martedì 29 gennaio 2008

La memoria

 




(Samuel Bak:Luce della memoria)


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Per l'ennesima volta abbiamo dovuto convenire che il Signore le cose le fa molto meglio di noi.


Nostro figlio ha provveduto a ricordarcelo, quando non si è visto recapitare il consueto invito domenicale.


L'impegno a preparare la trasmissione alla radio ci sembrava un buon motivo per cominciare a mettere in pratica ciò che diciamo ai genitori delle coppie, che si preparano a ricevere il Sacramento del Matrimonio.


Che, se nella Genesi è scritto "Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne", è importante che questi figli li lasciamo un po' soli, e gli permettiamo di allontanarsi da noi.


La tavola dei nonni, del resto, hanno modo di apprezzarla durante la settimana grandi e piccoli, a turno.


La domenica è l'unico giorno in cui la famiglia, specie se giovane, può contarsi, raccontarsi, ritrovarsi attorno alla mensa comune, dove il pane e la parola possono essere condivisi senza interferenze di sorta.


“Perchè ti preoccupi? Tanto lo sai che poi lo Spirito Santo ti cambia le cose all'ultimo momento”. Certo che, più che dalla fede, l'affermazione di nostro figlio nasceva dalla fame e dalla scarsa voglia di cucinare, visto che la moglie stava facendo gli straordinari.


Comunque la richiesta implicita era così garbata, che volentieri abbiamo abbassato la guardia e abbiamo accolto a braccia aperte l'ennesima incursione della banda del portone di fronte, alias famiglia di nostro figlio, seggiolone, giochi e tanta sana, quanto insostenibile baraonda che ne consegue.


"Radio Speranza può aspettare", ci siamo detti, perchè è la vita di una famiglia vera, non virtuale che vogliamo portare in trasmissione e la vita è questa, fatta di buoni propositi, di cedimenti, di sacrificio e di gioia, di speranza fondata su una promessa, che vediamo ogni giorno realizzarsi.


“Sono stato dovunque sei andato” l'abbiamo scritto sulla lavagnetta appesa in cucina, insieme alle cose che via via scopriamo che mancano.


Almeno Lui non ci abbandona, non si esaurisce come il sale, il latte, le uova o la farina. Lui c'è sempre e questo non vorremmo mai dimenticarcelo.


Sabato, alla fine della cena, alla quale avevamo invitato dei cari amici che non vedevamo da tempo, Anna mi ha detto, e non è la prima volta, che io sono raccomandata dal Padreterno, e che non è giusto che io ottenga le cose, basta che le desideri.


“ Quel che mi fa capire se uno è passato attraverso il fuoco dell'amore divino non è il suo modo di parlare di Dio, ma il suo modo di parlare delle cose terrene.” ha scritto Simone Weil.


Avevamo parlato fino a quel momento di quello che era successo durante la settimana, del luogo caldo e accogliente che avevo trovato per aspettare che il gommista mi riparasse la gomma bucata, per due giorni di seguito. Infatti il problema si è ripetuto a distanza di 24 ore.


La sacrestia della chiesa, adibita a cappella, per esporre il Santissimo in questi giorni di freddo, era stato l'unico luogo che mi ha permesso di stare seduta, su una sedia comoda, al caldo e di controllare dalla finestra quando la macchina era pronta.


E dire che solo il giorno prima avevo pensato che l'adorazione eucaristica non faceva per me, per via del riscaldamento che non c'è, dei banchi scomodi, dei mille impegni che ogni mattina mi si presentano.


Avevo parlato ai miei amici del parcheggio che trovo sempre quando vado in centro dalla fisioterapista, degli straordinari interventi dello Spirito ogni volta che andiamo in panne.


Raccomandati siamo tutti, basta aprire gli occhi per accorgersene, le ho risposto.


Ricordo quando, nell'imminenza di un intervento chirurgico importante, davanti alla chiesa per la prima volta presi coscienza che quel posto libero che sempre trovavo per parcheggiare la macchina non era dovuto alla mia bravura, ma alla cura di Chi sapeva che non posso camminare.


Chi si era preoccupato di trovarmi un posto per la macchina, tante volte, non se ne sarebbe stato a guardare di fronte a un bisogno tanto più grande.


Ebbi modo di sperimentare in seguito, che non mi ero sbagliata e che sempre, anche per interventi di poco conto, trovavo una corsia preferenziale, senza fare telefonate o regali per propiziarmi il medico o il suo entourage.


