domenica 5 settembre 2010

I tabernacoli di Dio


RnS
Settimana di discepolato: 15-21 agosto 2010
Casa famiglia di Nazareth:Loreto(An)



Siamo tornati a valle.
Non si poteva rimanere sul Tabor e farci tre tende, come disse San Pietro a Gesù, il giorno della Trasfigurazione.
Veramente sul Tabor non ci sono stata una settimana, come in genere accade in occasione di quelle che sono diventate le nostre vacanze, una boccata d'ossigeno per il corpo e per lo spirito a cui attingere in tempi di magra.
Due telefonate a distanza ravvicinata (i discepoli non avevano il cellulare per loro fortuna) che mi hanno di fatto riscaraventato giù, la fatica di risalire e poi il perpetuarsi di un destino di no, interrotto da rari sprazzi di luce.
A chi mi chiede dove sono andata, rispondo che sono andata in montagna, a scalare le alte vette dello spirito e a fare ogni giorno i conti con la mia inadeguatezza, gli ostacoli improvvisi, i sentieri inaccessibili, i grandi abissi della solitudine e dell'orgoglio, del dubbio e della rabbia, della preghiera silenziosa, delle lacrime a un Dio che non si fa catturare, ma continua a guardarti con dolcezza e che ti riprende tra le acque limacciose del tuo limite, chinandosi sulle tue ferite e versandovi sopra l'olio della sua tenerezza.
Di questo viaggio ricordo gli “scintillanti” del bambini, gli occhi e il cuore di 25 cuccioli che hanno dato vita ai silenzi del ritiro spirituale per coppie che vogliono mettere a servizio il Sacramento a loro donato il giorno del matrimonio.
Alla partenza avevo chiesto a Dio una tregua al dolore che accompagna tutte le mie ore, di giorno e di notte.
Era la prima volta che non mi ero proposta cambiamenti radicali della mia vita personale e di coppia.
“Pensaci tu”, dicevo, “lo sai di cosa ho bisogno, non devo dirtelo io”.
Mi sono ripromessa di affidare completamente a Lui questo tempo di grazia, con la certezza che mi sarei riportata a casa qualcosa di veramente speciale.
Del resto quando si prega all'ombra della Santa Casa non può che essere così: lo senti il manto della madre che ti copre, la mano che ti custodisce, la luce del mistero che s'irradia dall'umile e povera casa di mattoni anneriti, dove l'onnipotenza di Dio si è fatta carne, attraverso l'umile sì di una donna.
Ma questa volta la battaglia è stata dura, tanto che il giorno della penitenziale, mi sono alzata prestissimo e sono andata in cappella per comunicare al mio Unico e Vero Interlocutore che avevo deciso di diventare cattiva, ricordando quando lo decise Giovanni, il mio nipotino, per vedere cosa sarebbe cambiato, nella contraddizione di una vita in cui il vento, o chi per lui, rimescola di continuo le carte, senza che la partita sia ancora finita.
“Anche il passero trova la casa, la rondine il nido, presso i tuoi altari, Signore” , mi andavo ripetendo, certa che avrebbe continuato a permettermi di razzolare sotto le gambe del tavolo, come i cagnolini del vangelo, confidando che qualche briciola, e non solo, sarebbe caduta e io non sarei morta di fame.
Così ho cambiato posizione e ho messo le distanze tra me e i partecipanti al corso, compreso lo sposo.
Sulla sedia a rotelle potevo spostarmi comodamente per vedere, sentire, attraverso le porte e le finestre aperte, quello che avveniva dentro la cappellina di legno, sede di tutte le attività previste per la settimana.
Ed è proprio quando cambi posizione che vedi i miracoli.
Così, quando don Paolo Gentili ha benedetto i bambini, venerdì 20 agosto, come faceva ogni giorno, invitandoli a portare la benedizione ai propri genitori, prima di essere affidati all'impagabile Assunta e all'equipe improvvisata di volontari, il mio cuore, gonfio di tristezza,ha traboccato.
“Fortunati quei genitori che hanno tanti figli, perchè riceveranno tante benedizioni!
I figli sono una benedizione e di bambini lì convenuti ce n'erano tanti, 25 per la verità, più quelli attesi, custoditi dentro la pancia o in una preghiera carica di speranza.
Tanti figli, tante benedizioni, mi dicevo, mentre vedevo sfilare i bambini in silenzio e poggiare le loro piccole mani sulla testa dei loro cari.
“Io non ho nessuno che mi benedica, perchè il mio unico figlio è lontano, è grande e non credo che lo farebbe” pregavo e piangevo, piangevo e chiedevo...
Poi..ho sentito l'aria muoversi attorno a me.
Pensavo ad una folata di vento.
Apro gli occhi e vedo i figli di quei genitori tanto invidiati fermi dietro di me.
Con ordine e discrezione li sento imporre le loro tenere e calde mani sulla mia testa.
Un brivido di commozione percorre la schiena, sentendo la potente benedizione di Dio che si stava servendo di quei piccoli, per comunicarmi che non era arrabbiato con me.
Aveva capito che avevo bisogno di un po' di coccole, visto che ne era stata avara la vita in questi ultimi due anni.
Anche Gianni, senza dirlo, le aveva cercate in quel luogo, perchè il dolore, la malattia, più che la gioia, ci tenevano strettamente legati.
Per questo eravamo andati a Loreto.
La sera di venerdì siamo andati a ringraziare la nostra Mamma celeste nella Basilica della Santa Casa e abbiamo ricevuto il mandato per portare a valle la bella notizia della famiglia, la più bella invenzione di Dio, per affrontare con Lui l' emergenza educativa di questo mondo allo sbando.
E il mandato è anche per noi, che siamo nonni, ma educatori a tempo pieno dei nostri nipotini.
Don Paolo prima della partenza, nell'ultima messa celebrata presto al mattino nella cappellina, dopo aver distribuito la comunione, ha spento la luce del tabernacolo lasciandolo aperto.
Solo allora in pienezza, divenuti tende e fabbricatori di tende, come ci indicava l'icona che ci ha accompagnato per tutto il percorso ( Aquila, Priscilla e Paolo nella casa comune dove fabbricavano tende), abbiamo sentito forte la chiamata a scioglierci come il sale nell'acqua insapore del mondo e a diventare fiaccole accese sulle strade insidiose e buie della notte.
Abbiamo guardato attaverso il tabernacolo la foto delle famiglie .
Mai ci è sembrato mandarci così tanti messaggi di vita.

2 commenti:

paracchini ha detto...

Leggendo questo percorso, cara Antonietta, mi è parso di esserci stato. Le richieste al Signore, gli abbandoni, le cadute e le risalite sulla pietra, le attese delle benedizioni che arrivano con un sorriso inaspettato, il pensiero verso la vita trascorsa, verso le persone lontane. E quel tabernacolo vuoto? Che non è assenza, ma cammino con il Signore nella propria vita.

danielafenice ha detto...

Grazie!