sabato 13 maggio 2006

Il dolore

Sfogliando il diario

Il percorso attraverso il quale ho conosciuto Dio, il Signore, la via stretta attraverso cui ho dovuto passare, è il dolore.


Quando mi capitò la prima volta di soffrire, rimossi subito il sentimento che rivelava la mia debolezza, pur avendo compiuto un anno da poco.


Ho sempre pensato poi nelle cose che mi capitavano, che al dolore non si doveva dare ascolto perché non era degno di esistere.


L’importante era non cedergli il passo, per non esserne schiacciati.


La forza dell’uomo si misurava nel non piegarsi, ma nel combattere fino allo stremo per non lasciarlo passare. .


Così ho vissuto la maggior parte del mio tempo a dimostrare che non c’è cosa che non si possa fare, se uno veramente la vuole.


Il dolore, per me, era distribuito in giusta misura su tutto il creato, su tutti gli uomini e, chi prima chi dopo, sicuramente ognuno ne riceveva un' uguale porzione..


Il Dio, che avevo nella mente, era un Dio giusto e buono e mai avrebbe permesso che qualcuno avesse da sopportare più pesi degli altri e, se questo succedeva, dipendeva dall’uomo che non era capace di combattere, perché non voleva impegnarsi a fronteggiare gli eventi, che avrebbe dominato se solo lo avesse voluto.


Quindi era lui la causa della sua sofferenza.


Quando mi venne quella che, a mio parere o per sentito dire, era una malattia importante, pensai che mi spettava e che con quella pagavo il mio debito al mondo e a Dio.


Fui sconcertata quando alla prima si aggiunse una complicazione che non avevo previsto e che non mi risultava potesse pareggiare i conti con il dare l’avere.


Quando ne uscii fuori, ero fiera, perché ormai non mi poteva capitare più niente: il mio debito, infatti, l’avevo pagato con gli interessi.


Ma la mia tesi, che non faceva una grinza, doveva essere smentita dai fatti.


Alla giusta ripartizione del dolore non pensai più, dal momento che non me ne rimase più il tempo, perché una valanga, una montagna di terra di sassi e di alberi sradicati, di acqua melmosa mi riversò addosso, schiacciandomi con tutto il suo peso.


Non mi chiesi allora, né dopo la ragione di quel cataclisma piombatomi all’improvviso sulla testa e sul corpo: io ero un titano e i titani sono abituati a combattere soli con qualcosa più grande di loro..


All’esterno rimandavo l’immagine serena e tranquilla di chi sa e può sopportare le più rovinose catastrofi.


Ma la gratificazione che mi sostenne per tanti anni, quella di riuscire a sorridere nonostante i colpi inclementi del male, la bestia che non accennava ad allentare i suoi morsi, man mano diminuiva, non mi appagava, perché, se si fa l’abitudine a vedere un altro soffrire con dignità e coraggio, sempre meno si ha voglia di stargli vicino, non potendo condividere con lui la propria umana debolezza.


La solitudine è il prezzo pagato da chi vuole distinguersi in ciò che alla maggior parte è difficile concepire soltanto.


Così cominciai a chiedermi perché la montagna aveva riversato tutto il suo peso sopra di me, perché la bufera continuava a sconvolgermi, aumentando anziché attenuare la sua violenza distruttiva.


Avevo sempre creduto che dalle battaglie si esce sempre vincenti e che, a saper attendere, ciò che comincia prima o poi finisce.


La morte era considerata un modo come un altro per porre fine agli eventi dolorosi, ma mai mi sfiorò l’idea che si potesse vivere sempre sotto il peso di quella montagna franata.


Non pensavo alla giusta ripartizione del dolore, degli altri non mi ponevo l’interrogativo, perché mi sentivo sola sotto i colpi sferzanti di un destino incomprensibile e assurdo.


Dio lo cercavo, sì l’ho tanto cercato per avere un interlocutore, un compagno, una persona con cui parlare alla pari.


Ma dove trovarlo? Me lo immaginavo lontano, seduto sopra le nubi, impegnato a fare cose ben più importanti e sicuramente non aveva tempo per me.


Eppure con Dio mi sarebbe piaciuto parlarci, rivolgergli qualche domanda, se solo l’avessi trovato.


Nelle notti interminabili e assurde, alle prese con vecchi e nuovi problemi, di dolore, di sofferenza sempre più insopportabile, disumana e inspiegabile, lo avrei voluto vicino, ma invano scrivevo sui miei diari che riempivo la notte: dove sei?


