sabato 26 agosto 2017

Fede

" Chi si umilia sarà esaltato" (Mt 23,12)

Non ho bisogno di fare sforzi Signore per umiliarmi perchè la vita mi ha portato a sentirmi meno che niente.
C'è stato un tempo in cui mi potevo vantare di tante cose che sapevo e potevo fare. Molte sono state le occasioni che mi hanno portato a inorgoglirmi.
La più grande occasione è stata la capacità di vivere la malattia con coraggio, con forza, con determinazione, senza mai arrendermi di fronte ai numerosi ostacoli che mi si presentavano davanti.
Questo aspetto del carattere si rivelava non solo nel saper con dignità affrontare i problemi che riguardavano la mia salute, ma anche qualsiasi altro problema che era di ostacolo al raggiungimento della meta prefissa.
Ne andavo orgogliosa ma non mi tenevo per me la chiave per uscire vincitrice o perlomeno indenne dalle situazioni più drammatiche.
Ero diventata maestra nel dispensare consigli, nell'indicare le strade più sicure per non soccombere.
Poi la morte di mio fratello mi ha messo dinanzi a qualcosa che non sapevo aggiustare, camuffare, cambiare. La sua morte mi ha lasciato spiazzata perchè incapace di porvi rimedio.
L'orgoglio che mi aveva contraddistinto fino a quel momento subì un serio colpo, ma quello fu solo l'inizio di una discesa che è stata graduale ma progressiva e non ancora è finita.
Prima ero io la misura di tutte le cose e avevo imparato a mie spese l'arte di arrangiarmi in una casa dove chi si alzava prima si vestiva o chi era più furbo trovava la sedia su cui sedersi o un piano su cui poggiare il libro e il quaderno con cui studiare.
Era giocoforza nella mia famiglia d'origine arrangiarsi per non soccombere.
Ma in me avevo anche un grande senso di giustizia e mai mi sarei sognata di sottrarre il giusto a chiccessia.
Per questo ho affinato le tecniche per diventare io forte, per essere io quella che dispensava benefici, io che portavo tutti a me con la mia scienza, la mia conoscenza, la mia disponibilità a dispensare i trucchi del mestiere.
Questa mattina, leggendo il vangelo a tutto questo ho pensato e a quanta strada ho fatto con il mio Compagno di viaggio.
Già perchè da maestra, professoressa sono diventata discepola di "Gesù" che all'inizio mi colpì perchè era un uomo sofferente come me.
"Pure tu!" esclamai quando lo vidi appeso, inchiodato ad una croce.
Non avevo di Lui che una conoscenza vaga incerta e poco attendibile.
Ma ero così stanca, stremata di andare da sola, essendomi venuto meno il palcoscenico, quando mi hanno tolto il lavoro, che ero avida di qualcuno con cui condividere non la mia bravura, ma la mia pena.
Così cominciai il santo viaggio e se all'inizio mi sentivo alla Sua altezza, man mano che procedevo nell'ascolto della Sua Parola scendevo di un gradino, sempre più giù, sempre più giù fino a mischiarmi alla folla anonima che lo guardava da lontano.
E' tremendo accorgersi di quanto hai osato e peggio pensare che quell'ardire non ti sarà mai perdonato.
Per fortuna, o meglio per grazia il Signore, attraverso Maria, mi ha fatto rinascere dall'alto e mi ha sollevato alla sua altezza, come leggiamo riguardo al rapporto che aveva avuto con Israele.

Quando Israele era giovinetto,
io l'ho amato
e dall'Egitto ho chiamato mio figlio.
Ad Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano,
ma essi non compresero
che avevo cura di loro.
Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d'amore;
ero per loro
come chi solleva un bimbo alla sua guancia;
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare (Os 11,1.3-4)

Oggi sento che sono la pupilla dei suoi occhi, che mi ama anche se tutte le cose che un tempo facevo non le posso più fare, anche se la mia giornata è costellata di continui fallimenti.
Ma io non distolgo lo sguardo dal mio Creatore e Salvatore e invoco con tutta l'anima la potenza del Suo Spirito per non essere travolta dai brutti pensieri e convincermi che io non mi salvo da sola ma che è Lui che mi tiene in vita e mi rende capace di annunciare le bellezze del regno.

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