giovedì 27 luglio 2006

Mi dica

Ottobre 2000

Quali sono state le malattie più importanti della sua vita?

Quante volte mi é stata rivolta questa domanda!

Quante volte ho risposto in modo caotico, inadeguato!

Quante volte le parole che uscivano dalla mia bocca suscitavano nell'ascoltatore noia, irritazione, incredulità dubbio, aggressività malcelata, e sempre quella sensazione che mi rimaneva appiccicata di inadeguatezza, di disorientamento, di angoscia, per non essere stata capita, per non essere stata ascoltata, per non essere stata rispettata nel mio dolore, nella mia sofferenza, nelle mia verità che sempre più diventava mia, solo mia!

Perché nessuno era in grado di penetrarvi, …perché il mio destino era segnato, …perché anch'io avevo finito per credere che erano tutte fandonie.


Così ancora una volta é capitato, ieri, 9 ottobre 2000, ancora una volta l'impressione di aver chiesto o detto troppo all'endocrinologo illustrissimo, eminentissimo, primario universitario di ...., perché avevo osato sottoporgli un quesito che da nove mesi rivolgo a tutti medici con i quali m'imbatto, volente o nolente.

Quest'ingorgo alla gola di muco, saliva o altro che mi immerge, mi soffoca e mi affoga, da cosa viene?

Fuoco e fiamme uscirono dalle narici frementi dell'Idra di Lerna, perché avevo osato chiedergli ciò che lui non sapeva, perché solo di tiroide lui s'intendeva, non un centimetro più in alto, né uno più in basso, solo di tiroide...CAPITO?...capito che il nodulo alla tiroide non dà mai, dico mai disturbi?

...e come le viene in mente di consultare un altro endocrinologo all'infuori di me?

....e chi é quel cretino otorinolaringoiatra che le ha consigliato di fare indagini in merito?

ecc...ecc...ecc..

Certo lì non si trattava di riepilogare la propria vita, ma di tentare di raccontare cos'era successo dall'ultimo controllo, fatto a dicembre 1999 in quella struttura a oggi.

Conta che tutto é nato da una difficoltà a deglutire , un senso di soffocamento specie di notte, spesso culminato in un'assenza totale di aria che non riusciva a passare per quanti sforzi facessi?

Conta che i vari esperti consultati mi hanno portato a fare indagini conclusesi con l'asportazione di un papilloma alle corde vocali a marzo, un intervento allo stomaco per l'ernia iatale e il reflusso gastroesofageo, ad agosto, e una prenotazione d'intervento per l'asportazione della tiroide a causa di un nodulo freddo di non accertata natura?

Conta che non ancora sono venuta a capo di niente?


Mi dica…

Da quando é cominciata questa incredibile storia ho imparato, man mano che procedevo, che ad ognuno dovevo raccontare una parte di tutta la storia.

Ma quale?

…a saperlo!

Così immancabilmente mi si diceva che.... no questo non c'entra, questo é ininfluente, di questo non m'intendo, di quello chi se ne importa, se dice questo é pazza, pazzo é il medico che le ha detto, fatto, suggerito quest'altro...


Mi dica...

In questi ultimi tempi, al fatidico invito, un senso di smarrimento s'impadronisce di me.

E' come se mi si chiedesse quante vene, quante arterie, quanti muscoli, quante ossa, quanto di tutto io possegga, da cosa il mio corpo è composto.

Come si può, senza essere eccessivi, raccontare quante volte hai respirato, hai mangiato,hai camminato, quante volte hai pianto, quante hai riso?

E lì ad aggiustare le tecniche, a riassumere, eliminare, ridurre, semplificare, mortificare il tutto per la parte, ingegnarsi a capire, attraverso uno sguardo, un gesto, una smorfia, se quello che vado dicendo é giusto, se può sembrare credibile.