Lo cercavo nei libri, nelle dispute dotte, nelle astratte teorie dei filosofi, sapevo che alcuni erano riusciti a trovarlo, ma io invano stendevo la mano, brancolando nel buio.


Mi dicevo che la mia radio era rotta, come rotte erano le mie ossa, spezzate dall’impari lotta con la montagna.


Il pulsante non lo trovavo, quello giusto per sentirlo, per conoscerlo, perché sempre più ne sentivo il bisogno


Poi per baglio, per caso o fu Lui a guidarmi la mano, m’imbattei in un bottone nascosto che non sapevo esistesse.


Così ho cominciato a parlargli e gli ho chiesto perché.


Perché l’uomo deve soffrire? 


Mi rispose che, attraverso il dolore, l’uomo  che si vuole sottrarre al suo amore  evita di perdere se stesso e la sua vita.


Il dolore corregge la rotta, il dolore, che sembra affermare la Sua assenza, è invece la testimonianza viva della Sua presenza nel mondo e del suo amore per l’uomo.


Quale padre se un figlio gli chiede un pane gli darà una pietra? E se gli chiederà un pesce gli darà una serpe? E se gli chiederà un uovo gli darà uno scorpione?


Il dolore è quel pane che ti è sembrato una pietra, quel pesce che ti è sembrato una serpe, quell’uovo che ti è sembrato uno scorpione.


Era il suo modo di dire, ritorna, vieni nelle mie braccia, non andare lontano perché ciò che vai cercando non lo troverai al di fuori di me.


Mi convinsero le sue parole, ma solo per poco, perché subito mi venne di chiedergli ciò che angoscia l’uomo di tutti i tempi: il perché del dolore innocente.


Pensavo ai bambini, ai poveri, agli emarginati, ai malati di mente, agli anziani abbandonati e soli.


Chiedilo a Lui mi rispose e m’indicò la croce a cui era stato inchiodato suo figlio, con infamia attaccato ad un legno, come un malfattore tra due malfattori, beffeggiato, schernito da quelli per i quali si era immolato.


Ma che c’entriamo noi con la salvezza del mondo? Cosa c’entro io? Gli dissi.


Non sono forse tuoi i problemi della redenzione? Perché io, uomo, devo sostenere anche la parte degli altri? Dov’è la tua giustizia?


Queste sono le domande che gli rivolgevo, mentre cercavo le risposte nel libro di Giobbe che per prime mi avevano parlato e che mi era sembrato in un primo tempo aver soddisfatto la mia sete di verità.


Mi ero convinta che, se mi fossi comportata come Giobbe, affidandomi completamente a Lui senza fare domande, Dio mi avrebbe restituito tutto quello che mi aveva tolto.


Poi un giorno, mentre riflettevo sul fatto che, da quando avevo cominciato a fidarmi, le malattie erano aumentate come anche i problemi, mi ha folgorata il pensiero che non tutti guariscono che la fede è sì una medicina che cura i mali dell'anima, non del corpo.


Che fossi guarita dentro l’avevo capito, che riuscivo a sopportare con più facilità il dolore era indubbio; ma c’erano momenti e non pochi in cui mi sentivo sopraffatta dal male a tal punto che il morire mi sembrava il premio più bello a quell’inutile attesa che tutto finisse.


Avevo imparato a gustare la Sua presenza, a lodarlo, benedirlo e ringraziarlo di sofferenze passate e presenti, inaudite e impensate, vivevo per Lui, per sentirLo vicino, ma il prezzo dell’incontro era sempre più alto.


Un giorno più lungo degli altri, in cui il dolore non mi aveva dato tregua, un pensiero mi folgorò: mica tutti guariscono, basta guardare la vita della maggior parte dei santi..


Ero forse io destinata a diventare santa?


Un brivido freddo mi percorse la schiena nel momento in cui percepii che le storie non finiscono tutte allo stesso modo e di Giobbe forse ne era esistito uno solo, ma come modello, personaggio inventato per portare la gente alla fede.


Pensai alla mia storia di titano che si era piegato.Non mi dispiaceva trasformarla in quella di un santo, perché sempre emergevo dalla mischia degli uomini.


La superbia e l’orgoglio non riuscivano a farsi da parte


Mi accorsi che la strada che intendevo percorrere era tutt’altro che facile e che non basta, per diventare santi, avere alle spalle un passato di dolore sopportato con la presunzione di essere più forte e invincibile, né il fatto che ti sei arreso di fronte all’evidenza del tuo limite.


