domenica 30 giugno 2013

Don Ermete

 

Il 29 giugno, giorno della sua ordinazione sacerdotale,  avvenuta 60 anni fa, don Ermete ci ha visti numerosi e commossi partecipare alla festa preparata in suo onore, nella chiesa della Regina della Pace, dove con don Antonio da 7 anni fa quel che può, come  dice lui, fa quello che ha sempre fatto, dico io: innamorare la gente della Parola di Dio.


Lui dice che il vescovo è contento di come vanno le cose in quella parrocchia, perchè non si è mai visto che due preti vadano d'accordo. E lui e don Antonio sono come fratelli.



Ma come si fa a litigare, mi chiedo, con uno che nella sua vita ha vissuto il vangelo accogliendo, promuovendo, condividendo, dando fiducia, servendo, ultimo degli ultimi, grande maestro di umiltà e di umanità?



I banchi erano staboccanti di gente venuta anche da lontano, suoi ex parrocchiani con le lacrime agli occhi: quelli di S.Lucia dove è stato 34 anni (sede che doveva assere provvisoria), e poi quelli di Penne da cui se ne andò per amore di giustizia e di verità, e di Torre dei Passeri dove si è fatto le ossa, donandosi tutto, i primi 17 anni di sacerdozio.



Io non volevo mancare, anche se non sono una sua parrocchiana, ma come me tanti erano lì perchè da lui avevano  ricevuto solo del bene.



Ognuno lo sentiva pastore della sua anima, parente stretto, consanguineo. Ognuno aveva il ricordo di uno sguardo, di una stretta di mano, una pacca sulla spalla, un sorriso, una parola di vita.



Come una chioccia aveva radunato i suoi pulcini . Ma lui, quando ha preso il microfono per ringraziare,  ha detto che i sacerdoti non sono niente senza il popolo di Dio e che non loro ma noi siamo la ricchezza della CHIESA.

Si è fatto vecchio, don Ermete, riflettevo tempo fa vedendolo curvo sul suo bastone celebrare la messa per la maggior parte del tempo seduto, ma il suo volto è sempre gioioso, il suo parlare affabile, gli occhi, le braccia, la voce, tutto il corpo rimandano ad un unico ed eterno abbraccio: quello di Dio.





 





 

 


 

 Per questo mi è venuto in mente un POST che feci anni fa che parla di un altro raduno.


Li radunerà

3 novembre 2007



Oggi sono andata alla messa di don Ermete, un vecchio prete, che per l'età, è stato declassato a vice parroco, in una chiesa lontana dalla sua comunità, che ha piantato e fatto crescere attorno alla parola di Dio nei 34 anni di servizio pastorale nella baracca di ferro alla periferia della città, chiamata S.Lucia.



Era stato anche abate don Ermete, ma non se ne faceva un vanto, quando parlava con la gente a lui affidata, che man mano che procedeva con fede e determinazione, riempiva fino a farlo traboccare lo spazio angusto della piccola chiesa.



Le omelie spesso le faceva in dialetto per farsi capire dagli anziani di quella piccola comunità, ma quando poteva, ed era certo di non essere frainteso, parlava in italiano, con competenza e timor di Dio, riuscendo sempre a trasmettere il suo amore sconfinato per il Signore.



Ogni tanto lo andavo a trovare in quella che lui chiamava “la Basilica maggiore”.



La modestia e la povertà della costruzione non riuscivano, però, a nascondere la vita che pulsava al suo interno, di gente che aveva imparato ad amare la chiesa più della sua casa e trovava sempre il tempo per renderla bella e sicura, perchè il focolare fosse sempre acceso la domenica e tutte le feste e venissero in tanti a riscaldarvisi.



Ogni volta che entravo nella "Basilica", sentivo il sangue fluire attraverso i suoi muri scrostati, le tele imbrattate dalla pietà della gente di lì, la linfa che irrorava le più intime fibre di quella chiesa fatta di carne.





Dicevo che oggi sono andata alla messa di don Ermete, nella nuova chiesa assegnatagli, perchè avevo voglia di sentire un'omelia senza doverla leggere su un lezionario o su Internet, perchè avevo nostalgia di una parola incarnata, di qualcuno a cui tremasse la voce, quando parla con Dio e di Dio.