Quando a volte prende il sopravvento l'entusiasmo di pensare che finalmente ho trovato qualcuno disposto ad ascoltarmi fino in fondo, puntuale arriva la mazzata del…e questo che c'entra?…è tutto vero ciò che dice?

Oppure (l'ultima volta ad agosto) ..diciamoci la verità, lei é una paziente che nessun medico si augura , perché di acciacchi ne ha tanti, non si sa quanti veri, quanti inventati, per cui, se decidesse di andarsene...che sollievo per tutti!


Mi dica.....

Ancora una volta ad aspettare di fare il riepilogo della mia vita, martedì 10 ottobre dal dottor G. specialista in odontostomatologia in Ancona.

Due ore di macchina, un mese di attesa perché venga il mio turno.

E l'uomo che fa per me?

Non nutro molte speranze , né mi auguro, mentre aspetto nella piccola anticamera l'uscita dell'ultimo paziente, che sia bravo, anzi prego che non capisca un tubo, che sia uno dei tanti cialtroni, così potrò curarmi i denti a Pescara, senza rimorsi.


Il viaggio, l'avevo fatto, per via di quei denti limati e di quello stato di intossicazione permanente che pare venisse da loro, e che nessuno era riuscito a spiegarmi..

Ma ormai non avevo speranza di niente.




Il tempo


Vivere il momento, questo per me era ed é diventato importante, dividere il tempo in tanti, tantissimi pezzi per poterne gustare a fondo il sapore.


"Il tempo é nelle nostre mani nella misura in cui l'infinito é nei nostri cuori"


A Champoluc (dove mi accorsi che i veri malati, i grandi malati non s'incontrano per le strade del mondo, non frequentano salotti perbene, non fanno bella mostra di se nelle vetrine di lusso), senza capirle al momento, me l'ero appuntate su un foglio quelle poche parole che avrebbero cambiato il mio correre in fretta, correre sempre senza mai fermarsi un momento.

La madre di un bimbo piccolo piccolo (...un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera…due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all'abbraccio) …quella donna così rispondeva alla mia stizza per il tempo che mi sfuggiva di mano.

Da allora, per paura di dimenticarle. ogni anno trascrivo nella prima pagina dell'agenda queste parole.

Ma la briglia talvolta si allenta e la mente corre al galoppo, senza che alcuno possa fermarla.


In quella sala d'aspetto i miei pensieri andavano ai viaggi della speranza per riequilibrare la postura, all'infanzia caratterizzata da continui problemi ai denti, neri, cariati, curati in modo inadeguato, inopportuno, colpevole.

Andavano alla mia adolescenza, accompagnata nella sua solitudine, da ascessi, mai visti così grandi, che ricoprivo con una voluminosa sciarpa per continuare la mia vita di sempre, senza che alcuno avvertisse né la sofferenza, né il dolore che andavo a nascondere…specialmente a me stessa.


Andavano i miei pensieri agli ultimi dieci anni, quando dopo un lavoro finalmente concluso da uno che se ne intende, senza limiti di spesa, solo dopo 13 giorni cominciai a zoppicare, l’inizio di un’altra avventura ben più dura di quella lasciata alle spalle...le corse affannose ed affannate per quell’ernia del disco che mi stava paralizzando, i 17 milioni dell’intervento, l’inizio di un’altra odissea ben più dura di quella non ancora lasciata alle spalle.

E le volte, mi tornavano in mente, di quando, al salvatore di turno, ripetevo che mi faceva male la spalla ed il collo, ma sempre fastidio tornava, se non stizza, rabbia, o indifferenza totale.


E poi, i viaggi a Milano, dal dott. R., per correggere il ponte troppo alto, ritenuto la causa di quell’ernia paralizzante, e l’euforia dei primi tempi, sua più che mia e la sua ironia che nascondeva sempre più la certezza che vacillava e il suo sguardo, non più diretto ai miei occhi, i suoi sfuggenti man mano che i test davano risultati sempre meno incoraggianti da quando non uno, ma due incidenti, a distanza di pochi mesi, avevano rimesso in discussione tutto il lavoro.