Da allora le raccomandazioni le chiedo solo al Padreterno.





Il 27 gennaio è stata celebrata la giornata della memoria perchè non si dimenticassero i crimini commessi nell'ultima guerra mondiale contro gli Ebrei.


Abbiamo letto sul “Giornale” del pittore Samuel Bak, superstite dell'olocausto, che, rimasto cieco, continua a ricordare le ferite inferte a lui e al suo popolo con i suoi quadri.


Da essi si leva per noi una voce possente: non possiamo dimenticare quello che ha fatto l’uomo. Potrebbe riaccadere. Ma neppure possiamo ricordare solo ciò che ha fatto l’uomo: se morisse nel cuore la luce della fede e della preghiera, riaccadrà. Ricordiamo sì, l’antico dolore, ma per tenere desta in noi la memoria dell’Onnipotente. Fra gli edifici della morte ce ne sarà sempre uno in cui si custodisce fedele il fuoco della vita. E la speranza ci salverà.





Sul muro di una prigione hanno trovato scritto:




Credo nel sole


anche quando esso non


risplende.


Credo nell'amore


anche quando non lo sento.


Credo in Dio


anche quando tace.




eco del  Salmo 136




"Mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia"
 







Giovanni spesso mi chiede di parlargli della guerra in cui il nonno, che è andato in cielo a riabbracciare il suo papà, ha combattuto.


Io gli racconto del rosario detto mentre passava il fronte e le bombe cessarono all'amen finale, gli racconto di nonna Antonietta che, quando scoppiavano i temporali, ci chiamava a pregare sul grande lettone la Madonna, gli racconto di quando è nato.





"Quando sei nato, avevi un viso spaventato, gli occhi sgranati, fissi, immobili come se avessi visto tutto il male del mondo e fossero incapaci di chiudersi ancora, di battere, palpitare sul tuo tenero e dolce faccino.


Volevi venire al mondo da tanto tempo.


Da tempo spingevi, scalciavi, per uscire dal tuo caldo e sicuro rifugio, ma una corda ti teneva attaccato a tua madre.


Avvolta al collo due volte, ti si stringeva sempre di più, ogni volta che volevi provare a respirare con i tuoi polmoni, pure se l’aria era inquinata e il panorama non era quel granché che ti aspettavi.


Sei nato con un numero cucito sulla tutina e un braccialetto al piedino, con su scritto il cognome di tua madre, per paura che ti perdessi.


Cosa tu avevi a che fare con me?


Nessuna cosa mi ricordava che eri, che sei, figlio di mio figlio, che allo stesso modo eri nato, soffrendo e morendo tu e tua madre per poter risorgere ancora e di più e per dire che la vita è bella, perché è miracolo, stupore dono stupendo e misterioso della potenza e della misericordia di Dio.


Perché quando penso a te sto male?


A cosa penso, guardando i tuoi occhi spauriti, e sgranati, occhi grandi come fanali?


Penso a te, che sei scampato ad un naufragio, a tutti i naufragi del mondo, che hai lottato con una forza che non era la tua.


Un angelo con te ha lottato perché venissi al mondo, sciogliendo quei lacci di morte che te lo impedivano.


Forse gli occhi spauriti sono quelli dello stupore di avercela fatta,


Non ci credevi, non ci avevi creduto, con quei due cordoni attorcigliati al collo, che ti soffocavano ad ogni movimento.


E tua madre te ne aveva fatte sentire di musiche ..e noi abbiamo pensato che stavi ballando, mentre ti muovevi nella sua pancia …chissà se la corda l’avevi anche prima… tutto il tempo in cui le cuffie appoggiate alla pancia ti facevano le coccole, che noi, tua madre, tuo padre, non potevamo farti più da vicino.


Oppure una piroetta più ardita, un salto acrobatico, di cui ti sentivi capace, vista l’ora che si avvicinava, per conoscere i volti delle tante voci, che ti avevano tenuto compagnia, amandoti senza vederti.


Il mondo ti aspettava e tu aspettavi il mondo e con impazienza scalciavi, aprivi, chiudevi le manine, stendevi i piedi, le gambe e le braccia, perché eri ansioso di venire alla luce.


Poi quella notte, era notte, la notte lunga, buia, angosciosa, senza fine, degli urli, dei gemiti, del rantolo, dell’agonia di una madre che non può far nascere suo figlio, perché lo avrebbe fatto morire.


