sabato 17 dicembre 2016

44 anni fa



Il 17 dicembre di 44 anni fa nasceva mio figlio, dopo 9 mesi di attesa e di inenarrabili sofferenze.
Quando nacque non mi preoccupai di ringraziare chi mi aveva fatto recapitare quel dono in un modo così rocambolesco e sofferto. Ero fiera di avercela fatta a conseguire l'ultimo traguardo che mi ero prefissata, dopo tanto travaglio.
A ridosso del Natale, la meta pensavo di averla raggiunta, con qualche giorno d'anticipo.
Poi il travaglio, quello vero, è venuto, con la malattia.
Ho perso di vista quel dono negli anni che mi tennero lontana da casa alla ricerca di qualcuno o qualcosa che potesse guarirmi.
Lo riabbracciai quando aveva 5 anni e mi trovai davanti uno sconosciuto.
Da allora cercai tutte le strade per riconquistarne l'amore, ma il filo sembrava definitivamente spezzato.
Nella nostra latitanza genitoriale lo affidammo alla chiesa, perchè si prendesse cura di lui. lo avrebbe salvaguardato dai pericoli, mentre mia madre provvedeva ai suoi e ai nostri bisogni materiali.
Non abbiamo preparato insieme nè presepi, nè alberi, nè dolci per il Natale. Lui, insieme ai suoi amici scout, li preparava in chiesa e faceva la veglia alla vigilia e cantava e pregava unito al branco, accompagnato dalla chitarra, sua inseparabile compagna.
Noi, soli in casa, aspettavamo che ritornasse, perchè la malattia m'impediva di soddisfare anche la più elementare curiosità di vedere cosa faceva.
Poi l'amore trovato a 17 anni, in quel contesto di servizio, di gioco e di preghiera.
A giugno del 2001 si è sposato.
Oggi questo figlio, a fatica riconquistato, affidandomi i suoi bambini, mi dà l'opportunità di scoprire quanto è grande l'amore di Dio, attraverso tutto ciò che un tempo davo per scontato.
Ai suoi figli ho scritto tante lettere, a lui una soltanto, in occasione del suo matrimonio.
Oggi, giorno del suo compleanno, mi piacerebbe la rileggesse con me e con voi, perchè insieme possiamo lodare e benedire il Signore che continua a farci regali anche se non gli diciamo grazie.
Questa è la lettera

LA TUA STANZA



Franco, manca poco e la tua stanza sarà vuota di vestiti, di scarpe, di fogli, di libri, di dischetti e CD messi lì alla rinfusa, abiti stropicciati, sparsi ovunque, fili aggrovigliati che spuntano e s’intrecciano e s’insinuano fra le multiformi e variopinte scartoffie che sciabordano dagli scaffali che non le contengono.

Quel tuo voler fare le tante, troppe cose che il tempo ti strappa di mano, quel frutto che vuoi cogliere subito, la tua voglia di bruciare le tappe, ti portano a lasciare indifese le tracce di ciò che sei, di ciò che cerchi, di ciò che comunque vuoi nascondere, senza riuscirci.


Franco, la tua camera oggi parla di te, più forte, mentre pian piano togli di mezzo ciò che è tuo, ciò che fino a ieri sembrava mio solo mio, perché tu eri cosa mia, come i tuoi pensieri i tuoi desideri i tuoi sogni che ti ostinavi a negarmi…tutto, tutto ciò che, essendo tuo, pensavo mi appartenesse.

Ora te le porti lontano le cose che non sono mai state mie, le strappi dalla tua stanza stupita, dal mio cuore sconvolto da questo temporale di maggio, le porti via senza ordine, senza niente buttare, perché bisognerebbe fare una scelta ed è difficile, specie in questi momenti convulsi che ti separano dal matrimonio.

Le cose, Franco, lo so, lo sai, non vanno lontano: da un armadio ad un altro armadio, guarda caso distante 10 metri…
O di più?
Ma il tuo cuore, Franco, quello dove lo porti?
Il vuoto che lasci di te, del tuo disordine assurdo, dei tuoi silenzi, dei tuoi nervosismi, delle tue attenzioni nascoste, dei tuoi gesti gentili mischiati al fracasso di ciò che non volevi apparisse, della voglia di dirmi, di dirci che ci volevi bene, che volevi ti amassimo come tu sei, come ti sforzavi di essere senza riuscirci, mi sembra incolmabile.
I tuoi diari, lasciati per caso, senza parere poggiati su un tavolo, dimenticati in un angolo, erano lì ad aspettare che qualcuno li aprisse, per capire e conoscere ciò che ti ostinavi a nascondere.
Per sbaglio ne ho aperto, un giorno lontano una pagina e vi ho trovata scritta una preghiera.
L’ho letta perché era bella, perché era tua, perché non mi sembrava di violare un segreto, visto che l’avevi lasciata lì ad aspettare che finalmente mi accorgessi che c’eri, che il tuo cuore batteva, che avevi trovato un compagno, un amico a cui confidare il tormento e la pena dell’essere soli, un amico che non conoscevo.
Ora quell’amico anch’io l’ho trovato, ora possiamo parlare con Lui e di Lui senza riserve, senza che la vergogna e il pudore ci chiuda la bocca, ora possiamo sentirci vicini, perché è Lui che ci porta lì dove non sapevamo salire.
Non siamo più soli, perché se l’uno l’altro perde di vista, Lui ci sente e ci rimette in contatto, ricordandoci che l’amore non conosce distanze, riempie i vuoti dell’anima, i vuoti delle stanze deserte, che non rimangono mute, quando un figlio si sposa, quando una madre, invecchiando, non può condividere le sue spensierate e giovani scelte.
Lui è quello che, saldandoli, ricongiunge, i fili spezzati, è quello che riempie di luce le stanze buie e gelate, riscaldandole con il suo dolce tepore.

Oggi, Franco, guardando la tua stanza, a tutto questo ho pensato.
Se non mi fossi fermata un momento, per scriverti dello strazio delle cose portate lontano, non avrei potuto gioire del dono stupendo di cui tu sei stato strumento: il Compagno, l’Amico con cui tu te ne vai, ma anche quello che tu lasci qui dentro, perché in fondo ciò che conta è vedere nella morte dei nostri pensieri la vita dei nuovi pensieri, che sbocciano nel cuore irrigato dal pianto e purificato dall’aria, che soffia leggera sulle cose trasformate da Dio.

31 maggio 2001

1 commento:

nonsonogus ha detto...

Molto bello, Antonietta.
Ciao.