Gessate, Milano, Bologna, Peschiera Borromea, Macerata, Civitanova, Firenze, Modena, Pesaro…l’Autostrada tante volte percorsa per raggiungere un pezzo di scienza, lo psicologo, il fisiatra, il dentista, l'oculista, l’omeotossicologo, il fisioterapista, l’endocrinologo, il neurologo, l'otorino, l'osteopata, l'ortopedico...ecc...ecc...ecc...

Tutto mi tornava alla mente:… le solette magnetiche, la rieducazione visiva, la rieducazione posturale, la rieducazione alimentare, la rieducazione vocale, la rieducazione alla deglutizione e poi i nomi, tanti nomi di tutti quelli a cui avevo chiesto e continuavo a chiedere aiuto.


E poi quelli della ASL., tutti quelli che hanno certificato le mie malattie, vere o presunte, quelli che dovevano decidere se ero sana o malata, quelli delle visite fiscali, della Commissione Provinciale di Medicina del Lavoro, quelli delle Compagnie assicurative.

Tanti nomi, tanti volti…indifferenti, svogliati, preoccupati…

...di fare presto, preoccupati di fare bene, senza guardare mai negli occhi chi gli stava davanti.

Mi tornavano in mente gli sforzi perché ciò che uno scriveva l’altro non cancellasse o che uno cancellasse ciò che l'altro aveva scritto ... e poi…

…la resa finale.

Cosa non avevo tentato per sottrarmi all'amara e inesorabile legge?




Il problema irrisolto


E dire che ero un campione, o almeno l'avevo sempre pensato , e anche gli altri ci avevano creduto che tutto sapessi, che ero capace di uscire sempre vincente da ogni tipo di prova.

Il castello di carta, aveva scardinato la morte di mio fratello. che in poco tempo ci aveva lasciati con tante domande strozzate a chiederci perché, a chiederci quando e a chi sarebbe toccato di nuovo.


Agli esami di Stato non ero riuscita a superare la prova di matematica… ma era stata l'unica volta.

Avevo però, brillantemente superato quella d’italiano, perché, nel tema dal titolo: “La contemplazione del dolore nel Manzoni e nel Leopardi”, di dolore avevo saputo parlare, quello degli altri, però, perché il mio da sempre me l'ero negato, da sempre a coprire la faccia, a fuggire, a convincermi che c'era una strada, che c'era speranza che tutto possiamo se lo vogliamo.


In quella sala d'attesa ricostruii gli anni che mi dividevano da un'altra sala d'attesa, quella del dottor R., che mi aveva visto risorgere e che a lungo ritenni il mio salvatore.

Fu lui che mi chiese di scrivere tutto quanto mi era successo da quando ero nata, perché ne aveva bisogno per uno studio che stava facendo.

Pensavo in quella sala d'attesa alla fatica per mettere ordine a tutto quel materiale incandescente che era stata ed era la mia vita di dentro più che di fuori, ripensavo alla soddisfazione di esserci riuscita e a quella non secondaria che per una volta non dovevo avere paura a rispondere a chi m'invitava a parlare.





Il dottor G.


Finalmente il mio turno.

Si accomodi, prego.

Sarò sintetica, penso; non voglio ancora una volta dire più di quanto sia necessario.

Mi dica..

Di nuovo bisogna rispondere... altrimenti perché sarei qui?

E avevo giurato a me stessa che mai più a nessuno avrei raccontato la storia, dal giorno in cui mi sentii capita senza parlare, mi sentii ascoltata senza che dalla mia bocca uscisse alcun suono, ma dai miei occhi sì che uscirono lacrime, in abbondanza, finalmente arrivata dall'unico medico che non aveva bisogno di chiedere che cosa andavo cercando.