Così, Giovanni, sei stato trattenuto ancora, per un tempo che a noi è sembrato eterno, perché non soffocassi del tutto.


Il grido spasmodico di tua madre mi è rimasto nell’anima, ha scavato dentro chissà quanti chilometri, giù nel profondo abisso della memoria. Era un grido, era un pianto, era una richiesta d’aiuto, era l’impotenza dell’uomo che chiamava l’onnipotenza di Dio.


Così con le mani strette ad una corona, ad un rosario, ho pregato, abbiamo pregato, perché vi ci aggrappaste anche voi, tu, tua madre, perché usciste dal gorgo e vi salvaste dai flutti di morte.


Le parole non le ricordo, ricordo lo sguardo fisso a Dio, Dio di misericordia, a Sua madre perché provasse compassione di quella titanica lotta con il serpente, che ti avvinghiava la gola.


Così sei venuto alla luce n. 43, figlio di tua madre, ma dono di Dio, perché il tuo nome era già scritto, sulle palme delle Sue mani, prima ancora che fossi intessuto nel grembo di tua madre, prima ancora che tua madre e tuo padre pensassero a te


Il tuo nome era Giovanni, è Giovanni, perché la misericordia di Dio non si misura e tu tutta in te la manifesti





E questo ci siamo sentiti di dire a Emanuele, il nostro nipotino più piccolo, il giorno del suo Battesimo, sperando che ci sentisse





"Emanuele,cosa possiamo offrirti, nel giorno del tuo Battesimo, che Dio non abbia già provveduto a darti senza misura? Cosa possiamo prometterti che non sia già stato preparato per te da Lui, prima che tu nascessi, prima ancora che i tuoi genitori pensassero a te?


Avremmo almeno voluto trovare belle parole per esprimere i sentimenti che in questo momento ci riempiono il cuore: di gratitudine verso Dio, che continua a fidarsi di noi, perché continua ad affidarci i Suoi figli, i fiori più belli del suo giardino; di stupore e di meraviglia per il miracolo della vita che ogni giorno mostra i suoi tesori, belli e nascosti; di inadeguatezza di fronte al compito che sentiamo troppo alto per noi; ma anche di grande consolazione, perché tu ti chiami Emanuele "Dio con noi", e ogni giorno ci ricordi che non dobbiamo aver paura, perché mai saremo lasciati soli.


Le parole le abbiamo trovate già scritte: sono quelle del Salmo 90.





Tu che abiti al riparo dell'Altissimo


e dimori all'ombra dell'Onnipotente, 


di' al Signore: "Mio rifugio e mia fortezza,


mio Dio in cui confido.


Egli ti libererà dal laccio del cacciatore;


ti coprirà con le sue penne


sotto le sue ali troverai rifugio.


la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;


non temerai i terrori della notte


nè la freccia che vola di giorno.


Poichè tuo rifugio è il Signore


e hai fatto dell'Altissimo la sua dimora,


non ti potrà colpire la sventura,


nessun colpo cadrà sulla tua tenda.


Egli darà ordine ai suoi angeli


di custodirti in tutti i tuoi passi.


Sulle loro mani ti porteranno


perchè non inciampi nella pietra il tuo piede."






3 commenti:

anonimo ha detto...

ti voglio bene, mia cara, per i brividi che provo quando ti leggo, perchè con te riscopro la vera fede ed il mio cuore trema d'amore per Chi, a volte, dimentico e ritrovo, con te, padre, amico, fratello. Grazie.

Saraysun ha detto...

Hai ragione carissima, è giusto raccomandarsi solo al Signore, Lui è l'unico che non ci tradisce e conosce ciò che è giusto per noi.
Grazie per aver postato il salmo 90.
Una abbraccio, buonanotte :)

Cuoredipizza ha detto...

Inizia una nuova Quaresima...

Se uno «va dentro senza guardare in faccia Cristo e basta, ma con la preoccupazione dei peccati o della perfezione oppure delle cose da meditarci su, viene fuori stanco e riprende le cose come prima.
Guardare in faccia Cristo, invece, cambia.
Ma perché cambi, bisogna guardargli in faccia veramente, col desiderio del bene, col desiderio della verità: "Di tutto sono capace Signore, se sto con te che sei la mia forza"; è un tu che domina, non delle cose da rispettare»
[L. Giussani]

Un abbraccio
Cuoredipizza