martedì 7 febbraio 2017

Nudità e tenerezza



E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò: 
maschio e femmina li creò. (Gn 1,26)

Oggi, leggendo la Parola di Dio non posso non ricordare quanto mi raccontava mia madre a proposito del mio rifiuto, della mia ribellione a che qualcuno mi spogliasse.
Nessun medico ci era riuscito, fin da piccolissima sì che mi compiacevo del fatto che della famiglia ero l’unica sana, quella che poteva fare a meno di tante sevizie a cui si dovettero sottoporre i miei fratelli, sempre alle prese con qualche malattia.
Le mie, se c’erano, me le facevo passare, non le esibivo, anzi le nascondevo sotto un cumulo di coperture adatte all’occasione.
Mi convinsi che non avevo bisogno di nessuno e che ero forte, più forte di ogni male.
Mi sembrava segno di debolezza estrema mostrare i miei limiti, le mie ferite, le storture, le disarmonie del corpo che i vestiti con sempre più sapienza nascondevano.
Andavo fiera della mia arte mimetica tanto da convincermi che con la volontà guarivo le malattie o non le facevo esistere.
Campionessa nel pulire l’esterno del bicchiere i miei trucchi li dispensavo a tutti, fiera della mia bravura .
Adamo ed Eva si coprirono con una foglia di fico le vergogne nel momento in cui si ruppe la comunione con Dio e con l’altro.
Non si è capaci di condividere la propria inadeguatezza se te ne vergogni, se non l’accetti, se attribuisci all’altro il tuo giudizio inclemente.
Bisogna incrociare lo sguardo del Dio di misericordia, del Dio amore, sentirsi accarezzati dalla luce e dalla tenerezza che si sprigiona dai suoi occhi, dal suo cuore di carne, cuore di madre e di padre, cuore di chi ti ha creato per amore e ti ha chiamato all’amore
Ci si può nascondere agli uomini, ma non a Dio, possiamo arrivare ad ingannare noi stessi, le prime vittime della nostra mistificazione, ma non puoi ingannare Lui che ci ha creati e sa di che pasta siamo fatti.
La nostra vita è un cammino di spogliamento, che tu lo voglia o non voglia.
Arriva il momento che non le belle forme attirano l’occhio del cuore, il terzo occhio come lo chiama Giovanni, ma la tua debolezza, le tue armi spuntate, la tua impotenza che fa riflettere.
Impotenti a fronteggiare il degrado del tempo, della malattia, del disagio esistenziale, della morte.
E’ sul legno della croce che conosci l’intimità con chi non ha niente da offrirti se non quello dell’attesa e del servizio.
Paradossalmente la più grande intimità la si raggiunge non quando nel fiore degli anni e nel rigoglio dei profumi della primavera, ti unisci. alla persona che ami, accarezzandone la bellezza delle forme, la freschezza della pelle, specchiandoti nei suoi occhi pieni di ardente passione.
E’ nel tramonto della passione, nel fiore appassito che scopri il frutto succoso e buono che appaga la fame e la sete e ti dà vita.
Mai come in questi ultimi tempi ho vissuto momenti di paradiso quando la mano raggrinzita del mio sposo la notte si posa sui miei occhi, perché, come quando ero bambina, il sonno non tardi e mi si allevi la pena.

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