Per don Ermete la messa è la Messa a prescindere dal numero delle persone che vi partecipano.



Avevo bisogno di qualcuno che mi ridesse la vita, mi rianimasse dal grigio di queste giornate prive di sole, di luce, di aria pura e generosa.



Ha esordito dicendo che la morte è una gran brutta cosa e che non piace proprio a nessuno, perchè del dopo, ne sappiamo poco o nulla , visto che non c'è chi sia tornato da lì, per raccontarcelo.



A meno che non ti fidi della Parola che questa mattina, a proposito, così recitava nell'antifona d'ingresso :



Gesù è morto ed è risorto;



così anche quelli che sono morti in Gesù



Dio li radunerà insieme con lui.



E come tutti muoiono in Adamo,



così tutti in Cristo riavranno la vita. (1Ts 4,14; 1Cor 15,22)



Quel “li radunerà” gli ha fatto pensare ai suoi cari che sarebbe andato a trovare, a celebrazione ultimata, nel suo paese d'origine, arroccato sulla montagna, a sua madre, a suo padre, a suo fratello, con i quali si sarebbe ritrovato un giorno magari attorno al focolare, in un cantuccio appartato del cielo.



Ci ha fatto sognare, mentre immaginava tutte le famiglie riunite, nonni, nipoti, genitori, figli, fratelli e sorelle e quanti hai amato e quanti ti hanno amato.



Lui non ci poteva dimostrare che è vero, ma la Parola non poteva mentire: Dio radunerà tutti quelli che sono morti in Cristo, perchè Cristo non mente, in quanto è l'unico che è tornato per raccontarci come si sta in Paradiso.



Ho pensato ai miei cari: mamma, papà, mio fratello...i nonni, ho avuto nostalgia di quel tavolo che nei giorni di festa ci vedeva riuniti, quando eravamo piccini.



Ho pensato alla tavola che ci ha visti insieme con le nostre famiglie l'ultima volta a Natale di 8 anni fa, con la diagnosi appena sfornata dall'ospedale, di “malato perso” per mio fratello, che in fondo aveva solo un piede che gli dava fastidio, e alle foto scattate in quell'occasione, mentre ci chiedevamo a chi sarebbe toccato di nuovo e chi sarebbe sopravvissuto all'appello dell'anno dopo.





Siamo sempre di meno a rispondere all'appello, man mano che passano gli anni, quando è Natale.



Due anni fa la tavola l'abbiamo imbandita sulla pancia di mamma, che stava morendo, nel letto dell'ospedale.



Anche lei aveva sentito il richiamo di una mensa più grande e ci aveva lasciato, a stretto giro di posta, dopo papà.



Ma, passati i 90 anni, non ti fanno neanche le condoglianze e il vuoto lo devi riempire da solo, con l'aiuto di Dio, specie quando arriva novembre e si avvicina il Natale.





Mentre don Ermete parlava, nella foto che avevo scattato, nessuno mancava all'appello.



Dio non aveva aspettato a riunirci, in quel cantuccio di cielo, attorno al Suo focolare.

Ieri ho toccato con mano che quando c'è chi ti porta nel cuore di Dio, quel raduno può essere possibile anche su questa terra.

2 commenti:

Rosella ha detto...

Grazie Antonietta bellissimo e commmovente tutto quanto hai scritto, compreso il vecchio post.
Chi ti legge percepisce tuuta la gioia che hai provato ieri partecipando a questa Messa di ringraziamento per i 60 anni di sacerdozio di Don Ermete.
Da quanto dici sei stata veramente fortunata a conoscerlo, è quello che vorremmo ritrovare in ogni sacerdote, ma come dice Padre Gaetano, sono anche loro esseri umani, con il loro carattere e i loro difetti........ noi dobbiamo aver fede a prescindere da loro.
Ciao Antonietta, mi hai fatto felice leggendoti, auguro a te e a Gianni di passare una bella giornata e vi abbraccio forte.

riccardoparacchini ha detto...

Come sottolinea Rosella, grazie per questa condivisione. C'è bisogno di unione. C'è bisogno di far emergere Cristo.

Don Ermete in fondo non fu declassato. Si è tirato indietro per far crescere nuove piantine.