sabato 7 maggio 2016

Grazia



"Per opera della grazia erano diventati credenti" (At 8,27)

Domani festeggeremo l'Ascensione di Gesù al cielo.
Chissà perché questa festa mi ha sempre reso triste, dubbiosa, angosciata perché inevitabilmente il pensiero va a questi giorni speciali che seguono la Pasqua in cui il Risorto ha camminato con noi, si è fatto incontrare e riconoscere da tutti quelli che ne piangevano la morte.
E' stato bello esaltante leggere in ogni pagina del vangelo che la liturgia del tempo di Pasqua ci propone, che Gesù non è un fantasma, che ad ognuno può capitare di vederlo quando meno ce lo aspettiamo, nei momenti più bui e dolorosi della nostra vita.
Ci ha chiesto da mangiare, ci ha dato da mangiare, si è fatto carico dei nostri dubbi, delle nostre domande, ci ha spiegato quello che non abbiamo capito, è diventato un inseparabile e insostituibile amico. 
Come tutte le cose belle finiscono, anche il tempo Di Pasqua volge al termine e non posso nascondere il velo di tristezza che scende nel mio cuore quando penso che Gesù torna in cielo e noi rimaniamo qui nella speranza di superare la distanza infinita che ci separa da Lui.
E' il tempo questo dell'attesa, della fede, il tempo in cui nulla è scontato, ma bisogna chiedere, chiedere con insistenza senza mai stancarsi.
Chiedere ma cosa?
Ho sempre avuto una grande difficoltà a chiedere per paura di non essere esaudita, ma forse più verosimilmente perché non ero stata abituata a dire grazie.
Dire Grazie comporta un atto di umiltà, una dipendenza da chi ti ha fatto un favore, sentirsi debitori di qualcosa a qualcuno che non sei tu.
"Homo faber fotunae suae" è stato il mio motto, l'epigrafe che volevo fosse incisa sulla mia tomba.
Poi c'è stato qualcuno che ha rifiutato un regalo che gli avevo fatto per sdebitarmi di un favore ricevuto. 
" Perché mi vuoi privare della gioia di farti un dono?"
Ero abituata da sempre a pareggiare i conti, anzi a mettermi sempre un gradino più sopra per non sentirmi debitrice di nessuno.
Mai avrei pensato che spendersi per un altro senza aspettarsi nulla rende felice.
Era il tempo in cui il Dio di Gesù Cristo non ancora lo incontravo personalmente, n'è ci avevo mai fatto un discorso, n'è ci eravamo scambiati regali.
Gesù, l'illustre sconosciuto della mia vita non si è arreso perché il regalo che mi aveva fatto voleva che lo scartassi.
Il dono del Battesimo l'avevo riposto in cantina, ancora nell'incanto originale, come quelle cose inutili che si regalano ai neonati e che vanno a finire nel fondo di un cassetto o insieme alle cianfrusaglie ammassate nei ripostigli.
C'è un momento della vita in cui non hai niente in mano che la tua debolezza, la tua fragilità, il tuo nulla, la tua solitudine e il tuo fallimento...
Ci sono momenti in cui tra le cose scartate rovisti per cercare qualcosa che ti aiuti a dimenticare il tempo presente e a rivalutare il tempo perduto tra la paccottiglia accantonata nei bauli.
Così per caso o meglio per grazia mi sono imbattuta in un Crocifisso.
Da allora è cominciata la nostra storia di amicizia prima e poi d'amore.
Non ho capito subito che il Signore voleva la mia brocca per poterla riempire.
Il regalo era un contenitore, il mio corpo, bello, pulito, immacolato, reso tale dal Sacramento del Battesimo che negli anni io non avevo provveduto a sgrommare dalla muffa e dallo sporco, con molte crepe e qualche pezzo mancante.
Gesù mi ha chiesto di diventare sua sposa per sempre e si è impegnato a ridare alla sua promessa sposa la bellezza antica perché mi vuole riempire di sé fino all'orlo.
Cosa renderò al Signore per quello che mi ha fatto?
Un sacrificio di lode sarà il mio regalo, il mio magnificat, perché grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente.
Non debbo temere la sua dipartita perché è con me, è dentro di me, il mio corpo è diventato il suo e attraverso il Suo corpo elevo al Padre la mia preghiera.

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