto, ora devo fermarmi e cercare di pensare a che uso fare del dolore.
Tu lo hai offerto per la nostra salvezza.
La tua passione, la tua morte sono state essenziali perché noi avessimo la vita.
Io quando sto male, non riesco, se non qualche volta, a vivere positivamente il dolore.
A volte dico: "Sei venuto a trovarmi? Hai bisogno anche di questo? Ok te lo offro".
A volte penso che la tua resurrezione sia testimoniata dal dolore, perché significa che sei vivo in noi.
Ma sono discorsi della mente che io non sono capace di reggere a lungo, pensieri più grandi di me.
Vorrei tornare bambina e non pormi troppe domande.
Vorrei solo la tua compassione sentirla tangibilmente sul mio corpo malato.
Un caro caro Signore come quelli che davo a Giovanni per consolarlo o farlo addormentare, una carezza, uno sguardo, cenno della mano, qualcosa che mi dica che il mio corpo non è pianta che sta morendo, ma preziosa ai tuoi occhi, destinata a vivere.
Signore sono tua figlia, abbi pietà di me!

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