Mi dica..

Qual é stato il suo primo dolore?

Primo in che senso?...di denti?

No, qualsiasi.

Anche di pancia?

Sì, da quando é nata.

Lo guardo con la faccia stupita di chi incontra un extraterrestre, uno che ha tempo da perdere, che non sa cosa lo aspetta.

Chi é questo ingenuo che pensa valga la pena di perdere tempo con me?

Lo avverto, lo dissuado, gli mostro i miei dubbi che possa io essere così tanto chiara da esporre con ordine tutto.quanto vuole sapere.Lui insiste, ma tempo pochi minuti, é lì a correggere inserire, annotare a margine.

Così non va, dico.

Queste cose le ho già scritte per il dottor R.; se vuole gliele mando.

Ma il pezzo mancante, il pezzo ritrovato del puzzle, quello a nessuno l’avevo mostrato.


Era forse giunto il momento di mettere fine al romanzo incompiuto?

Ci provo, mi dissi e andai a ripescare quei fogli rimasti in attesa in fondo al cassetto.




Il filo


Quei fogli, ogni tanto, li avevo ripresi perché sempre quell’assurdo gioco dell’oca mi martellava dentro al cervello.

Ma da quando avevo consegnato al dottor R. il frutto della grande fatica, quella di ritrovare il bandolo della matassa, non ero riuscita ad aggiungere niente che valesse la pena, perché ormai la storia era diventata monotona.

Bastava cambiare il nome di medici e medicine.

Non volevo scrivere ancora su quell’argomento che conoscevo a memoria e che aveva perso il mordente.

Avrei però volentieri parlato di un'altra storia, più interessante, di cui ogni giorno continuo ad annotare gli eventi su diari che i cassetti non sono più in grado di contenere, quella di un viaggio appena intrapreso, che non ha niente in comune con tutti gli altri di cui avevo fatto esperienza.


Diverso dal primo, il più doloroso, quello che mi portò lontano dagli affetti più cari, quando non avevo ancora armi con cui difendermi.

Diverso da quelli della speranza, i tanti, i troppi viaggi destinati a scontrarsi con la frustrazione profonda dell’impotenza sperimentata ogni volta.

Diverso da quello alla scoperta dell’io, la parte di me più nascosta, per stanare il “nemico di dentro” e vincere la grande paura… più di dieci anni a convincermi che non avevo bisogno di aiuto!

Diverso da quello al di fuori di me, alla scoperta del mondo a cui avevo per anni blindato le porte, viaggio finito con le cose e le persone che si sottraevano man mano alla vista.


Ma come quest’ultimo poteva conciliarsi con gli altri? Come unire le parti del grande mosaico perché non risultasse sbilenco?

Ci provo, mi dissi. L’importante è che emerga il senso finalmente trovato di quell’andare alla cieca, di quel piombare ogni volta sotto il peso del macigno portato fin sopra la cima.

L’importante è trasmettere l’entusiasmo della nuova avventura, dove ad attendermi non c’è la sconfitta cocente, dove l’oggetto del desiderio non si sottrae alla vista, dove gli strumenti per possederlo non devo trovarli da sola, dove il percorso è fatto con Chi è mezzo e scopo della ricerca, dove il premio non devo solo sperarlo, perché ogni giorno, ogni momento, mi è dato, dove non c’è la paura di cose lasciate alle spalle.


Così quei fogli in attesa sono andata a riprenderli e mi sono stupita che, a distanza di anni, non era poi così difficile mettere insieme i vari mi dica...


Dal "Il gioco dell'oca"ed.Tracce





1 commento:

anonimo ha detto...

mi permetti di leggere il tuo libro?Non per scoprire la magnifica, unica donna che sei, l'ho intuito dal primo incontro,ed è dono del Signore, ma leggerti è un immenso piacere, vivere le tue esperienze illuminate dalla luce della fede è preghiera. Dio ti benedica.