Bisognava continuare a pregare anche quando la nebbia era barriera ai tuoi occhi, quando il cielo mostrava il suo volto livido e muto, quando niente e nessuno sembrava esserci per ascoltare il tuo pianto strozzato, il tuo grido disperato e angoscioso.


La santità non mi attraeva più, perché bene o male all’inferno non ci sarei andata e anche l’ultimo posto in paradiso mi sarebbe andato bene, quello vicino alla porta, anche con tanti anni di purgatorio per guadagnarmelo.


La redenzione non era problema mio, era problema di Dio: Lui aveva creato il mondo, Lui doveva sbrogliarsela con chi non l’aveva voluto riconoscere.


Ma c’era qualcosa in tutto quel discorso che non mi convinceva.


Ho provato di nuovo ad alzare gli occhi alla croce e mi sono venute in mente parole tante volte ascoltate, ma mai fatte mie: Dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza.


Che la possibilità di somigliarGli l’avevamo persa con il peccato originale non mi era venuto mai in mente.


Perciò l’Innocente si è fatto crocifiggere, perciò si è consegnato ai suoi carnefici: perché ritornassimo ad essere come Lui, con tutti i benefici che ne derivano.


Essere come lui non è facile anzi impossibile se non s’invoca il Suo Spirito a subentrare alla nostra debolezza con la Sua forza.


E se lo Spirito di Dio è con noi, in mezzo a noi e in noi, lo dobbiamo a quell’incomprensibile croce a quel dolore innocente che tanto ci stupisce.


In tutto simili a Lui quindi dobbiamo partecipare della sofferenza e della morte per godere della resurrezione.


Così ho capito che ciò che sembra incomprensibile diventa chiaro alla luce della croce e che, se il libro di Giobbe non mi aveva convinto, è perché solo Cristo è venuto a chiarire e completare le Sacre scritture.


Lo Spirito di Dio è colui che ci guida alla conoscenza delle cose altrimenti inconoscibili e ci aiuta a fare ciò che appare impossibile all’uomo con i suoi strumenti imperfetti. 


Ripensando ai miei giorni passati a penare, ripercorrendo le strade che sembravano senza sbocco, ho detto, non a caso, non per niente Signore sei venuto a visitarmi più volte, non a caso non per niente ho visto sassi cadere, scorpioni e serpenti mordermi le braccia le gambe tutto.


Quel non allentare la presa, quel starmi con il fiato vicino a non permettermi più neanche di respirare, senza pensare che anche il respiro era cosa che poteva venir meno e che le cose tutte finiscono, avevano un senso non erano a caso.


Grazie Signore della tua pazienza, della tua costanza, della tenacia, dell’amore con cui hai continuato a dirmi che stavo sbagliando, che per diventare santi come te, che sei il santo dei santi, bisognava passare attraverso la strada dell’accettazione e della resa e che la ribellione mi allontanava dall’obiettivo.


Grazie, Signore della tua sollecitudine a ricordarmi che dovevo riconoscere che da te dipendevo, che mi avevi creato e che senza di te niente potevo, ma con te tutto avrei potuto fare, anche spostare quella montagna di fango e sassi che mi era caduta addosso, che avrei potuto sopportare dolori superiori a quelli di Giobbe e offrirli in sacrificio per la salvezza del mondo.


Signore, tu per far sì che non mi sentissi costretta a riconoscere la tua superiorità in un momento di debolezza invocato, ha messo alla prova il mio sì, purificandolo con il fuoco, facendomi capire che se quel fuoco lo sopportavo, era perché tu mi davi la forza per uscirne illesa e fortificata.


Ora ho smesso di fare domande, non aspetto più risposte che non siano l’aiuto desiderato, invocato richiesto, per poter essere strumento di salvezza per me e per molti.


E se questo tarda a venire, non mi chiedo perché.


Anche l’attesa è diventata momento di preghiera, d’incontro, di riflessione, di conoscenza. In fondo non è per niente non è a caso che un uovo ci sembri uno scorpione, un pesce un serpente, un pane un sasso.Le tue benedizioni entrano dalle finestre rompendo i vetri,


Signore sii tu benedetto per quei vetri che mi sommergono, quando mi sommergono, perché la benedizione scende copiosa sulla casa di chi ti teme.




4 settembre 2001 

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